di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE La “diplomazia di bambù” ha guidato la politica estera del Vietnam negli ultimi trent’anni, e fino ad ora ha permesso al Paese di intrattenere buone relazioni con tutte le potenze senza entrare in nessuna sfera d’influenza straniera. Il 2022 ha segnato un altro anno di successo per la diplomazia del bambù, termine che il Vietnam utilizza per descrivere la propria posizione di politica estera. In un ambiente internazionale polarizzato, la “diplomazia di bambù” descrive l’esperienza del Vietnam nel bilanciare interessi geopolitici in competizione negli ultimi tre decenni. Come abbiamo avuto modo di sottolineare numerose volte nei nostri articoli, infatti, la politica estera vietnamita mira a perseguire l’interesse nazionale attraverso rapporti bilanciati con tutte le grandi potenze, in modo da non dipendere da nessuna di esse. Il termine di “diplomazia di bambù”, che fa riferimento ad una pianta onnipresente nella cultura dei Paesi dell’Asia sud-orientale, è stato utilizzato in passato anche dalla Thailandia, ma con un significato diverso che non deve causare confusione. Per la Thailandia, questo storicamente significava schierarsi con la grande potenza prevalente per garantire la propria sopravvivenza. Al contrario, per il Vietnam, la diplomazia del bambù ha significato sforzarsi di rimanere indipendente ed equidistante rispetto a tutte le maggiori potenze, massimizzando i guadagni e proteggendosi dalle incertezze strategiche. Negli ultimi trent’anni, la “diplomazia di bambù” vietnamita ha ottenuto notevoli risultati, permettendo al Paese di dare vita ad una politica estera basata sul perseguimento degli interessi nazionali e sui principi di indipendenza, autosufficienza, multilateralismo e diversificazione. Ciò ha permesso al paese di costruire una rete diversificata di partenariati globali e strategici per mantenere un alto livello di sviluppo socioeconomico e guadagnare prestigio a livello regionale e internazionale. Nel corso degli ultimi anni, la “diplomazia di bambù” ha significato soprattutto bilanciare i rapporti con Stati Uniti e Cina, dando vita ad una politica che non può essere definita né come filostatunitense né come anticinese. Nel 2019, il governo vietnamita ha esplicitato le proprie posizioni pubblicando il libro bianco sulla difesa in cui venivano elencato i “quattro no” che guidano la politica estera di Hà Nội: nessuna alleanza militare, nessuna presa di posizione, nessun permesso di utilizzare il territorio vietnamita come base militare da parte di potenze straniere, nessun uso della forza nelle relazioni internazionali. Il riscaldarsi della situazione internazionale dopo l’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina non ha fatto altro che rafforzare la posizione del Vietnam e mostrare la correttezza di questa linea di politica estera. Di recente, il ministro degli Esteri Bùi Thanh Sơn ha affermato che la “diplomazia di bambù” ha rafforzato lo status internazionale della nazione in mezzo alle crisi globali. Nonostante l’impatto di cambiamento climatico, epidemie e guerre si sia fatto sentire su tutto il pianeta, il Vietnam continua a mantenere la sua stabilità e crescita grazie a “una risoluta indipendenza, autonomia, multilateralizzazione, diversificazione e sostegno ai principi essenziali della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, agli interessi nazionali e al suo popolo” ha detto il massimo diplomatico. Secondo il ministro Sơn, il risultato più notevole della politica estera vietnamita nel...
Geopolitica
di Giulio Chinappi ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE In occasione della visita del presidente Serdar Berdimuhamedow a Pechino, il Turkmenistan e la Repubblica Popolare Cinese hanno stipulato un partenariato strategico globale, nuovo importante risultato della diplomazia cinese nel continente asiatico. L’inizio del nuovo anno è stato caratterizzato da due importanti avvenimenti per la politica estera cinese in Asia. Il presidente Xi Jinping della Repubblica Popolare ha infatti ricevuto a breve distanza di tempo il presidente delle Filippine, Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr., e il presidente del Turkmenistan, Serdar Berdimuhamedow. Se la visita del leader filippino ha assestato un duro colpo a chi, in Occidente, sperava che Marcos percorresse una strada di politica estera diametralmente opposta rispetto a quella del suo predecessore, Rodrigo Duterte, l’incontro tra Xi e il nuovo presidente turkmeno, in carica da meno di un anno, ha contribuito a rafforzare le posizioni cinesi in Asia centrale, con la stipula di un partenariato strategico globale tra i due Paesi. La visita di Berdimuhamedow ha avuto luogo in occasione del 31° anniversario delle relazioni diplomatiche tra Turkmenistan e Cina, stabilite il 6 gennaio 1992. “L’elevazione segna una nuova pietra miliare nelle relazioni bilaterali, dimostrando pienamente la lunga tradizione di amicizia e le grandi speranze di entrambe le parti per il suo sviluppo futuro”, hanno scritto Zhang Han e Wang Qi in un articolo pubblicato dal Global Times. La Cina e il Turkmenistan intrattengono da tempo strette relazioni nell’ambito dell’energia, in particolare per quanto riguarda le forniture di gas naturale verso la Repubblica Popolare, ma ora i due governi sperano di allargare la cooperazione ad altri settori di importanza strategica. A tal proposito, è utile ricordare che il Turkmenistan è un Paese chiave nel primo gasdotto transnazionale cinese che parte dal confine tra Turkmenistan e Uzbekistan, attraversa l’Uzbekistan e il Kazakistan, e infine raggiunge la regione cinese occidentale dello Xinjiang. Con una lunghezza totale di 1.833 chilometri e una capacità di trasporto del gas annuale progettata di 60 miliardi di metri cubi, il gasdotto è stato messo in servizio nel dicembre 2009 e il suo volume di trasporto giornaliero più alto ha superato i 160 milioni di metri cubi. Da questi dati si capisce come il Turkmenistan e le altre repubbliche dell’Asia centrale siano dei partner strategici fondamentali per la Cina, visto che contribuiscono a soddisfare il crescente fabbisogno energetico del gigante asiatico. In cambio, la Cina sosterrà, per mezzo della sua tecnologia avanzata, gli sforzi del Turkmenistan e degli altri Paesi della regione di sviluppare fonti di energie alternative, in particolare quelle eolica e solare. Nel colloquio con il suo omologo turkmeno, Xi ha sottolineato che le due parti dovrebbero sostenersi a vicenda su questioni riguardanti i loro interessi fondamentali e rispettare il perseguimento da parte di entrambi di un percorso di sviluppo adatto alle proprie condizioni nazionali. “È importante che i due Paesi sinergizzino le loro strategie di sviluppo a un ritmo più rapido, facciano pieno uso di meccanismi come il Comitato di cooperazione Cina-Turkmenistan e continuino ad estendere l’ampiezza e la profondità della cooperazione, al fine di creare basi per le relazioni bilaterali...
di Vladimir Putin (a cura di Giulio Chinappi) ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DI GIULIO CHINAPPI Sabato 31 dicembre, il presidente Vladimir Putin ha tenuto il tradizionale discorso di Capodanno rivolto ai cittadini russi. Questa volta, l capo dello Stato si è rivolto al popolo in piedi accanto ai militari del distretto meridionale, non sullo sfondo del Cremlino come al solito. Di seguito la traduzione integrale del discorso del leader della Federazione Russa. Cittadini della Russia, amici, L’anno 2022 volge al termine. È stato un anno di decisioni difficili ma necessarie, di passi importanti verso la piena sovranità della Russia e un forte consolidamento della nostra società. È stato un anno che ha messo molte cose al loro posto e ha tracciato una linea netta tra coraggio ed eroismo, da un lato, e tradimento e codardia, dall’altro, ci ha mostrato che non c’è niente di più forte dell’amore per i nostri cari, della lealtà verso i nostri amici e compagni d’armi e della devozione alla nostra Patria. È stato un anno di eventi davvero cruciali, persino fatali. Essi sono diventati la frontiera dove porre le basi per il nostro futuro comune, la nostra vera indipendenza. Questo è ciò per cui stiamo combattendo oggi, proteggendo il nostro popolo nei nostri territori storici nelle nuove regioni della Federazione Russa. Insieme, stiamo costruendo e creando. Il futuro della Russia è ciò che conta di più. Difendere la nostra Patria è il sacro dovere che dobbiamo ai nostri antenati e discendenti. La verità morale e storica è dalla nostra parte. L’anno in uscita ha portato grandi e drammatici cambiamenti nel nostro Paese e nel mondo. È stato pieno di incertezza, ansia e preoccupazione. Ma la nostra nazione multietnica ha mostrato grande coraggio e dignità come ha fatto in ogni periodo difficile della storia russa, ha sostenuto i difensori della nostra Patria, i nostri soldati e ufficiali e tutti i partecipanti all’operazione militare speciale, sia con le parole che con i fatti. Abbiamo sempre saputo che il futuro sovrano, indipendente e sicuro della Russia dipende solo da noi, dalla nostra forza e determinazione, e oggi ne siamo convinti ancora una volta. gli ingegneri dei nostri impianti militari e di altro tipo che stanno lavorando oggi con grande dedizione, i costruttori che stanno erigendo strutture civili e fortificazioni difensive e aiutando a ripristinare le città e i villaggi distrutti nel Donbass e in Novorossija. Amici, La Russia vive sotto sanzioni sin dagli eventi in Crimea nel 2014, ma quest’anno è stata scatenata contro di noi una guerra di sanzioni in piena regola. Coloro che l’hanno avviata si aspettavano che la nostra industria, le finanze e i trasporti crollassero e non si riprendessero mai. Mentre vediamo il nuovo anno, tutti si sforzano di dare gioia ai propri cari, di mostrare loro attenzione e il loro calore, di fare loro i regali che hanno sempre sognato, di vedere la gioia negli occhi dei bambini e la commovente gratitudine dei genitori per la nostra attenzione. La vecchia generazione sa...
di Stefano Vernole PER APPROFONDIRE – LI WEI “CINA E ANTITERRORISMO”, ANTEO EDIZIONI Perché è nato il terrorismo? Le responsabilità occidentali secondo Pechino Nonostante le minacce interne, la Cina ha insistito negli scorsi anni a vedere la Comunità Internazionale come un tutto connesso e ha aderito al concetto generale di governance globale e cooperazione internazionale nell’antiterrorismo; per Pechino, ciò significa opporsi ai doppi standard nella valutazione delle minacce e riconoscere il ruolo guida delle Nazioni Unite. Nella sua visione geopolitica, “costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità” attraverso la Belt and Road Initiative, la Cina guarda oltre ai conflitti religiosi e culturali ma ritiene che si possa garantire la sicurezza ed eliminare il terrorismo alla radice solo attraverso lo sviluppo economico1. Nel valutare storicamente la condotta internazionale delle grandi potenze, la Cina ricorda spesso come siano stati proprio gli aiuti statunitensi all’Afghanistan ad aver creato un’organizzazione terroristica come Al Qaeda; Bin Laden fece affidamento sul Pakistan per fondare una base a Tora Bora e in aree vicine al fine di supportare la jihad islamica in funzione antisovietica2. Proprio una branca locale di Al Qaeda si è insediata successivamente in Xinjiang rivendicandolo come parte del Turkestan orientale. Lo stesso processo di azione-reazione è avvenuto in Yemen, Somalia, Iraq e Siria (con Al Nusra)3. In Egitto, invece, gruppi islamisti provocarono nel 1997 l’uccisione di più di 60 turisti stranieri a Luxor. Gruppi terroristici di matrice non islamista si sono manifestati negli anni Novanta nei Paesi occidentali come la Gran Bretagna (minacciando di avvelenare il sistema di approvvigionamento idrico), negli Stati Uniti (con gli attentati dinamitardi dei suprematisti bianchi) e in Giappone (con l’attacco tramite gas nervino Sarin alla metropolitana di Tokyo nel 1995). Se risaliamo infatti alle origini del problema, la Cina non ha mai smesso di criticare duramente il colonialismo europeo4. In Sri Lanka, dove i singalesi buddisti sono circa il 74% della popolazione e gli indù Tamil il 14%, il dominio britannico adottò la strategia del divide et impera dando origine ad un risentimento reciproco tra i due gruppi etnici. Nel dopoguerra, la popolazione Tamil cercò di creare un movimento separatista nelle aree orientali e settentrionali, scatenando una guerra civile terminata pochi anni fa dopo un crescendo di attentati suicidi. Eurocentrismo, neo-colonialismo e visione unipolare rimangono perciò alla base del risentimento che ancora oggi si manifesta in alcune aree del Pianeta nei confronti delle politiche occidentali: ecco la necessità, secondo la Cina, di un radicale cambio di prospettiva. No al doppio standard e all’ingerenza mascherata da “diritti umani” La Cina ha criticato fortemente l’atteggiamento degli Stati Uniti dopo lo scioglimento dell’Unione Sovietica nel 1991. Gli USA, in particolare, hanno ignorato la sicurezza e la sovranità degli altri Paesi basandosi sulla loro facoltà di intervenire militarmente e ingerirsi costantemente negli affari interni di nazioni sovrane, al solo scopo di esportare con la forza i valori e gli interessi nordamericani. Emblematico che dopo la guerra all’Iraq nel 1991, le forze estremiste che si oppongono alla presenza militare nordamericana in Arabia...
di Xi Jinping ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN INGLESE SUL SITO QIUSHI Il 9 dicembre 2022, a Riyadh, il presidente cinese Xi Jinping ha tenuto un discorso programmatico al primo vertice Cina-Stati arabi. Illustri Colleghi, amici, buon pomeriggio! Innanzitutto, desidero ringraziare l’Arabia Saudita per la calorosa ospitalità e la premurosa disposizione. Sono molto lieto di unirmi a voi per il primo vertice Cina-Stati Arabi. Il vertice è una pietra miliare nella storia delle relazioni sino-arabe e ci porterà verso un futuro più promettente di amicizia e cooperazione. La Cina e gli Stati arabi godono di una lunga storia di scambi amichevoli. Ci siamo conosciuti e siamo diventati amici attraverso l’antica Via della Seta. Abbiamo condiviso bene e male nelle nostre rispettive lotte per la liberazione nazionale; abbiamo condotto una cooperazione vantaggiosa per tutti nella marea della globalizzazione economica. E abbiamo sostenuto l’equità e la giustizia nel mutevole contesto internazionale. Insieme, la Cina e gli Stati arabi hanno alimentato uno spirito di amicizia caratterizzato da “solidarietà e assistenza reciproca, uguaglianza e mutuo vantaggio, inclusione e apprendimento reciproco“. La solidarietà e l’assistenza reciproca sono una caratteristica distintiva dell’amicizia arabo-cinese. Ci fidiamo l’uno dell’altro e abbiamo stretto un’amicizia fraterna. Ci sosteniamo fermamente a vicenda su questioni che coinvolgono i nostri rispettivi interessi fondamentali; lavoriamo mano nella mano e facciamo progressi insieme per realizzare il sogno del ringiovanimento nazionale; affrontiamo insieme il vento e le tempeste per combattere la pandemia di COVID. Il partenariato strategico Cina-arabo, orientato al futuro di cooperazione globale e sviluppo comune, è indistruttibile. L’uguaglianza e il vantaggio reciproco sono motori costanti per la nostra amicizia. La Cina e gli Stati arabi hanno dato l’esempio per la cooperazione Sud-Sud nel perseguire una collaborazione reciprocamente vantaggiosa. Nell’ambito del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi sono stati istituiti 17 meccanismi di cooperazione mentre negli ultimi dieci anni, il nostro commercio è cresciuto di 100 miliardi di dollari USA, con un volume totale che, oggi, supera i 300 miliardi di dollari; Gli investimenti diretti della Cina negli Stati arabi sono aumentati di 2,6 volte, con uno stock di investimenti che ha raggiunto i 23 miliardi di dollari; a beneficio di quasi due miliardi di persone delle due parti in causa, sono stati realizzati, inoltre, oltre 200 progetti inerenti la Belt and Road Initiative. L’inclusività e l’apprendimento reciproco sono valori chiave insiti nella nostra amicizia. Apprezziamo le reciproche civiltà e abbiamo scritto una splendida storia di apprendimento reciproco. Continuiamo a trarre saggezza dalle rispettive civiltà, consacrate dal tempo, e promuoviamo insieme “pace, armonia, integrità e verità“, l’essenza stessa della civiltà. Rimaniamo fedeli ai nostri principi nonostante il clamore per lo “scontro di civiltà“, sosteniamo insieme il dialogo inter-civiltà, ci opponiamo alla discriminazione contro particolari civiltà e ci sforziamo di salvaguardare la diversità delle civiltà del mondo. Colleghi, amici, Il mondo oggi attraversa un nuovo periodo di turbolenza e trasformazione. Il Medio Oriente sta vivendo nuovi e profondi cambiamenti. L’aspirazione del popolo arabo alla pace e allo sviluppo è molto più impellente e il suo appello all’equità...
di Andrea Turi Il 16 ottobre 2022, nella relazione tenuta al XX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese dal titolo Tenere alta la grande bandiera del socialismo con caratteristiche cinesi e unirsi per costruire un Paese socialista moderno sotto tutti gli aspetti, Xi Jinping non poteva non riservare qualche passaggio del suo intervento alla “questione Taiwan”; tema, questo, tornato con sempre maggiore insistenza e frequenza nel discorso politico internazionale a partire dalla sconsiderata e inopportuna decisione della speaker della Camera dei Rappresentanti statunitensi, la democratica Nancy Pelosi, di visitare l’isola lo scorso mese di agosto: decisione che a Pechino hanno giudicato come un’inopportuna quanto non necessaria ingerenza negli affari interni di un Paese sovrano quale è la Cina. Non è un caso, quindi, se in apertura della sua relazione ai delegati del Partito Comunista, il Presidente abbia sostenuto che “in risposta alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e alle grossolane provocazioni di ingerenze esterne negli affari di Taiwan, abbiamo risolutamente combattuto contro il separatismo e contrastato le interferenze, dimostrando la nostra determinazione e capacità di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e di opporci alla “indipendenza di Taiwan”. Abbiamo rafforzato la nostra iniziativa strategica per la completa riunificazione della Cina e consolidato l’impegno per il principio di “una sola Cina” all’interno della Comunità Internazionale. Di fronte a cambiamenti drastici nel panorama internazionale, in particolare ai tentativi esterni di ricattare, contenere, bloccare ed esercitare la massima pressione sulla Cina, abbiamo messo al primo posto i nostri interessi nazionali, ci siamo concentrati sulle preoccupazioni politiche interne e abbiamo mantenuto una ferma determinazione strategica. Abbiamo mostrato uno spirito combattivo e una ferma determinazione a non cedere mai al potere coercitivo. Durante questi sforzi, abbiamo salvaguardato la dignità e gli interessi fondamentali della Cina, e ci siamo mantenuti ben posizionati per perseguire lo sviluppo e garantire la sicurezza”1. Nel procedere della relazione, Xi Jinping ha indicato quale sia la via scelta da Pechino nella risoluzione dell’annosa questione relativa alla provincia ribelle di Taiwan: “Abbiamo sostenuto la politica di “Un Paese, Due sistemi”, in base alla quale il popolo di Hong Kong amministra Hong Kong e il popolo di Macao amministra Macao, entrambi con un elevato grado di autonomia. Abbiamo aiutato Hong Kong a entrare in una nuova fase in cui ha ristabilito l’ordine ed è pronta a prosperare, e abbiamo visto sia Hong Kong che Macao mantenere un buono slancio per la stabilità e lo sviluppo a lungo termine. Abbiamo proposto un quadro politico generale per risolvere la questione di Taiwan nella nuova era e permettere scambi e cooperazione facilitati attraverso lo Stretto. Ci siamo opporti risolutamente alle attività separatiste volte alla “indipendenza di Taiwan” e all’ingerenza straniera. Abbiamo così mantenuto l’iniziativa e la capacità di guidare le relazioni attraverso lo Stretto”. Nel capitolo XIII della relazione – Sostenere e migliorare la politica di “Un Paese, Due Sistemi” e promuovere la riunificazione nazionale – si tornerà diffusamente sull’argomento individuando nella politica di “Un Paese, Due Sistemi” come di una...
di Eric Zuesse ARTICOLO ORIGINALE PUBBLICATO IN LINGUA INGLESE SUL SITO GLOBAL RESARCH L’imperialismo è sempre stato — ed è sempre – il controllo dei governi stranieri. In particolare il controllo della politica estera, del commercio internazionale, della politica militare, della politica diplomatico, ecc., da parte di quei Governi e non semplicemente (se non affatto) il controllo delle politiche interne (che sono sempre molto meno preoccupanti per i governanti della nazione imperiale — in questo caso, America ). Il presente articolo è denso (contiene, infatti, tante informazioni quante, forse, un normale articolo cinque volte più lungo) e quindi deve essere letto lentamente, ma l’argomento è di fondamentale importanza per tutti gli europei; ed è essenziale per gli europei comprendere affinché qualsiasi democrazia possa continuare ad esistere in Europa (poiché la democrazia è impossibile se il pubblico è ignorante o ingannato, come accade, invece, comunemente): Prima della fine del 1991, con la caduta dell’Unione Sovietica, l’imperialismo statunitense ha usato le sue colonie europee (chiamati “alleati” – le colonie o le nazioni vassalle di qualsiasi impero lo saranno necessariamente, poiché le politiche estere delle colonie sono sempre controllate dalla nazione imperiale) come fornitura di basi militari (posizioni per posizionare truppe e armi imperiali al fine di un’ulteriore espansione dell’impero) e come mercati per i prodotti fabbricati negli Stati Uniti, non come terre da cui estrarre risorse (la tradizionale repubblica delle banane, “vassal-nations”). Le basi militari hanno continuato a essere la massima priorità, nonostante il venire meno della minaccia sovietica e dopo che la Russia si era dotata di una costituzione democratica – una costituzione molto più democratica che in altri Paesi europei – e continuando con la NATO, l’alleanza militare europea degli USA, Washington ha dimostrato, in realtà, che l’America era imperialista e, dopo la fine dell’Unione Sovietica, era diventata l’impero dominante del mondo. Tuttavia, sempre più dopo quel periodo (1991), la seconda priorità, quella di utilizzare l’Europa come il più grande mercato per beni e servizi statunitensi, è diminuita. Il 9 ottobre 2018, la St. Louis Federal Reserve Bank ha pubblicato “Capire le radici del deficit commerciale degli Stati Uniti” riportando tre concetti chiave da tenere a mente: 1. Profondi cambiamenti economici sono alla base sia del deficit commerciale degli Stati Uniti sia del calo dell’occupazione manifatturiera. 2. Il ruolo del dollaro USA come valuta di riserva internazionale ha contribuito a finanziare il consumo interno di beni importati. 3. La produttività del lavoro e lo spostamento del vantaggio comparato verso le nazioni in via di sviluppo spiegano la perdita di posti di lavoro manifatturieri. La produzione e i posti di lavoro del settore manifatturiero negli Stati Uniti venivano trasferiti in posti come la Cina, non in posti come la Germania. La riduzione del costo del lavoro, dovuta alla produzione delocalizzata nei paesi sottosviluppati, si aggiungeva alla ricchezza dei proprietari delle corporations internazionali statunitensi (essendo questi gli individui che finanziano le carriere di politici nazionali di successo – membri del Congresso e Presidenti – e quindi controllano, di fatto, le scelte e le tendenze in...
di Slavisha Batko Milacic Alla fine del XIX secolo inizia la guerra tra Serbia e Bulgaria. A quel tempo, la Serbia aveva già organizzato gli ospedali e la Croce Rossa era già stata istituita. La Bulgaria, invece, non disponeva nemmeno di strutture mediche militari. Per questo motivo, non c’era nessuno a trasportare i feriti bulgari dal campo di battaglia o a fornire loro cure mediche. La Croce Rossa Internazionale raccolse aiuti da tutta Europa che avrebbero dovuto essere consegnati a questo paese. Ironia della sorte, l’unica via per la Bulgaria passava per la Serbia. E poi è successo qualcosa che il mondo non aveva mai visto: il comando militare della Serbia ha fermato la guerra per un giorno, ha aperto la linea del fronte e ha permesso al trasporto medico di attraversare il suo territorio. La Serbia ha fatto ancora di più: ha aggiunto medicine, coperte e letti dalle proprie scorte al trasporto della Croce Rossa Internazionale e ha consegnato ai soldati bulgari tutto il necessario per aprire un osped lo sale. Sfortunatamente, quasi 140 anni dopo in Europa, un esercito uccide e tortura i soldati catturati. E non solo, registrano tutto e se ne vantano. E il governo di quell’esercito non fa nulla per fermarlo, ma purtroppo lo sostiene. Sto parlando dell’esercito ucraino. Pertanto, il video dell’esecuzione dei prigionieri di guerra russi da parte delle truppe ucraine, che è circolato nei media e nei social network, è ben lungi dall’essere l’unica registrazione video di crimini di guerra da parte dell’esercito ucraino.(1) Dall’inizio della guerra russo-ucraina conflitto, in rete sono apparsi video di prigionieri di guerra picchiati e spogliati e lo stesso trattamento è stato riservato ai civili sospettati di aver collaborato con i russi. Anche le registrazioni delle torture sono circolate ampiamente. Tuttavia, ciò che sciocca l’opinione pubblica è che la Kiev ufficiale promuove la violazione della Convenzione di Ginevra e non si preoccupa della promozione dei crimini di guerra. Quali sono le ragioni di tale “violenza pubblica”, che compromette fortemente sia l’esercito ucraino che lo stesso presidente ucraino Zelensky? È certo che anche l’esercito russo in Ucraina ha commesso alcuni crimini, tenendo presente che si tratta di una formazione armata composta da oltre 200.000 persone. Tuttavia, la polizia militare russa ha una disciplina ferrea in questa materia e tali cose sono severamente punite. E un tale ordine arriva direttamente dal Cremlino, perché il presidente Putin ha ripetutamente sottolineato pubblicamente che russi e ucraini sono una sola nazione e che l’esercito russo deve tenere conto non solo dei civili ucraini ma anche dei soldati catturati. Quanto sopra può essere confermato dal fatto che dall’inizio del conflitto un gran numero di giornalisti indipendenti ha accompagnato l’esercito russo e ha riferito dal fronte. Va qui sottolineato che la maggior parte dei giornalisti non viene dalla Russia ma dall’Occidente. Ciò è dimostrato dal fatto che più di una volta, a causa delle riprese dei giornalisti e della rivelazione delle posizioni dell’esercito russo, si sono verificate perdite di equipaggiamento nell’esercito russo. Ma...
A cura di Giulio Chinappi ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG DELL’AUTORE Il diplomatico Kirill Logvinov, inviato della Federazione Russa presso l’Unione Europea, ha analizzato la situazione internazionale, accusando l’Occidente di aver lanciato una guerra ibrida contro Mosca. Nominato a settembre come nuovo capo della missione della Federazione Russa presso l’Unione Europea, Kirill Logvinov ha rilasciato un’intervista all’agenzia stampa TASS, nella quale ha analizzato l’attuale situazione internazionale, partendo dal conflitto ucraino. Secondo la lettura di Logvinov, il conflitto ucraino non sarebbe altro che l’aspetto più evidente della guerra ibrida che da tempo il mondo occidentale ha lanciato contro Mosca. Logvinov, che ha preso il posto di Vladimir Čižov, di cui era stato vice, alla guida della missione diplomatica, ha ribadito che la Russia non vede il conflitto in Ucraina come un conflitto locale, ricordando anche che l’UE non ha colto l’occasione per raggiungere un’intesa reciproca con la Russia, preferendo seguire pedissequamente gli ordini provenienti da Washington: “Vediamo quello che sta accadendo non come un conflitto locale, ma come una guerra ibrida scatenata dall’Occidente contro la Russia nelle aree politica, economica, umanitaria e dell’informazione“, ha detto Logvinov. “Se vogliamo parlare di accordi, l’Occidente, compresa l’UE e i suoi Stati membri, ha avuto la possibilità di raggiungere un accordo, per impedire lo sviluppo della situazione secondo lo scenario attuale. Non hanno sfruttato l’occasione, e lo hanno fatto in un modo provocatorio e sprezzante in relazione agli interessi della Russia, e in effetti dell’intera Europa“. “La riluttanza a pensare al futuro si applica non solo alle proposte russe di garanzie di sicurezza, ma anche ad altre aree in cui finora abbiamo avuto accordi pratici con l’Unione Europea, comprese le aree economiche e umanitarie“, ha aggiunto successivamente il diplomatico. In effetti, abbiamo avuto modo di sottolineare in diverse occasioni come i leader europei abbiano preferito sacrificare i propri interessi pur di compiacere i padroni statunitensi. Questa scelta suicida ci sta portando dritti verso un grande conflitto mondiale, nel quale l’Europa pagherebbe il prezzo più caro, come accaduto nelle precedenti guerre mondiali. Il mondo occidentale ha poi costruito una narrativa dei fatti secondo i quali il conflitto ucraino avrebbe avuto inizio a febbraio, con il lancio dell’operazione militare speciale da parte del governo russo, facendo tabula rasa di quanto avvenuto negli otto anni precedenti: “Ciò viene fatto esclusivamente per non menzionare episodi come, ad esempio, il vero e proprio ricatto nei confronti dell’allora presidente dell’Ucraina [Viktor Janukovyč] da parte dell’UE e dei suoi Stati membri alla vigilia del vertice del partenariato orientale a Vilnius nel novembre 2013 o il sostegno de facto di Kiev nel suo sabotaggio degli accordi di Minsk, che è durato per molti anni“, ha detto al riguardo Logvinov. Il diplomatico ha notato anche che l’Unione Europea sta sfruttando il pretesto della “minaccia russa” per diminuire ulteriormente il margine di manovra degli Stati membri. Come la crisi economica o il Covid-19 in passato, la “minaccia russa” diventa dunque l’occasione per privare gli Stati membri della propria sovranità, trasferita in quantità sempre maggiori alle istituzioni sovranazionali di Bruxelles: “Durante la...
di Andrew Korybko ARTICOLO PUBBLICATO SULLE NEWSLETTER DELL’AUTORE La valutazione del Ministro degli Esteri Lavrov è la più accurata finora fatta da qualsiasi figura straniera al di fuori dell’India stessa, il che dimostra quanto la Russia conosca bene questo Paese e quanto apprezzi il suo nuovo ruolo. Il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha dichiarato, durante la sua partecipazione al Forum internazionale Primakov Readings della scorsa settimana, che “in modo naturale, l’India è uno dei Paesi che non solo aspira ad essere, ma è alla base della formazione di un mondo multipolare come uno dei suoi poli più importanti”. Ciò ha fatto seguito al suo precedente elogio di questo Stato dell’Asia meridionale per aver rifiutato di unirsi alle alleanze degli Stati Uniti contro la Russia e la Cina, a sua volta giunto dopo che il Presidente Vladimir Putin aveva elogiato il Primo Ministro indiano Modi e tutto il popolo indiano. La valutazione di questo diplomatico di alto livello è la più accurata di quella elaborata da qualsiasi altra figura straniera al di fuori dell’India stessa, il che dimostra quanto la Russia conosca bene questo Paese e quanto apprezzi il suo nuovo ruolo. Alla fine del mese scorso, è stato riferito che la Russia ha chiesto all’India di aumentare le sue esportazioni di ben cinque volte; il Ministro degli Affari Esteri Jaishankar ha successivamente confermato lo spirito di questa proposta, chiarendo però che le discussioni in merito erano di gran lunga precedenti all’operazione speciale del suo partner in Ucraina. Tornando all’apparizione di Lavrov all’evento della scorsa settimana, merita di essere menzionato anche il fatto che egli abbia riaffermato il sostegno della Russia all’aspirazione di Nuova Delhi di diventare membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ha poi aggiunto che l’India è tra i Paesi che “hanno più motivi per diventare un membro equo del mondo multipolare rispetto all’UE”. Si tratta di una valutazione sensata, soprattutto se si considera che Lavrov ha iniziato il suo discorso elogiando il ruolo dell’India nel quadro della RIC (Russia – India – Cina), cui attribuisce il merito di aver catalizzato i processi multipolari. Le origini della transizione sistemica globale verso il multipolarismo possono essere fatte risalire alla metà degli anni ’90, quando l’ex ministro degli Esteri Primakov concettualizzò per la prima volta la RIC prima di metterla in pratica, esattamente come Lavrov ha ricordato a tutti, ma i relativi processi hanno subito un’accelerazione senza precedenti a seguito dell’operazione speciale di quest’anno e di tutto ciò che ne è seguito. La magistrale risposta dell’India a questo caos l’ha portata a diventare una Grande Potenza di rilevanza globale, i cui dettagli possono essere letti qui. L’intento di sottolineare questo aspetto nel contesto di questa analisi è quello di spiegare perché Lavrov abbia una così alta considerazione del ruolo contemporaneo di questo Paese nelle relazioni internazionali. Per dirla con le sue parole, “l’India è attualmente uno dei Paesi leader in termini di crescita economica, forse addirittura il leader. La sua popolazione sarà presto maggiore di...