4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

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Riceviamo e pubblichiamo questo articolo da RsA Asia The United States of America and the People’s Republic of China are the two main economies in the World, accounting together for almost 40% of the global GDP. US and China are also strong trade partners and the mutual exchanges of goods and services have increased year by year. In 2017, the total amount of goods exchanged between the two economies totalled USD 635 billion, an increase of 10% if compared to the amount recorded the previous year. Despite the numbers, the direction of the goods is mainly from China to US, since the total amount of US imports from China reached USD 505 billion, against USD 130 billion of US exports to China. The main categories of goods imported from China to US belong to HS chapter 85 (electric machinery etc., sound equipment etc., TV equipment etc. and parts), 84 (nuclear reactors, boilers, machinery etc. and parts) and 94 (furniture, bedding etc., lamps etc.), which account for more than 57% of the total imports. Among the goods produced in United States and exported to China, the principal ones belong to HS chapter 88 (aircraft, spacecraft and parts thereof), 84 (nuclear reactors, boilers, machinery etc. and parts) and 12 (oil seeds etc., grain, seed, fruit, plant etc.). In the first part of 2018 the US has started to implement tariff measures on a number of goods like solar panels, steel and aluminium products, aiming to hit especially the flow of goods from China. China reacted to these measures by implementing duties on 128 goods originating from US, worth USD 3 billion. On June 15, 2018 the US triggered the such called trade war with China by publishing a first list of 818 goods subject to 25% tariff. The duties, that took effect on July 6, 2018, are the first China – specific measures implemented by the US on goods imported from China worth USD 34 billion. According to the USTR, the measures are a part of the response to China’s unfair trade practices related to the forced transfer of American technology and intellectual property. The day after, China announced counter – measures by applying 25% tariff on 545 products imported from US. On July 6, 2018 the first round of duties and counter – duties started to be implemented by both countries. In the following weeks, US announced further duties on goods with Chinese origin, leading to similar counter – measures on the other side. In addition, China filed claim against US at the WTO. Despite the attempts at dialogue, both countries implemented a second round of duties and tariffs on August 23, 2018: US measures hit 279 goods from China worth USD 16 billion with a 25% tariff; Chinese measures affected the import of 333 goods from US by the imposition of 25% tariff. One month later, on September 24, the US implemented a 10% tariff on 5,745 additional China – origin goods (worth USD 200 billion), to be increased...
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Ucraina e Russia, e nel mezzo due ferite sempre aperte: la Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk . Era pronosticabile del resto, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe portato la tensione tra i due Paesi alle stelle; complici forse i recenti anni di scontri in Siria e l’attenzione mondiale sul Medio Oriente, la diplomazia internazionale sembrava aver dimenticato cosa stesse accadendo nel Donbass e nelle due repubbliche separatiste filo-russe. L’insoluta situazione che si è creata al confine est ucraino, ha fatto sì che in questi quattro anni di scontri, il governo di Kiev pur di piegare i ribelli non si preoccupasse di coinvolgere nel conflitto anche civili e obiettivi non militari, pur di far prevalere l’esercito ucraino sui separatisti. Secondo stime ONU, ad esempio il presidente della missione Fiona Frazer per il Donbass, ha dichiarato pochi mesi fa che “Durante il periodo di conflitto, dal 14 aprile 2014 al 15 maggio 2018, abbiamo registrato nel Donbass la morte di 3.023 civili, mentre altri 7-9 mila sono rimasti feriti”. Come spesso avviene in questi casi, nel gioco delle parti ricostruire la vicenda con esattezza risulta impossibile, ovviamente i governi di Mosca e di Kiev cercheranno di imputare rispettivamente all’altro le colpe dell’incidente che è avvenuto la notte tra il 25 e il 26 novembre, anche se alla prima analisi potrebbe risultare attendibile la versione dello sconfinamento ucraino. Infatti, mentre da una parte Kiev denuncia che le navi da guerra russe hanno aperto il fuoco su due imbarcazioni della propria Marina, al culmine di un’escalation che si è consumata intorno allo stretto di Kerch che divide la penisola contesa dal territorio continentale della Federazione Russa, Mosca sostiene che le imbarcazioni ucraine hanno sconfinato sul mar Nero. Ma perché dovrebbero essere stati gli ucraini i possibili provocatori di una simile escalation? Le ragioni potrebbero essere riassunte come di seguito. Innanzitutto, il mare di Azov, epicentro in cui è avvenuto il fatto, altro non è che una sezione settentrionale del Mar Nero, collegata ad esso solamente attraverso lo Stretto di Kerč. Il mare di Azov quindi risulta essere strategico per la difesa delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck, in quanto esso bagna le coste dell’intera sezione occidentale dell’Ucraina che reclama l’indipendenza; inoltre in quella sezione di mare si trova la base militare russa di Mariupol, che la Marina Militare del Cremlino reputa di fondamentale importanza per coordinare le operazioni sul Mediterraneo. Quindi, anche se lo sconfinamento di per sé è un atto provocatorio che non lascia gravi conseguenze tra i due Stati, basti pensare ai continui e (fortunatamente) impuniti sconfinamenti da parte di velivoli militari che si verificano quotidianamente nei cieli di tutti il mondo, in questo caso lo sconfinamento da parte della marina ucraina, come detto in precedenza, è avvenuta in una zona e di fondamentale importanza per i Russi e il Cremlino, perciò ha provocato l’arresto dei marinai ed il sequestro delle imbarcazioni per dare un segnale forte a chiunque pensasse che Mosca...
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Intervento di Stefano Vernole alla conferenza Lo Spionaggio prima e durante la Grande Guerra che si è tenuta a Modena. La prima polizia politica della Russia (l’antenata del KGB) fu l’Opricnina, istituita nel 1565 da Ivan il Terribile. I suoi 6.000 agenti vestivano di nero e montavano cavalli neri, avevano come emblema una testa e una scopa quali simboli della loro missione: fiutare il tradimento e spazzarlo via. Alla fine del XVII secolo, incaricata di reprimere i reati politici, venne istituita la Preobrazenskij Privaz di Pietro il Grande. Dopo la rivolta decabrista, nel 1826, Nicola I fece della Terza Sezione della Cancelleria Imperiale la propria polizia politica, definita il “medico morale” del Paese: l’organico iniziale di 16 elementi crebbe fino a diventare di 40 nel 1855. Tuttavia delle 290.000 persone condannate ai lavori forzati o all’esilio in Siberia, solo il 5% era stato riconosciuto colpevole di reati politici, per la maggior parte si trattava di irredentisti polacchi. Internamente il pericolo maggiore era rappresentato dai populisti, i quali avevano infiltrato uno dei loro capi, Nikolaj Kletocnikov, nei servizi segreti russi (1846-1883). Tra il 1880 e il 1883 la polizia politica venne riorganizzata tramite la creazione di un Dipartimento Speciale affiancato da una rete regionale di Sezioni di Sicurezza: nacque l’Ochrana. Il Quartier Generale della sua Agenzia Estera fu stabilito a Parigi, la città che ospitava il maggior numero di esuli politici, sotto la guida del formidabile Petr Rackovskij, un ex impiegato statale con simpatie rivoluzionarie. Al pari dell’Ochrana, l’Agenzia Estera utilizzava sia la sorveglianza esterna che l’infiltrazione interna, favorita nella collaborazione europea dall’alto numero di esponenti politici assassinati dai gruppi anarchici in quegli anni. Negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale le sue attività in territorio francese provocarono comunque le proteste dei deputati socialisti e radicali, l’Ambasciatore russo a Parigi ne annunciò quindi lo scioglimento tattico nel 1913, dando inizio ad una fase operativa più discreta. L’Agenzia Estera si era distinta in passato per un’ampia serie di “misure attive” programmate per influenzare i Governi stranieri e l’opinione pubblica. La Sureté francese riteneva queste informazioni molto preziose e tendeva perciò a chiudere un occhio sulle attività degli agenti provocatori russi. Rackovskij è stato probabilmente l’autore del famoso falso “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion”, saggio che pretendeva di descrivere un complotto ebraico per la dominazione del mondo. I “Protocolli” ebbero scarsa influenza prima della Grande Guerra, Nicola II inizialmente pensò di trovarvi una chiave di lettura per comprendere la Rivoluzione russa del 1905 (scoppiata in seguito alla sconfitta con il Giappone) ma poi si convinse della sua scarsa veridicità. Quando giunse a Parigi nel 1884, Rackovskij era già un convinto sostenitore dell’alleanza con la Francia, operando come intermediario segreto nei negoziati per la Duplice Alleanza Franco-Russa tra il 1891 e il 1899. Nella preparazione di varie iniziative, il Ministro degli Esteri Théophile Delcassé scavalcò il Marchese di Montebello, ambasciatore francese in Russia, per trattare invece con Rackovskij. Nel 1902 il russo finì però per strafare, avendo definito “ignorante ciarlatano” il medico francese...
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Introduzione L’Unione Europea è ormai il più importante soggetto politico per la Federazione Russa. L’accelerarsi dei cambiamenti climatici e dello sviluppo economico nella regione artica impone all’Unione europea di impegnarsi maggiormente con i partner artici per un’azione comune volta a tutelare l’ambiente e a garantire al tempo stesso lo sviluppo sostenibile della regione artica. Il rapido scioglimento dei ghiacci nell’Artico provoca un riscaldamento globale auto accelerato, con ripercussioni sugli ecosistemi e sui mezzi di sussistenza tradizionali delle popolazioni indigene. Dal 2008, l’UE si è affermata come sostenitore chiave della regione, migliorando la sensibilizzazione all’incidenza del suo operato sull’ambiente artico e del potenziale di sviluppo sostenibile della regione artica, fonte di vantaggi per la popolazione artica e per l’Unione. Di fatto, la rapidità dei mutamenti nell’Artico giustifica perfettamente l’impegno dell’UE in materia di tutela ambientale e di lotta contro i cambiamenti climatici e rende necessari maggiori investimenti dell’Unione nella ricerca sui cambiamenti climatici nell’Artico come base per un’ulteriore azione a livello mondiale e regionale. Questo mutato paesaggio artico si sta aprendo a nuove rotte di trasporto e allo sfruttamento delle risorse naturali e minerarie. Pur comportando vantaggi per l’economia regionale e mondiale, se non saranno gestiti con la massima oculatezza questi sviluppi avranno ripercussioni sul fragile ambiente artico. Occorreranno nuove tecnologie e un’ampia base di conoscenze per evitare che le opportunità economiche abbiano effetti negativi sugli standard ambientali più elevati e sulla salvaguardia di un ambiente unico come l’Artico. Capitolo primo: Una politica europea integrata per l’Artico L’Unione europea è chiamata a svolgere un ruolo importante per sostenere questa proficua cooperazione e contribuire ad affrontare le sfide che si pongono attualmente alla regione. Poiché l’Unione europea è anche una delle principali destinazioni delle risorse e delle merci provenienti dalla regione artica, molte delle sue politiche e normative hanno implicazioni per le parti interessate dell’Artico. L’Unione europea intende intensificare il dialogo con i partner dell’Artico per capire meglio le loro preoccupazioni e collaborare con essi per affrontare le sfide comuni. Gli elementi del contributo dell’UE a favore dell’Artico sono: – lotta ai cambiamenti climatici: l’UE è sulla buona strada per conseguire il suo obiettivo di Kyoto, ha integrato nel diritto il suo impegno a ridurre del 20% le emissioni di gas serra ed è fermamente decisa a raggiungere l’obiettivo a lungo termine di ridurre le proprie emissioni dell’80-95% entro il 2050; – ricerca sull’ambiente artico: la Commissione ha eseguito una prima valutazione dell’impronta ecologica attuale e futura dell’UE nella regione artica, da cui risulta che l’UE ha una notevole incidenza sugli aspetti socioeconomici e ambientali della regione artica; – investimenti a favore dello sviluppo sostenibile nel nord: l’UE eroga più di 1,14 miliardi di EUR per sviluppare il potenziale economico, sociale e ambientale delle regioni artiche dell’Unione e delle zone limitrofe nel periodo 2007-2013; – riduzione delle incertezze per il futuro e monitoraggio dei cambiamenti nella regione artica: attraverso il 7° programma quadro (7° PQ), l’Unione ha contribuito con circa 200 milioni di EUR di fondi UE a iniziative di ricerca...
Pubblichiamo il focus a firma di Stefano Bellagarda sull’Europa come modello di crescita, innovazione e sostenibilità. Si legge nell’introduzione: In questo libro voglio dare una spiegazione di come l’Europa, se segue una serie di criteri e si trasforma, può essere un motore per la crescita e impattare positivamente sull’individuo, sulla comunità intesa come gruppo di individui e un esempio per il mondo intero. Per me l’Unione Europea è un’istituzione democratica fondata su diversi principi come: dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto e diritti umani, che dovrebbe promuovere la pace, i valori e il benessere dei suoi cittadini. Inoltre dovrebbe garantire sicurezza e giustizia senza frontiere interne ed equilibrare quelle esterne senza pregiudicare i rapporti di vicinato e con i paesi esteri. Favorire lo sviluppo sostenibile basato su un’economia equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia altamente competitiva, garantendo a tutti l’occupazione, il progresso sociale e la protezione dell’ambiente. Lottare contro l’esclusione sociale e la discriminazione, promuovere il progresso scientifico e tecnologico, rafforzando la coesione economica, sociale e territoriale e la solidarietà tra gli Stati membri. Rispettare la ricchezza della sua diversità culturale e linguistica ed istituire un’Unione economica e monetaria con l’euro come moneta unica. Nei vari capitoli si analizzano alcuni punti che ritengo personalmente fondamentali perché l’Europa funzioni veramente bene e descrivo come l’Europa dovrebbe trasformarsi al fine di garantire un equilibrio di pace e prosperità non solo dal punto di vista economico, ma soprattutto sociale. SCARICA IL FOCUS “EUROPA COME MODELLO DI CRESCITA, INNOVAZIONE E SOSTENIBILITA'”
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Articolo pubblicato su YOUNG DIPLOMATS Let’s face it: There is no peace process taking place at the moment, as much as some leaders want to say there is to be politically correct and to maintain some salaries revolving around conflict resolution experts, ministries and other positions related to a possible re-birth of two nations at peace with each other. The hope for the most popular possible solution to the Israeli-Palestinian Conflict of a two state ending has vanished. The end of a Two State Solution?  The two state solution faces several obstacles. When The UN Security Council recently voted to condemn Israeli settlements, Jerusalem’s municipality responded by intending to approve the construction of 600 more houses in the East of the city. At the moment, there are more than half a million Israelis living in what’s supposed to be a future Palestinian state. We are not talking about moving a few families to the western side of the green line: we are talking about entire cities built as settlements. In a hypothetical case of an agreed two state solution, a possible scenario, depending on the incumbent administration at the time of the negotiation, would force the Israeli Arab population to relocate to the Palestinian state, and very understandably, the majority of them would oppose the idea – Cities on which they have been living for generations would be left on the western side of the partition, possibly with better life quality and work opportunities than in the Palestinian side. In a two state solution, as seen through the eyes of some opponents of the idea of keeping Israeli Arabs within Israel,  there is little demographic sustainability to maintain a Jewish State, specially since birth rate of the Arab population can easily increase. At the moment, Arabs comprise 20% of the Israeli population, and according to a study made in 2006 presented in the Sixth Herzliya Conference (Zimmerman, Seid and Wise) the  population forecast for 2025 predicted that Arabs would comprise 25% of the Israeli population. Not a very accelerated rate, but then again, this is only a prediction. Settler companies play a fundamental role in Palestinian economy Furthermore, not only the Israeli civilians living in the occupied territories would represent a challenge, but the Israeli companies located there as well. Though not denying the unlawful nature of settlements, we should admit that removing settler companies that provide jobs to Palestinians would harshly harm Palestinian economy. Over 60% of the employees in Aluminum Construction corporations, for example, are Palestinian. With plenty of these companies giving Palestinians a far better salary than Palestinian businesses, having them removed from the West Bank can potentially harm both sides. This isn’t hard to imagine, since something similar happened back when SodaStream was forced to leave the West Bank, succumbing to BDS pressure, laying off approximately 500 Palestinians. More than 20,000 Palestinians are employed in the settlements, with thousands more working without permits. That would mean leaving more than 20,000 Palestinians unemployed, and some of their families without another income, possibly drowning the West Bank in poverty. Moreover,...
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Il giorno sabato 17 novembre, alle ore 16 presso il Centro d’Arte Medardo Rosso – Circolo Arci – Centro di Poesia Cultura e Arte di Via Firenze, 3 Montecavolo (RE) si terrà la presentazione del libro CRISI, CROLLO E RINASCITA DEL SOCIALISMO scritto da Gianbattista Cadoppi e pubblicato da Anteo Edizioni. L’autore del libro discuterà con Ugo Boghetta dell’Associazione Rinascita! Per un Italia Sovrana e Socialista! e con Selena Prodi presidente del C.C. del Partito Comunista Italiano. Seguirà intervallo musicale con il polistrumentista Pierpaolo Curti Nel 1968 inizia la “Primavera di Praga”. Per tanti in Occidente e in Oriente una speranza in un “socialismo dal volto umano”. Per i partiti comunisti occidentali un’alternativa sia al socialismo reale sia al capitalismo. Per i riformatori dell’Europa Orientale una risposta alla stagnazione economica e alla scarsa partecipazione democratica e popolare in quelle che dovevano essere per l’appunto le “democrazie popolari”. Per i circoli NATO un tentativo di sovversione quasi riuscito. Per i dirigenti dell’URSS e dei paesi dell’Europa Orientale un esperimento degno di nota trasformatosi in una minaccia geopolitica per il Patto di Varsavia. Quest‘ultimo punto di vista, ignorato al tempo dai media mainstream, viene ripresentato in questo libro in modo approfondito con un documento originale. A cinquant’anni di distanza si può ipotizzare un giudizio complessivo su quell’esperienza, sui problemi che ha sollevato e su come tali sfide siano state affrontate ed eventualmente superate nelle esperienze successive, in particolare quella cinese.
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In occasione delle celebrazioni per il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, l’associazione Terra e Identità insieme con l’Associazione Studi Militari Emilia Romagna (Asmer), con il patrocinio del Comune di Modena ed il contributo di Bper:Banca organizza una serie di incontri volti ad analizzare gli anni del primo conflitto mondiale. Di seguito il programma degli eventi programma-centenario-grande-guerra-modena-1
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Si è tenuta mercoledì 3 ottobre a Bologna la conferenza “Italia-Russia: comunicazione economica e strategica” con relatori il Prof. Evgeny Pashentsev e l’Avv. Antonio de Capoa. Prima dell’incontro, Stefano Vernole in rappresentanza del CeSEM (coorganizzatore dell’iniziativa) ha ricordato alcuni delle questioni da affrontare per migliorare i rapporti tra i due Paesi. Innanzitutto il nodo sanzioni: dal 2014 al 2016 c’è stata una perdita di circa 3 miliardi di euro all’anno di export per l’Italia, specie nel settore agroalimentare, centinaia di milioni dei quali in Emilia Romagna (seconda regione più colpita dall’embargo, dopo la Lombardia). Nel 2017 si è assistita ad una piccola ripresa, grazie all’atteggiamento diplomatico positivo che ha contraddistinto comunque Mosca e Roma e alla buona volontà dei tanti operatori economici interessati, ma si è ancora molto lontani dai dati del 2013. Vernole ha quindi fatto un appello al Governo Conte affinché l’Italia tolga le sanzioni alla Russia prima del loro rinnovo in programma nel gennaio 2019. La Russia, infatti, rappresenta un partner strategico determinante per ridare spazio ed autonomia alla stessa Europa, visto il deciso balzo avanti del nuovo ordine internazionale multipolare voluto dalle Nazioni BRICS.
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Results of conferences, round tables and workshops of Russian researchers in South America August 27 –September 10, 2018 The political landscape in Latin America changes drastically and very quickly now. After the symptoms of decline of the “Left Turn” several years ago one can see now the evident crisis of the right-centrist neoliberal models of the development, whether it is in Argentina where the national currency dropped for 25% percent only at the time of the visit of the Russian researchers or the systemic crisis in Brazil. The Left candidate won the presidential elections in Mexico in July 2018 and the Left have a chance to win the presidential elections in Brazil in October (or at least to show that they continue to be an influential force in this country). The symptoms of partial and unstable stabilization of the situation one can see in Venezuela. And perhaps, that is why the secretary-general of the Organization of American States (OAS) based in Washington D.C., Luis Almagro, said recently that a “military intervention” to “overthrow” Nicolas Maduro’s government cannot be ruled out. No need to explain that the local economic and social problems are accompanied by hot political clashes and psychological warfare. The advanced technologies play now and much more in future very important role in social changes and in the political struggle in the region and all over the world. The psychological warfare itself more often use new tools and instruments based on the sophisticated technologies. Some aspects of these processes were analyzed by Russian researchers at different academic events during their trip across South America in Argentina, Uruguay and Brazil. DSc. Prof. Evgeny Pashentsev, leading researcher at the Institute of Contemporary International Studies of the Diplomatic Academy of the Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation, director of the International Centre for Social and Political Studies and Consulting (ICSPSC) and coordinator of the Russian – Latin American Strategic Studies Association (RLASSA) and Dr. Olga Polunina, a researcher at the ICSPSC took part in several academic events in Argentina and Uruguay in August 2018. Konstantin Pantserev, a coordinator of African Strategic Studies at the ICSPSC and professor at Saint-Petersburg State University joined them in Brazil. The trip was organized and supported by ICSPSC, RLASSA with a kind assistance of their partners in the countries of Latin America. Prof. Darya Bazarkina and MA Diego Jiménez interviewed the Russian researchers and presented the following summary of the trip and the post-trip analysis of Russian specialists. On 27th of August Russian researchers contributed to a workshop “New Technologies and Global Shifts on World Arena” at CARI (El Consejo Argentino para las Relaciones Internacionales) in Buenos Aires, Argentina. CARI is one of the leading Argentinean centres of study of international relations established on 15th June 1978 for the purposes of stimulating the study and discussion of international relations issues, political and economic analysis, and cultural relations. The workshop was organized with the help of Dr. Carola Ramon Berjano and Dr. Paulo Botta. The...