di Omar Kamal Othman Khalifa Il presente articolo analizza il passaggio dell’Egitto da una politica orientata alle questioni domestiche ad una caratterizzata dal ritorno al centro della scena diplomatica regionale. Vengono quindi passati in rassegna i principali passi di questa politica, passando dalla questione energetica del Mediterraneo ai vari rapporti con importanti Paesi quali Israele, Libia, Turchia, Iraq e Giordania, accennando anche al rapporto sempre più difficoltoso con gli Emirati. I motivi di un ritorno Dalla deposizione di Hosni Mubarak, che vide la sua dittatura sgretolarsi sull’onda dell’entusiasmo di una primavera araba che dalla Tunisia si propagò sino all’Egitto nel 2011, il Paese dei Faraoni decise di inaugurare un periodo di politica rivolta maggiormente alla delicate questioni interne, ritirandosi di fatto dalla scena diplomatica regionale ed internazionale. La caduta della Fratellanza Musulmana nel 2013 è stato un periodo di profonda turbolenza politica e sociale, e i primi anni dell’era Al-Sisi si caratterizzarono per una situazione economica piuttosto precaria, all’insegna dell’alta inflazione, di una disoccupazione giovanile e femminile dilagante, di un tasso del debito pubblico sul Pil in costante ascesa, di un tasso di povertà drammaticamente alto, e di settori chiave come educazione, sanità e protezione sociale che non venivano finanziati sufficientemente, lasciando la popolazione in una situazione di povertà e malessere. La stagione di riforme macroeconomiche inaugurata nel 2016, in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, non ha di certo risolto tutte queste problematiche, ma è servita perlomeno a dare al Paese delle prospettive economiche positive. Grazie allo sganciamento della lira egiziana dal tasso fisso, al consolidamento fiscale, al contenimento del salario pubblico e al netto taglio dei sussidi energetici – basti pensare che nel 2013 questi rappresentavano il 22% della spesa governativa annuale – l’Egitto ha potuto beneficiare dell’inflazione in continua discesa, dell’apprezzamento della lira egiziana sul dollaro, e della costante crescita del Pil, che dal 2018 si è attestata ad oltre il 5%, fatta eccezione per lo scorso anno e quello corrente, i quali hanno registrato una crescita 3.6% del 2020 e il 3.3% del 2021, che è rallentata a causa della pandemia, mantenendo comunque sempre un trend positivo. Sebbene con ancora molte ombre, prima fra tutte gli standard di vita di una popolazione che ancora lotta per assicurarsi una vita dignitosa, l’Egitto ha comunque beneficiato di questo suo momentum macroeconomico positivo per cambiare la direzione della sua politica da qualche anno a questa parte e il Governo del Cairo ha rimesso in primo piano la politica estera, rivolgendosi soprattutto ai rapporti regionali con i propri vicini. Passando dalla cooperazione energetica per lo sfruttamento delle risorse del Mediterraneo, ad una politica di distensione con molti dei Paesi limitrofi, negli ultimi anni l’Egitto è riuscito a spostare l’asset geopolitico regionale verso di sé. -La questione energetica nel Mediterraneo Tra il 2009 e il 2018, all’incrocio tra le acque territoriali cipriote, israeliane ed egiziane sono stati scoperti svariati giacimenti gasiferi, che hanno dato il via ad una disputa regionale sul controllo delle Zee del Mediterraneo (zone economiche esclusive, ossia...
Geopolitica
Al suo ritorno dall’India questa settimana, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha affermato di non avere esitazioni riguardo alla fine della cooperazione di difesa di Nuova Delhi con Mosca, nonostante le pressioni statunitensi da tutte le parti. Lo statista britannico del XIX secolo Lord Palmerston disse: “Non abbiamo alleati eterni e non abbiamo nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui”. Questa massima è stata utilizzata per giustificare la flessibilità per un Paese di scegliere ed escludere partner, a seconda dei tempi e delle circostanze che cambiano. Sia in sfida che a sostegno di questa logica molto pragmatica, è rimasta una relazione importante. L’India e la Russia hanno mantenuto una forte partnership durante la Guerra Fredda, l’era successiva alla Guerra Fredda e ora nell’Ordine Multipolare Emergente. Il sistema internazionale nel suo insieme è cambiato oltre ogni comprensione negli ultimi cinquant’anni, ma ciò che Nuova Delhi e Mosca chiamano Druzhba-Dosti (amicizia in russo e hindi) è rimasto intatto. Il Ministro degli Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ne ha fatto riferimento quando ha dato il benvenuto alla controparte russa Sergey Lavrov il 7 aprile, osservando che India e Russia hanno mostrato una “capacità coerente di identificare e aggiornare i nostri interessi comuni”. Nonostante gli Stati Uniti Sebbene ci sia una percezione di divergenza tra le due parti a causa dei rispettivi vincoli strategici globali, l’India ha bisogno della Russia e viceversa e la “partnership strategica speciale e privilegiata” non sta svanendo. La cooperazione in materia di difesa ne è un chiaro esempio. Il commento di Lavrov a Nuova Delhi secondo cui “sono in discussione le prospettive di un’ulteriore produzione di equipaggiamento militare russo in territorio indiano” ha attirato l’attenzione in India a causa della minaccia di sanzioni statunitensi contro qualsiasi Paese che effettua “transazioni significative” con la Russia. Nuova Delhi insiste sul fatto che il sistema antimissilistico S-400 di fabbricazione russa è essenziale per la sicurezza nazionale dell’India e che imporre sanzioni all’India per il perseguimento dei suoi interessi nazionali fondamentali sarebbe un’azione strategica sbagliata da parte degli Stati Uniti. La Russia è una pietra di paragone per l’India per dimostrare la sua “autonomia strategica” in materia di politica estera. Inoltre, la Russia è stata la più generosa tra le potenze militari del mondo nell’offrire coproduzione e trasferimento di tecnologia all’India per la produzione della difesa. L’enfasi di Lavrov sul fatto che “siamo gli unici partner che trasferiscono efficacemente tecnologia militare avanzata in India” e che ciò è nell’ “interesse nazionale di entrambi i Paesi”, indica che le due parti sono determinate ad andare avanti. L’impegno del Presidente Vladimir Putin nel rafforzare le capacità di produzione della difesa interna dell’India corrisponde alla visione del Primo Ministro Narendra Modi di rendere l’India un esportatore di armi “a basso costo e di alta qualità”. La Russia è desiderosa di mantenere la sua quota del mercato della difesa indiano, che è stata storicamente enorme, ma recentemente è scesa al 49% delle importazioni militari indiane totali. Mentre la competizione della Russia per una...
Articolo Originale Lo scorso 10 dicembre, il ministero degli Esteri vietnamita ha organizzato un evento per ricordare i cento anni dalla nascita dell’ex ministro Nguyễn Cơ Thạch (1921-1998). Nguyễn Cơ Thạch è stato un’importante figura del socialismo vietnamita, fino a raggiungere l’apice della sua carriera con l’incarico di ministro degli Esteri, che ha occupato tra il 1980 ed il 1991. Inoltre, tra il 1987 ed il 1991 è stato anche vice primo ministro della Repubblica Socialista del Vietnam. Lo scorso 10 dicembre, il ministero che lo stesso Thạch ha guidato per undici anni ha deciso di ricordare i cento anni dalla sua nascita con una celebrazione ufficiale. All’evento erano presenti numerosi esponenti di spicco del governo e del Partito Comunista, compresi l’attuale ministro degli Esteri, Bùi Thanh Sơn, il vice primo ministro Phạm Bình Minh, e l’ambasciatore vietnamita in Polonia, Phạm Kiến Thiết, questi ultimi due figli proprio di Nguyễn Cơ Thạch (il cui nome alla nascita era in effetti Phạm Văn Cương). All’inizio della cerimonia, il Comitato Organizzatore ha proiettato un estratto dal film documentario “Compagno Nguyễn Cơ Thạch – Un leale comunista e diplomatico distinto“, che ripercorre i sessant’anni di militanza politica del protagonista. Nel suo discorso di apertura, il ministro degli Esteri Bùi Thanh Sơn ha sottolineato che in oltre sessant’anni di attività rivoluzionarie, Nguyễn Cơ Thạch ha sempre portato a termine i suoi eccezionali risultati, indipendentemente dalla sua posizione o campo di lavoro, “lottando per tutta la vita, servendo devotamente il Partito, lo Stato e il popolo, dando grandi contributi alla causa della liberazione nazionale e del rinnovamento nazionale”. “Immerso nel patriottismo e nella tradizione diplomatica di una nazione di pace e armonia, perseguendo fermamente l’obiettivo dell’indipendenza nazionale associato al socialismo, padroneggiando e applicando creativamente il pensiero diplomatico di Hồ Chí Minh, con immenso coraggio e una grande esperienza pratica, il compagno Nguyễn Cơ Thạch ha dato un contributo importante alla trasformazione del Paese, rinnovando il pensiero estero del nostro Partito al VI e VII congresso, ponendo le basi per plasmare la politica estera nel periodo di rinnovamento”, ha affermato il ministro. La politica estera promossa da Nguyễn Cơ Thạch era “una politica estera di indipendenza, fiducia in sé stessi, apertura, multilateralizzazione e diversificazione, unendo la forza nazionale con la forza dei tempi, mantenendo un ambiente pacifico e stabile e sfruttando condizioni internazionali favorevoli per lo sviluppo del nazione”. Secondo il ministro Bùi Thanh Sơn, durante il periodo in cui il Paese era assediato e sottoposto a embargo con innumerevoli difficoltà, nella posizione di “comandante” del servizio diplomatico, il compagno Nguyễn Cơ Thạch ha sempre dedicato il suo cuore e la sua mente all’ardua lotta per rompere l’assedio e l’embargo. “Il compagno Nguyễn Cơ Thạch diede un grande contributo alla soluzione positiva della questione della Cambogia e alla normalizzazione delle relazioni con i Paesi della regione , creando così un ambiente internazionale favorevole al rinnovamento e allo sviluppo del Paese”. Nguyễn Cơ Thạch ha dato anche un grande contribuito allo sviluppo economico del Vietnam nel periodo delle riforme economiche note...
di Stefano Vernole La povertà estrema è stata sradicata, nonostante nell’era contemporanea fattori storici e naturali abbiano portato lo Xinjiang a essere a lungo sottosviluppato, con una grande fetta di popolazione economicamente disagiata. Le misure adottate dal Governo centrale, in collaborazione con le Autorità locali, si sono dimostrate efficaci e hanno ottenuto i risultati sperati. Dal 1955 al 2020, il PIL dello Xinjiang è salito da 1,2 miliardi di RMB a 1,4 trilioni di RMB e il suo PIL pro capite è passato da 241 RMB a 53.593 RMB, un notevole aumento rispettivamente di circa 160 e 30 volte. Dal 1978 al 2020, il reddito disponibile pro capite dei residenti urbani è passato da 319 RMB a 34.838 RMB e quello dei residenti rurali da 119 RMB a 14.056 RMB, entrambi con una crescita di oltre 100 volte1. Le prefetture di Hotan, Kashgar e Aksu e la prefettura autonoma di Kizilsu Kirgiz nel sud dello Xinjiang soffrivano di condizioni ambientali difficili, di basi economiche deboli e di opportunità di lavoro seriamente inadeguate. Classificate dallo Stato come aree gravemente povere, hanno ricevuto supporto dal Governo centrale e dai partner della regione nel programma nazionale di assistenza; lo Xinjiang ha quindi adottato misure di riduzione della povertà, come lo sviluppo di imprese, la creazione di opportunità di lavoro, il miglioramento dell’istruzione e della sanità, la ristrutturazione di case rurali fatiscenti e il trasferimento dei poveri da zone inospitali. Alla fine del 2020, più di 2,7 milioni di residenti rurali dello Xinjiang che vivevano al di sotto dell’attuale soglia di povertà sono usciti dall’indigenza e 3.666 villaggi e 32 contee non vengono più classificati come poveri; questi cittadini hanno conosciuto una rapida crescita sia dei redditi che della spesa per i consumi. Il loro reddito disponibile pro capite era di 13.052 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 10,8 per cento dal 2012; la loro spesa per consumo pro capite è stata di 9.007 RMB nel 2020, un aumento medio annuo del 9% dal 2013. I diritti alla sussistenza e allo sviluppo della popolazione povera sono stati perciò garantiti. Nel corso del XIII Piano quinquennale (2016-2020) sono stati completati complessivamente 1,2 milioni di abitazioni rurali per famiglie a basso reddito ed è iniziata la costruzione di 1,3 milioni di unità abitative urbane a prezzi accessibili, a beneficio di milioni di persone. Tutti i villaggi hanno accesso a strade asfaltate e cementate, servizi di autobus, alimentazione trifase e servizi a banda larga. Le superstrade e le ferrovie ad alta velocità sono state costruite da zero e le prime coprono tutte le prefetture e le città. Sono stati completati e aperti 22 aeroporti civili, il numero più alto tra tutte le unità amministrative di livello provinciale in Cina. I veicoli moderni e gli strumenti di comunicazione sono diventati comuni nelle famiglie sia urbane che rurali, aumentando gli sforzi per garantire la fornitura di servizi di consegna espressa in ogni villaggio. Il governo locale ha intensificato gli sforzi nella formazione professionale. Per aumentare l’occupabilità...
di Martin Sieff | China Daily | 22 novembre 2021 L’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC presiede la sesta sessione plenaria del 19° Comitato Centrale del PCC a Pechino. La retorica politica e le dichiarazioni audaci di politica e di principio, come il denaro, devono essere credibili. Devono essere supportati dai fatti. La crescente posizione della Cina nel mondo, indipendentemente dalla retorica e dagli sforzi diplomatici dell’Amministrazione statunitense e dalla costruzione di alleanze contro di essa, è sostenuta da azioni reali e risultati notevoli. Il tono ostile di alcuni funzionari dell’attuale Amministrazione statunitense, come i loro predecessori, verso Pechino deve ancora superare quel test, anche se l’incontro tra il presidente Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, via collegamento video, il 16 novembre dovrebbe portare a dialogo più aperto e sincero tra le due parti per migliorare la comprensione reciproca. L’ascesa della Cina non rappresenta necessariamente una minaccia per gli Stati Uniti. Ma i leader e i politici statunitensi rimangono ciechi alle lezioni della storia. Dimenticano come la Germania prima della Prima Guerra Mondiale pensasse di aver bisogno di distruggere una Russia in rapida industrializzazione quando avrebbe potuto rinnovare l’amicizia reciprocamente vantaggiosa forgiata tra lo zar Alessandro II e il padre fondatore del Secondo Reich Otto von Bismarck. Sembra che i leader statunitensi abbiano persino dimenticato come quasi 250 anni fa, re Giorgio III di Gran Bretagna e i suoi ministri abbiano fatto orecchie da mercante alle richieste di maggiore indipendenza e autogoverno da parte del popolo americano e invece abbiano cercato di sopprimerle. Il Governo britannico ha inviato eserciti e flotte per migliaia di miglia attraverso l’oceano nel tentativo di prima costringere e poi schiacciare gli americani, la cui popolazione totale era solo di circa 1 milione all’epoca. Hanno fallito disastrosamente. Quei politici statunitensi che stanno cercando di intimidire e infastidire la Cina, un Paese con una popolazione di 1,4 miliardi di persone e la più grande concentrazione di industrie sulla Terra, dovrebbero guardare alla propria storia e trarne le lezioni appropriate. Invece di fulminare con retorica vuota e senza valore e accuse false e isteriche contro il Governo e le politiche della Cina, i leader e i diplomatici statunitensi farebbero meglio a leggere la risoluzione recentemente pubblicata della sesta sessione plenaria del 19° Comitato centrale del Partito comunista cinese. La risoluzione afferma infatti che la sua visione globale è uno dei 10 fattori che l’hanno aiutata a raggiungere i successi nell’ultimo secolo. Come si è espressa questa visione globale? Nell’ultimo mezzo secolo, la Cina ha contribuito incommensurabilmente alla causa della pace mondiale e ha contribuito a migliorare gli standard di vita della sua stessa gente e di altri popoli in tutto il mondo. La Cina non ha mai cercato di invadere o colonizzare altri Paesi. Invece, ha investito enormi risorse nello sviluppo della produzione alimentare e dei raccolti in Africa e America Latina. In effetti, gli investimenti infrastrutturali della Cina in Africa hanno superato quelli degli Stati Uniti o dei principali Paesi dell’Unione...
di Li Haiqing e Hang Shanshan | China Daily | 22 novembre 2021 Nel suo discorso in occasione del 100° anniversario della fondazione del Partito Comunista Cinese il 1° luglio, Xi Jinping, segretario generale del Comitato Centrale del PCC, ha affermato: “A livello fondamentale, le capacità del nostro Partito e le forze del socialismo con caratteristiche cinesi sono attribuibili al fatto che il marxismo funziona”. Il marxismo è il pensiero guida fondamentale che ha portato alla fondazione del PCC nel 1921 e della Nuova Cina nel 1949. È l’anima e la bandiera del PCC. E la storia centenaria del PCC, è la storia di come il marxismo è stato localizzato in Cina, la storia di come il popolo cinese ha sviluppato e praticato il marxismo. Il mondo sta attraversando profondi cambiamenti con la situazione internazionale che diventa sempre più complicata, l’economia mondiale in rallentamento, il protezionismo commerciale in aumento e la globalizzazione economica che affronta sfide ancora più gravi. All’interno, la principale contraddizione della Cina si è evoluta da quella tra i sempre crescenti bisogni materiali e culturali delle persone e la produzione sociale arretrata, a quella tra “sviluppo squilibrato e inadeguato e le sempre crescenti esigenze del popolo per una vita migliore”, mentre il popolo cinese andava verso la realizzazione del ringiovanimento nazionale. In questa importante congiuntura di opportunità strategiche, il Partito ha bisogno di gestire efficacemente gli imperativi sia interni che internazionali. Dovrebbe iniziare adottando misure per risolvere la principale contraddizione della società cinese e promuovendo la sinizzazione del marxismo con una chiara comprensione del complicato e mutevole ambiente internazionale. Primo, il Partito dovrebbe adattare i principi fondamentali del marxismo alla realtà cinese. Il marxismo è il sistema del socialismo con una visione scientifica del mondo. È una filosofia pratica e aperta, che è stata sinizzata e meticolosamente messa in pratica in Cina. “Sparare la freccia al bersaglio” è il modo in cui il presidente Mao Zedong ha descritto il processo per localizzare il marxismo. La Cina non avrebbe potuto vincere la nuova rivoluzione democratica senza l’adattamento del marxismo al contesto cinese. Quanto a Deng Xiaoping, ha sottolineato che: “Crediamo fermamente nel marxismo, ma il marxismo deve essere combinato con le realtà cinesi. Solo il marxismo integrato con le realtà cinesi è il vero marxismo di cui abbiamo bisogno”. Dal lancio della riforma e dell’apertura alla fine degli anni ’70, la teoria di Deng Xiaoping è stata il principio guida dell’integrazione del marxismo con le condizioni pratiche della Cina. Per sinizzare il marxismo nella nuova era, come ha detto Xi Jinping, dovremmo continuare a prendere il marxismo come guida per studiare i principali problemi teorici e pratici che hanno dovuto affrontare la Cina nello sviluppo e il PCC nella governance, e proporre il corretto corso di pensiero e metodi efficaci per superare le sfide. La comprensione del PCC delle condizioni reali deve essere basata sulle circostanze specifiche della Cina e dovrebbe sempre cercare la verità dai fatti. Solo in questo modo i principi fondamentali del marxismo possono...
Originale: https://www.geopolitica.ru/it/article/la-talassocrazia-di-marco-ghisetti di Luciano Pisani Marco Ghisetti è un giovane e promettente collaboratore della rivista di geopolitica “Eurasia”, responsabile della collana “Classici” presso “Anteo Edizioni” e responsabile della “sezione anglosassone” al “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”. La monografia “Talassocrazia” è stata pubblicata, a detta dell’autore, dopo un anno di ricerche sull’evoluzione dottrinaria del pensiero del mondo anglosassone concernente le relazioni internazionali, e in particolare del Regno Unito e degli Stati Uniti, nell’ottica di individuare le fonti originarie dalle quali esso si è sviluppato e sulle quali esso è stato costruito. Il libro propone quindi un metodo di ricerca composto da un triangolo interpretativo che unisce le contingenze internazionali con i fatti geografici e, infine, l’elemento interpretativo e volitivo che caratterizzano l’attore politico. L’aggiunta dell’elemento interpretativo e volitivo (il terzo vertice del triangolo) costituisce un’originalità nella ricerca scientifica e si caratterizza per essere un pregio punto forza che accompagna tutto il libro; esso è un punto forza poiché riesce a sondare e rendere conto non solo delle motivazioni, ma anche dei desideri e delle paure che effettivamente influenzano le decisioni che l’attore politico prende di fronte ad un dilemma a cui deve dare risposta. Ad esempio, la rivoluzione spaziale avvenuta in seno all’Inghilterra all’inizio del cosiddetto periodo colombiano (XVI-XIX), descritta da Ghisetti usando una cospicua mole di letteratura scientifica, riesce, descrivendo abilmente il contesto storico-geografico e l’orizzonte di senso entro cui l’Inghilterra si muoveva ed interpretava il mondo, a spiegare per quale ragione l’Inghilterra decise di tagliare, per così dire, il cordone ombelicale che la legava all’Europa e di diventare un “pesce-balena” (Carl Schmitt), inserendosi quindi in una rete di significato che la portò a ritenersi un Paese “dell’Europa, eppure non in Europa” che, infine, le fece praticare la più che nota politica dell’isolazionismo-interventismo e dell’equilibrio di potenza nei confronti del continente europeo mentre si estendeva lungo gli oceani del mondo, costruendo così il proprio impero transoceanico. Così facendo, Ghisetti riesce a spiegare per quale ragione un altro Paese, per esempio il Giappone, anch’esso situato in una congiuntura spazio-temporale simile a quella inglese (il Giappone è, come l’Inghilterra, un impero isolano che, da una parte, dà dirimpetto ad una enorme massa terrestre e, dall’altra, ha il vasto oceano) decise invece di chiudersi a riccio nei confronti del mondo esterno con la politica del Sakoku. Nello specifico, il testo di Ghisetti pone particolare attenzione alla particolare “rappresentazione geopolitica” o “rete di significato” all’interno dei quali i vari attori internazionali sono situati, e per la quale scelgono di intraprendere certe scelte piuttosto che altre (ad esempio, chiudersi a riccio come il Giappone o estendersi sugli oceani come l’Inghilterra). Insomma, l’uomo è certamente un animale politico ma è anche un uomo geografico, poiché esso abita, vive ed interpreta lo spazio (o gli spazi); in poche parole, “geopoliticamente abita l’uomo”. In particolare, Ghisetti pone l’attenzione alla rappresentazione geopolitica che caratterizza gli attori che decidono di seguire una politica di dominio mondiale di tipo talassocratico, la quale, evidentemente, consiste in una particolare rete di significato. Tutto ciò...
di Stefano Vernole Tornano ad animarsi i rapporti tra la Federazione Russa e l’Occidente a seguito della scelta dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di non inviare i propri osservatori internazionali alle elezioni parlamentari che si terranno in Russia tra il 17 e il 19 settembre per eleggere i 450 deputati della Duma di Stato. La decisione dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODHIR) e dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE è stata presa, secondo quanto riportato dall’organizzazione, a seguito della riduzione del numero di osservatori concessi dalle autorità russe dovute alla pandemia da Covid-19. Questa notizia non è una vera sorpresa, almeno per gli addetti ai lavori, se si considera che già nel 2007 l’OSCE aveva deciso di non inviare i propri osservatori alle elezioni russe e se si tiene conto del rapporto preliminare della missione di valutazione dei bisogni OSCE/ODIHR (redatto dopo che esperti dell’organizzazione avevano valutato la situazione della Federazione Russa con una missione in loco) in cui l’organizzazione aveva espresso giudizio negativo sull’impossibilità di elezione come deputati della Duma di persone con doppia cittadinanza, divieto esplicitato direttamente nella Costituzione aggiornata. Quanto accaduto sembra essere l’ennesima mossa volta a screditare la politica interna russa, un qualcosa già visto nel recente passato sia con il ‘caso Navalny’ che con il vaccino russo Sputnik V tanto osteggiato da Bruxelles anche in una situazione di estrema crisi come quella della pandemia. Eppure, secondo quanto si apprende dalle fonti locali russe, Mosca si era adoperata per favorire la presenza degli osservatori internazionali consentendo un numero dieci volte superiori a quello presente nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi vinte da Joe Biden con un margine molto minimo e definite dal presidente uscente Donald Trump come irregolari. La Commissione Elettorale Centrale della Russia (CEC) e il Rospotrebnadzor (Servizio federale di sorveglianza sulla tutela dei diritti dei consumatori e sul benessere umano) avevano lavorato congiuntamente per creare le condizioni necessarie al soggiorno degli osservatori e garantire la loro presenza. Lo scontro con l’ODIHR sembrerebbe essere dovuto alla volontà dell’Ufficio dell’OSCE di giocare un ruolo di primo piano, o forse unico, nella missione degli osservatori internazionali con richieste sempre più pressanti che le Autorità russe hanno ritenuto non accettabili. Dall’atteggiamento dell’ODIHR si potrebbe ipotizzare che i suoi membri abbiano dimenticato che l’osservazione internazionale deve rispettare le regole di accreditamento vigenti nel Paese di osservazione (in questo caso la Russia) e che per un regolare svolgimento del monitoraggio delle votazioni sarebbe consigliabile che nessun organismo, neanche l’OSCE, cerchi di divenire il principale attore ledendo così i diritti di altre organizzazioni o enti. La giustificazione della limitazione degli osservatori da parte della Russia nei confronti dell’OSCE è stata ritenuta insoddisfacente in un periodo in cui la pandemia da Covid-19 continua a regolare la vita di tutti i giorni di molti Paesi. Non è affatto un mistero che in alcune parti del mondo si sia tornati alla chiusura totale a causa dell’aumento di casi di positivi da Covid-19. Nessuno si è ‘scandalizzato’ quando durante...
di Federico Anaya-GallardoTraduzione per il CeSEM di Cristiano ProcenteseArticolo originale: https://politicainternacional.com.mx/2020/12/02/una-hipotesis-geopolitica-para-explicar-el-poder-del-sector-militar-mexicano/ Ultimamente, noi cittadini messicani ci siamo imbattuti in un tema deprecabile: il potere del sistema militare. E’ disdicevole non sapere molto a riguardo delle proprie Forze Armate. È disdicevole perché si presume che queste ultime siano indispensabili alla vita della Repubblica; oltre al fatto che, a volte, si sospetta non siano veramente utili. Che ci siano tre “piani di difesa nazionale”, DN1, DN2 e DN3, è un fatto abbastanza noto – poiché la maggior parte della popolazione ha visto le truppe schierarsi applicando il protocollo DN3 in caso di calamità naturali. A tal proposito, il triangolo blu della Protezione Civile è meno conosciuto della sigla DN3. Ma questo particolare – a ben vedere – ci riporta all’indignazione iniziale: se le Forze Armate sono utilizzate esclusivamente o principalmente per affrontare le catastrofi, non sarebbe meglio convertirle in un corpo di Protezione Civile? (si sottolinei la parola civile.) Quando si cerca di approfondire cosa significano DN1 e DN2, lo sconcerto aumenta. DN1 è il piano di difesa in caso di invasione straniera; DN2 il piano di difesa contro la ribellione interna. Nella prima – poiché l’unica potenza capace di invaderci sono gli Stati Uniti d’America (USA) – il piano ordina l’organizzazione popolare della resistenza perché riconosce l’incapacità delle forze militari di affrontare in modo efficae l’invasore. Nella seconda, che di fatto è stata attivata in più occasioni, le Forze Armate hanno affrontato una parte della popolazione che avevano giurato di difendere. Appaiono inutili all’esterno e anti- insurrezionali all’interno. Non c’è da stupirsi che l’argomento sia sconveniente. Un paio di recenti episodi inaspettati ci riportano al tema. Il 15 ottobre 2020, il cittadino Salvador Cienfuegos Zepeda viene detenuto all’aeroporto di Los Angeles in Alta California con l’accusa di narcotraffico da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In pochi giorni quest’ultimo viene portato davanti ad un giudice federale a Brooklyn, New York. La notizia provoca un terremoto. Questo cittadino è stato il Segretario generale della Difesa nazionale messicano tra il 2012 e il 2018. La “commentocrazia” messicana ripete parole come insolito, straordinario, inedito. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, quando il 17 novembre 2020 i pubblici ministeri federali incaricati dell’accusa di Cienfuegos chiedono al tribunale di respingere l’accusa e di autorizzare la consegna del detenuto alle autorità messicane. Il giorno successivo Cienfuegos torna a casa. Ancora una volta, insolito, straordinario, inedito. Molto scandalo, pochi fatti, analisi superficiale. In un fiume di commenti, ha sorpreso una dichiarazione dell’avvocato Ana Laura Magaloni Kerpel: “Mi ha fatto piacere il risultato. … trattenere il capo dell’esercito, colui che era a capo dell’esercito, … non è il modo di trattare un’istituzione di rilievo come quella dell’esercito “. A suo parere, l’accusa degli Stati Uniti contro Cienfuegos ha compromesso una istituzione importante proprio per la politica contro i narcotrafficanti degli stessi Stati Uniti. (È l’ora dell’opinione, 18 novembre 2020, minuto 5 ess. Nota 1.) Per la Magaloni, l’accusa americana ha colpito la disciplina, la lealtà e...
Un importante lavoro di traduzione di Giorgio Corona dall’inglese propone per la prima volta in italiano Ideali democratici e realtà, la principale opera di Harold John Mackinder, il padre della geopolitica, dopo 102 anni ancora inedita nella nostra lingua. Un libro estremamente attuale che, oltre ad analizzare i fatti storico-geografici della prima guerra mondiale, fornisce idee e soluzione concrete per un mondo più sereno e in pace; ideali localisti, nazioni equilibrate e fratellanza come apice del benessere tra di esse. Scarica un piccolo estratto di un’opera fondamentale per l’approccio alla geopolitica moderna. Acquistabile su Amazon