COREA DEL NORD. Oltre la verità ufficiale. Questo il titolo dell’incontro di giovedì 30 novembre 2017, ore 19, presso l’Athenaeum Café di Via Canalino 81 a Modena (Mo) Interverrà Stefano Vernole (CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo). Al termine dell’incontro vi sarà un rinfresco gratuito per i partecipanti. FOTOREPORTAGE
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Articolo originale: http://www.opinione-pubblica.com/tibet-legami-sino-tibetani-lindipendentismo-lamaista/ In questo servizio il Prof. Fabio Massimo Parenti ci illustra la storia millenaria dei rapporti sino-tibetani ed il ruolo tenuto dall’ultimo Dalai Lama, Tenzin Gyatso, in merito alla controversa realtà dell’indipendentismo del Tibet. Le visite del XIV Dalai Lama in Occidente sono frequenti. L’ultima in Italia è stata a settembre e, recentemente, anche l’Università di Urbino ha avanzato un invito a Tenzin Gyatso per celebrare i cento anni dalla sua fondazione. Viene da chiedersi se il Dalai Lama sia richiesto ed invitato solo per i suoi messaggi di pace, oppure perché è personalità di fama mondiale che dà lustro e visibilità mediatica all’istituzione ospitante. I più ingenui risponderebbero per entrambe le cose. Certo, si combinano, ma spesso è il secondo aspetto quello maggiormente determinante. A ciò si aggiunge un altro elemento: la scarsa conoscenza del ruolo storico svolto dal XIV Dalai Lama. I cinesi sono molto critici rispetto a questo uso “interessato” da parte straniera del Dalai Lama, in quanto figura al centro di tensioni geopolitiche, ma anche veicolo di contese intra-buddiste (si veda Parenti 2017a). Le sue posizioni indipendentiste, a tratti affievolitesi, ma mai del tutto spente, sono infatti foriere di tensioni più che di armonia. Di seguito proviamo a presentare alcuni tratti della storia tibetana, al fine di mettere a fuoco i legami storici tra Tibet e Cina, fino a giungere all’individuazione degli elementi che hanno favorito un uso strumentale delle pulsioni indipendentiste veicolate dal Dalai Lama. I legami con la Cina La plurimillenaria interazione, e spesso il co-sviluppo, tra civiltà cinese e regno del Tibet è spesso ignorata. Il Tibet ha avuto legami con le civiltà del fiume Giallo e Azzurro che risalgono alla preistoria e che nel corso del tempo si sono intensificati. Interessante ricordare, ad esempio, il matrimonio tra il re tibetano Songtsen Gampo e la principessa cinese Wencheng della dinastia Tang, avvenuto nella metà del VII secolo. A quel tempo il regno del Tibet, Regno Tubo, si era espanso notevolmente, essendo riuscito a unire il plateau Qinghai-Tibet, non senza spargimenti di sangue (Chen, 2017). C’è da dire che questo matrimonio fu parte di un processo di pacificazione con l’impero cinese, dopo che il Regno del Tibet aveva combattuto, senza successo, contro i cinesi per entrare nella regione del fiume giallo (attuale Henan), originaria di molte dinastie cinesi. Tuttavia, è dal XIII secolo, con la dinastia Yuan, che le relazioni tra Cina e Tibet si fecero culturalmente e politicamente più strette. Dapprima i mongoli assorbirono il Tibet, sotto la dinastia Yuan, che diventò, manu militari, un protettorato dell’impero. La netta separazione tra potere temporale, in mano all’impero, e spirituale, lasciato ai tibetani, si affievolì verso la fine del XIII secolo, quando i mongoli affidarono ai lama tibetani quasi tutte le funzioni di governo della regione. Da allora potere temporale e spirituale si cementarono. Nel XVIII secolo furono i cinesi a giungere in soccorso dei tibetani contro vari tentativi di invasione da parte dei nepalesi e degli inglesi. Questi ultimi riconobbero la...
Intervento di Michail Talalay (Accademia Russa delle Scienze) al convegno L’Ortodossia in Emilia Romagna tra Bisanzio e Mosca tenutosi a Modena il 18 novembre 2017. I territori dell’Emilia Romagna che facevano parte dello Stato Pontifico hanno cambiato i loro confini amministrativi varie volte, ma noi li consideriamo in questa occasione come una regione storica, con le città come Ravenna e Bologna. Naturalmente, nel complesso questi territori sottoposti al Papa non hanno avuto la loro indipendenza nei tempi moderni. Il gabinetto di Pietroburgo, a cominciare da Pietro il Grande e terminando con Alessandro II, sotto la quale la Romagna Pontificia cessò di esistere, evitava la creazione di forti legami diplomatici con lo Stato Pontificio. Però l’entrata energica di una nuova Russia sotto Pietro nell’arena politica europea ha cambiato significativamente l’equilibrio del potere in Europa. Per i progetti mediterranei, il monarca russo ha pensato alle possibili coalizioni con gli Stati italiani, come testimoniano i viaggi dei suoi emissari (B. Sheremetev, P. Tolstoj), esplorando il terreno per l’unione antiturca e altre opportunità. I viaggi di questi due uomini sono legati ai primi contatti della Romagna Pontificia e dell’Impero Russo. Un valore speciale possiede il diario di Petr Tolstoj che ha visitato questa terra nel 1698. Lui ha lasciato una descrizione dettagliata delle città romagnole per la prima nella letteratura russa. Essendo un uomo religioso, Tolstoj prestò attenzione alle chiese e ai monasteri in Romagna, sottolineando che sono numerosi e che sono tutti di pietra (che non può non sorprendere un uomo russo). Sembra che i viaggiatori russi non sapessero che il costruttore della cattedrale principale di Mosca, cioè Aristotele Fioravanti, provenisse dalla Romagna. Ma Tolstoj ha ripetutamente sottolineato che vari edifici italiani gli ricordavano il Cremlino. Infatti i rosoni che ornano il bugnato delle colonne bolognesi richiamano, come un déjà vu, le pareti del Palazzo delle Faccette, sulla piazza delle Cattedrali di Mosca. E proprio a Bologna, dove, più di 500 anni fa Aristotile Fioravanti affinava la sua arte, senza sapere che sarebbe diventato uno degli architetti più famosi in Russia. Stimato al punto tale che, dopo aver costruito la cattedrale della Dormizione, una delle più importanti del Paese, e progettato il piano del Cremlino, non ottenne dallo zar Ivan III il permesso di andarsene. E fu costretto a trascorrere l’ultimo periodo della sua vita a Mosca. Comunque nel Settecento le relazioni diplomatiche fra la Russia e lo Stato Pontificio erano a zero; lo Stato russo ha evitato diplomaticamente i papi di Roma a causa della situazione di conflitti secolare, gravata dalla divisione dogmatica e istituzionale delle Chiese occidentali e orientali. Oltre agli eventi storici di diverso tenore, che hanno collocato Russia e Roma in un campo di avversari politici, le eventuali relazioni diplomatiche sono state influenzate negativamente da concetti statali decisamente opposti. I papi, secondo la propria ecclesiologia, si consideravano capi (e non solo spirituali) di tutti i cattolici, inclusi soggetti di potenze straniere, a causa della dualità del papato, che combinava sia la Chiesa che lo Stato. Contemporaneamente, la monarchia russa si considerava l’unico...
La ex-Jugoslavia è stato l’unico paese alleato dell’U.R.S.S. , durante il corso della “guerra fredda”, che pur avendo avuto un’ importanza strategica fondamentale, sia riuscito a non farsi soggiogare in politica estera ed interna da Mosca, mantenendo di fatto, a differenza degli altri paesi del blocco socialista, una propria indipendenza. La ex-Jugoslavia, culturalmente interetnica, ma politicamente di fatto a guida serba, era riuscita a divenire un paese socialista cuscinetto tra i due blocchi, essendo formalmente alleata del blocco socialista difatti non rinunciava ad intrattenere contatti diplomatici-commerciali con l’Occidente. A causa della feroce guerra scoppiata agli inizi degli anni ’90 che ha coinvolto tutti i Balcani, lo Stato Jugoslavo ha visto la fine della sua integrità, venendo suddiviso in cinque nuove realtà statuali: Croazia, Macedonia, Montenegro, Serbia, Slovenia e Kosovo; diventate fin da subito preda di appetiti geopolitici al di là dell’Atlantico. Di questi nuovi soggetti politici internazionali i primi ad entrare a far parte dell’Alleanza Atlantica Occidentale furono la Croazia e la Slovenia. Con queste due nuove entità politiche, come successivamente è poi accaduto per il Kosovo, che nel maggio 2016 vede il proprio Presidente Hashim Thaçi di ritorno da un viaggio negli USA con il consenso per la creazione di un esercito kosovaro che avrebbe poi agito ben presto nell’ambito NATO, l’opera di assimilazione nella forza atlantista fu rapida e ben vista dagli stessi governi, in quanto sia Zagabria che Lubiana tanto quanto Pristina vedevano l’adesione alla NATO come una rivalsa nei confronti del vicino stato Serbo. Per quanto riguarda il Montenegro, invece, il 28 aprile scorso il Parlamento ha ratificato, dopo undici anni di intensi negoziati, il trattato di adesione alla NATO mentre per la Macedonia e la Bosnia invece si parla di “Dialogo intensificato” che altro non è che una serie di incontri che preparano la strada a quello che è un vero e proprio piano d’azione e partecipazione alla NATO e quindi la creazione a breve di un vero e proprio trattato di adesione. L’unico Stato ex-Jugoslavo che ad oggi è fuori dai giochi “atlantici” sembra essere la Serbia, che negli anni ha subito varie ed allettanti pressioni da Washington. Il governo di Belgrado erede e forte di quell’abilità diplomatica che nel corso della Guerra Fredda fece propendere Tito per la “Terza Via”, assieme ai non allineati Nasser e Nehru, a quasi vent’anni dalla fine delle guerre balcaniche, si riserva ancora oggi la volontà di valutare la propria adesione alla NATO, senza sentire su di sé alcuna pressione ma anzi obiettando qualsiasi ultimatum o ingerenza esterna. L’ultimo episodio si è avuto i primi di novembre, con il premier serbo Aleksandar Vucic che ha dichiarato quanto sia difficile che la Serbia accetti le richieste statunitensi per l’adesione all’Alleanza Atlantica, seguito poi dalle dichiarazioni del Ministro degli Esteri Ivica Dacic il quale ha fermamente respinto il richiamo fatto da Washington al Governo serbo, dove si invitava a scegliere rapidamente con quale parte schierarsi (la NATO o la Russia). Inoltre, lo stesso Dacic ha fermamente respinto la proposta...
Venerdì 3 novembre e sabato 4 novembre si terrà presso Palazzo Giavanti a Noto (Sr) la due giorni a tema I confini del terrore. Orizzonti immaginari e percorsi umani“. Interverranno Mario Morcellini (Università di Roma “La Sapienza”), Antonino Pennisi (Università di Messina), Octavio Uña Juárez (Presidente de la ACMS), Pedro García Bilbao (Universidad Rey Juan Carlos, Madrid). Maggiori info: ntscn.it call_noto_esp
Venerdì 10 novembre, alle ore 20.30, presso la Sala Comunale di via dei Carpinoni 18 a Bergamo si terrà la serata dal titolo Corea del Nord. Oltre la verità ufficiale, organizzata da Albor, l’altra narrazione. Per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo interverrà Stefano Vernole.
Articolo originale pubblicato su http://www.opinione-pubblica.com/cina-la-nuova-via-della-seta-proposta-strategica-un-mondo-multipolare/ Pubblicato su Cese-M per cortesia dell’autore Fabrizio Massimo Parenti Intervento completo al IV Forum Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”, Roma, 13 ottobre 2017. Modelli a confronto per una scelta strategica Nell’attuale contesto internazionale, i soggetti pubblici e privati di varie potenze statuali si trovano ancora una volta di fronte a scelte strategiche fondamentali almeno nella misura in cui si assuma l’effettivo dispiegarsi di un processo di transizione da un mondo unipolare ad uno multipolare. Qui esaminiamo un caso emblematico: il significato e l’influenza della Belt and Road Initiative (BRI) nella ridefinizione dei rapporti tra Europa ed Asia e quindi l’urgenza europea di decidere se e come ricollocarsi nella geopolitica mondiale. L’Europa, il Mediterraneo e l’Italia possono decidere di preservare la propria posizione geopolitica, rimanendo sotto prevalente influenza USA-Nato, oppure guardare ed agire a favore di un’integrazione eurasiatica. Con focus sulla Cina. Più precisamente, da una parte vi è ciò che conosciamo fin troppo bene, ovvero un modello politico centrato su finanza speculativa (al cuore della crisi economico-sociale che continuiamo a vivere) e sul militarismo (politiche economiche ed estere condizionate dall’interventismo statunitense) che presuppone una semi-autonomia dell’Europa, in quanto fortemente subordinata alle strategie di dominio statunitensi. Da un’altra parte, invece, emerge con chiarezza un modello di cooperazione commerciale, finanziaria e politica volto all’interconnessione, all’innovazione e, in ultima analisi, a creare condizioni materiali di sviluppo diffuso e di mutuo vantaggio. In altre parole: da un lato l’idea di conservare le istituzioni e i relativi rapporti di forza risalenti alla fine della seconda guerra mondiale, ovvero un ordine mondiale caratterizzato da “cambi di regime” e militarizzazione spinta del mondo; dall’altro la possibilità di percorrere una strada di riforma costante, caratterizzata da attività finanziarie al servizio dell’economia reale e da un ordine geopolitico multipolare e potenzialmente più pacifico… Si tratta di una scelta strategica tra la via delle armi e la via della seta, parafrasando il titolo di un recente dibattito livornese. In questo breve intervento cercherò di delineare la genealogia e le ragioni della BRI (perché?) e alcuni elementi che la caratterizzano (cos’è), per concludere infine con alcuni punti di sintesi su problemi e vantaggi inerenti a questa iniziativa. La concretezza della BRI sta nelle sue origini Le strategie cinesi degli ultimi 20 anni hanno creato le condizioni affinché la BRI fosse un progetto realistico ed appetibile. Mi riferisco alla go west e go abroad strategy, quasi simultanee, complementari, ma differenti… La prima si è dispiegata dalla fine degli anni Novanta a oggi, favorendo lo sviluppo della Cina interna e quindi la interconnessione nazionale e coi paesi vicini, mentre la seconda, dal 2000 a oggi, ha garantito il sostegno agli investimenti cinesi all’estero, operati dai campioni nazionali privati e da quelli statali. La BRI è dunque una conseguenza dei successi ottenuti negli anni passati e molti investimenti, che oggi potremmo definire legati alla BRI, sono in realtà avvenuti prima del suo lancio ufficiale nel 2013...
Venerdì 27 ottobre 2017, al Circolo Ra Ca’ Dur Barlich di via Ostlavia, 1 a Varese si terrà la serata – simposio dal titolo “Corea 38° parallelo: l’ultimo muro della guerra fredda”. Interviene Stefano Vernole del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo.
Venerdì 13 ottobre dalle ore 8:30 alle 16:30 presso la Sala convegni Eurostars Roma Aeterna, piazza Pigneto 9 a Roma si terrà il IV Forum Europeo Cina e Ue – I NODI POLITICI ed ECONOMICI nell’ORIZZONTE della “NUOVA VIA DELLA SETA” e di una “NUOVA MONDIALIZZAZIONE”. L’evento è organizzato da Accademia cinese di marxismo (CASS) Associazione MARX XXI Fondazione GRAMSCI Edizioni MarxVentuno www.marx21.it Programma del Forum Il forum che si terrà a Roma il 13 ottobre su «Cina e Ue. I nodi politici ed economici nell’orizzonte della “nuova via della seta” e di una “nuova mondializzazione”», promosso dall’Accademia di marxismo cinese presso la CASS (Chinese Academy of Social Sciences) in collaborazione con l’associazione “Marx XXI”, il sito marx21.it e le edizioni MarxVentuno, nonché dalla Fondazione Gramsci, affronta i nodi fondamentali di un tornante della storia della nostra epoca. Si tratta infatti, come sottolinea Fabio Massimo Parenti (La nuova via della seta come proposta strategica di un mondo multipolare), di “una scelta strategica tra la via delle armi e la via della seta”, tra “un modello di cooperazione commerciale, finanziaria e politica volto all’interconnessione, all’innovazione e, in ultima analisi, a creare condizioni materiali di sviluppo diffuso e di mutuo vantaggio” e un ordine mondiale caratterizzato da cambi di regime (attraverso “rivoluzioni colorate” [1], che hanno segnato fortemente l’ultimo trentennio, dall’89 in poi) e militarizzazione spinta del mondo, di cui l’escalation dell’allargamento della NATO verso Est è uno degli aspetti più inquietanti. Continua a leggere dal sito Marx21.it
Pubblichiamo l’intervento di Stefano Vernole al convegno Guerra in Siria. Tra geopolitica e diritto che si è tenuto a Bologna il 9 ottobre 2017. Situazione storica siriana: Hafez al Assad, baathista, è un fiero avversario di Israele che combatte nelle guerre del 1967, 1973 e 1982 (in Libano); la Siria è geopoliticamente vicina al campo sovietico, da Mosca l’esercito di Damasco (servizi segreti compresi) riceve il suo addestramento militare. Caduta l’URSS, con la Guerra del Golfo Persico assistiamo al primo avvicinamento tra Siria e Occidente (ricordiamo che Damasco è alleata di Teheran, mentre il baath siriano è rivale di quello iracheno), in cambio di una sorta di protettorato siriano sul Libano. Tuttavia dopo la Guerra all’Iraq, il Centro studi strategici di Washington elabora un rapporto che chiarisce come: “Per quanto riguarda i siriani, la sfida è convincere la Siria a trattare seriamente con Israele, l’alternativa è la guerra o l’isolamento siriano, Gli USA hanno come alleati importanti, oltre ad Israele e Turchia, Egitto e Arabia Saudita, i cui rapporti vanno utilizzati per contenere la Siria obbligandola ad adattarsi alla politica della coalizione a guida statunitense”. La Siria continua perciò nella sua politica antimperialista, appoggiando Amal ed Hezbollah in Libano, con la liberazione del sud del Paese (2000); rimane aperta la questione delle Alture del Golan, alle quali Israele annette le fattorie di Shebaa. Viste le minacce della Casa Bianca dopo l’11 settembre 2001 – Bush r. inserisce Damasco nell’”Asse del Male” – vengono promulgate alcune leggi USA per fare pressioni su un possibile “cambio di regime”, la Siria sostiene in parte la resistenza irachena contro l’occupazione statunitense e concede ospitalità ai capi di Hamas. Improvvisamente, con gli sciiti al Governo a Baghdad e il rafforzamento dell’Iran (il quale propone un accordo di libero scambio ad Iraq, Libano, Siria e Turchia), la situazione geopolitica nell’area torna a mutare; Qatar e Turchia iniziano a corteggiare la Siria, la quale accetta di normalizzare i rapporti e si dice pronta ad una trattativa anche con i Paesi occidentali. Scoppiano allora le “rivolte arabe”, in parte frutto di moti spontanei in parte eterodirette, dovute ad una serie di fattori economici (speculazione sul prezzo del cibo), all’utilizzo dei social network, delle tv come Al Jazeera ed Al Arabiya ecc. Esse ricordano molto le “rivoluzioni colorate” made in USA. Il colpo di Stato contro Gheddafi non riesce, perciò nel 2011 gli si scatena una vera e propria guerra, manipolando una Risoluzione dell’ONU che prevedeva il divieto di voli nello spazio aereo; contemporaneamente francesi e statunitensi attuano un golpe anche in Costa D’Avorio. Va sottolineato come in quel momento, Libia, Libano, Siria e in parte l’Algeria siano le uniche nazioni dell’area che non fanno parte del programma della NATO “Dialogo Mediterraneo”; ricordiamo che il 65% del petrolio e del gas naturale consumati in Europa passa attraverso il Mediterraneo Mentre si aggredisce la Libia si destabilizza la Siria, Bashar al Assad viene minacciato e il Paese sanzionato; una prima rivolta, frutto anche dell’incompetenza delle autorità locali, scoppia in marzo a...