A cura della redazione di Polis Etica Il 27 luglio 2022, POLIS ETICA, la neo Scuola Indipendente di Educazione Civica e Politica per Cittadini, ha realizzato un ennesimo convegno strategico, su di un tema tanto delicato che non ne parla quasi nessuno: chi sta causando la crisi politica, economica e identitaria dei paesi europei e dell’Europa nel suo insieme? E perché? La nostra sopravvivenza dipende dal riconoscere, su base OGGETTIVA, chi ci sta manipolando e inguaiando e chi potrebbe esserci d’aiuto. Ma, principalmente abbiamo bisogno di credere in noi stessi e nelle nostre identità e capacità e metterle insieme nell’interesse di tutti, senza perdere la nostra sovranità, nel rispetto reciproco. Al convegno “Ma quali sono gli interessi dei popoli europei e chi li tutela?” hanno partecipato politici, personaggi pubblici e rappresentanti della comunità scientifica, italiani e francesi. Tra i relatori c’erano il professor Alexandre Del Valle (noto politico e politologo, dalla Francia), il senatore Luigi Marino (politico, politologo e studioso del sistema russo ed ex sovietico, Italia), il Dr. Stefano Vernole (Direttore del CeSEM, Centro Studi Eurasiatici-Mediterranei, Eurasia, Italia), il Dr. Marco Ghisetti (analista di geopolitica per la rivista Eurasia, Italia) . Moderatore dell’evento è stato Guido De Simone (fondatore di Polis Etica). Durante l’incontro, i partecipanti hanno convenuto che dal 1945 l’Europa non è libera e, per ottenere una vera libertà ed un vero ruolo internazionale, l’UE deve liberarsi con intelligenza da qualsivoglia controllo “esterno” e in tutti i campi (monetario, militare, economico, politico), pur mantenendo buoni rapporti con tutti. Nei loro discorsi, i relatori hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze negative causate dal fatto che l’Europa segue senza obiezioni la politica ideologica e distruttiva statunitense contro la Russia (Russia che è proprio la gamba mancante ad un Occidente zoppo) e sostanzialmente obbedendo, senza obiezioni, salvo l’Ungheria di Orban, alla strategia egocentrica e sempre più autolesionista di Washington. Durante l’incontro si è parlato anche delle conseguenze negative della fornitura di armamenti all’Ucraina da parte dei paesi dell’UE, con costi diretti e conseguenze economiche e sociali che hanno solo danneggiato il tenore di vita dei cittadini europei e non la Russia. I partecipanti all’incontro hanno affrontato la crisi ucraina e le sue conseguenze dai vari punti di vista, incluso ciò che preoccupa moltissimo gli abitanti del continente europeo: il coinvolgimento in una guerra continentale solo distruttiva, se non definitiva (atomica). Hanno anche espresso la loro opinione negativa sulla concessione all’Ucraina dello status di paese candidato all’adesione all’Unione europea. È una mossa ideologica e pericolosa, ma anche un insulto a tutti i princìpi in base ai quali tutti gli altri aspiranti sono ancora oggi valutati e secondo i quali gli aderenti in passato sono stati accettati. E l’Ucraina di oggi NON è affatto compatibile con i princìpi dell’Unione Europea su tutti i piani. SINTESI DEGLI INTERVENTI, LE TESI PIÙ SIGNIFICATIVE Alexandre Del Valle Il professor ALEXANDER DEL VALLE ha offerto un’analisi critica del sistema europeo, rilevando che è stato concepito non in Europa, ma in America e quindi è un progetto puramente americano.«Poi è stato motivato dall’opposizione al blocco comunista sovietico e finanziato dal...
Mese: Luglio 2022
di Stefano Vernole E per dirla senza mezzi termini, gli interessi principali della Cina sono due: il primo è che la posizione dominante del Partito Comunista non venga disturbata; il secondo è che la strada del ringiovanimento della Nazione cinese non venga interrotta1. La visione del PCC e il Chinese Dream Poco dopo la chiusura del Diciottesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, il neoeletto Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, si recò al Museo Nazionale Cinese con altri leader cinesi il 29 novembre 2012, per vedere la mostra “The Road of Rejuvenation” sui 100 anni di lotta della nazione cinese moderna. Dopo aver visto la mostra, Xi Jinping affermò che tutti hanno ideali e aspirazioni oltre che sogni e che realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese è stato il più grande sogno del popolo cinese fin dai tempi moderni. Quella è stata la prima volta che un leader ha parlato del sogno cinese, ed ha espresso vividamente l’ideale comune e l’aspirazione del proprio popolo. Nel discorso che ha pronunciato nel marzo 2013 dopo essere stato eletto presidente della Cina, Xi Jinping ha discusso in modo più dettagliato del “sogno cinese”. Ha osservato che realizzare il grande ringiovanimento della nazione significa rendere il Paese prospero e forte e rendere felici le persone. Da allora, in diverse occasioni, ha affrontato ulteriormente diverse questioni riguardanti il “sogno cinese”, come realizzarlo e la sua relazione con il Mondo2. Il 1° luglio 2021 il Partito Comunista Cinese (PCC) ha festeggiato con tutti gli onori l’anniversario del proprio centenario. È stata un’occasione di bilanci e di celebrazione del proprio modello, considerato dallo stesso presidente Xi Jiping “l’unica soluzione per coronare il Chinese Dream e portare la Cina ad essere a tutti gli effetti una potenza globale della nuova era entro il 2049”. In quella data, infatti, mentre la Repubblica Popolare festeggerà il primo secolo di storia, contemporaneamente, il Partito Comunista Cinese celebrerà cento anni al governo del Paese. La sostenibilità di questo progetto si scontra però con le variabili demografiche, sociali ed economiche della Cina. Si legge Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng e si traduce “Il grande rinascimento della nazione cinese”. Il termine “rinascimento” risale al culmine dell’era imperiale della Cina, quando quest’ultima era leader tecnologico e culturale in Asia. In seguito all’indebolimento della dinastia Qing nel XIX secolo, le nazioni occidentali invasero il Regno di Mezzo e costrinsero la Cina a fare una serie di concessioni territoriali e commerciali, determinando un periodo che è passato alla storia come “il secolo delle umiliazioni”. Quello della rinascita nazionale è dunque un concetto imprescindibile per il PCC che ritiene questo periodo della storia cinese “vergognoso”, avendo oscurato la grandezza e la centralità della sua civiltà. Esso sottolinea l’importanza cruciale di “far rinascere” la nazione affinchè venga ammirata e trattata come merita, in contrapposizione a quel secolo buio. La questione demografica cinese Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, la Cina è esempio eclatante di come il fattore demografico possa essere un punto...
A cura di Giulio Chinappi Alla luce della difficile situazione globale, la missione della Repubblica Popolare Cinese presso l’Unione Europea ha pubblicato un articolo dal titolo “Ensuring Global Food Security: What China Says and Does“. Di seguito la traduzione completa del testo. Colpiti dal caldo intenso, è stato riferito che alcuni Paesi europei vedranno la loro produzione di grano tenero diminuire del 7%, con un dato inferiore alla media quinquennale, un’altra cattiva notizia per l’offerta alimentare globale già tesa. Ma il problema non si è presentato solo quest’estate. Negli ultimi anni, le conseguenze della crisi climatica, aggravate dalla pandemia di Covid-19 e dal conflitto Russia-Ucraina, hanno fatto aumentare significativamente i prezzi dei generi alimentari, portando milioni di persone alla fame, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Un recente rapporto delle Nazioni Unite dipinge un quadro terribile. Mostra che il numero di persone colpite dalla fame nel mondo è salito a ben 828 milioni nel 2021, con un aumento di circa 46 milioni dal 2020 e 150 milioni dallo scoppio della pandemia di Covid-19. “Il mondo si sta muovendo nella direzione sbagliata sugli obiettivi di sviluppo sostenibile per porre fine alla fame, all’insicurezza alimentare e a tutte le forme di malnutrizione“, avverte il rapporto, prevedendo che l’8% della popolazione mondiale sarà ancora colpita dalla fame nel 2030. Perseguitata a lungo dalla fame nella sua storia, la Cina fferma che il cibo è il bisogno primario delle persone, che sono le fondamenta del Paese. Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, il governo cinese ha sempre posto la sicurezza alimentare come priorità assoluta. Dopo decenni di duro lavoro, la produzione di grano della Cina ha raggiunto un record di 682 milioni di tonnellate nel 2021, il settimo anno consecutivo in cui la produzione di grano del Paese ha superato i 650 milioni di tonnellate, diventando così il più grande produttore mondiale di grano e il terzo esportatore di grano. Attualmente, il Paese è in grado di produrre il 95% del suo consumo nazionale di grano. È ancora più straordinario che la Cina sia riuscita a produrre circa un quarto del cibo mondiale e a sfamare quasi un quinto della popolazione mondiale con meno del 9% della terra arabile mondiale. Tali risultati di per sé sono il contributo della Cina alla sicurezza alimentare mondiale, per non parlare dell’ispirazione che fornisce ad altri Paesi in via di sviluppo in questo processo. Tuttavia, alcuni resoconti dei media in questi giorni attribuiscono l’autosufficienza alimentare della Cina all’accumulo di cereali e accusano ulteriormente la Cina di interrompere il mercato alimentare globale. Queste non sono altro che bugie fatte di cattive intenzioni. La Cina, infatti, ha fatto del suo meglio per aiutare a costruire un mondo libero dalla fame, sebbene rimanga un Paese in via di sviluppo con i suoi problemi alimentari. Il presidente Xi Jinping ha reso la sicurezza alimentare una delle otto aree prioritarie di cooperazione nell’Iniziativa per lo sviluppo globale e, nel suo recente discorso al Dialogo ad alto livello sullo sviluppo globale, ha inoltre annunciato...
A cura di Readovka Negli ultimi anni molti dei soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Marco Ghisetti, redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, editore di “Anteo Edizioni” e collaboratore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, ha espresso le seguenti osservazioni ad un giornalista dell’agenzia giornalistica russa Readovka. https://readovka.world/news/105637 Come sta reagendo alla crisi ucraina la società italiana? Ci sono persone in Italia che si oppongono all’invio di armi all’esercito ucraino? Innanzitutto, bisogna tener presente che il popolo italiano generalmente si interessa poco di politica, in particolare modo quella straniera. Fatta questa precisazione, inizialmente gli italiani furono colti di sorpresa dall’inizio dell’intervento militare russo in Ucraina e speravano che una soluzione pacifica potesse essere trovata il prima possibile. Ciò non significa che tifassero per l’uno o per l’altro schieramento, ma semplicemente che speravano che Russi e Ucraini si sedessero al tavolo delle trattative e stipulassero un accordo che, sebbene magri non definitivo, potesse per lo meno metter fine allo spargimento di sangue. Tuttavia, mano a mano che i combattimenti continuavano, e mano a mano che sia l’Unione Europea che il governo italiano fecero scelte politiche con l’obbiettivo non già di aiutare a cercare una soluzione pacifica, bensì di prolungare la guerra e favorire una parte specifica dello schieramento, la società italiana ha generalmente preso le distanze dall’operato del governo. Infatti, all’inizio si sperava che l’Italia potesse ricoprire il luogo del terzo super partes, in maniera piuttosto simile a quanto fatto dalla Turchia. È per questa ragione che la società italiana è, complessivamente, contro l’invio di armi. Un buon esempio di ciò è fornito dai lavoratori dell’aeroporto internazionale di Pisa, i quali, lo scorso marzo, smisero di lavorare allorquando scoprirono che ciò che stavano caricando sugli aerei consisteva in materiale bellico, non già in materiale non militare volto all’aiuto della popolazione civile. La medesima cosa vale per le sanzioni, le quali, oltre a danneggiare il ruolo dell’Italia nel mondo, danneggiando direttamente l’economia italiana e il benessere economico degli italiani. La guerra delle sanzioni ha delle ripercussioni sui cittadini italiani? Indubbiamente. E ciò perché le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, ne sono direttamente colpite. L’economia italiana è un’economia di trasformazione: compra risorse naturali e le trasforma in qualcos’altro. Le imprese italiane, non potendo più comprare le economiche risorse naturali russe, faticano a rimanere competitive sul mercato. Inoltre, negli ultimi anni innumerevoli soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Ciò mette a rischio la vera e propria sopravvivenza di queste aziende, favorendo però allo stesso tempo le grandi multinazionali e le grandi corporazioni straniere che intendono assorbire le fette di mercato che le morenti piccole e medie imprese abbandonano. Si può presumere che, quando le risorse naturali già stoccate finiranno (più o meno nel periodo autunnale), il peso delle sanzioni si farà sentire ancora di più:...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE La russofobia dilagante ha portato la stampa al servizio dell’imperialismo ad accusare la Russia di aver spinto per la caduta del governo Draghi. In realtà, l’Italia è sottoposta da quasi ottant’anni alle continue ingerenze e all’occupazione militare degli Stati Uniti. Mario Draghi è il primo ministro italiano che meno di tutti, nella storia repubblicana, ha goduto della legittimazione popolare al momento della sua nomina. L’eventuale caduta del suo governo non farebbe altro che rispecchiare la volontà del popolo italiano, sebbene sono minime le possibilità che il prossimo governo intraprenda una strada diversa da quella dell’attuale esecutivo. Nel frattempo, la stampa italiana mainstream, sempre al servizio dell’imperialismo atlantista ed in preda alla russofobia più sfrenata, non ha trovato di meglio da fare se non accusare la Russia di ingerenze nella politica nazionale, con Mosca che sarebbe dietro la crisi interna ad un governo tenuto in piedi solamente dall’attaccamento alla poltrona di molti parlamentari. Una vera e propria barzelletta, se si pensa che, dal secondo dopoguerra in poi, l’Italia è sempre stata sottoposta alle pesanti ingerenze degli Stati Uniti. È noto come, sin dalla fine del conflitto mondiale, gli Stati Uniti abbiano allungato i propri tentacoli sulla politica italiana per evitare in tutti i modi la vittoria elettorale del Partito Comunista. Il segretario di Stato statunitense George Marshall fu il fautore della fine del governo di unità nazionale, proclamata il 31 maggio 1947 con la cacciata di tutti i ministri comunisti da parte di Alcide De Gasperi. Lo storico Paul Ginsborg spiega infatti che Marshall, ricordato dalla storiografia occidentale come il benefattore che pensò l’omonimo piano di ricostruzione dell’Europa, intimò all’allora primo ministro italiano di procedere in questo senso, in quanto l’anticomunismo era uno dei prerequisiti per ricevere gli aiuti statunitensi. L’ambasciatore James Clement Dunn chiese poi a De Gasperi la messa al bando del PCI, cosa che non ebbe luogo per mezzi legislativi, ma si risolse nella cosiddetta conventio ad excludendum: pur avendo sulla carta una totale libertà di fare politica in Italia, il Partito Comunista non avrebbe mai avuto la possibilità di governare il Paese. Nonostante questo, la CIA conosceva il sostegno di cui i comunisti godevano in Italia, e mise in atto una vera e propria macchina per manipolare le elezioni del 1948, vinte dalla Democrazia Cristiana con più del 48% dei consensi. Non si tratta di teorie complottiste, ma di fatti documentati dalla stessa CIA, che ha oramai desecretato i documenti intitolati Measures proposed to defeat Communism in Italy (“Misure proposte per sconfiggere il Comunismo in Italia”) e Consequences of communist accession to power in Italy by legal means (“Conseguenze dell’assunzione del potere da parte dei comunisti in Italia per mezzi legali”). Il primo di questi documenti testimonia le misure prese dalla CIA per promuovere la vittoria della Democrazia Cristiana ai danni del Fronte Democratico Popolare, che alle elezioni del 1948 riuniva il Partito Comunista e il Partito Socialista. Secondo i documenti del National Security Archive degli USA, gli Stati Uniti avrebbero speso almeno 65 milioni di dollari per finanziare tutti i politici della DC eletti nella storia della Repubblica. Il secondo documento desecretato...
A cura di Giulio Chinappi Tra il 12 e il 15 luglio, il presidente cinese Xi Jinping ha visitato la Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Di seguito la traduzione del resoconto delle attività svolte dal presidente, pubblicato dall’agenzia stampa Xinhua. Il presidente Xi Jinping ha sottolineato gli sforzi per attuare pienamente e fedelmente le politiche del Partito Comunista Cinese (PCC) per il governo dello Xinjiang nella nuova era, evidenziando la stabilità sociale e la sicurezza duratura come obiettivo generale. Xi, anche segretario generale del Comitato centrale del PCC e presidente della Commissione militare centrale, ha fatto le osservazioni durante il suo viaggio di ispezione nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, nella Cina nord-occidentale, da martedì a venerdì. Xi ha esortato lo sviluppo dello Xinjiang in una regione unita, armoniosa, prospera e culturalmente avanzata, con ecosistemi sani e persone che vivono e lavorano soddisfatte. Durante il giro di ispezione, Xi si è recato a Urumqi, capitale della regione, e nelle città di Shihezi e Turpan, visitando un’università, un’area portuale internazionale, una comunità residenziale, musei, un villaggio e il Corpo di produzione e costruzione dello Xinjiang (XPCC), tra gli altri siti. Durante una visita all’Università dello Xinjiang martedì pomeriggio, Xi ha appreso della sua storia e del suo sviluppo e dei suoi sforzi nel coltivare talenti e promuovere gli scambi tra diversi gruppi etnici. Xi ha anche ascoltato un briefing degli studenti che avevano condotto uno studio sul campo. Xi ha affermato che, in quanto Paese multietnico unificato, la Cina vanta relazioni armoniose tra i suoi diversi gruppi etnici intrecciati. Ha affermato che tutti i gruppi etnici godono di uguaglianza, unità e progresso sotto il sistema socialista, sottolineando che le teorie e le politiche del Partito riguardanti i gruppi etnici sono solide e hanno prodotto l’effetto desiderato. Ha chiesto di promuovere la ricerca sulle questioni fondamentali della comunità per la nazione cinese. Xi ha detto che, nel coltivare il talento, è essenziale promuovere la virtù. Ha chiesto all’università di evidenziare i suoi vantaggi e le sue caratteristiche uniche, promuovere un team di insegnanti di alto livello e migliorare le sue capacità di ricerca e innovazione. Durante la visita all’area portuale terrestre internazionale di Urumqi, Xi ha notato che lo Xinjiang si è trasformato da un entroterra relativamente chiuso in una prima linea di apertura, poiché il Paese sta promuovendo l’espansione dell’apertura, lo sviluppo delle regioni occidentali e la costruzione congiunta della Belt and Road. Xi ha sottolineato di portare avanti la costruzione dell’area centrale della cintura economica della Via della Seta e di incorporare la strategia di apertura regionale dello Xinjiang nel piano generale del Paese di apertura verso ovest. Xi ha sottolineato l’importanza di innovare il sistema per un’economia aperta, promuovere la costruzione di grandi corridoi di apertura, utilizzare meglio i mercati e le risorse nazionali e internazionali e servire attivamente e integrarsi nel nuovo modello di sviluppo. Ha anche chiesto di sostenere la politica dinamica zero-Covid, chiedendo una risposta mirata al Covid-19 che sia conveniente per il popolo. Mercoledì mattina, Xi...
Sono disponibili le copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo, un progetto di ricerca condotto dal Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. Il libro è acquistabile con le seguenti formule: 1 copia numerata del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 20 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 15 euro) Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Hong Kong. IL “PORTO PROFUMATO” DELLA RPC TRA STORIA, ECONOMIA E INGERENZE STRANIERE: 25 euro Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Tessera Centro Studi Eurasia e Mediterraneo: 20 euro 3 copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 45 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 36 euro). Le copie possono essere richieste ai seguenti indirizzi mail: cpeurasia@gmail.com presidenza@cese-m.eu Il libro è in vendita anche sulla piattaforma Amazon
da Quotidiano del Popolo Online, lunedì 04 luglio 2022 (dall’articolo “La Struttura Organizzativa ed Istituzionale del PCC e dei suoi Alleati“, di Marco Costa, contenuto nella raccolta “Il Grande Rinascimento della Nazione Cinese“, a cura del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo”) Il 2022 rappresenta il 101° anniversario dalla fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) e il 73° anniversario della Repubblica Popolare Cinese. Nei suoi 73 anni di vita, la RPC ha ottenuto diversi sucessi, portando la nazione a diventare una grande potenza sul campo internazionale. Questo, tuttavia, non sarebbe stato possibile senza la costante e vigile guida del Partito Comunista Cinese, nervo politico del Paese e motore propulsivo del suo sviluppo. Il PCC ha una complessa struttura che abbraccia tutti i livelli, le categorie e i settori della società dalla base degli iscritti fino al Segretario Generale. Per comprendere la Cina, è necessario, in primis, comprenderne la struttura governativa e dunque la struttura organizzativa del PCC. A tal proposito, il 27 giugno, Marco Costa, analista del Centro Studi “Eurasia-Mediterraneo”, ha pubblicato un articolo nel quale introduce nel dettaglio il sistema politico e il modello democratico della Cina. “Conoscere la Cina significa necessariamente conoscere il ruolo del suo partito guida, il PCC”. L’articolo sottolinea che il Partito Comunista Cinese ha una struttura organizzativa complessa e completa, che copre tutti gli aspetti della società a tutti i livelli, e segue i principi di leadership collettiva, centralismo democratico, disciplina di partito e Fronte Unito (cooperazione multipartitica), capisaldi che devono eserte rispettati da tutti i membri del PCC, indistintamente dal livello a cui operano. L’articolo prosegue introducendo nel dettaglio il sistema dell’assemblea del popolo sotto gli aspetti della struttura organizzativa, del metodo elettorale e dei compiti principali. Costa ha inoltre sottolineato che durante l’ultimo Congresso Nazionale del PCC del 2017 e in funzione dell’avvicinamento al 20°, che si terrà nella seconda metà di quest’anno, è stato dichiarato che “L’Ufficio Politico ha tenuto alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi; ha seguito la guida del marxismo-leninismo, del pensiero di Mao Zedong, della teoria di Deng Xiaoping, della teoria delle tre rappresentanze, del concetto di sviluppo scientifico, e il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”. Secondo l’autore italiano, Questo segna una svolta politica, poiché il pensiero dell’attuale Segretario Xi Jinping viene promosso ad indirizzo politico di importanza pari ai suoi due maggiori storici predecessori nella tradizione socialista cinese, ovvero Mao Zedong e Deng Xiaoping. Ciò rappresenta la tappa più recente nel processo di innovazione nella tradizione del partito. Con le incredibili conquiste nel campo della politica e dell’economia ottenute dal PCC, spiega l’autore, il XX Congresso Nazionale e i suoi delegati “avranno un ruolo tanto delicato quanto epocale: quello di emanare indirizzi politici capaci di coniugare per la Cina della Nuova Era stabilità politica e crescita economica in un contesto globale sempre più articolato e sempre più soggetto a crisi internazionali quali guerre regionali, crisi alimentare e ambientale, uscita dall’emergenza pandemica. Nonostante tali sfide, “alla luce degli indiscutibili...
A cura di Giulio Chinappi Alcuni neonazisti bielorussi hanno partecipato al colpo di Stato nel 2014 in Ucraina e ai combattimenti in Donbass, e hanno poi fomentato le proteste contro Aljaksandr Lukašėnka tra il 2020 e il 2021. Tra i nomi anche quello di Roman Protasevič. La presenza dei battaglioni neonazisti in Ucraina non può oramai essere negata neppure dalla stampa mainstream al servizio dell’imperialismo atlantista. Meno note sono le vicende dei neonazisti bielorussi, che pure hanno giocato un ruolo non di secondo piano nel colpo di Stato ucraino del 2014, per poi tentare di fare lo stesso anche in patria, ma senza successo. Le vicende dell’organizzazione neonazista bielorussa Zagin Pogonia sono state analizzate dal giornalista francese Laurent Brayard sul sito Donbass Insider. Secondo Brayard, i neonazisti di Zagin Pogonia non solo sono stati coinvolti nel golpe del febbraio 2014 contro il governo di Viktor Janukovyč, ma avrebbero poi continuato ad imperversare nel Donbass, trovando nel comune sentimento antirusso il punto di contatto con i neonazisti ucraini del battaglione Azov e con i partiti di estrema destra Svoboda e Pravyj Sektor. In particolare, l’organizzazione bielorussa sarebbe collegata a vari traffici, in particolare di armi, omicidi politici e partecipazione a disordini politici. L’origine dell’estrema destra bielorussa è da ricercarsi nell’effimera esperienza della Repubblica Popolare Bielorussa, uno Stato fantoccio creato dalla Germania nel marzo del 1918, in seguito all’invasione del territorio russo da parte dell’esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale. In particolare, la firma del trattato di pace di Brest-Litovsk, che segnò la fine della partecipazione russa al conflitto, diede la possibilità ai nazionalisti bielorussi di creare lo Stato fantoccio con la compiacenza dei tedeschi. La Repubblica Popolare Bielorussa subì tuttavia l’offensiva dell’esercito nazionalista polacco di Józef Piłsudski, e fu poi al centro del conflitto tra la Polonia e la neonata Unione Sovietica per il controllo di quel territorio, fino a quando, nel 1922, venne fondata la Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa, facente parte dell’URSS. Tuttavia, il governo nazionalista bielorusso sopravvisse a lungo in esilio, ospitato da diversi Paesi occidentali. Con la vittoria del nazismo in Germania, i presidenti nazionalisti in esilio, Vasil Zacharka e Mikola Abramčyk, iniziarono a prendere contatti con Adolf Hitler, al punto che il governo di Abramčyk ebbe temporaneamente sede a Berlino. I nazionalisti bielorussi, infatti, speravano che una vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale avrebbe potuto portare a ristabilire la Repubblica Popolare Bielorussa. Seppur senza nessun riconoscimento internazionale e privata di qualsiasi legittimità, la Rada della Repubblica Popolare Bielorussa continua a sopravvivere ancora oggi, presieduta da Ivonka Survilla. Questo governo in esilio, pur non godendo di riconoscimenti ufficiali, è regolarmente utilizzato dai servizi segreti occidentali per fomentare la propaganda contro il legittimo governo di Aljaksandr Lukašėnka. Il governo illegittimo sostiene dunque l’azione dei neonazisti bielorussi, mossi dalla nostalgia per la Germania nazista e dal sentimento antirusso. L’organizzazione Zagin Pogonia, in particolare, è nata nel luglio 2014, in un campo di addestramento ucraino. Da qui lo stretto legame tra neonazisti ucraini e bielorussi, e la loro partecipazione agli eventi nell’altra ex repubblica sovietica. Detto questo, Brayard sottolinea come il fenomeno del neonazismo sia decisamente meno radicato in Bielorussia rispetto all’Ucraina: “La...
di Giulio Chinappi Le autorità uzbeke affermano che le recenti sommosse nella regione del Karakalpakstan sarebbero state orchestrate dall’esterno. Potrebbero rientrare anche queste nella strategia di destabilizzazione dell’area ex sovietica in funzione antirussa. All’inizio di luglio, il Karakalpakstan, regione dell’Uzbekistan che gode dello status di repubblica autonoma, è stato sconvolto da violente sommosse che sono partite dal capoluogo Nukus. Ufficialmente, le manifestazioni sarebbero sorte come forma di protesta nei confronti di alcune riforme costituzionali proposte dal governo. Ma le proteste non autorizzate sono ben presto sfociate nella violenza, con il presidente Shavkat Mirziyoyev che è stato costretto a introdurre lo stato d’emergenza nella regione interessata dal 3 luglio al 2 agosto. La situazione è presto rientrata, anche perché il presidente Mirziyoyev ha deciso di non emendare la Costituzione riguardo allo status del Karakalpakstan, venendo dunque incontro alle richieste dei manifestanti. Dopo l’annuncio del presidente, anche il parlamento di Taškent ha confermato che gli articoli costituzionali riguardanti il Karakalpakstan resteranno invariati. Il bilancio delle due giornate di protesta è stato comunque pesante, visto che i dati ufficiali della polizia uzbeka parlano di 18 morti e più di 240 feriti, compresi 38 membri delle forze dell’ordine. L’oggetto del contendere, per la precisione, è un articolo della Costituzione uzbeka redatta nel 1992, subito dopo il raggiungimento dell’indipendenza della repubblica dell’Asia centrale. Questo articolo non solo concede al Karakalpakstan lo status di repubblica autonoma, ma prevede anche che la regione abbia il diritto, qualora lo ritenga opportuno, di indire un referendum per l’indipendenza. Nei trent’anni di storia dell’Uzbekistan indipendente, i governi regionali non hanno mai fatto appello a questa possibilità, ma evidentemente il governo centrale teme che questo possa avvenire in futuro. Quanto avvenuto in Uzbekistan, tuttavia, non può essere analizzato unicamente alla luce delle dinamiche interne. Dopo la Bielorussia, il Kirghizistan e il Kazakistan, l’Uzbekistan è infatti la quarta repubblica ex sovietica che negli ultimi due anni è stata al centro di sommosse popolari violente. Se a questo si aggiunge anche il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno Karabakh, senza parlare dell’attuale situazione ucraina, appare chiaro come tutti questi eventi facciano parte di un piano molto più ampio per destabilizzare i Paesi che si trovano nella sfera d’influenza russa. Il presidente Mirziyoyev ha esplicitamente detto di avere gli elementi per affermare che le rivolte di Nukus sarebbero state preparate con molti anni di anticipo con l’aiuto di Paesi stranieri: “Tutti gli eventi recenti sono stati preparati e organizzati non uno, e nemmeno dieci giorni, prima che si svolgessero. Questi eventi sono stati preparati per molti anni da forze straniere“. “L’obiettivo principale era violare l’integrità territoriale dell’Uzbekistan e innescare un conflitto interetnico“, ha aggiunto. “L’1-2 luglio 2022 nella città di Nukus è stato fatto un tentativo di minare l’ordine costituzionale, l’integrità territoriale e l’unità della Repubblica dell’Uzbekistan. Con il pretesto di protestare contro le proposte di modifiche costituzionali che sono state sottoposte alla discussione generale, un gruppo di autori ha organizzato violente rivolte e tentativi di sequestro di edifici governativi con la forza“, si legge nel comunicato ufficiale del ministero degli Esteri...