Articolo originale pubblicato in inglese su Asia Times Pechino sta sovralimentando la Belt and Road Initiative e altri piani rivoluzionari nonostante il Covid-19 e la guerra ibrida degli Stati Uniti. Nel mezzo della contrazione economica più profonda da un secolo a questa parte, già lo scorso mese il presidente Xi Jinping aveva chiarito che la Cina dovrebbe essere pronta per sfide straniere senza precedenti e senza sosta. Non si riferiva solo al possibile disaccoppiamento delle catene di approvvigionamento globali e alla demonizzazione non-stop di ogni progetto relativo alle Nuove vie della Seta o Belt and Road Initiative. Un documento interno – presumibilmente trafugato – segreto e invisibile all’interno della Cina ma entrato comunque in possesso di una oscura fonte connessa all’Occidente, affermava in sostanza che che il di incolpare la Cina per il virus sarebbe stato come il contraccolpo sui fatti di Tiananmen. Secondo il documento segreto e invisibile, la Cina dovrebbe “prepararsi allo scontro armato tra le due potenze globali” – un riferimento agli Stati Uniti. È come se questa fosse una strategia aggressiva implementata dallo stato cinese in primo luogo e non in risposta alla massiccia escalation della guerra ibrida 2.0 da parte del governo degli Stati Uniti. A tutti gli effetti pratici, la demonizzazione isterica della Cina attraverso la Beltway ha ormai superato gli isterismi della demonizzazione precedente che riguardava la Russia. Quello che Pechino definiva un “periodo di opportunità strategica” è finito. Ci sono stati rumors nei circoli informativi secondo cui la leadership del PCC credeva che questa finestra strategica di opportunità sarebbe rimasta senza ostacoli fino alla data chiave del 2049, anno in cui il “ringiovanimento nazionale” avrebbe dovuto essere pienamente realizzato. Dimenticatelo. Ora l’intero gioco riguarda gli strumenti di guerra ibrida 2.0 messi in campo dagli Stati Uniti nel tentativo di contenere la superpotenza emergente, qualunque cosa serva per farlo. E ciò implica che una moltitudine di piani cinesi sono ora sottoposti ad una accelerazione. Il primo punto all’ordine del giorno è ripristinare la produttività della macchina Made in China. Durante la sua recente visita nella provincia dello Shaanxi, storicamente cruciale per il PCC, il presidente Xi ha insistito su questo tema insieme ad un’offensiva contro la povertà. Ha promesso, infatti, di eliminare la povertà quest’anno. Contrariamente a tutte le previsioni occidentali, le esportazioni cinesi sono cresciute di un significativo 3,5% ad aprile rispetto a un calo del 6,6% registrato a marzo. Questo frantuma totalmente la logica del disaccoppiamento. Il governo giapponese, ad esempio, sta accelerando il trasferimento delle fabbriche dalla Cina. Non è una strategia molto intelligente. Queste fabbriche stanno lasciando una nazione che ha quasi sradicato Covid-19 per trasferirsi in Vietnam, anche questa è un’economia socialista (con caratteristiche vietnamite). La crescita del PIL cinese è diminuita del 6,8% nel primo trimestre del 2020 ma la ripresa è già iniziata. Ufficialmente, la disoccupazione era al 5,9% a fine marzo, (senza tenere conto dei lavoratori migranti che sono tornati nelle grandi città dopo aver trascorso l’apice di Covid-19 nelle campagne). Ci sono state proiezioni sul...
centro studi eurasia e mediterraneo
Riceviamo e pubblichiamo. Per informazioni scrivere a: nationalpeacefound@gmail.com COLLECTIVE TREATMENT political parties and public organizations Secretary General of the United Nations on the establishment of the International Tribunal for Coronavirus The world is undergoing a massive coronavirus pandemic. At risk is every person, every family, every country. Coronavirus threatens the health and even life of people, and the state plunges into a severe socio-economic crisis. This bacteriological attack will become a black page in world history. Today it is important to understand what nature coronavirus has, whether it is a consequence of a natural mutation or whether it was created artificially in secret laboratories. If coronavirus is a natural phenomenon, then the world must figure out how to prepare for its new attacks. If it is an artificial virus, then its creators should be held responsible for all the tragic consequences that have happened in the world. The causes of the global coronavirus pandemic should be investigated in detail and made public. Those responsible for the pandemic, if any are found during the investigation, must be brought to justice and severely punished. Regardless of the outcome of the investigation into the causes of the United Nations coronavirus pandemic, the fight against the creation and proliferation of bacteriological weapons should be launched again, the activities of relevant scientific institutions around the world should be checked and tight international control should be established over them, just as was done with respect to the creation and proliferation of nuclear weapons. The investigation of the causes of the coronavirus pandemic and the punishment of those responsible should be undertaken by the specially established International Tribunal for Coronavirus. Independent scientific experts and representatives of non-governmental organizations from around the world should also take part in its work. We urge you to begin the process of establishing the International Tribunal for Coronavirus. Today the fate of the world is being decided and it is in our power to restore freedom and security to the world. Andrei Getmanov Leader of International Party of Russia
Articolo pubblicato su YOUNG DIPLOMATS Idriss Zackaria is the Director of Young Diplomats Africa, the part of Young Diplomats project. Young Diplomats is the first non- governmental diplomatic association with a mission of shaping, sharpening and inspiring a new generation of enlightened international leaders. Idriss Zackaria is one of them. As Young Diplomats’ Africa Regional Director, he sees himself as a bridge and trust builder. We talked with him about his start at Young Diplomats, leadership, challenges, international relations and other topics… D: How was your start at Young Diplomats? How did you contribute to the evolution and the success of the association? We simply start our project by writing and publishing articles on our website… then my colleague David Allouche thought that I was the right person to represent YD in Africa and take care of our activities in the continent. Since then; we started to define and set up our team globally. —We really needed to think about what skills we need to deliver our project successfully. Building the team has taken from us 3 years to set things on the ground; because we always tried to avoid over-complicating things. We knew that when we get started on the project initiation phase, things can feel a bit vague and team members can get confused about what the project actually is. Hence, we always try to make sure our team in Africa knows what they are delivering and are invested in it. We always involve the team in the setting of the brief, definition of deliverables and approach to any phases. Young Diplomats has clear different phases from its inception, for example a discovery phase separate from the development, and we treat each phase like a mini-project rather than doing a bigger upfront piece. This strategy has provided key starting points for each phase, rather than trying to make a lot of assumptions at the beginning. About Committee… We lately have appointed a committee to examine and shape our operations around the world. The Committee is a part of the organization that makes operational decisions and guidelines. Members of the Committee are in charge of elaborating and following up the guidelines of our organization. They accompany the different directors of Young Diplomats and manage the website as well as the global and cross-border projects. The appointment and removing of regional and country directors is done by this committee. Team members of the committee are David Allouche, Noam Hakoune and me. YD: How do you see YD Africa under your leadership? Currently, our project in Africa has involved a number of young leaders in dozens of African countries, and we are seeking to connect our disparate projects across the continent and reach more young leaders. Africa’s youth are taking the stage to make their voices heard about the continent. Therefore, I have a global mandate to advocate for the implementation of the African Youth Charter, the Demographic Dividend Roadmap and Agenda 2063. As Young Diplomats’ Africa Regional Director; I see my role...
Al confine tra Grecia e Turchia un’emergenza che l’Europa non saprà né vorrà affrontare, quella dei profughi e migranti che spingono ai confini greci per poter accedere al Vecchio Continente. I motivi sono da cercarsi negli interessi e nelle necessità di politica estera e interna di Ankara? Le tensioni tra Grecia e Turchia non sono certo un fattore di novità nella storia delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; e non lo è neppure il fatto che queste si siano accese nuovamente nell’ultimo periodo da quando migliaia di persone si sono accampate sul confine greco per cercare di entrare in Europa. Una crisi di tale portata è uno di quegli eventi che possono essere trattati su vari livelli; spesso, soprattutto i media mainstream hanno optato per una narrazione che prendesse la pancia dei fruitori parlando di diritti umani stracciati, bambini morti nel tentativo di varcare il confine per vivere un futuro sotto la bandiera europea, condizioni disumane in cui versano i migranti nei campi allestiti in prossimità della frontiera. Questo, un esempio tra i tanti: “Molti uomini e donne, bambini, intere famiglie che dopo esser sopravvissute alle bombe lanciate sulle loro abitazioni in Siria, hanno tentato di raggiungere l’Europa per una vita migliore e si sono ritrovati a vivere al freddo, tra il fango, le pozzanghere, in condizioni igieniche inimmaginabili. Esseri umani, soprattutto bambini, che dopo aver assistito alla guerra, alla morte dei propri cari e alle violenze dei campi, in preda alla disperazione, mettono in atto gesti di autolesionismo o tentano di suicidarsi. A tale situazione si unisce la decisione presa da parte della Grecia di militarizzare le frontiere sospendendo il diritto di asilo per un mese e le continue immagini dei coraggiosi fotoreporter che continuano a documentare le violenze inaudite e disumane rivolte ai rifugiati. Soltanto ieri un giovane siriano di 22 anni proveniente da Aleppo è stato ucciso dalla polizia e un bambino di 6 anni ha perso la vita annegando mentre, nel tentativo di sbarcare sull’isola di Lesbo, l’imbarcazione sulla quale si trovava è stata colpita dalla guardia costiera greca. E ancora gli attacchi ai centri di accoglienza che hanno spinto operatori e attivisti a sospendere le proprie attività con conseguenze devastanti all’interno dei campi e con violenze rivolte ai singoli migranti, oggetto di violenza da parte di alcuni gruppi estremisti che soffiano sul vento dell’odio. Nel tentativo di creare delle barriere sia mare che in terra per arginare l’arrivo di queste persone che cercano di scappare dalla guerra che, nei prossimi giorni potrebbero diventare sempre più numerose, scompare ancora una volta l’umanità dell’Europa.” (http://www.vita.it/it/article/2020/03/05/cosi-scompare-lumanita-delleuropa-al-confine-grecia-turchia/154282/). Lo storytelling umanitario – caritatevole nasconde, però, uno scenario che ha tutt’altri risvolti afferenti piuttosto al cinismo politico degli attori impegnati nel gioco di forza tra Stati: i profughi ammassati al confine greco-turco che spingono per entrare in Europa non sono altro che un’arma di ricatto politico che la Turchia ha puntato verso la comunità internazionale nell’estremo tentativo di ottenere nel più breve tempo possibile un nuovo accordo sui migranti e un...
“L’Europa deve rigettare il Piano di pace di Trump in Medio Oriente”; 50 ex Ministri degli Esteri europei o diplomatici sono rimasti inquietati del piano americano per il conflitto israeliano-palestinese perché esso minaccia i diritti dei palestinesi e l’avvenire della democrazia israeliana”. Questo il testo dell’articolo apparso su Le Figaro del 27 febbraio 2020: «L’Europe doit rejeter le plan de paix de Trump au Moyen-Orient» EXCLUSIF – 50 anciens ministres des Affaires étrangères européens ou diplomates* s’inquiètent du plan américain pour le conflit israélo-palestinien. Il menace les droits des Palestiniens et l’avenir de la démocratie israélienne. Par Tribune Collective Donald Trump durant une conférence de presse le mardi 25 février. MANDEL NGAN/AFP En tant qu’Européens soucieux de promouvoir le droit international, la paix et la sécurité dans le monde, nous exprimons notre profonde inquiétude face au plan du président Trump pour le Moyen-Orient, intitulé «De la paix à la prospérité». Ce plan est en contradiction avec les paramètres convenus au niveau international pour le processus de paix au Moyen-Orient, les résolutions pertinentes des Nations unies, notamment la résolution 2 334 du Conseil de sécurité, et les principes les plus fondamentaux du droit international. Au lieu de promouvoir la paix, il risque d’alimenter le conflit – au détriment des civils israéliens et palestiniens et avec de graves implications pour la Jordanie et la région au sens large. Il a suscité une opposition généralisée dans la région, en Europe et aux États-Unis. Le plan permet l’annexion de parties importantes et vitales du territoire palestinien occupé. Il légitime et encourage les activités illégales de colonisation israélienne. Il ne reconnaît que les revendications d’une seule des parties sur Jérusalem et n’offre aucune solution équitable à la question des réfugiés palestiniens. Il projette un futur «État» palestinien sans contrôle et sans souveraineté sur son territoire fragmenté. La carte figurant dans le plan propose des enclaves palestiniennes sous contrôle militaire israélien permanent, qui évoquent des ressemblances effrayantes avec les bantoustans sud-africains. Nous appelons l’Europe à rejeter le plan américain comme base de négociation et à prendre des mesures immédiates et efficaces pour contrer la menace d’annexion «De la paix à la prospérité» n’est pas une feuille de route pour une solution viable à deux États, ni pour toute autre solution légitime au conflit. Le plan envisage une formalisation de la réalité actuelle dans le territoire palestinien occupé, dans lequel deux peuples vivent côte à côte sans droits égaux. Un tel résultat présente des caractéristiques similaires à celles de l’apartheid – un terme que nous n’utilisons pas à la légère. La communauté internationale, en particulier l’Union européenne, doit empêcher qu’un tel scénario ne se produise, afin de préserver la dignité et les droits des Palestiniens, l’avenir de la démocratie israélienne et plus largement un ordre international fondé sur des règles. Nous nous félicitons de la déclaration du haut représentant de l’UE, Josep Borrell, soulignant l’engagement continu de l’UE en faveur d’une solution à deux États, fondée sur les frontières de 1967, conformément aux paramètres internationaux....
I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12 ai 36 droni capaci di lanciare missili...
In uscita per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo libro di Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, dal titolo La difesa della fede ortodossa in Montenegro. Questa la presentazione del volume: L’Ortodossia rimane oggi un fattore geopolitico di primaria importanza nelle vicende storiche dei Balcani. Una delle ragioni che condussero al conflitto degli anni Novanta nella ex Jugoslavia e al primo intervento militare della NATO in Europa è proprio il legame identitario tra due nazioni cristiano-ortodosse, la Serbia e la Russia. Si bombardò Belgrado per mandare un avvertimento a Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso oriente non doveva essere fermato. Pur stremato da decenni di lotte che lo hanno visto quasi sempre dalla parte dei “perdenti”, il popolo serbo trovò ancora nel 2008 la forza di rialzarsi per protestare contro l’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo e Metohija, la sua “patria interiore” temporaneamente occupata dalle forze straniere. A quasi tutti gli osservatori quello sembrò l’ultimo moto di ribellione, capace comunque di determinare un significativo cambiamento nella Costituzione della Serbia: giuridicamente la “Terra dei Merli” continuava a rimanere parte integrante della nazione. Ecco così spiegata la sorpresa, il silenzio mediatico e l’incomprensione di quanto sta accadendo nel 2020 in Montenegro; centinaia di migliaia di persone, ogni settimana nelle serate di giovedì e di domenica, marciano compatte nelle strade di Podgorica e delle principali città del Paese, per la riaffermazione di un principio essenziale: “I luoghi sacri non devono essere toccati”. Motivo scatenante della protesta, la “Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose” voluta a tutti i costi dal padre-padrone del Montenegro, Milo Djukanovic, che sfugge alle maglie della giustizia internazionale ormai da 20 anni grazie alla protezione dei suoi burattinai atlantici. Un passo falso che non solo mette a rischio la tenuta del suo regime personalistico ma che potrebbe innescare dinamiche di cambiamento geopolitiche ben più ampie in tutta la regione, se solo si pensa che contemporaneamente alla crisi del Crna Gora assistiamo alla volontà emancipatrice della Repubblica Serba di Bosnia e alla ridefinizione strategica della Macedonia. La conferma, ancora una volta, che “i Balcani producono più storia di quanta ne possano contenere”. Il libro è acquistabile qui.
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Il giorno successivo all’approvazione della legge e in previsione delle inevitabili proteste, il Governo di Podgorica ha annunciato un importante accordo militare con quello di Tel Aviv per l’acquisto di armi telecomandate dal valore di circa 31 milioni di euro. L’impresa israeliana Elbit System, che si avvale della tecnologia del Remote Control Weapon Stations (RCWS), è andata così ad integrare i nuovi veicoli militari acquistati nel 2019 dal Montenegro e prodotti dall’impresa statunitense Oshkosh. La firma del contratto era in realtà stata siglata già lo scorso 15 dicembre dal dirigente del Ministero della Difesa israeliano, Yaur Jykasm e dal Ministro della Difesa montenegrino Pedrag Boskovic, i quali avevano sottolineato come questo accordo fosse solo il prodromo per l’instaurazione di più profonde relazioni tra i due Paesi, a partire dall’addestramento delle Forze Armate montenegrine in Israele (1). Si tratta di un’intesa che punta ad arruolare il Montenegro tra le nazioni che riconoscono Gerusalemme capitale d’Israele (nel dicembre 2017 il rappresentante di Podgorica alle Nazioni Unite aveva votato una risoluzione di condanna del riconoscimento effettuato dagli Stati Uniti) e in linea con l’adesione del Paese balcanico alla NATO (pur non appartenendoci ufficialmente, Israele collabora attivamente con l’Alleanza Atlantica). Poche settimane dopo l’annuncio, la NATO ha infatti inviato la prima squadra di “guerra anti-ibrida” in Montenegro per rafforzarne le capacità, in previsione di un possibile attacco di hacker russi prima delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020 (2). Le processioni settimanali avallate dalla Chiesa Ortodossa serba per chiedere il ritiro della legge si sono però intensificate a febbraio, in particolare con l’appuntamento straordinario tenutosi l’ultimo sabato del mese, quando la polizia di Podgorica si è trovata costretta a bloccare i numerosi pullman arrivati nella capitale e provenienti anche dalla Serbia e dalla Repubblica Serba di Bosnia. Una vera e propria marea umana ha comunque manifestato ugualmente, suscitando l’ira del Presidente Milo Djukanovic, che ha apertamente accusato Belgrado e Mosca di voler destabilizzare il Paese e di tentare un golpe ai suoi danni. Non sono mancate ovviamente le reazioni; mentre il Metropolita di Cetinje Amfiloije e quello di Kiev Onofrij si sono limitati ad invitare il Governo di Podgorica a ritirare la legge, il premier serbo Ana Brnabic ha rivendicato il diritto dei serbi del Montenegro alla propria lingua e religione, a sua volta il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto in maniera tagliente, sottolineando come: “Nessuno potrebbe minare le proprie azioni più di sé stesso”, con un chiaro riferimento alla credibilità da statista di Djukanovic, coinvolto in più occasioni in affari di mafia e corruzione (3). E’ evidente come dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione tra la Chiesa e il Governo di Podgorica, la situazione...
Articolo Originale in inglese su Young Diplomats Tensions between major and regional powers have facilitated the increased military use of satellites in outer-space. Growing advancements in satellite and anti-satellite (ASAT) technology have given governments greater tactical and strategic control during warfare, enabling greater communication speeds and sharper imaging. Improvements in kinetic and non-kinetic ASAT weapon capabilities have increased the effectiveness of advanced GPS and communication jamming techniques, threatening military and commercial satellites. Unprecedented economic growth in China over the last 20 years has allowed it to modernise its military capabilities and advance its space interests. In 2013, China announced the successful development of an anti-satellite (ASAT) missile with the ability to attack intelligence, surveillance and reconnaissance satellites positioned 35,000km above Earth’s equator. In 2015, Beijing established the PLA Rocket Force, a branch of the armed forces responsible for satellite management and space warfare capabilities. While in 2018 Russia announced it had developed a new laser ASAT weapon system with the ability to cause permanent damage to orbiting satellites. The United States is wary of the growing space capabilities of its adversaries and the shrinking American space advantage. The Trump Administration has established ‘Space Force’, a sixth military branch intended to strengthen the protection of America’s space interests and enhance American space operations. However, questions remain over the funding and resource capabilities of Space Force and how its commitments will differ to that of the U.S. Air Forces, America’s current space warfare service branch. Space militarisation is not only reserved for major powers. India, Iran and North Korea have continued to invest heavily in satellite and space exploration endeavours in the hopes of increasing their influence and stability within their respective regions. India-Pakistan relations are perpetually strained due to continued cross-border terrorist attacks and the ongoing crisis in Kashmir. India has focused heavily on modernising its defence capabilities, including acquiring satellites to improve its Integrated Guided Missile Development Program (IGMDP) and further developing its ASAT capabilities. By contrast, Pakistan’s economic weaknesses has left it strategically vulnerable as India furthers its strategic and technological edge over its regional adversary. Satellite photographs of launch sites in North Korea and Iran indicate both countries are hoping to further develop their own ASAT missile capabilities. Pyongyang and Tehran are concerned about potential U.S. interference and have successfully developed hacking and jamming techniques to bolster their defences. States in the Middle East and East Asia have called for the U.S. to play a greater role in improving regional stability, aggravating Iran and North Korea’s fear of American involvement, and further influencing the militarisation of their space assets. As more satellites are deployed for military use, outer space becomes less of shared domain equally owned by all of humanity and more of a state-owned military asset, with possible impacts to global day-to-day civilian life. Damage to key commercial use satellites would impact GPS and communication signals used by the public with huge potential effects on global finance sectors. Even more detrimental would be the effects on climate...
The Association of Studies, Research and Internationalization in Eurasia and Africa published in partnership with CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo the fourth volume of Geopolitical Report titled “Russia-EU Confrontation/Collaboration and Future Challenges” which aims at analyzing the recent events which have characterised the relations between Moscow and Brussels and evaluating possible future developments and challenges. Russia and the European Union, friends or enemies, partners or competitors. This is the eternal dilemma that has concerned/affected the relations between Brussels and Moscow since the collapse of the Soviet Union. After the Ukrainian Crisis, the situation became worse and nowadays the distance between the two parts seems unbridgeable although the road of contrast finds its root earlier and involves the energy market and the EU Eastern Partnership. In his paper Stefano Vernole aimed at understanding whether the European Union and Russian can ever be political and economic partners. The recent confrontation between Brussels and Moscow due to the Ukrainian Crisis might create favourable conditions for the United States and China which have interests in dividing Europe and Russia and improve their presence on the European and Russian markets and domestic policies. Antimo Altomare focused the attention on the Ukrainian crisis and the European sanctions against the Russian Federation. According to the author, Brussels and Moscow need to dialogue and change this situation of distrust and conflict because the two parts are economically and politically connected. Furthermore, even though the European sanctions are a clear answer of political identity, their effect is hardly visible. Alessandro C. Mauceri highlighted the fact that the European Union and the Russian Federation might be the world’s largest economic and political centre together if they can overcome the current crisis. The author emphasized the significant role played by the energy market in Brussels – Moscow relations: indeed, Russia and the European Union are interdependent in energy import-export and transport. Mattia Baldoni and Marco Limburgo confronted the Russian and European strategy over de facto states such as Abkhazia, South Ossetia, Transnistria, Nagorno-Karabakh, Kosovo, Lugansk and Donetsk republics. On the one hand, EU statements about territorial integrity and people freedom strive for further, but on long-term, enlargement process, through neighbourhood policies and cooperation. On the other hand, Russia tries to defend leavings of post-Soviet ties, mixing hard and soft power, threatening the stability of already weak European borders, thanks to the management of most of these little cores of instability. Regarding de facto states, Emanuel Pietrobon investigated Moldova case and the geopolitical battle for hegemony over the country. In his research, the author analysed the cases of Transnistria and Gagauzia which directly involve the Russian Federation and Turkey and transform Moldova in a geopolitical battlefront where the West (Brussels and Washington) is confronting Moscow and Ankara. Laura Moreno Rincón studied the European – Russia relations in the framework of strategic communication trying to understand if the Kremlin is really supporting Right Nationalists in Europe. Also, the author tried to point out which are possible Russian proposes and advantages in politics, economy and technology belonging to the Kremlin’s support of Right Nationalists....