L’incontro trilaterale di Sochi dello scorso 23 e 24 novembre ha visto come protagonisti i presidenti Putin, Erdogan e Rouhani come attori di rilievo nel decision making della Siria post Califfato. L’incontro di Sochi per quanto fondamentale circa il destino del popolo siriano non è stato altro che l’ultimo tassello di una lunga trattativa diplomatica già avviata da tempo. Il primo incontro multilaterale per la risoluzione della crisi siriana ha visto il suo fondamento il 23 gennaio scorso nella capitale kazaka, Astana, nel momento in cui era evidente che l’intervento russo in Siria accanto alle truppe governative diveniva col passare dei giorni sempre più decisivo e risolutivo per la sconfitta dell’autoproclamato Stato Islamico. Ad oggi il “Processo di Astana” si potrebbe definire come una prova generale in vista di un incontro post ISIS, materializzatosi nell’incontro di Sochi. Volendo azzardare un paragone storico, il ruolo che ha giocato il processo di Astana per la Siria è stato tanto simile all’incontro di Yalta quanto l’incontro di Sochi alla Conferenza di Potsdam. Va specificato che durante il Processo di Astana giocarono un ruolo sostanziale quelle opposizioni che sono mancate a Sochi, volutamente non invitate, onde evitare che si creasse un clima di ostilità che avrebbe immancabilmente messo in ombra la vittoria del presidente Assad e dei suoi alleati contro le forze estremiste. Infatti a Sochi sono mancati sia il leader di al-Islam Mohammed Alloush, che aveva cercato di denunciare e mettere fine ai presunti crimini commessi dal Governo siriano sia un rappresentante del Free Syrian Army, entità che convoglia al suo interno altri numerosi gruppi che lottavano contro il presidente Bashar al-Assad. Ovviamente rimasero esclusi tutti i gruppi jihadisti fra cui lo Stato islamico e l’ex Fronte di al Nusra. L’appuntamento di Astana si è rivelata un’opportunità, non replicata nei giorni scorsi in Russia, per coinvolgere i vertici dei gruppi ribelli nel processo politico e mettere così fine al bagno di sangue che da mesi stava dilagando in Siria e che si rischia di replicare a breve se non verranno coinvolte le plurime opposizioni. Motivo per cui il main focus dell’incontro di Sochi è stato quello di voler tracciare una road map circa le tappe che dovrà seguire la ricostruzione in Siria, linea suggerita in gran parte da Mosca, che però ha trovato fin da subito l’opposizione del Governo turco, facendo così delineare fin da subito una differenza di vedute tra la diplomazia russa e quella turca circa il destino dell’organizzazione curdo/siriana YPG ( l’unità di protezione popolare più numerosa e organizzata facente parte della milizia curda e nata nel 2004 come braccio armato del Partito dell’Unione Democratica; rimasto escluso da tutte le azioni violente fino allo scoppio della guerra civile siriana). Ankara vede nell’YGP un’organizzazione terroristica affiliata ai partiti politici del DTP (Partito per una società democratica) e del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), entrambi dichiarati fuorilegge dalla Corte Costituzionale turca, in quanto accusati di essere separatisti e fautori di attentati. Il problema creato dall’YGP per Ankara è talmente grave...