3 Novembre 2026

Geopolitica

dollaro
di Pepe Escobar Articolo originale pubblicato in inglese su The Cradle | Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini pubblicata sul sito Geopolitika.ru Con The Destiny of Civilization, Michael Hudson, uno dei più importanti economisti indipendenti del mondo, ci ha fornito probabilmente il manuale definitivo su dove siamo, chi comanda e se possiamo scavalcarlo. Buttiamoci subito nella mischia. Hudson inizia con un’analisi dell’etica del “prendi i soldi e scappa”, con tanto di deindustrializzazione, dato che il 90% dei ricavi delle aziende statunitensi è “utilizzato per il riacquisto di azioni e il pagamento di dividendi per sostenere i prezzi delle azioni delle società”. Questo rappresenta l’apice della strategia politica del “capitalismo finanziario”: “catturare il settore pubblico e spostare il potere monetario e bancario” a Wall Street, alla City di Londra e ad altri centri finanziari occidentali. L’intero Sud globale riconoscerà facilmente il modus operandi imperiale: “La strategia dell’imperialismo militare e finanziario statunitense consiste nell’installare oligarchie e dittature clienti e nel convincere gli alleati a unirsi alla lotta contro gli avversari designati, sovvenzionando non solo i costi bellici dell’impero (“difesa”), ma anche i programmi di spesa interna della nazione imperiale”. Questa è l’antitesi del mondo multipolare auspicato da Russia e Cina. In breve, la nostra attuale Guerra Fredda 2.0 “è fondamentalmente condotta dal capitalismo finanziario centrato sugli Stati Uniti che sostiene le oligarchie dei rentier contro le nazioni che cercano di costruire una più diffusa autosufficienza e prosperità interna”. Hudson ci ricorda in modo preveggente Aristotele, che direbbe che è nell’interesse dei finanzieri esercitare il loro potere contro la società in generale: “la classe finanziaria è stata storicamente la principale beneficiaria degli imperi, agendo come agente di riscossione”. Quindi, inevitabilmente, la principale leva imperiale sul mondo, una vera e propria “strategia di sottosviluppo”, doveva essere finanziaria: strumentalizzare la pressione del FMI per “trasformare le infrastrutture pubbliche in monopoli privatizzati e invertire le riforme del XX secolo a favore dei lavoratori” attraverso le famigerate “condizionalità” dei prestiti. Non c’è da stupirsi che il Movimento dei Non Allineati (NAM), fondato a Belgrado nel 1961 con 120 nazioni e 27 osservatori, sia diventato una minaccia per la strategia globale degli Stati Uniti. Questi ultimi, com’era prevedibile, reagirono con una serie di guerre etniche e con le prime incarnazioni della rivoluzione cromatica, creando dittature su scala industriale, da Suharto a Pinochet. Il culmine è stato un cataclismatico incontro a Houston il 19 dicembre 1990 per “celebrare” la dissoluzione dell’URSS, mentre Hudson ci ricorda come l’FMI e la Banca Mondiale “hanno preparato un piano per i leader russi per imporre l’austerità e dare via i propri beni – non importa a chi – in un’ondata di ‘terapia d’urto’ per lasciare che la presunta magia della libera impresa crei un libero mercato neoliberista”. In larga misura, la nostalgia per lo stupro e il massacro della Russia degli anni ’90 alimenta quella che Hudson definisce la Nuova Guerra Fredda, in cui la Diplomazia del Dollaro deve affermare il proprio controllo su ogni economia straniera. La Nuova Guerra Fredda non...
thumb-1920-595980
di Patrizio Antonini Articolo pubblicato il 4 Novembre 2020 sul sito internet comedonchisciotte.org Gli scrittori di fantascienza e gli strateghi militari pensavano già molti anni fa – prima degli anni ’80 – ad un sistema di centralizzazione delle informazioni capace di distribuirle, poi, su scala globale alle basi militari in pochi secondi e per mezzo di una intelligenza robotica. Non preoccupatevi, non stiamo per propinarvi una delle solite metafore mozzafiato film-realtà, magari con citazione di Orwell dietro l’angolo che va sempre forte, ma qualcosa di sottilmente diverso: D’altro canto, dagli anni 60′ in poi, gli scrittori di fantascienza hanno mutato il loro paradigma smettendo di ricercare il “sense of wonder” avventuroso di stampo verniano-haggardiano – e per netta conseguenza anche burroughsiano – che è stato sostituito da un’attenzione assidua allo sviluppo tecnologico militare, di guerra psicologica, di intelligence e sorveglianza per orientare la precisione delle loro distopie predittive ( vedi sotto *n.1). Hallison, Silverberg, Gibson, Vinge tra i tanti, sono una cristallina manifestazione di tutto questo. Il discorso è comprensivo anche di logiche non troppo diverse dalla “Dead Hand” tradotto in “Sistema Perimetrale” ovvero quell’arma in grado di innescare missili usata principalmente nella logica di deterrenza “Fail Deadly” durante la Guerra Fredda. Sappiamo bene che il conflitto tra USA e CINA ottemperante ad una linea di sviluppo imparentata con i concetti di guerra fredda ha le tecnologie intelligenti, l’esplorazione spaziale, l’approvigionamento energetico e le criptovalute come obiettivi primari. Le istanze di espansione delle tecnologie intelligenti stanno beneficiando di un potenziamento del tutto accelerato anche in ambito bellico, in aggiunta a quello civile che Shoshana Zuboff ¹  racconta nelle sue inchieste parzialmente toccate anche nel nostro articolo sulla storia partita dal protocollo IPTO e la militarizzazione dei social network. Tra le molte cose che la presunta pandemia è stata in grado di fare vi è quella di provocare un impedimento severo all’efficienza dei membri dei servizi sensibili degli Stati Uniti: US Air force One riportava 33.000 membri estromessi per contagio dalle loro funzioni [1] e quel numero è aumentato. Anche questo, ma ovviamente non solo questo, ha contribuito a convincere il Pentagono a portare avanti una accelerazione di tutte le procedure per il potenziamento delle tecnologie intelligenti in ambito militare finalizzate ad operazioni critiche. Ovviamente gli sviluppi pandemici sembrano aver velocizzato tutto questo, ma non si può ignorare il sentore che la valanga avesse bisogno soltanto di una “spintarella”. Tra le linee di sviluppo in questo ambito sono previste sentinelle robotiche, droni di sorveglianza dei campi di battaglia e sottomarini autonomi. Potremmo certo identificare queste operazioni come l’occasione di imporre un metodo di sostituzione e svecchiamento di alcune armi standard con quelle dotate di I.A., ma il livello ritmico che il Pentagono si prepara ad imporre è probabilmente destinato a crescere non solo nei tempi, ma anche nella capillarità e nel “grado di affidamento” alle I.A. Secondo quelle che vengono definite “Urgenti Questioni di sicurezza per i pericoli che si stanno prospettando” sono in progetto non solo armi ordinarie intelligenti come...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Dopo le proteste dello scorso gennaio, il presidente Toqaev ha indetto un referendum per riformare la costituzione kazaka. L’ex repubblica sovietica, intanto, resta saldamente nell’orbita russa e rafforza i suoi legami con Mosca. Nel gennaio del 2022, il Kazakistan è stato attraversato da violente proteste che la stampa occidentale aveva attribuito a ragioni interne, ma che noi avevamo analizzato più correttamente alla luce delle politiche aggressive dell’Occidente nei confronti dei Paesi posti ai confini della Russia. Alla luce di quanto accaduto successivamente, i fatti ci hanno dato ragione: i “moti” kazaki avevano la stessa origine e lo stesso obiettivo di quelli che erano sorti nei mesi precedenti in Bielorussia e Kirghizistan, così come a destabilizzare i confini russi hanno contribuito la crisi ucraina ed il conflitto tra Armenia e Azerbaigian nel Caucaso. Come avevamo esplicato nei nostri articoli, tutte le presunte ragioni che sarebbero state alla base delle proteste in Kazakistan erano facilmente smentibili dati alla mano. Né la supposta disuguaglianza presente nel Paese né l’aumento dei prezzi del carburante potevano fornire una motivazione sufficiente a dei moti che hanno portato a scene di violenza e distruzione che non si vedono neppure lontanamente in Paesi dove questi problemi sono ben più presenti. Per mettere a tacere le proteste, comunque, il presidente Qasym-Jomart Toqaev decise di dare il via ad un processo di riforma costituzionale che rappresentasse un passo verso le richieste di quella parte della popolazione che comunque aveva manifestato un certo malcontento. Il 29 aprile, Toqaev ha indetto un referendum popolare per l’approvazione della riforma per il 5 giugno. Gli emendamenti proposti limitano l’autorità del capo dello Stato, ampliando notevolmente il potere del parlamento e degli organi rappresentativi locali; rafforzano sistematicamente la sfera dei diritti umani; ripristinano la Corte Costituzionale; cementano l’abolizione definitiva della pena di morte; e rimuovono le clausole sullo status privilegiato del primo presidente del Kazakistan indipendente, Nursultan Nazarbaev. Secondo i dati rilasciati dalla Commissione Centrale per il Referendum, l’affluenza alle urne ha superato abbondantemente il quorum richiesto del 50%, raggiungendo il 68,44% degli aventi diritto, ed il 76,7% dei votanti si è espresso a favore della riforma. I dati, seppur ancora provvisori, non lasciano dubbi sull’esito favorevole della consultazione popolare. Il referendum dovrebbe contribuire a riportare la stabilità nell’ex repubblica sovietica, che attraverso la propria politica estera conferma la propria appartenenza alla sfera d’influenza russa. La stampa occidentale aveva già gridato all’abbandono del legame con Mosca quando il governo kazako aveva annunciato di non aver intenzione di partecipare direttamente all’operazione speciale russa in Ucraina. Tuttavia, questo non ha influito sui rapporti bilaterali russo-kazaki. La scorsa settimana, il primo ministro kazako Álıhan Smaıylov, in carica da gennaio, si è recato a Mosca per incontrare il proprio omologo Michail Mišustin, ed i due capi di governo hanno raggiunto importanti accordi per il rafforzamento della cooperazione russo-kazaka. “Apprezziamo sinceramente la nostra amicizia, il vicinato e l’alleanza con il Kazakistan. Ciò è particolarmente importante nelle attuali condizioni difficili a causa delle sanzioni unilaterali illegali imposte da stati ostili alla Russia“, ha affermato Mišustin. “Nonostante la guerra delle sanzioni che è stata lanciata contro di...
taiwan-cina
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE Il 26 maggio, Qing Gang, ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese negli Stati Uniti, ha pubblicato un articolo sulla questione di Taiwan sul sito del South China Morning Post. Di seguito la traduzione integrale dell’articolo. Il principio di “una sola Cina” è stato il fondamento delle relazioni Cina-USA, nonché della pace e della stabilità lungo lo Stretto di Taiwan. Questo fondamento, tuttavia, è in pericolo come mai prima d’ora. Taiwan fa parte della Cina fin dai tempi antichi. Il generale Zheng Chenggong è ricordato come un eroe nazionale per aver ripreso Taiwan dai coloni olandesi 360 anni fa. L’Università Cheng Kung di Taiwan è stata chiamata in suo onore. Ricordo che, subito dopo aver assunto l’incarico di ambasciatore, un veterano novantenne di Taiwan mi disse che desiderava vedere Taiwan tornare alla Cina nel tempo che gli restava da vivere, e che desiderava poter rivisitare la sua città natale sulla terraferma. Taiwan e la terraferma sono state separate a causa della guerra civile cinese negli anni ’40. Ma i popoli delle due parti condividono la stessa discendenza e la stessa lingua. Hanno una forte affinità culturale e le loro economie sono sempre più integrate. Nell’ultimo decennio, il commercio attraverso lo Stretto è raddoppiato a 328,3 miliardi di dollari. Il personal trainer di Taiwan Liu Genghong è oggi uno degli influencer dei social media più popolari sulla terraferma, con oltre 60 milioni di follower che si allenano con lui. Le applicazioni dei social media della terraferma sono ampiamente amate e utilizzate dal popolo di Taiwan. Il governo cinese è impegnato nello sviluppo pacifico delle relazioni attraverso lo Stretto. Abbiamo fatto del nostro meglio per una pacifica riunificazione, poiché questo è nel migliore interesse dell’intera nazione, compresi i nostri fratelli e sorelle a Taiwan. Allo stesso tempo, non rinunciare all’uso della forza non è mirato al popolo taiwanese, ma a scoraggiare i separatisti dell’“indipendenza di Taiwan” e le interferenze esterne. Promuovere la riunificazione pacifica senza rinunciare all’uso della forza sono come due facce della stessa medaglia. Il loro scopo ultimo è creare condizioni favorevoli per una riunificazione pacifica. A tal fine deve essere rispettato il principio di “una sola Cina”, e il principio è inteso come segue: c’è una sola Cina; Taiwan non è un Paese sovrano, ma parte della Cina; il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. Questo è stato a lungo un consenso internazionale solidamente basato sul diritto internazionale. La Dichiarazione del Cairo emessa dai leader di Cina, Stati Uniti e Gran Bretagna nel 1943 afferma chiaramente che tutti i territori che il Giappone ha rubato ai cinesi, come Taiwan e le isole Penghu, saranno restituiti alla Cina. La Dichiarazione di Potsdam del 1945 affermava che i termini della Dichiarazione del Cairo sarebbero stati rispettati. La risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvata nel 1971 riconosceva che i rappresentanti del governo della Repubblica Popolare Cinese sono gli unici rappresentanti legittimi della Cina alle Nazioni Unite. Sulla base del principio della Cina unica, 181 Paesi, compresi gli Stati...
di Lazzat Ramazanova, vicepresidente della Commissione nazionale presidenziale per gli affari femminili e la politica demografica della Repubblica del Kazakistan Nonostante i numerosi sforzi per portare avanti l’agenda per l’uguaglianza delle donne a livello globale, c’è ancora molto da fare. Sebbene la promozione dell’uguaglianza di genere nei settori economico, politico e sociale faccia spesso notizia, un’area che viene raramente considerata è l’uguaglianza nella sfera del lavoro interreligioso, del dialogo religioso e in connessione con questo è il contributo delle donne alla risoluzione dei conflitti e al consolidamento della pace. La religione è stata storicamente più associata agli uomini. Ciò non sorprende dato che per anni le donne hanno lottato per ottenere l’uguaglianza in tutti i settori della vita, dalla casa al posto di lavoro, e soprattutto in posizioni di leadership. Eppure, la religione gioca un ruolo significativo nella vita delle donne. Solo negli Stati Uniti, l’86% delle donne è affiliato a una religione, con il 63% che afferma che la religione è importante nella propria vita. Le donne possono svolgere un ruolo significativo come operatrici di pace, sostenitrici della nonviolenza e della tolleranza e contribuire all’armonia interreligiosa e al dialogo tra culture e civiltà diverse. Uno studio dell’International Peace Institute su 182 accordi di pace firmati tra il 1989 e il 2011 ha rilevato che quando le donne sono incluse nei processi di pace, c’è un aumento del 35% nella probabilità che un accordo di pace duri 15 anni o più. Le prove indicano che le donne partecipanti ai processi di pace di solito si concentrano meno sul bottino della guerra e più sulla riconciliazione, lo sviluppo economico, l’istruzione e la giustizia di transizione, tutti elementi critici di una pace duratura. Eppure, nonostante queste statistiche positive, le donne sono spesso escluse dai processi formali di pace. Tra il 1992 e il 2019, le donne hanno costituito, in media, il 13% dei negoziatori, il 6% dei mediatori e il 6% dei firmatari nei principali processi di pace nel mondo. A questo proposito, è importante notare che il Kazakistan ha adottato il suo primo piano d’azione nazionale sulla Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull’agenda Donne, Pace e Sicurezza nel dicembre 2021. È quindi fondamentale che le società promuovano l’inclusione delle donne negli sforzi per costruire ponti tra comunità e Paesi, in particolare quelli con credenze religiose ed etnie diverse. Dal 14 al 15 settembre, il Kazakistan ospiterà il VII Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali e Tradizionali. Mentre l’evento si concentrerà principalmente sul ruolo dei leader religiosi nello sviluppo socio-spirituale dell’umanità nel periodo post-pandemia, una delle sezioni del Congresso è dedicata al contributo delle donne al benessere e allo sviluppo sostenibile di società. L’obiettivo è trovare il modo per i leader religiosi di formulare e considerare proposte sulla promozione del ruolo delle donne. Il Congresso di quest’anno sarà significativo con la partecipazione di diversi leader religiosi di alto rango, tra cui papa Francesco, il grande imam di al-Azhar Ahmed el-Tayeb, il patriarca Kirill della Chiesa ortodossa russa,...
belgrado-ambasciata-cinese
di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 7 maggio 1999, nell’ambito della guerra di aggressione perpetrata dalla NATO contro la Jugoslavia, le forze del Patto Atlantico bombardarono l’ambasciata cinese a Belgrado, uccidendo tre giornalisti del Paese asiatico. Nel maggio del 1999, eravamo nel pieno dell’operazione Allied Force, nome scelto per indicare la guerra d’aggressione perpetrata dalle potenze della NATO a guida statunitense nei confronti della Jugoslavia, al fine di provocare la caduta del presidente legittimo Slobodan Milošević e la perdita di parte del territorio nazionale attraverso la creazione di un Kosovo indipendente. Il 7 maggio, tuttavia, avvenne un grave episodio che coinvolse un Paese terzo, quando gli attacchi aerei colpirono l’ambasciata cinese a Belgrado, provocando la morte di tre giornalisti del Paese asiatico, Shao Yunhuan, Xu Xinghu e Zhu Ying. A 23 anni da quell’evento, alti rappresentanti di Cina e Serbia si sono riuniti per commemorare l’attacco terroristico perpetrato dalla NATO e le sue vittime. La delegazione diplomatica orientale è stata guidata da Tian Yishu, incaricato d’affari presso l’ambasciata cinese in Serbia, mentre per il governo serbo hanno partecipato, tra gli altri, il ministro degli Interni, Aleksandar Vulin, e il ministro dell’Occupazione e degli Affari Sociali, Darija Kisić Tepavčević. Tian ha affermato che il popolo cinese non dimenticherà mai le barbare atrocità commesse dalla NATO, né dimenticherà che la NATO ha bombardato il paese per 78 giorni consecutivi con il pretesto di “salvaguardare i diritti umani“. Vulin ha affermato che l’invasione della NATO nel 1999 ha rappresentato un crimine contro una nazione sovrana e il suo popolo e ha violato gravemente il diritto internazionale. “La Serbia non smetterà mai di chiedere alla NATO di assumersi la responsabilità dei suoi crimini e la Serbia sarà sempre un amico affidabile per la Cina“, ha osservato il ministro di Belgrado. L’episodio era stato ricordato anche in una conferenza stampa tenuta lo scorso 24 febbraio dal portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, il quale aveva affermato che “la NATO ha ancora un debito di sangue nei confronti del popolo cinese“. “Ironia della sorte, mentre le persone in Cina e Serbia commemorano la morte delle vittime delle barbare atrocità della NATO guidate dagli Stati Uniti 23 anni fa, la NATO non ha affievolito la sua agenda espansionistica né attenuato la sua aggressione, alimentando le fiamme sulla crisi ucraina e infangando la Cina con accuse diffamatorie“, commenta un articolo pubblicato dal Global Times. Dopo il bombardamento dell’ambasciata cinese, l’allora presidente Bill Clinton e il segretario di Stato alla Difesa William Cohen si affrettarono a scusarsi e a giustificare l’episodio come un incidente causato dall’utilizzo di una “mappa obsoleta“: “In parole povere, uno dei nostri aerei ha attaccato il bersaglio sbagliato perché le istruzioni di bombardamento erano basate su una mappa obsoleta“, furono le precise parole di Cohen. “Il nocciolo della spiegazione della CIA era difficile da credere per molti: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato un altro Paese membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e uno dei più accesi oppositori della campagna aerea della NATO a causa di un errore di mappatura“, avrebbe commentato Kevin Ponniah in un articolo pubblicato dalla BBC nel ventennale dell’attacco....
Nuclear-terrorism
di Evgeny Pashentsev Articolo originale in lingua inglese pubblicato sul sito MODERN DIPLOMACY Secondo le dichiarazioni ufficiali della Federazione Russa, l’operazione militare speciale cin Ucraina mira sia a “smilitarizzare” che a “denazificare” il Paese. Questa operazione viene eseguita in un grande Stato dotato di un’industria nucleare sviluppata, un esercito abbastanza potente (il più grande in Europa al di fuori di Russia e Turchia) e un’elevata potenza di fuoco (22° posto nel mondo secondo la classifica della forza militare del 2022 (Global Firepower, 2022)). Uno degli obiettivi primari dell’operazione è garantire la sicurezza delle strutture atomiche ucraine durante l’operazione militare. Ciò che aumenta significativamente il rischio, tuttavia, è il fatto che le vecchie centrali elettriche dell’Ucraina – piene di reattori, sistemi di raffreddamento, turbine ed altri componenti chiave – richiedono un’attenta manutenzione e monitoraggio, operazioni che, ovviamente, possono essere interrotte durante la guerra (Skibba e Barber, 2022).Oggi ci sono quattro centrali nucleari in funzione in Ucraina, con 15 unità di potenza e una capacità installata totale di 13.835 MW – il 26,3% della capacità totale di tutte le centrali in Ucraina (Uatom, 2021). Gli impianti nucleari ucraini sono stati progettati per avere una vita operativa di 30 anni. Sfortunatamente, questa durata è già stata superata da 12 unità; l’Ispettorato statale per la regolamentazione nucleare dell’Ucraina (Gosatomregulirovaniya) ne ha esteso la durata di 10-20 anni (My.Ua, 2021).Questa decisione ha sollevato interrogativi inquietanti da più parti. Il 25 gennaio, un mese prima dell’inizio delle ostilità, presso la centrale nucleare di Khmelnytsky, l’unità n. 1 è stata spenta a causa “dell’attivazione del trasformatore di blocco di protezione differenziale, seguita dall’attivazione della protezione del reattore“. L’unità è stata messa in funzione nel lontano 1988 e la sua vita operativa doveva terminare nel 2018. Lo stesso giorno, l’unità 4 della centrale nucleare di Zaporizhzhya – a cui prevista vita operativa di questa unità è terminata nel 2020 (Infox, 2022) – è stata spenta per poter procedere all’eliminazione delle “perdite di gas dal turbogeneratore“. Sembra evidente che le autorità ucraine abbiano ignorato i crescenti rischi derivanti dall’utilizzo di vecchie apparecchiature nelle centrali nucleari. Nel corso delle operazioni militari, ci sono anche rischi molto concreti che le strutture atomiche possano essere danneggiate da un missile vagante o da un proiettile di artiglieria. Mentre gli esperti occidentali ritengono che l’esercito russo non prenderebbe di mira deliberatamente una centrale nucleare, un errore accidentale potenzialmente disastroso – che potrebbe danneggiare milioni di ucraini e anche i vicini russi – non è da escludere. “Questo è certamente qualcosa per cui, penso, i russi farebbero uno sforzo per evitare che succeda, non solo perché non vogliono contaminare il Paese che stanno cercando di occupare, ma anche perché l’Ucraina ha bisogno dell’elettricità prodotta da quegli impianti”, afferma Ed Lyman , scienziato della sicurezza globale presso l’Union of Concerned Scientists e coautore del libro Fukushima: The Story of a Nuclear Disaster (Skibba and Barber, 2022). Senza ombra di dubbio, visto anche il perdurare delle ostilità, Ucraina e Russia non sono interessate al verificarsi di una nuova Chernobyl...
geopolitica-houshofer
di Carlo Terracciano Articolo pubblicato dal blog NEMICI DEL SISTEMA In questo articolo datato 2005, Carlo Terracciano espone in maniera limpida e da un punto di vista europeo e moderato la visione eurasiatista. Questo tipo di analisi, senza tempo, aiuta a decifrare costantemente gli avvenimenti di attualità e orienta senza dubbio ad una visione chiara ed esatta. “L’idea eurasiatica rappresenta una fondamentale revisione della storia politica, ideologica, etnica e religiosa dell’umanità; essa offre un nuovo sistema di classificazione e categorie che sostituiranno gli schemi usuali. Così l’eurasiatismo in questo contesto può essere definito come un progetto dell’integrazione strategica, geopolitica ed economica del continente eurasiatico settentrionale, considerato come la culla della storia e la matrice delle nazioni europee.” Alexander Dugin Continenti e geopolitica L’Eurasia è un continente “orizzontale”, al contrario dell’America che è un continente “verticale”. Cercheremo di approfondire poi questa perentoria affermazione analizzando la storia e soprattutto la geografia, in particolare eurasiatica. Terremo ben presente che in geopolitica la suddivisione dei continenti non corrisponde a quella accademica, ancor oggi insegnata nelle nostre scuole fin dalle elementari, e che, comunque, se un continente è “una massa di terre emerse e abitate, circondata da mari e/o oceani”, è evidente che l’Europa, come continente a sé stante (assieme ad Asia, Africa, America e Australia), non risponde neanche ai requisiti della geografia scolastica. Ad est infatti essa è saldamente unita all’Asia propriamente detta. La linea verticale degli Urali, di modesta altezza e degradanti a sud, è stata posta ufficialmente come la demarcazione trai due continenti, prolungata fino al fiume Ural ed al Mar Caspio; ma non ha mai rappresentato un vero confine, un ostacolo riconosciuto rispetto all’immensa pianura che corre orizzontalmente dall’Atlantico al Pacifico. La nascita e l’espansione della Russia moderna verso est, fino ad occupare e popolare l’intera Siberia, non è altro che la naturale conseguenza militare e politica di un dato territoriale: la sostanziale unità geografica della parte settentrionale della massa eurasiatica, la grande pianura che corre dall’Atlantico al Pacifico, distinta a sud da deserti e catene montuose che segnano il vero confine con l’Asia profonda. Nel suo libro Pekino tra Washington e Mosca (Volpe, Roma, 1972) Guido Giannettini affermava: “Riassumendo, dunque, il confine tra il mondo occidentale e quello orientale non sta negli Urali ma sugli Altai”. Inseriva quindi anche la Russia con la Siberia in “occidente” e ne specificava di seguitole coordinate geografiche: “la penisola anatolica, i monti del Kurdistan, l’altopiano steppico del Khorassan, il Sinkiang, il Tchingai, la Mongolia, il Khingan, il Giappone”. Semplificando possiamo dire che il vero confine orizzontale tra le due grandi aree geopolitiche della massa continentale genericamente eurasiatica è quello che separa l’Europa (con la penisola di Anatolia) più la Federazione Russa, con tutta la Siberia fino a Vladivostok, dal resto dell’Asia “gialla” (Cina, Corea Giappone); nonché dalle altre aree geopoliticamente omogenee (omogenee per ambiente, storia, cultura, religione ed economia) dell’Asia (Vicino Oriente arabo-islamico, mondo turanico, Islam indoeuropeo dal Kurdistan all’Indo, subcontinente indiano, Sudest asiatico peninsulare e insulare fino all’Indonesia). Più che di un confine di tipo moderno si...
Webinar-Geopolitica-e-conflitti-Caucaso-768x432
SpecialEurasia  organizza un webinar dal titolo “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” il cui obiettivo è quello di analizzare l’attuale situazione della regione caucasica focalizzando l’attenzione sulle problematiche e le opportunità che questa area di primaria importanza strategica offre. Il giorno giovedì 27 gennaio 2022 alle ore 19.00 SpecialEurasia in collaborazione con Notizie Geopolitiche,  il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Opinio Juris organizza il webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” in cui verrà presa in esame l’interità della regione caucasica focalizzando l’attenzione sui conflitti che la caretterizzano, sugli interessi geopolitici di attori regionali e internazionali così come sulle opportunità economiche e di investimento per l’Italia. Webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali” (specialeurasia.com) Riscoperto a livello internazionale dopo la caduta dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991, la regione del Caucaso rappresenta il ‘ponte’ naturale tra l’Europa e l’Asia e la ‘frontiera’ tra il mondo cristiano e quello musulmano che si caratterizza come un’area di primaria importanza dal punto di vista strategico, economico e socio-culturale. Affacciata sul Mar Nero e sul Mar Caspio, via di attraversamento che permette l’accesso verso il mercato europeo oppure asiatico, il Caucaso a seguito della caduta dell’Unione Sovietica ha visto la nascita di entità statali autonome ed indipendenti la cui storia è stata spesso segnata da conflitti interni o con gli stati vicini. Recentemente la regione ha richiamato un forte interesse internazionale, in special modo a seguito del Conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 che ha visto l’Azerbaigian riuscire a riconquistare una parte significativa del territorio perso durante la guerra del 1992-1994 . Tale conflitto ha avuto ovviamente un effetto positivo sul Governo di Baku grazie ad una vittoria contro l’Armenia che subito dopo è stata investita da una crisi politica interna e da forte dissenso tra il Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’opposizione e la popolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno) (L’Armenia dopo le elezioni parlamentari). Il conflitto ha decretato un nuovo assetto geopolitico regionale con l’asse turco-azerbaigiano in ascesa e la Russia impegnata a mantenere l’equilibrio nel suo blizhnee zarubezhe (vicino estero) riuscendo così a dispiegare i propri soldati in attività di peacekeeping anche al confine armeno-azerbaigiano. Anche l’Iran, da sempre attore coinvolto nelle dinamiche caucasiche, ha subito gli effetti della guerra raggiungendo un livello di tensione con l’Azerbaigian (che sembrerebbe essersi ultimamente attenuato) in un terreno di ‘scontro’ rappresentato dalla fitta rete di trasporti e comunicazione che il Caucaso possiede (Azerbaijan-Iran crisis and Tehran-Yerevan’s new transit route). Parlando sempre di Caucaso meridionale è doveroso citare la Georgia orientata verso l’asse Washington-Bruxelles in un periodo storico caratterizzato da problemi economici e politici interni e dalla continua crisi con la Russia per quel che riguarda le repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud (Sogno Georgiano vince le elezioni amministrative tra polemiche e agitazione; South Ossetia and Abkhazia cooperation and the geopolitics of the Caucasus) . In questa desamina non si può escludere il Caucaso del Nord, regione che fa parte della Federazione Russa e che fin dalla caduta dell’Unione Sovietica è stata caratterizzata da conflitti interetnici, movimenti etnonazionalisti come quello dei ceceni che...