di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE La visita di Nancy Pelosi a Taiwan ha rappresentato una grave provocazione del governo statunitense nei confronti di quello cinese. Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri, ha espresso il punto di vista di Pechino in tre conferenze stampa tenute tra il 3 e il 5 agosto. La visita di Nancy Pelosi a Taiwan ha rappresentato una chiara provocazione nei confronti della Repubblica Popolare Cinese. Non contenti di continuare a fomentare il conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti stanno portando il pianeta sull’orlo della terza guerra mondiale, facendo salire la tensione anche in Estremo Oriente, nonostante gli sforzi di Pechino per il mantenimento della pace sulle due sponde dello Stretto di Taiwan. Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, ha smentito la propaganda statunitense, mettendo in evidenza l’ipocrisia e i veri scopi di Washington. “La questione della sua visita non riguarda la democrazia, ma la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Ciò che ha fatto non è sicuramente sostenere o difendere la democrazia, ma una provocazione e una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale della Cina”, ha detto Hua in una conferenza stampa tenuta il 3 agosto. “Il tipo di democrazia a cui fa riferimento Pelosi non è altro che un abito ornato con i pidocchi che strisciano su di esso. Potrebbe sembrare magnifico da lontano, ma non potrebbe resistere a un esame ravvicinato. Dalla rivolta del Campidoglio, dalla morte di George Floyd, dalla sparatoria alla Robb Elementary School e dagli oltre un milione di morti per Covid negli USA, vediamo l’ipocrisia e il sangue freddo del tipo di democrazia a cui si riferisce Pelosi. Vediamo il vuoto impegno e la cosiddetta forza di questo tipo di democrazia da ciò che l’esercito statunitense ha fatto in Iraq e Siria e dalla sua ritirata da Kabul”, ha proseguito la portavoce. Naturalmente, di fronte alle provocazioni statunitensi, non si può pensare che la Cina resterà passivamente a guardare: “La Cina farà tutto il necessario per sostenere fermamente la propria sovranità e integrità territoriale. Tutte le conseguenze che ne deriveranno saranno a carico della parte statunitense e delle forze separatiste della cosiddetta ‘indipendenza di Taiwan’”, ha affermato Hua, rispondendo alle domande dei giornalisti. “C’è una sola Cina al mondo e Taiwan fa parte della Cina. Il governo della Repubblica Popolare Cinese è l’unico governo legale che rappresenta l’intera Cina. Questo è al centro del principio di ‘una sola Cina’ e anche un consenso universale della comunità internazionale e una norma fondamentale nelle relazioni internazionali”, ha spiegato la funzionaria del governo cinese. “Un totale di 181 Paesi, compresi gli Stati Uniti, hanno stabilito relazioni diplomatiche con la Cina sulla base del principio di ‘una sola Cina’”. Secondo la parte cinese, nonostante gli Stati Uniti si attengano ufficialmente al principio di “una sola Cina”, negli ultimi anni hanno operato un cambio di rotta, lanciando numerose provocazioni nei confronti di Pechino: “Il governo degli Stati Uniti avrebbe dovuto frenare il tentativo di visitare Taiwan da parte del suo terzo membro di grado più alto....
Geopolitica
di Veronica Vuotto “Solo con radici profonde un albero può dare frutti ricchi; solo piena d’olio, può una lampada ardere luminosa”1. Con questa metafora, Xi Jinping ha voluto rappresentare l’evoluzione della cooperazione sino-africana che, da anni ormai, è un punto focale nella strategia cinese. Se inizialmente, la cooperazione era pensata in funzione anti-Taiwan e anti-Occidente, col tempo, la Cina ha scoperto i numerosi benefici che poteva trarre da una terra così ricca. Tuttavia, si tratta davvero di una cooperazione win-win o vi è il rischio di una nuova forma di colonialismo? “Cina e Africa nella nuova era: un partenariato di eguali” (新时代的中非合作): è questo il titolo del libro bianco, pubblicato il 26 novembre 2021 dal Consiglio di Stato cinese, relativo alla cooperazione tra i due continenti; un partenariato che ha legami storici ben radicati in profondità e la cui importanza è stata ribadita, per iscritto, in questo white paper di circa 21 mila caratteri, primo documento emesso dal governo cinese che descrive in maniera complessiva i rapporti tra i due partner dopo la convocazione del XVIII Congresso del PCC2. Il documento è diviso in preambolo, testo e conclusioni e si compone di quattro parti3, nelle quali viene sottolineato il forte interesse nel rafforzare l’unità e la cooperazione tra il Paese in via di sviluppo più grande, ovvero la Cina, e il continente che raggruppa il maggior numero di Paesi in via di sviluppo. Con questa pubblicazione, dunque, la Cina ha voluto rendere noti i risultati di tanti anni di cooperazione con i partner del continente nero e, guardando al futuro, offrire prospettive, di lungo termine, per il continuo sviluppo di questo partenariato bilaterale nella nuova era. Come dicevamo in apertura di questo breve saggio, per rintracciare le prime forme di cooperazione bisogna guardare molto indietro nel tempo. Le prime tracce di connessioni storiche, culturali, economiche, sociali e militari tra la Cina e il continente africano, infatti, risalgono ai tempi della prima Via della Seta, durante la dinastia Han, tra il II secolo a.C. e il II secolo d.C, quando lo scambio di beni pregiati faceva registrare prime forme di commercio tra i due continenti. L’antica Via della Seta, antenata dell’attuale One Belt One Road Initiative, consisteva in un tipo di commercio interstatale pacifico e di scambio culturale che si estendeva per oltre 10.000 chilometri dalla Cina, specificatamente a Chang’an (oggi Xi’an), fino a Roma. Nell’era contemporanea, invece, le relazioni sino-africane hanno registrato un “nuovo inizio” dopo il 1949, anno della nascita della Repubblica Popolare Cinese guidata dal Partito Comunista Cinese di Mao Zedong. Da questo momento, nel corso poi delle successive leadership, la Cina ha cambiato spesso volto, in particolar modo per quanto riguarda la sua posizione sullo scenario internazionale. Interessante è notare come la crescita del potere della Cina – così come il rapporto con l’Africa – siano in qualche modo legati anche alla partecipazione di Pechino alle organizzazioni internazionali, iniziata a seguito del riconoscimento, da parte dell’ONU, della Repubblica Popolare Cinese (RPC) come la sola rappresentante legittima...
di Stefano Vernole E per dirla senza mezzi termini, gli interessi principali della Cina sono due: il primo è che la posizione dominante del Partito Comunista non venga disturbata; il secondo è che la strada del ringiovanimento della Nazione cinese non venga interrotta1. La visione del PCC e il Chinese Dream Poco dopo la chiusura del Diciottesimo Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, il neoeletto Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, si recò al Museo Nazionale Cinese con altri leader cinesi il 29 novembre 2012, per vedere la mostra “The Road of Rejuvenation” sui 100 anni di lotta della nazione cinese moderna. Dopo aver visto la mostra, Xi Jinping affermò che tutti hanno ideali e aspirazioni oltre che sogni e che realizzare il grande ringiovanimento della nazione cinese è stato il più grande sogno del popolo cinese fin dai tempi moderni. Quella è stata la prima volta che un leader ha parlato del sogno cinese, ed ha espresso vividamente l’ideale comune e l’aspirazione del proprio popolo. Nel discorso che ha pronunciato nel marzo 2013 dopo essere stato eletto presidente della Cina, Xi Jinping ha discusso in modo più dettagliato del “sogno cinese”. Ha osservato che realizzare il grande ringiovanimento della nazione significa rendere il Paese prospero e forte e rendere felici le persone. Da allora, in diverse occasioni, ha affrontato ulteriormente diverse questioni riguardanti il “sogno cinese”, come realizzarlo e la sua relazione con il Mondo2. Il 1° luglio 2021 il Partito Comunista Cinese (PCC) ha festeggiato con tutti gli onori l’anniversario del proprio centenario. È stata un’occasione di bilanci e di celebrazione del proprio modello, considerato dallo stesso presidente Xi Jiping “l’unica soluzione per coronare il Chinese Dream e portare la Cina ad essere a tutti gli effetti una potenza globale della nuova era entro il 2049”. In quella data, infatti, mentre la Repubblica Popolare festeggerà il primo secolo di storia, contemporaneamente, il Partito Comunista Cinese celebrerà cento anni al governo del Paese. La sostenibilità di questo progetto si scontra però con le variabili demografiche, sociali ed economiche della Cina. Si legge Zhōnghuá mínzú wěidà fùxīng e si traduce “Il grande rinascimento della nazione cinese”. Il termine “rinascimento” risale al culmine dell’era imperiale della Cina, quando quest’ultima era leader tecnologico e culturale in Asia. In seguito all’indebolimento della dinastia Qing nel XIX secolo, le nazioni occidentali invasero il Regno di Mezzo e costrinsero la Cina a fare una serie di concessioni territoriali e commerciali, determinando un periodo che è passato alla storia come “il secolo delle umiliazioni”. Quello della rinascita nazionale è dunque un concetto imprescindibile per il PCC che ritiene questo periodo della storia cinese “vergognoso”, avendo oscurato la grandezza e la centralità della sua civiltà. Esso sottolinea l’importanza cruciale di “far rinascere” la nazione affinchè venga ammirata e trattata come merita, in contrapposizione a quel secolo buio. La questione demografica cinese Con i suoi 1,4 miliardi di abitanti, la Cina è esempio eclatante di come il fattore demografico possa essere un punto...
A cura di Readovka Negli ultimi anni molti dei soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Marco Ghisetti, redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, editore di “Anteo Edizioni” e collaboratore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, ha espresso le seguenti osservazioni ad un giornalista dell’agenzia giornalistica russa Readovka. https://readovka.world/news/105637 Come sta reagendo alla crisi ucraina la società italiana? Ci sono persone in Italia che si oppongono all’invio di armi all’esercito ucraino? Innanzitutto, bisogna tener presente che il popolo italiano generalmente si interessa poco di politica, in particolare modo quella straniera. Fatta questa precisazione, inizialmente gli italiani furono colti di sorpresa dall’inizio dell’intervento militare russo in Ucraina e speravano che una soluzione pacifica potesse essere trovata il prima possibile. Ciò non significa che tifassero per l’uno o per l’altro schieramento, ma semplicemente che speravano che Russi e Ucraini si sedessero al tavolo delle trattative e stipulassero un accordo che, sebbene magri non definitivo, potesse per lo meno metter fine allo spargimento di sangue. Tuttavia, mano a mano che i combattimenti continuavano, e mano a mano che sia l’Unione Europea che il governo italiano fecero scelte politiche con l’obbiettivo non già di aiutare a cercare una soluzione pacifica, bensì di prolungare la guerra e favorire una parte specifica dello schieramento, la società italiana ha generalmente preso le distanze dall’operato del governo. Infatti, all’inizio si sperava che l’Italia potesse ricoprire il luogo del terzo super partes, in maniera piuttosto simile a quanto fatto dalla Turchia. È per questa ragione che la società italiana è, complessivamente, contro l’invio di armi. Un buon esempio di ciò è fornito dai lavoratori dell’aeroporto internazionale di Pisa, i quali, lo scorso marzo, smisero di lavorare allorquando scoprirono che ciò che stavano caricando sugli aerei consisteva in materiale bellico, non già in materiale non militare volto all’aiuto della popolazione civile. La medesima cosa vale per le sanzioni, le quali, oltre a danneggiare il ruolo dell’Italia nel mondo, danneggiando direttamente l’economia italiana e il benessere economico degli italiani. La guerra delle sanzioni ha delle ripercussioni sui cittadini italiani? Indubbiamente. E ciò perché le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, ne sono direttamente colpite. L’economia italiana è un’economia di trasformazione: compra risorse naturali e le trasforma in qualcos’altro. Le imprese italiane, non potendo più comprare le economiche risorse naturali russe, faticano a rimanere competitive sul mercato. Inoltre, negli ultimi anni innumerevoli soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Ciò mette a rischio la vera e propria sopravvivenza di queste aziende, favorendo però allo stesso tempo le grandi multinazionali e le grandi corporazioni straniere che intendono assorbire le fette di mercato che le morenti piccole e medie imprese abbandonano. Si può presumere che, quando le risorse naturali già stoccate finiranno (più o meno nel periodo autunnale), il peso delle sanzioni si farà sentire ancora di più:...
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE La russofobia dilagante ha portato la stampa al servizio dell’imperialismo ad accusare la Russia di aver spinto per la caduta del governo Draghi. In realtà, l’Italia è sottoposta da quasi ottant’anni alle continue ingerenze e all’occupazione militare degli Stati Uniti. Mario Draghi è il primo ministro italiano che meno di tutti, nella storia repubblicana, ha goduto della legittimazione popolare al momento della sua nomina. L’eventuale caduta del suo governo non farebbe altro che rispecchiare la volontà del popolo italiano, sebbene sono minime le possibilità che il prossimo governo intraprenda una strada diversa da quella dell’attuale esecutivo. Nel frattempo, la stampa italiana mainstream, sempre al servizio dell’imperialismo atlantista ed in preda alla russofobia più sfrenata, non ha trovato di meglio da fare se non accusare la Russia di ingerenze nella politica nazionale, con Mosca che sarebbe dietro la crisi interna ad un governo tenuto in piedi solamente dall’attaccamento alla poltrona di molti parlamentari. Una vera e propria barzelletta, se si pensa che, dal secondo dopoguerra in poi, l’Italia è sempre stata sottoposta alle pesanti ingerenze degli Stati Uniti. È noto come, sin dalla fine del conflitto mondiale, gli Stati Uniti abbiano allungato i propri tentacoli sulla politica italiana per evitare in tutti i modi la vittoria elettorale del Partito Comunista. Il segretario di Stato statunitense George Marshall fu il fautore della fine del governo di unità nazionale, proclamata il 31 maggio 1947 con la cacciata di tutti i ministri comunisti da parte di Alcide De Gasperi. Lo storico Paul Ginsborg spiega infatti che Marshall, ricordato dalla storiografia occidentale come il benefattore che pensò l’omonimo piano di ricostruzione dell’Europa, intimò all’allora primo ministro italiano di procedere in questo senso, in quanto l’anticomunismo era uno dei prerequisiti per ricevere gli aiuti statunitensi. L’ambasciatore James Clement Dunn chiese poi a De Gasperi la messa al bando del PCI, cosa che non ebbe luogo per mezzi legislativi, ma si risolse nella cosiddetta conventio ad excludendum: pur avendo sulla carta una totale libertà di fare politica in Italia, il Partito Comunista non avrebbe mai avuto la possibilità di governare il Paese. Nonostante questo, la CIA conosceva il sostegno di cui i comunisti godevano in Italia, e mise in atto una vera e propria macchina per manipolare le elezioni del 1948, vinte dalla Democrazia Cristiana con più del 48% dei consensi. Non si tratta di teorie complottiste, ma di fatti documentati dalla stessa CIA, che ha oramai desecretato i documenti intitolati Measures proposed to defeat Communism in Italy (“Misure proposte per sconfiggere il Comunismo in Italia”) e Consequences of communist accession to power in Italy by legal means (“Conseguenze dell’assunzione del potere da parte dei comunisti in Italia per mezzi legali”). Il primo di questi documenti testimonia le misure prese dalla CIA per promuovere la vittoria della Democrazia Cristiana ai danni del Fronte Democratico Popolare, che alle elezioni del 1948 riuniva il Partito Comunista e il Partito Socialista. Secondo i documenti del National Security Archive degli USA, gli Stati Uniti avrebbero speso almeno 65 milioni di dollari per finanziare tutti i politici della DC eletti nella storia della Repubblica. Il secondo documento desecretato...
Sono disponibili le copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo, un progetto di ricerca condotto dal Centro Studi Eurasia e Mediterraneo. Il libro è acquistabile con le seguenti formule: 1 copia numerata del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 20 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 15 euro) Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Hong Kong. IL “PORTO PROFUMATO” DELLA RPC TRA STORIA, ECONOMIA E INGERENZE STRANIERE: 25 euro Libro Xinjiang. Storia e Sviluppo + Tessera Centro Studi Eurasia e Mediterraneo: 20 euro 3 copie del libro Xinjiang. Storia e Sviluppo: 45 euro (per i tesserati del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo 36 euro). Le copie possono essere richieste ai seguenti indirizzi mail: cpeurasia@gmail.com presidenza@cese-m.eu Il libro è in vendita anche sulla piattaforma Amazon
A cura di Giulio Chinappi Alcuni neonazisti bielorussi hanno partecipato al colpo di Stato nel 2014 in Ucraina e ai combattimenti in Donbass, e hanno poi fomentato le proteste contro Aljaksandr Lukašėnka tra il 2020 e il 2021. Tra i nomi anche quello di Roman Protasevič. La presenza dei battaglioni neonazisti in Ucraina non può oramai essere negata neppure dalla stampa mainstream al servizio dell’imperialismo atlantista. Meno note sono le vicende dei neonazisti bielorussi, che pure hanno giocato un ruolo non di secondo piano nel colpo di Stato ucraino del 2014, per poi tentare di fare lo stesso anche in patria, ma senza successo. Le vicende dell’organizzazione neonazista bielorussa Zagin Pogonia sono state analizzate dal giornalista francese Laurent Brayard sul sito Donbass Insider. Secondo Brayard, i neonazisti di Zagin Pogonia non solo sono stati coinvolti nel golpe del febbraio 2014 contro il governo di Viktor Janukovyč, ma avrebbero poi continuato ad imperversare nel Donbass, trovando nel comune sentimento antirusso il punto di contatto con i neonazisti ucraini del battaglione Azov e con i partiti di estrema destra Svoboda e Pravyj Sektor. In particolare, l’organizzazione bielorussa sarebbe collegata a vari traffici, in particolare di armi, omicidi politici e partecipazione a disordini politici. L’origine dell’estrema destra bielorussa è da ricercarsi nell’effimera esperienza della Repubblica Popolare Bielorussa, uno Stato fantoccio creato dalla Germania nel marzo del 1918, in seguito all’invasione del territorio russo da parte dell’esercito tedesco nel corso della prima guerra mondiale. In particolare, la firma del trattato di pace di Brest-Litovsk, che segnò la fine della partecipazione russa al conflitto, diede la possibilità ai nazionalisti bielorussi di creare lo Stato fantoccio con la compiacenza dei tedeschi. La Repubblica Popolare Bielorussa subì tuttavia l’offensiva dell’esercito nazionalista polacco di Józef Piłsudski, e fu poi al centro del conflitto tra la Polonia e la neonata Unione Sovietica per il controllo di quel territorio, fino a quando, nel 1922, venne fondata la Repubblica Socialista Sovietica Bielorussa, facente parte dell’URSS. Tuttavia, il governo nazionalista bielorusso sopravvisse a lungo in esilio, ospitato da diversi Paesi occidentali. Con la vittoria del nazismo in Germania, i presidenti nazionalisti in esilio, Vasil Zacharka e Mikola Abramčyk, iniziarono a prendere contatti con Adolf Hitler, al punto che il governo di Abramčyk ebbe temporaneamente sede a Berlino. I nazionalisti bielorussi, infatti, speravano che una vittoria della Germania nella seconda guerra mondiale avrebbe potuto portare a ristabilire la Repubblica Popolare Bielorussa. Seppur senza nessun riconoscimento internazionale e privata di qualsiasi legittimità, la Rada della Repubblica Popolare Bielorussa continua a sopravvivere ancora oggi, presieduta da Ivonka Survilla. Questo governo in esilio, pur non godendo di riconoscimenti ufficiali, è regolarmente utilizzato dai servizi segreti occidentali per fomentare la propaganda contro il legittimo governo di Aljaksandr Lukašėnka. Il governo illegittimo sostiene dunque l’azione dei neonazisti bielorussi, mossi dalla nostalgia per la Germania nazista e dal sentimento antirusso. L’organizzazione Zagin Pogonia, in particolare, è nata nel luglio 2014, in un campo di addestramento ucraino. Da qui lo stretto legame tra neonazisti ucraini e bielorussi, e la loro partecipazione agli eventi nell’altra ex repubblica sovietica. Detto questo, Brayard sottolinea come il fenomeno del neonazismo sia decisamente meno radicato in Bielorussia rispetto all’Ucraina: “La...
dal sito La Città Futura Il ministro degli Esteri russo ha effettuato una visita ufficiale in Vietnam tra il 5 e il 7 luglio. Dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, il Vietnam ha proclamato la propria neutralità nel conflitto, astenendosi in occasione del voto delle mozioni antirusse proposte dalle potenze occidentali in sede ONU. Il governo vietnamita ha sempre mantenuto rapporti positivi con tutte le parti in causa, promuovendo il dialogo e la soluzione diplomatica come via d’uscita dal conflitto. Nel mese di marzo, il ministro degli Esteri vietnamita Bùi Thanh Sơn ha sentito telefonicamente sia il suo omologo russo, Sergej Lavrov, che quello ucraino, Dmytro Kuleba. In entrambi i dialoghi, Sơn ha affermato la posizione coerente del Vietnam secondo cui le controversie e i disaccordi internazionali dovrebbero essere risolti con misure pacifiche e nel rispetto dei principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, in particolare il principio del rispetto dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale di Paesi. Il funzionario ha chiesto alle parti interessate di esercitare moderazione, ridurre le tensioni e condurre più dialoghi per trovare una soluzione a lungo termine che sia in linea con il diritto internazionale e tenga conto degli interessi legittimi di tutte le parti. Il conflitto non ha dunque avuto nessun impatto negativo sulle relazioni bilaterali tra la Repubblica Socialista e la Federazione Russa, che affondano le proprie radici nella storia del sostegno dell’Unione Sovietica all’indipendenza e alla riunificazione del Vietnam. Ricordiamo che, nel settembre del 2021, il ministro Sơn aveva visitato la Russia, mentre, alla fine dello stesso anno, il presidente Nguyễn Xuân Phúc si era a sua volta recato a Mosca per incontrare Vladimir Putin. L’anno scorso, inoltre, ha segnato il 20° anniversario della partnership strategica tra Vietnam e Russia, mentre quest’anno ricorre il 10° anniversario della partnership strategica globale delle due nazioni. Nell’ambito di queste ricorrenze, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha effettuato una visita ufficiale nel Paese asiatico dal 5 al 7 luglio, al fine di rinnovare l’amicizia e la cooperazione tra i due governi, anche nel contesto dei nuovi sviluppi nelle situazioni internazionali e regionali. Già nel corso della conversazione telefonica tenuta con il ministro Sơn nel mese di marzo, Lavrov aveva elogiato il contributo del Vietnam alla pace, alla stabilità, alla cooperazione e allo sviluppo nella regione e nel mondo. Nel corso della sua visita, il 6 luglio, il ministro Lavrov ha deposto una corona di fiori presso il mausoleo Hồ Chí Minh a Hà Nội, considerato come uno dei simboli dell’amicizia russo-vietnamita. Da oltre trent’anni, infatti, l’Istituto di ricerca russo sulle piante medicinali e aromatiche (VILAR) contribuisce con le sue conoscenze tecniche e scientifiche alla conservazione del corpo del primo presidente vietnamita presso il mausoleo. Lavrov ha inoltre incontrato il suo omologo Bùi Thanh Sơn ed altri importanti esponenti del governo vietnamita e del Partito Comunista del Vietnam. La visita del ministro Lavrov conferma dunque gli ottimi rapporti che continuano ad esistere sull’asse Mosca-Hà Nội, indipendentemente dal contesto internazionale. Tra il 25 ed il 28 giugno, ad esempio, la provincia centrale di...
di Alessandro Fanetti Il discorso di Vladimir Putin al XXV Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso il “cerchio geopolitico” che si stava formando da circa due decenni. L’élite russa al Governo del Paese si è definitivamente convinta che siamo dinnanzi ad uno scontro di civiltà e che la guerra in Ucraina sia proprio la chiave di volta per la costruzione di un mondo multipolare. E lo sforzo senza precedenti di vari Paesi occidentali e liberaldemocratici per aiutare Kiev mostra che anche questi ultimi sono convinti che in questo conflitto ci si giochi molto di più di qualche (seppur significativa) conquista o difesa territoriale. Un cerchio saldato, dunque, da due visioni del mondo opposte: una difesa fortemente dall’occidente e imperniata sul sistema unipolare a guida statunitense (con la NATO) sorto dopo la dissoluzione dell’URSS e l’altro promosso da altri centri di potere (Russia e Cina in primis) che aspirano ad un mondo multipolare. E ancora, la decisione di vari Paesi della NATO di rifornire di armi anche molto sofisticate e pesanti un Paese in guerra come l’Ucraina e proprio contro una delle maggiori Potenze (in primis di rango nucleare) che cerca di mettere in crisi l’ordine costituito, cambia il “mondo geopolitico” definitivamente. Questo perché, anche se non ci fosse una guerra diretta fra grandi potenze (cosa che tutti auspichiamo che non accada), siamo comunque (ri-) entrati in un’era dove qualsiasi attacco diretto di una Potenza contro un Paese anche di piccole dimensioni sarà utilizzato per farcela impantanare Era che non si vedeva dall’epoca della Guerra Fredda. Un cerchio che ha iniziato la sua formazione nel lontano 2003 con la Guerra in Iraq, poco tempo dopo l’arrivo di Putin alla presidenza russa, ma che è salito alla ribalta a Monaco nel 2007. Ma andiamo per ordine. L’11 febbraio 2007 il Presidente russo Vladimir Putin utilizzò il palcoscenico della “Conferenza di Monaco di Baviera sulla Politica di Sicurezza” per esprimere tutta la sua delusione e preoccupazione per lo “stato dell’arte” geopolitico. Una situazione che, dopo l’Accordo di Pratica di Mare del 2002 con la nascita del Consiglio NATO – Russia e il momento positivo che si stagliava all’orizzonte, rapidamente mutò in ben altro. L’inizio della deriva si può far risalire, appunto, alla Guerra in Iraq del 2003. Una guerra fortemente criticata da Mosca perché intrapresa da Washington e alleati senza l’avallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Un intervento che allarmò molti dei Paesi della Comunità Internazionale, assolutamente incapaci di potersi difendere da un eventuale attacco di una super potenza atomica e dunque garantiti solamente dalla legalità internazionale per la difesa della loro sovranità. Legalità internazionale che vacillava sempre più nella sua capacità decisionale e di deterrenza rispetto ai “capricci” dei Paesi più forti. Un intervento che allarmò anche il Cremlino, con lo stesso Putin che a distanza di 9 anni dichiarò: “le relazioni russo – americane sono peggiorate proprio dopo l’invasione USA dell’Iraq”. Un intervento che, a mio avviso, dette lentamente ma inesorabilmente il via al tentativo di...
di Stefano Vernole Un’economia più qualitativa Il Governo cinese ha pubblicato all’inizio del 2022 il suo programma per la competitività nell’economia digitale nell’ambito del XIV Piano quinquennale 2021-2025, che era stato approvato alla fine del 2021. Il documento, diffuso dal Consiglio di Stato, pone l’obiettivo di una crescita del valore dell’industria digitale dal 7,8% del Pil nel 2020 al 10% del Pil nel 2025. Inoltre, la Cina punta ad avere entro il 2025 il 45% delle imprese industriali connesse a “piattaforme internet industriali”, rispetto al 14,7% attuale. Questa transizione digitale dovrà dipanarsi in otto aree, tra le quali l’ottimizzazione e l’aggiornamento dell’infrastruttura digitale, la transizione digitale delle imprese e l’espansione della cooperazione internazionale nell’economia digitale. Nello stesso tempo, Pechino punta a delineare un set di regolamentazioni nel campo dei flussi dei dati cross-border, della lotta ai monopoli, della diffusione della valuta digitale e della protezione della privacy. Lo sviluppo digitale, secondo il documento, sarà centrale nella “riorganizzazione delle risorse globali”, nella “riforma dell’economia globale”, alterando la struttura delle economie e il “panorama competitivo globale”1. Il quattordicesimo Piano quinquennale cinese (PQ), che era stato rilasciato nelle linee guida dalle “Due Sessioni” (le sedute plenarie annuali della Conferenza politica consultiva del popolo e dell’Assemblea nazionale del popolo) a inizio marzo del 2021, contiene quindi importanti direttrici di riforma economica, sociale ed industriale che lasciano immaginare un quinquennio di grandi cambiamenti. In esso sono contenute alcune novità che indicano un cambiamento di impostazione rispetto al passato e che confermano la volontà del Governo di Pechino di trasformare la propria società ed economia in ottica di qualità, dopo decenni di sviluppo estensivo. Per esempio, la mancata indicazione di fattori di crescita quantitativi come il PIL, introdotto per la prima volta nel settimo FYP (1986-1990), potrebbe confermare un diverso approccio politico, lasciando alle dinamiche di mercato il compito di determinare la crescita con una governance centrale nell’allocazione delle risorse. Mentre nella precedente edizione veniva stabilito un obiettivo di crescita annuale del 6,5%, il quattordicesimo Piano Quinquennale stabilisce semplicemente che gli obiettivi di espansione annuale devono essere ragionevoli e stabiliti a seconda delle circostanze. Ciò non significa che il Governo cinese vi abbia rinunciato ma si sottintende che i responsabili della politica economica desiderino avere più ampi margini di manovra per allineare le proprie priorità a seconda degli sviluppi della situazione interna ed internazionale. I temi relativi alla transizione energetica, riduzione delle emissioni di anidride carbonica spinta dell’economia circolare, rimangono centrali in modo trasversale, sebbene il quattordicesimo Piano Quinquennale non contenga ancora gli obiettivi ambiziosi che ci si sarebbe potuti aspettare dopo gli impegni presi dal Presidente Xi Jinping di raggiungere il picco di emissioni nel 2030 e la carbon neutrality nel 2060. Ciò è dovuto probabilmente ai necessari aggiustamenti strutturali derivanti dalla crisi mondiale delle materie prime e all’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia. Le principali priorità ambientali riguardano il miglioramento dell’efficienza energetica, l’espansione delle fonti di energia rinnovabile e la modernizzazione della rete di trasmissione e distribuzione. Di conseguenza il Piano stabilisce la riduzione...