Sab. Set 25th, 2021

L’arrivo della cultura islamica in Cina

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di Marco Costa

L’intreccio tra questione etnica, questione religiosa e questione territoriale nella Cina antica è assai complesso. Nell’immaginario collettivo occidentale la Cina è spesso erroneamente percepita come una nazione costituita da un’unica nazionalità – quella Han – del tutto omogenea. In realtà la Repubblica Popolare Cinese sancisce già nel preambolo della propria Costituzione che essa “è uno Stato unitario multietnico alla cui creazione hanno contribuito i popoli di tutte le sue nazionalità”.1 Secondo il quadro normativo vigente, il Governo cinese riconosce ufficialmente 56 nazionalità e tra queste i cinesi Han rappresentano la maggioranza della popolazione e gli Hui (in larghissima maggioranza musulmani) costituiscono la terza grande minoranza nazionale, dopo gli Zhuang e i Manciù, ben prima dell’altra comunità islamica di cui si parla, ovvero quella degli Uiguri. Da un punto di vista antropologico, diversi studiosi si sono occupati del tema delle minoranze etniche in Cina, e possiamo ricordare almeno Dru Gladney, Michael Dillon e Jean Berlie.

Questo per ribadire ulteriormente il concetto – purtroppo non scontato – che il territorio dello Xinjiang non è popolato solamente dalla popolazione uigura, la quale non è assolutamente l’unica rappresentante dell’Islam nella Repubblica Popolare Cinese.

Occorre quindi compiere un lungo passo indietro nella storia, per risalire alle origini dei primi contatti tra mondo arabo e mondo cinese, che risalgono, alla metà dell’ottavo secolo. È infatti in questo periodo che iniziano i primi scambi commerciali tra il mondo islamico e quello cinese. In particolare dal VII secolo alla metà del XIII si parla nel mondo cinese di arabi e persiani che, in veste di ambasciatori, commercianti e studiosi, giungevano nel “Paese di Mezzo” principalmente percorrendo le due Vie della Seta tradizionali, quella marittima e quella terrestre. Questo primo periodo che va dall’insediamento dei primi mercanti arabi fino all’instaurazione della dinastia Yuan (1271-1368) è caratterizzato da una forte presenza musulmana straniera dedita principalmente alle attività commerciali e raramente coinvolta nelle attività di proselitismo. A partire dalla metà del XIII secolo, grazie alla graduale integrazione degli Hui all’interno della società cinese, possiamo invece iniziare a parlare di musulmani cinesi. Durante la fase di espansione mongola in Asia Centrale le popolazioni di fede islamica furono reclutate dalle truppe mongole e in questo modo riuscirono a raggiungere la Cina Occidentale, dove iniziarono a risiedere stabilmente, coltivando i campi e trasmettendo gli insegnamenti del profeta Maometto. Peraltro, a partire da questo periodo, corrispondente alla tarda epoca Ming, si assistette ad una notevole velocità di propagazione delle dottrine islamiche e alla conseguente assimilazione di elementi propri della scuola confuciana e di quella buddhista.

Secondo le teorie dell’antropologo francese Jean Berlie, la religione islamica si è diffusa in Cina nel corso di tre periodi distinti: una prima ondata che va dai primi contatti con i mercanti arabi del VII secolo e fino al XIII secolo, che è costituita dai musulmani che appartengono alla corrente dell’Islam tradizionale (detti laojiao, ossia “vecchi insegnamenti”), la principale scuola islamica in Cina che è caratterizzata da un’organizzazione molto classica in piccole comunità riunite intorno ad una moschea.2 La seconda ondata si distinguerebbe per il proselitismo sufi in uno dei periodi più brillanti della storia cinese, il XVII e il XVIII secolo. Le principali confraternite sufi (ovvero Khufiyya, Jahriyya, Qadiriyya, Kubrawiyya e Naqshbandiyya) che fiorirono in quegli anni svolsero un ruolo sociale dominante soprattutto nel nord-ovest del Paese. Infine un’ultima ondata di islamizzazione, risalente alla fine del XIX e l’inizio del XX secolo, caratterizzata dalla diffusione del movimento fondamentalista di ispirazione wahhabbita, chiamato Yihewani (o più comunemente xinjiao, ovvero “nuovi insegnamenti” oppure “nuova setta”), sorto come strumento di rinnovamento religioso.3 Il XIX secolo è altresì contrassegnato dalle numerose rivolte musulmane e dai conflitti locali che ebbero luogo soprattutto nel nord-ovest della Cina e nella regione dello Yunnan, dove le crescenti migrazioni Han, indotte dalle autorità Qing, produssero numerosi e violenti scontri tra popolazioni Han e Hui.

Con il declino del sistema imperiale e la nascita dello Stato-nazione si assistette ad una nuova fase di sviluppo delle comunità musulmane. L’identità etnica divenne una delle principali tematiche della Cina contemporanea. Le classificazioni culturali dell’impero Qing, riprese e formalizzate dalla Repubblica e in seguito dal Partito comunista, diventarono la base per la costruzione della struttura delle shaoshu minzu (minoranze etniche), formalmente instaurate dopo il 1949.

Attualmente in Cina coesistono dieci minoranze etniche che professano (almeno in larga maggioranza) la religione musulmana: gli Hui, gli Uiguri, i Kazaki, i Dongxiang, i Khirghizi, i Salar, i Tagiki, i Bonan, i Tatari e gli Uzbechi. La componente musulmana più numerosa è rappresentata quindi dagli Hui, i musulmani cinesi. Questi ultimi nel corso dei secoli si sono integrati completamente all’interno della società cinese e condividono con gli Han la stessa lingua e le stesse caratteristiche somatiche, sono disseminati su quasi tutto il territorio nazionale, con una concentrazione prevalente nella regione autonoma del Ningxia, nella provincia del Gansu e nella provincia dello Henan. Le comunità Hui si differenziano dalle restanti nove minoranze di fede islamica e in particolare dagli Uiguri che popolano la Regione Autonoma dello Xinjiang per diverse ragioni, sia etniche che politiche.

Ma andiamo con ordine e torniamo agli albori della diffusione dell’Islam in Cina.

Molto probabilmente, il primo incontro tra mondo cinese e mondo arabo avvenne durante la dinastia Tang, allorquando nel 651 la corte imperiale ricevette un’ambasciata dal califfo ‘Uthmān, con lo scopo di persuadere Xuangzong a non fomentare i reali dell’ormai decadente dinastia Sasanide nella loro resistenza contro la nascente dominazione araba. Un secolo più tardi, l’Asia Centrale sarebbe stata teatro della battaglia tra i due imperi, quello arabo e quello cinese: con l’avvento della dinastia omayyade (661-750) le milizie arabe si spinsero nella zona della Transoxiana (attuale Uzbekistan), e successivamente riuscirono a porre sotto il loro controllo le città di Bukhara e Samarcanda, due centri nevralgici commerciali disseminati nei percorsi della Via della Seta. Tuttavia tale controllo sarebbe venuto meno con la morte del generale Qutayba nel 715, quando i Tang colsero l’occasione per recuperare la loro influenza sulle due città-Stato centroasiatiche, senza arrivare ad uno scontro armato con la potenza araba. Scontro che invece non si riuscì ad evitare nel successivo 751, quando le rive del fiume Talas (attuale Kirghizistan) furono teatro della sanguinosa battaglia tra le truppe del generale Gao Xianzhi e le milizie di Ziyād ibn Ṣāliḥ, inviate dal califfato abbaside in sostegno del re di Tashkent. Questa vittoria araba si tradusse nella fine del dominio cinese in Asia centrale e nell’avvio della massiccia penetrazione islamica nella regione.4

È curioso anche capire come apparissero gli arabi agli occhi dei cinesi; uno dei prigionieri di guerra cinesi in mano araba, tale Du Huan, che avrebbe poi vissuto in Arabia per decenni, nelle sue “Memorie di viaggio” così descrive i Dashi5: «Loro non mangiano carne di maiale, cane, asino e cavallo, non riveriscono né il re né i loro cari, non credono nelle forze soprannaturali, eseguono i sacrifici al Cielo e a nessun altro che a questi. Secondo il loro costume, ogni settimo giorno è festa, allora, non si commercia né si fanno transazioni economiche; quando bevono alcol, si comportano in modo ridicolo e indisciplinato per tutta la durata del giorno»6.

Con la fine del VIII secolo i commerci videro un momento di grande espansione, grazie soprattutto alla crescita straordinaria della Cina, in concomitanza con l’affermazione della dinastia abbaside dalla parte araba. Questa, a differenza degli Omayyadi, diede un notevole impulso alla fioritura di nuovi traffici e rotte commerciali nel Golfo Persico: i mercanti musulmani arrivavano sempre più frequentemente sulle coste del Mar cinese meridionale, per acquistare in grandi quantità seta, spezie, gemme, porcellane e caricarle in direzione di Baghdad7, nuova capitale dell’Impero.

Possiamo quindi affermare che l’Islam, una delle tre religioni più influenti al mondo, si mosse dall’Arabia alla Cina a partire dalla metà del VII secolo d.C., ma le prime comunità di musulmani cinesi autoctoni sarebbero state fondate solamente nel XIII secolo.

Nel corso di molti secoli, diplomatici e commercianti costruirono una intensa rete di scambi economici e culturali che collegavano le due aree principali, Cina e Arabia. Costoro hanno portato nel Regno di Mezzo una religione di importanza mondiale e per converso hanno trasmesso l’antica cultura cinese in tutto il mondo. Secondo i documenti storici cinesi, l’Islam fu introdotto all’interno della Cina durante le dinastie Tang e Song (618-1279). A quei tempi c’erano due strade per il commercio della seta (una via marittima e una via terrestre) che collegavano la Cina, l’Asia centrale e il Medio Oriente. Le due rotte commerciali hanno dato un enorme contributo allo sviluppo della cultura mondiale, accorciando la distanza Oriente e Occidente. Lungo queste direttrici, l’antica cultura cinese è stata introdotta nel mondo occidentale. Allo stesso tempo, i concetti filosofici dell’Islam e della civiltà occidentale furono trasmessi alla Cina. Così, la cultura tradizionale cinese, che occupa una posizione molto importante nella storia mondiale, si è arricchita di nuovi contenuti.

Anche secondo i registri del “Vecchio libro dei Tang”, i califfi arabi inviarono diversi ambasciatori per rendere omaggio alla dinastia Tang nel secondo anno del regno dell’imperatore Yong Hui (651 d.C.).8 Nella storia cinese, quell’anno è considerato l’inizio formale dell’introduzione dell’Islam in Cina. I registri cinesi dicono che durante il periodo dal 651 al 798, trentanove inviati arabi visitarono la Cina e sempre più commercianti arabi e persiani si recarono nel Regno di Mezzo per fare affari. I frequenti scambi amichevoli tra i governi e i frequenti rapporti commerciali, da un lato, promuovevano l’amicizia tradizionale esistente tra la Cina e il mondo arabo e, dall’altro, fornivano buone condizioni per la diffusione dell’Islam nel Paese. Le rotte verso la Cina per gli inviati e gli uomini d’affari dall’Arabia e dalla Persia erano le seguenti: la rotta terrestre iniziava in Persia, attraversava la regione cinese dello Xinjiang lungo l’Antica Via della Seta, e infine terminava nelle città dell’entroterra, come Xi’ an e Luoyang; la rotta marittima partiva invece nel Golfo Persico, attraversava la penisola malese e infine approdava ai porti della costa meridionale della Cina o in alcuni grandi centri commerciali quali Canton, Chang’an, Hangzhou e Quanzhou.9 I documenti storici cinesi riportano anche resoconti dettagliati su come i commercianti arabi e persiani portarono avanti gli affari e vissero a Chang’an (la capitale di allora) e in vari luoghi lungo la costa cinese. Con il permesso del Governo durante le dinastie Tang e Song, questi commercianti poterono stabilirsi e vivere pacificamente in città quali Guangzhou, Yangzhou, Quanzhou e Hangzhou.

Una delle più antiche moschee cinesi, la Grande Moschea di Xian, fu costruita nel 742, secondo quanto riporta il testo inciso su una tavoletta di pietra custodita all’interno della moschea. Come abbiamo visto, durante la dinastia Tang un flusso costante di commercianti arabi e persiani arrivò in Cina attraverso la Via della Seta prevalentemente dalle rotte commerciali marittime, attraverso il porto di Quanzhou; in seguito a ciò, una comunità musulmana si stabilì e crebbe rapidamente a Canton. Questi immigrati edificarono le loro moschee nel quartiere degli stranieri di Canton, che si trova sulla riva sud del Fiume delle Perle. Sebbene non tutti gli immigrati fossero musulmani, la loro presenza crebbe abbastanza rapidamente; infatti, secondo quanto riportato negli archivi cinesi, troviamo la menzione di una grande comunità musulmana che viveva a Guangzhou (Canton). Nel 758 scoppiarono disordini all’interno di questa comunità, i cui membri alla fine fuggirono. Nello stesso anno si assistette anche alle incursioni di pirati arabi e persiani, che probabilmente stabilirono la loro base in un porto dell’isola di Hainan; conseguenza di tali incursioni fu la deviazione del commercio marittimo verso il Vietnam settentrionale e la regione di Chaozhou, che si trova vicino al confine del Fujian. Va ricordato un altro fatto che avrebbe riguardato in seguito la comunità musulmana di Canton; qui è presente la moschea Huaisheng, anche nota come “moschea del Faro”; è stata ricostruita più volte nella storia e la tradizione attribuisce la sua costruzione a oltre 1.300 anni fa, il che la renderebbe una delle più antiche moschee al mondo. È stata intitolata alla memoria del Profeta dell’Islam, Maometto. Questa, che venne fatta edificare per ordine dell’imperatore Tang Taizong, andò distrutta da un incendio nel 1314, per poi venire ricostruita tra il 1349 e il 1351. Attualmente è stata ristrutturata, ma dell’edificio originale rimane solo parte della torre originale.

Si tratta di un fenomeno abbastanza unico nella storia; infatti una delle peculiarità della diffusione dell’Islam in Cina è che la religione venne introdotta da commercianti arabi che si occupavano principalmente del commercio e non si preoccupavano affatto di fare proselitismo. E’ un’eccezione, perché all’epoca l’introduzione dell’Islam in un Paese seguiva solitamente la sua conquista da parte delle truppe del Califfato. In Cina, invece, non vi fu mai alcuna conquista e i musulmani non si adoperarono molto nel proselitismo, quanto piuttosto rimasero interessati alle attività del commercio. Anche grazie a questo atteggiamento, l’editto anti-buddhista dell’anno 845 non contemplò minimamente le popolazioni musulmane, mentre prese netta posizione e pose diverse restrizioni nei confronti delle altre religioni.10

I primi musulmani che si stabilirono in Cina continuarono ad osservare i precetti religiosi della loro fede in convivenza con i praticanti di altre religioni presenti in Cina come il buddhismo, il confucianesimo, il taoismo o il credo di Stato. Formarono comunità che praticavano uno stile di vita più nomade che sedentario, utilizzando rotte commerciali terrestri o marittime che collegano la Cina interna con le regioni dell’ovest. Tuttavia, nonostante la convivenza tra musulmani e altre etnie e religioni rimanesse prevalentemente pacifica, le tensioni i momenti di scontro non mancarono. In epoca Tang, furono due gli episodi di scontro con popolazioni di origine islamica (ma più generalmente straniera): il massacro di Yangzhou nel 760 e il massacro di Guangzhou nell’878.

Dopo l’avvicendarsi della dinastia Tang con la dinastia Song (960-1279), in Cina non cambiò significativamente l’atteggiamento dei musulmani. Essenzialmente, l’Islam continuò ad aumentare la propria influenza, e molti musulmani iniziarono ad avere un maggiore impatto economico e una influenza nel Paese. Durante la dinastia Song, i musulmani in Cina praticamente monopolizzavano il commercio estero nelle direttrici a sud e a ovest. Non è un caso che l’ufficio del direttore generale delle spedizioni per il grande porto cinese di Quanzhou venisse costantemente occupato da un musulmano durante questo periodo. Infatti, nonostante tutte le forme di commercio marittimo fossero state dichiarate monopolio di Stato, di fatto i commerci venivano gestiti in modo complementare da mercanti cinesi e arabi; come testimoniano anche i reperti archeologici delle porcellane di epoca Song a Fustat (Il Cairo), l’espansione dei traffici marittimi promossa dal califfato Fatimide (909-1171) dall’Egitto al Mar Rosso passando per lo Yemen in direzione dell’oriente, faceva sì che i mercanti arabi e persiani fossero i più assidui frequentatori delle coste meridionali cinesi. Tra l’altro, va ricordato che i navigatori e i mercanti arabi furono facilitati nei loro spostamenti marittimi proprio quando vennero a conoscenza ed in possesso di due strumenti tecnici straordinari mutuati dalla cultura cinese, di epocale importanza: la bussola e le carte nautiche.

In questo periodo si assistette anche ad un certo fermento culturale e letterario in conseguenza dell’incontro delle due culture. Ad esempio, diversi narratori arabi scrissero a proposito di storie fantastiche di Cina, racconti che vennero poi inclusi nel celebre “Le mille e una notte” (Arabian Nights) tra cui vanno ricordate “L’amore di Qamar al-Zamàn e di Budùr”, “Aladino e la lampada magica” e “Il principe Ahmed e la fata Pari-Banu”.11

Va ricordato che nel 1070, l’Imperatore Song, Shen-tsung (Shenzong) invitò 5.300 uomini arabi residenti nella città di Bukhara a stabilirsi in Cina. L’intento dell’imperatore era quello di utilizzare questi uomini nella sua campagna contro l’Impero Liao nel nord-est del Paese; successivamente essi furono stabiliti tra la capitale dell’Impero Song – Kaifeng – e Youzhou (l’odierna Pechino). L’obiettivo era quello di creare una sorta di zona cuscinetto tra i cinesi e i Liao. Successivamente, nel 1080, circa 10.000 uomini e donne arabi emigrarono in Cina a cavallo e si stabilirono in tutte le province del nord e del nord-est. Gli arabi di Bukhara erano capeggiati dal principe Amir Sayyid (conosciuto dai cinesi come Su fei-erh). Il principe ricevette in seguito anche un titolo onorifico ed è noto per essere il “padre” della comunità musulmana della Cina antica. Prima di lui l’Islam veniva chiamato dai cinesi Tang e Song come Dashi fa (ovvero “legge degli arabi”), e da allora sarebbe stato ribattezzato come Huihui Jiao (ovvero “la religione degli Huihui”). Inoltre, da allora accadde che alcuni funzionari cinesi dell’era appartenenti alla dinastia Song sposarono anche donne musulmane.

È interessante anche conoscere quella che era la visione della popolazione araba rispetto al loro stanziamento in terra cinese. In questo senso sono utili le parole e le testimonianze dell’astronomo, matematico e geografo iraniano Mrawazi.12

Nel 1217 egli ebbe a dire: «A Panyu (antico nome di Canton), gli Hai Liao [letteralmente: ‘i barbari venuti dal mare’] vivono insieme ai cinesi. Il più importante tra loro porta il cognome di Pu; uno straniero bianco (baifan) originario di una nobile famiglia di Zhancheng (Champa) […] Nel 1192 il mio defunto padre era governatore di Canton, io avevo 10 anni e visitai la famiglia Pu. Gli Hailiao sono per natura superstiziosi e amano l’igiene. Ogni giorno si prostrano e pregano. Hanno un’unica sala per la venerazione proprio come i buddhisti della Cina, con la differenza ch’essi non espongono immagini. Il nome del loro [dio] è difficile da pronunciare e nessuno ne conosce il significato, né sa come sia fatto. Nella sala di preghiera c’è una tavola alta di diversi zhang [unità di misura corrispondente a circa tre metri], su di essa sono iscritti caratteri simili allo Stile del Sigillo dell’antica calligrafia dei Zhou. Questo è il loro dio (Zhu) e tutti coloro che pregano si prostrano di fronte ad esso».13

Specularmente, risulta interessante raccogliere una testimonianza della parte cinese a proposito del processo di assimilazione dei mercanti arabi nella cultura orientale. Zhso Rugua, nella sua opera scritta nel 1226 intitolata “Note sui Paesi stranieri”, riporta fedelmente le notizie riguardanti i mercati musulmani, durante la sua permanenza alla Mecca: «Questo è il luogo dove nacque il Buddha Maxiawu. Il Fangchang è il luogo dove il Buddha dimora. I suoi muri sono ornati di giada variopinta. Ogni anno per l’anniversario della morte del Buddha, gente da ogni Paese di dashi si riunisce qui. Aldilà [della Ka’aba] c’è la tomba del Buddha. Giorno e notte ininterrottamente in questo luogo c’è una luce così brillante che nessuno può avvicinarsi».14

In definitiva, possiamo affermare che attorno all’anno mille la cultura cinese e quella araba, inizialmente spinte ad avvicinarsi da un impulso economico che poi si sarebbe esteso anche al piano culturale e religioso, si erano incontrate e stavano stabilendo connessioni sempre più determinanti da un punto di vista storico.

NOTE AL TESTO

1 http://www.gov.cn/gongbao/content/2004/content_62714.htm

2 Vedi Jean Berlie, Islam in China, Hui and Uyghurs: between modernization and sinicization, White Lotus Press editor, Bangkok, 2004.

3 Vedi T. Previato, La presenza musulmana in Cina: dinamiche storiche e problematiche attuali, Mondo Cinese, 147, 2012, p. 98.

4 Aspetto curioso e per nulla secondario, è che proprio grazie a questo accadimenti la carta si sarebbe diffusa per la prima volta in occidente. Infatti pare che tra i prigionieri di guerra in mano agli arabi, ci fossero degli artigiani che conoscevano la tecnica di produzione della carta, che in Cina era in uso già a partire da secoli. Infatti la tecnologia di fabbricazione della carta da corteccia è nata in Cina e viene descritta per la prima volta nell’anno 105 dall’ufficiale di corte Cai Lun (o Ts’ai Lun). Nel 1986 a Dunhuang (Gansu), scavi archeologici in una tomba della prima metà del II secolo a.C. portarono alla luce una mappa di carta. Questo ritrovamento lascia supporre che la carta fosse già nota in quell’epoca, retrodatando così le prime fabbricazioni di circa due secoli. La diffusione della tecnica al di fuori del Paese fu lenta; altri popoli avevano conosciuto la carta ma non riuscivano a capire come venisse prodotta, e i cinesi erano decisi a difenderne il segreto.

5 Dashi è il termine con cui all’epoca i cinesi definivano le popolazioni arabe; sembra che tale appellativo derivi dal persiano Tagik, che indicava quelle tribù iraniche primitive e progenitrici di tutte le popolazioni dell’area.

6 Vedi Chang Yung-Ho, The development of Chinese Islam, McGill University, Montreal, 1999, pag. 26. Anche in F. Rosati, L’Islam in Cina. Dalle origini alla Repubblica popolare, L’asino d’oro edizioni, Roma, 2017, pag. 16.

7 Città chiamata dai cinesi Tang come Fuda.

8 Consulta https://ctext.org/wiki.pl?if=gb&res=456206

9 Vedi L. Boulnois, La via della seta. Dèi, guerrieri, mercanti, Bompiani, 2005; P. Frankopan, Le vie della seta. Una nuova storia del mondo, Mondadori, 2015.

10 La grande persecuzione anti-buddhista è una campagna lanciata dall’imperatore Tang Wuzong (regno 840 – 846) della dinastia Tang, che raggiunse il suo culmine nell’845 d.C. in seguito alla pubblicazione di un editto da lui scritto. Uno degli obiettivi di questa campagna fu l’eliminazione di tutte le forme di influenza straniera in Cina. Le persecuzioni vennero quindi dirette non solo contro il buddhismo, ma anche contro altre religioni straniere, come lo zoroastrismo, il cristianesimo nestoriano e il manicheismo. Solo confucianesimo e taoismo, due religioni di origine strettamente cinese, rimasero relativamente inalterate dopo questi sconvolgimenti.

11 Vedi Le mille e una notte (edizione integrale), a cura di Armando Dominicis, Newton Compton, Roma, 2015.

12 Ahmad ibn ‘Abdallah Habash Hasib Marwazi (766 – 869) era un astronomo iraniano nord-orientale, geografo matematico e pensatore di Merv in Khorasan, che per la prima volta ha descritto i rapporti trigonometrici: seno, coseno, tangente e cotangente. Nacque a Baghdad e lavorò sotto i califfi abbasidi al-Ma’mun e al-Mu’tasim.

13 Vedi Chang Yung-Ho The Development of Chinese Islam during the T’ang and Song Dynasties (618-1276 A.D.), M.A. Thesis, McGill University, 1999, pag. 75.

14 D.D. Leslie, Islam in Traditional China: A short history to 1800, Canberra college of Advanced Education, Canberra, 1986, pag. 58-59.