4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

firenze-31-marzo
L’intervento di Stefano Vernole, vicedirettore della rivista di geopolitica Eurasia nonché coordinatore del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, in un collegamento telefonico con la Radio Italia della Voce della Repubblica islamica dell’Iran (IRIB) e con il sito http://parstoday.com/it. http://parstoday.com/it/news/middle_east-i142425-stefano_vernole_all’irib_con_russiagate_usa_vogliono_allontanare_russia_dall’ue_
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Clemente Herrero Fabregat è Professore emerito all’Università Autonoma di Madrid nell’area Didattica delle Scienze Sociali, dove dirige un gruppo di studio dal titolo “Investigazioni geopolitiche ed educative”. La sua fama si estende ampiamente al di fuori della Spagna, avendo svolto lezioni universitarie in Brasile, Cuba, Uruguay e Messico; ha quindi ricevuto una Laurea Honoris Causa presso l’Università Regionale del Nord Est del Rio Grande del Sur (UNIJUI). Il suo ultimo testo, El Mundo hace crack, riassumendo i più importanti eventi geopolitici degli ultimi due secoli, si divide in diverse parti, alcune di carattere introduttivo altre che affrontano temi più specifici. Tracciando linee generali, l’autore ritiene che la geopolitica possa distinguersi in tre tipi fondamentali: classica, organica e cibernetica (o cognitiva); a quest’ultima viene in particolare dato risalto, in quanto disciplina che si pone in relazione diretta con l’immaginario “interessato” che i gruppi di potere vogliono creare nelle menti delle persone. Per dominare quello che viene definito lo “spazio mentale” i gruppi dirigenti devono controllare quattro ambiti: quello economico, quello culturale-filosofico, quello politico e quello tecnologico. Rispetto alla geopolitica classica, quella cibernetica decide di avanzare nell’utilizzo delle nuove tecniche di informazione e comunicazione, diluendo il suo tradizionale unico centro di potere in una rete con molti centri interconnessi: il suo obiettivo non è più la dominazione militare degli spazi geografici ma piuttosto il controllo economico degli stessi. Le nuove forme di capitalismo finanziario che hanno dato vita al processo di globalizzazione utilizzano le istituzioni tradizionali come Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale ecc., insieme alle grandi multinazionali, alle reti e ai loro operatori, per sostituire il ruolo svolto un tempo dagli stati maggiori dell’esercito. Le grandi corporazioni costituiscono l’unità di base dell’attuale economia mondiale e attualmente il 55% della ricchezza del Pianeta si trova concentrata nelle mani di 400 imprese transnazionali del settore energetico, chimico, farmaceutico … Il 90% della ricchezza mondiale è in mano all’1% della popolazione del Pianeta. Accanto a questa geopolitica cibernetica, quella cognitiva pretende di imporre la visione del mondo, diffondere l’ideologia e realizzare gli interessi delle classi dominanti attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Se l’obiettivo precedente era il dominio militare dello spazio, oggi bisogna far accettare ai cittadini una determinata visione simbolica dell’esistenza, tanto nella sfera economico-commerciale che in quella politica, religiosa, sportiva, ricreativa ecc. Questo effetto potentemente stimolatorio viene poi dialetticamente “temperato” attraverso la diffusione delle droghe e di potenti farmaci: attualmente il 25% dei bambini negli Stati Uniti si trova sotto la prescrizione di qualche sostanza che necessita di ricetta medica. Quando il controllo “medico” non basta, arriva quello tecnologico. Stando alla ricostruzione effettuata dal noto geopolitico francese Yves Lacoste, il sistema Echelon (dipendente dalla National Security Agency degli Stati Uniti d’America e il cui centro si trova a Fort Meade in Maryland), oltre a fax e telefoni, è in grado di intercettare il 90% del traffico via internet a livello mondiale, con particolare attenzione alle informazioni funzionali allo spionaggio civile e industriale. Parallelamente si stanno sviluppando altri tipi di sistema come...
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Negli ultimi anni, diversi fattori sincronici sotto forma di sfide militari, sociali ed economiche stanno provocando un risveglio geopolitico dell’Italia, che si riflette in un aumento della sua presenza nel bacino del Mediterraneo e in gran parte dell’Africa. Per comprendere e contribuire al dibattito di questo periodo della politica estera italiana, qui si propone di partire dalla descrizione delle attuali situazioni contestuali per poi processarle attraverso un’analisi comparativa della Repubblica Italiana con due attori determinanti per il suo presente: uno da ieri, il Regno d’Italia, e un altro di oggi, la Repubblica francese. Abstract: In recent years, several synchronic factors in the form of military, social and economic challenges are causing a geopolitical awakening of Italy, which is reflected in an increase of its presence in the Mediterranean Basin and in Africa. In order to understand and contribute to the debate of this period of Italian foreign policy, here it is proposed to start from the description of the current contextual situations and then process them through a comparative analysis of the Italian Republic with two determinants of its present: one from yesterday, the Kingdom of Italy, and another from today, the French Republic. Keywords: Italia, Africa, mar Mediterraneo, Francia, terrorismo, potere regionale, energia, immigrazione Keywords: Italy, Africa, Mediterranean Sea, France, terrorism, regional power, energy, immigration Introduzione L’Italia ha iniziato il 2018 con delle idee chiare: dopo l’apertura della sua ambasciata a Niamey, una missione è formalizzata in Niger con 470 militari e quella in Libia viene arrotondata a 400 uomini1. Con tutto ciò, in Niger, Roma si presenta con una missione di tipo Security Force Assistance, poiché la Francia rimane il leader indiscusso nell’area. Tuttavia, è in Libia che la volontà di affermarsi come potenza regionale cresce inesorabilmente. Al di là dei dettagli delle operazioni sanitarie e della formazione lì sviluppate, Roma sa che Libia è il punto in cui la sua egemonia nel Mar Mediterraneo può prendere il via. La ex colonia, oltre a invitare giustificazioni storiche, ci costringe a considerare motivi più tangibili come gli interessi energetici, i flussi migratori e la minaccia jihadista. Quindi, il focus dell’attenzione sarà diretto ai territori più vicini al mare nostrum; Il Libano, dove l’Italia è presente attraverso l’UNIFIL (Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite), la missione unilaterale in Kosovo o i compiti di addestramento e sostegno alle truppe tunisine, sono altre prove che l’aumento del protagonismo di Roma nel Mediterraneo è già chiaramente quantificabile: più presenza di militari italiani in quest’area a detrimento dell’Iraq e dell’Afghanistan. Le ragioni che rendono inevitabile l’intensificazione dell’attenzione strategica dell’Italia nel suo ambiente naturale, oggi stanno diventando più numerose. Questo abito da media potenza consolidata che il contesto offre sarà adattato all’Italia, se oltre a riconoscere le sfide attuali, Roma si guarderà intorno, cioè alle altre potenze europee, mentre esamina il proprio passato; quel sottosuolo storico di argomenti culturali e sentimentali che turbano o nutrono a seconda che siano gestiti in modo più o meno sensato. Tutte le strade portano al Mediterraneo...
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Il professor Evgeny N. Pashentsev dell’Accademia Diplomatica di Mosca analizza l’aspetto psicologico delle sanzioni e della strategia economica statunitense contro la Russia. Il confronto geopolitico tra la Russia e gli Stati Uniti è un argomento caldo nel panorama delle relazioni internazionali ed è stato ampliamento discusso sia dal mondo accademico che da quello economico. Secondo quando espresso dal Professor Evgeny N. Pashentsev, esperto russo in Comunicazione Strategica e Guerra Psicologica dell’Accademia Diplomatica del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, nel secondo volume di Geopolitical Report intitolato “Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act”: The Psychological Aspect le sanzioni economiche sono uno dei mezzi di pressione degli Stati Uniti maggiormente utilizzati contro la Russia il cui fine è quello di influenzare la politica interna ed estera del Cremlino concepito come uno dei principali avversari della Casa Bianca. In termini socio-politici, la guerra psicologica strategica è l’impatto psicologico esplicito e implicito a lungo termine dei sistemi concorrenti (attori statali, sovra-statali, intra-statali e non statali) con l’obiettivo di infliggere danni e/o liquidare i beni materiali della parte avversa per vincere la sfida nella sfera materiale. Lo sviluppo concettuale della guerra psicologica strategica è iniziato durante la Guerra Fredda da entrambe le parti: a metà degli anni ’90 l’agenzia RAND ha introdotto il termine “strategic information warfare” riferendosi alla guerra con confini tradizionali sfocati. Secondo Pashentsev, attualmente contro la Russia è in corso una guerra strategica delle informazioni il cui fine è quello di indebolire il paese puntando sul successivo riorientamento geopolitico o la separazione controllata del paese. La strategia statunitense di sfruttare le sanzioni è dovuta dal fatto che l’utilizzo della forza militare è con il tempo divenuta più difficile, rischiosa e costosa e gli strumenti del soft power non sono sufficienti per raggiungere gli obiettivi sperati. Quindi avendo la forza militare e il soft power mostrato i propri limiti, la comunità di esperti statunitense ha esplorato ulteriori strade non militari come la coercizione, l’indebolimento ed il punire coloro che minacciano gli interessi e la sicurezza statunitense. In tale volume pubblicato dall’Associazione di Studio, Ricerca e Internazionalizzazione in Eurasia ed Africa (ASRIE) con l’assistenza accademica dei membri del EU-RU-CM Network, l’attenzione viene posta sull’aspetto psicologico delle sanzioni economiche definite da Greg Simons, Associate Professor all’Università di Uppsala (Svezia), come “un’arma scelta degli Stati Uniti nella ricerca di indebolire e alla fine sovvertire i propri nemici”. La guerra economica che gli Stati Uniti stanno conducendo, afferma Simons, contro i propri avversari ha effetti tangibili e intangibili con implicazioni sia a livello nazionale che internazionale. Darya Bazarkina (Russia), Professore presso il Dipartimento per la Sicurezza Internazionale e gli Affari Esteri dell’Accademia dell’Economia Nazionale e la Pubblica Amministrazione sotto la Presidenza della Federazione Russa (RANEPA), ha sottolineato come il report redatto dal Professor Pashentsev fornisce una nuova visione e lettura delle sanzioni russe rivelando le conseguenze latenti a lungo termine. Ernesto López (Argentina), direttore dell’Istituto dei Problemi Nazionali dell’Università Nazionale di Lanús, ha commentato tale ricerca evidenziando l’interessante punto di riflessione sollevato dal Professor Pashentsev sul ruolo...
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Si inaugura domenica 18 febbraio 2018 alle ore 18.00 presso Palazzo Banci Buonamici di via Bettino Ricasoli 17 “Cina. Viaggio tra tradizione e innovazione“, mostra del fotografo pratese Matteo Fortunato. La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 28 febbraio. La mostra fotografica allestita a Palazzo Banci Buonamici, in pieno centro storico di Prato, è la risultante del lavoro svolto dal fotografo durante un viaggio intrapreso lo scorso agosto che si è snodato da nord a sud del Paese. Cina. Viaggio tra tradizione e innovazione non è che l’ultimo atto ci un progetto che da circa due anni intende avvicinare la comunità cinese residente a Prato e la città; ferma la volontà di costruire una sorta di ponte artistico che metta in comunicazione due mondi distanti tra loco. La mostra è stata realizzata grazie al contributo dell’associazione buddista della comunità cinese in Italia e con il patrocinio della provincia di Prato.
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Dopo il Giappone, quest’anno è il turno dell’Italia: sono già iniziate e proseguiranno per tutto il 2018 le manifestazioni della rassegna «Le Stagioni Russe», presentata ufficialmente presso il Centro di Scienza e Cultura Russa di Mosca lunedì 15 gennaio e caratterizzata da un fitto programma di concerti sinfonici, balletti, spettacoli teatrali, esibizioni circensi, rassegne cinematografiche e altri appuntamenti culturali. Dopo l’esibizione musicale del giovanissimo pianista Eliseo Mysyn, la Vice Presidente del Governo della Federazione Russa Olga Golodez è intervenuta ricordando la profondità del legame italo-russo, pensando ad esempio a San Pietroburgo, il cui nucleo originario fu edificato ed impreziosito da architetti ed artisti italiani. Venendo alla kermesse, ha segnalato che fra gli oltre 200 eventi in programma, sarà particolarmente suggestivo il balletto sul ghiaccio «Romeo e Giulietta» di Prokof’ev che andrà in scena proprio a Verona. La Vice Ministro per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo Dorina Bianchi, che il 17 novembre scorso durante il VI Forum culturale internazionale di San Pietroburgo ha firmato con il Ministro della Cultura russo Medinsky l’accordo sulla realizzazione delle Stagioni russe, ha segnalato che più di quaranta località italiane saranno interessate. Si è soffermata in particolare sul coinvolgimento della Reggia di Caserta, il cui numero di visitatori continua a crescere e ben rappresenta la partecipazione del Mezzogiorno a questa prestigiosa manifestazione. «La musica ha il potere di creare una comunità – ha quindi affermato Michele Dall’Ongaro, Presidente-Sovraintendente dell’Accademia Nazionale Santa Cecilia – come abbiamo visto nel concerto che ieri sera ha inaugurato le Stagioni russe: la musica di Čajkovskij ha sintonizzato tutti i presenti, musicisti e pubblico. Essa scavalca le differenze linguistiche, etniche e religiose, è di immediata percezione e consente una armoniosa fruizione collettiva» Aleksandr Juravskiy, Segretario di Stato e Vice Ministro della Cultura della Federazione Russa, ha dunque evidenziato la valenza simbolica del concerto testé ricordato, in quanto diretto dal Maestro Valery Gergiev, che a dicembre aveva concluso le Stagioni russe in Giappone. La precedente esperienza nipponica ha arricchito i già floridi scambi culturali russo-giapponesi ed altrettanto si auspica per l’Italia, che è tradizionalmente affascinata dalla cultura russa: l’esponente governativo russo ha previsto 3 milioni di spettatori ed auspicato nuovi gemellaggi fra città e regioni italo-russe. Profonda gratitudine per la professionalità e la passione dimostrata dagli organizzatori è stata espressa dall’Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Federazione Russa presso la Repubblica Italiana e la Repubblica di San Marino Sergey Razov, il quale ha ringraziato in particolare la Vice Presidente Golodez per il lavoro svolto alla guida del comitato organizzatore: «Ieri sera abbiamo assistito ad una cerimonia straordinaria – ha commentato il diplomatico – in cui la maestria di Gergiev ha estasiato gli oltre 3.000 spettatori. Questa rassegna si inserisce in maniera organica nello sviluppo delle relazioni italo-russe, recentemente corroborate dalla vista del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in Russia e da quella del nostro Ministro degli Esteri Sergej Lavrov in Italia. Sono inoltre ripresi i lavori della Commissione intergovernativa per la cooperazione economica e gli scambi commerciali sono incrementati...
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L’incontro trilaterale di Sochi dello scorso 23 e 24 novembre ha visto come protagonisti i presidenti Putin, Erdogan e Rouhani come attori di rilievo nel decision making della Siria post Califfato. L’incontro di Sochi per quanto fondamentale circa il destino del popolo siriano non è stato altro che l’ultimo tassello di una lunga trattativa diplomatica già avviata da tempo. Il primo incontro multilaterale per la risoluzione della crisi siriana ha visto il suo fondamento il 23 gennaio scorso nella capitale kazaka, Astana, nel momento in cui era evidente che l’intervento russo in Siria accanto alle truppe governative diveniva col passare dei giorni sempre più decisivo e risolutivo per la sconfitta dell’autoproclamato Stato Islamico. Ad oggi il “Processo di Astana” si potrebbe definire come una prova generale in vista di un incontro post ISIS, materializzatosi nell’incontro di Sochi. Volendo azzardare un paragone storico, il ruolo che ha giocato il processo di Astana per la Siria è stato tanto simile all’incontro di Yalta quanto l’incontro di Sochi alla Conferenza di Potsdam. Va specificato che durante il Processo di Astana giocarono un ruolo sostanziale quelle opposizioni che sono mancate a Sochi, volutamente non invitate, onde evitare che si creasse un clima di ostilità che avrebbe immancabilmente messo in ombra la vittoria del presidente Assad e dei suoi alleati contro le forze estremiste. Infatti a Sochi sono mancati sia il leader di al-Islam Mohammed Alloush, che aveva cercato di denunciare e mettere fine ai presunti crimini commessi dal Governo siriano sia un rappresentante del Free Syrian Army, entità che convoglia al suo interno altri numerosi gruppi che lottavano contro il presidente Bashar al-Assad. Ovviamente rimasero esclusi tutti i gruppi jihadisti fra cui lo Stato islamico e l’ex Fronte di al Nusra. L’appuntamento di Astana si è rivelata un’opportunità, non replicata nei giorni scorsi in Russia, per coinvolgere i vertici dei gruppi ribelli nel processo politico e mettere così fine al bagno di sangue che da mesi stava dilagando in Siria e che si rischia di replicare a breve se non verranno coinvolte le plurime opposizioni. Motivo per cui il main focus dell’incontro di Sochi è stato quello di voler tracciare una road map circa le tappe che dovrà seguire la ricostruzione in Siria, linea suggerita in gran parte da Mosca, che però ha trovato fin da subito l’opposizione del Governo turco, facendo così delineare fin da subito una differenza di vedute tra la diplomazia russa e quella turca circa il destino dell’organizzazione curdo/siriana YPG ( l’unità di protezione popolare più numerosa e organizzata facente parte della milizia curda e nata nel 2004 come braccio armato del Partito dell’Unione Democratica; rimasto escluso da tutte le azioni violente fino allo scoppio della guerra civile siriana). Ankara vede nell’YGP un’organizzazione terroristica affiliata ai partiti politici del DTP (Partito per una società democratica) e del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), entrambi dichiarati fuorilegge dalla Corte Costituzionale turca, in quanto accusati di essere separatisti e fautori di attentati. Il problema creato dall’YGP per Ankara è talmente grave...
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Articolo originale: http://www.marxismo-oggi.it/saggi-e-contributi/articoli/229-il-socialismo-prospero-saggi-sulla-via-cinese La pubblicazione del libro Il socialismo prospero, saggi sulla via cinese (Milano, 2017) è in piena sintonia coi lavori congressuali del PCC, appena conclusi a Beijing. Di seguito una breve ricognizione.   Struttura, obiettivo e significato Il volume è una raccolta di saggi, miei e di alcuni colleghi, pubblicati su varie testante online negli ultimi due anni. Si tratta di contributi mediamente brevi e di facile accesso, che tuttavia offrono di volta in volta analisi ampiamente documentate. Il lavoro è stato diviso in 5 parti (modello di sviluppo, geopolitica, questione tibetana, vertici internazionali e finanza), che sono state arricchite dalla prefazione del professor Domenico Losurdo – significativamente titolata Per farla finita una volta per sempre con la sinofobia – e dalla presentazione dell’ambasciatore Li Ruiyu. Il primo saggio costituisce una breve storia della sinofobia sin dalle guerre dell’oppio, mentre la presentazione dell’ambasciatore si focalizza su alcuni punti chiave dei rapporti sino-italiani. Inoltre, sono state inserite delle appendici: la traduzione del discorso del segretario Xi Jinping a Davos (WEF, dicembre 2017), una lunga intervista al professor Losurdo sul modello di sviluppo cinese e due recensioni, una al libro di Giovanni Arrighi (Adam Smith in Beijing, 2007) e un’altra a quello di Diego Angelo Bertozzi (Cina, da sabbia informe a potenza globale 2016). Per sintetizzare l’obiettivo del volume, prendo in prestito due brevi passaggi del testo di apertura di Losurdo, che ben coglie il fine ultimo del libro: Dopo aver liberato dalla miseria centinaia e centinaia di milioni persone – un processo per la sua ampiezza e la sua rapidità senza precedenti nella storia – il grande paese asiatico sta ora bruciando le tappe dello sviluppo tecnologico. E ancora una volta, i risultati conseguiti o che si profilano all’orizzonte sono di portata storica: il monopolio dell’alta tecnologia per secoli detenuto dall’Occidente capitalistico, che spesso se ne è servito per assoggettare o tiranneggiare il resto del mondo, sta dileguando; si stanno realizzando le condizioni oggettive per la democratizzazione delle relazioni internazionali, alla quale peraltro continuano ostinatamente ad opporsi l’imperialismo e l’egemonismo […]. Senza rompere definitivamente con il colonialismo e il neocolonialismo e senza farla finita con la sinofobia, senza instaurare un rapporto nuovo e positivo con la Repubblica popolare cinese, non solo non è possibile promuovere la causa della pace e della democratizzazione dei rapporti internazionali, ma non è neppure possibile per l’Europa e l’Occidente liberarsi realmente dell’eredità nefasta delle pagine più nere della loro storia e ritrovare la loro anima migliore. È un motivo in più per salutare Il socialismo prospero. Saggi sulla Via Cinese. A questo punto è necessario soffermarsi brevemente sul significato del titolo, il socialismo prospero, saggi sulla via cinese. L’espressione appartiene all’esperienza socialista della Cina. Essa risale al pensiero di Deng Xiaoping, che richiamava l’attenzione sulla necessità di spezzare il rapporto socialismo-povertà, ricordando che il socialismo non è la condivisione della povertà, ma la capacità di produrre ricchezza per fini sociali e collettivi. Pertanto, nell’esperienza del marxismo orientale la contrapposizione capitalismo-socialismo comunista è molto meno idiosincratica rispetto all’esperienza occidentale. Per ragioni...