di Riccardo Allegri Nelle proprie relazioni con i Paesi dell’“Estero Vicino” e con i paesi dell’Europa Occidentale, la Federazione Russa ha spesso utilizzato una vasta gamma di strumenti che le hanno consentito di ottenere un certo grado di influenza, ponendole in una posizione di vantaggio rispetto all’interlocutore del momento. Di tutti questi strumenti, le risorse energetiche sono senza ombra di dubbio fra quelli più importanti. La Russia occupa la prima posizione mondiale per produzione ed esportazione di gas naturale, possedendo un quarto delle riserve globali di metano. A livello petrolifero si colloca al secondo posto per produzione ed al terzo per esportazione mentre, per quanto riguarda il carbone, essa è la sesta produttrice e la terza esportatrice mondiale1. Dal momento del suo arrivo alla Presidenza della Federazione Russa, Vladimir Putin ha cercato di mettere l’apparato produttivo al servizio delle esigenze della nazione ed il settore energetico non ha fatto eccezione, essendo di gran lunga il più importante asset economico nelle mani del Cremlino. L’epoca delle privatizzazioni selvagge, immediatamente successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, aveva tolto allo Stato russo il controllo su tale fondamentale settore ma Putin era perfettamente consapevole della necessità di riportare all’obbedienza gli oligarchi che avevano fatto fortuna acquisendo le proprietà energetiche russe. Se il Cremlino avesse potuto decidere in che modo allocare i profitti derivanti dalla vendita degli idrocarburi, avrebbe potuto risolvere parte dei gravi problemi interni che affliggevano la nazione al momento dell’insediamento di Putin. La cosa non deve sorprendere, se si considera che negli anni Novanta l’idea che la politica energetica dovesse giocare un ruolo fondamentale nella rinascita della potenza russa era molto diffusa, al punto che lo stesso Putin ne aveva fatto il tema della propria dissertazione di laurea nel 19972. Ad ogni modo, egli riuscì nel suo intento e la congiuntura fu particolarmente favorevole in quanto per tutto il primo decennio del XXI secolo i prezzi degli idrocarburi furono decisamente elevati, consentendo alla Federazione Russa di veder crescere il proprio PIL di una quota annua pari, mediamente, al 7%. Come detto in precedenza, l’importanza del settore energetico non era limitata alla sola crescita economica del paese. Gli strateghi del Cremlino sapevano perfettamente che gli idrocarburi potevano essere utilizzati come leve di pressione nei rapporti bilaterali con i Paesi che dipendevano dalle esportazioni energetiche russe. Lo stesso Putin affermò pubblicamente nel 2003 che Gazprom, la principale azienda energetica russa controllata dallo Stato, doveva essere un potente strumento politico ed economico per influenzare il resto del mondo3. Quanto detto da Putin era confermato all’interno dei Concetti di Politica Estera approvati dal Presidente della Federazione Russa nel 2008, 2013 e 2016, ove si faceva espresso riferimento agli strumenti economici come leve di pressione da sfruttare al fianco degli strumenti prettamente militari. Non bisogna dimenticare che già ai tempi dell’Unione Sovietica l’esportazione di gas naturale aveva consentito al Paese di rompere l’isolamento rispetto alle nazioni appartenenti al blocco occidentale. Nel 1970 Mosca firmò il primo contratto per la fornitura di gas con la Germania di Willy...
centro studi eurasia e mediterraneo
di Pierre – Emmanuel Thomann Nuova configurazione geopolitica e crollo dell’ordinamento giuridico derivante dal mondo unipolare.Come dare un senso a questo conflitto? Deve essere inserito nella configurazione geopolitica globale emergente, cioè nell’evoluzione dell’ordine geopolitico. Il diritto internazionale è di scarsa utilità per comprendere la situazione a parte il modo in cui è strumentalizzato dalle potenze rivali. La guerra in Nagorno-Karabakh conferma che i confini in Eurasia stanno cambiando e si spostano di nuovo, perché dalla fine del mondo bipolare, con l’emergere del mondo multipolare si è avviato un processo di disgelo dei territori. Stiamo assistendo al ritorno di guerre di conquista territoriale, legate alle questioni di rivalità tra potenze su scala mondiale, con aggiustamento tra aree di influenza attraverso la guerra per procura. Il mondo si sta frammentando e si apre la strada ad una ricomposizione dei territori. La frammentazione geopolitica del mondo con il nuovo corso di fronti mobili e linee rosse tra grandi potenze si sta inesorabilmente rafforzando. Assomiglia sempre di più al mondo come funzionava prima della Seconda guerra mondiale. Il diritto internazionale non può essere legittimo senza un ordine spaziale (riferimento a Carl Schmitt). Ciò significa che le risoluzioni dell’ONU sul Nagorno-Karabakh, così come quelle del gruppo di Minsk, riflessi del periodo unipolare segnato dall’indebolimento della Russia dopo la caduta dell’URSS, sono da tempo obsolete. Ciò è stato appena confermato dalla nuova situazione geopolitica, vale a dire un nuovo ordine spaziale, che apre la strada a un nuovo regime giuridico ancora sconosciuto. La guerra nel Nagorno-Karabakh era stata a lungo preparata da Azerbaigian e Turchia, e tutte le potenze lo sapevano. Ma ognuno pensava che alla fine avrebbe potuto trarre un vantaggio geopolitico. Secondo l’accordo del 9 novembre tra i militari belligeranti, Armenia e Azerbaigian sotto il patrocinio della Russia, gli effetti sono asimmetrici. Nella loro impresa di conquista, gli azeri non ottengono l’intero Nagorno-Karabakh ma i territori adiacenti tutt’intorno. Il Nagorno-Karabakh viene smembrato di più della metà dei suoi possedimenti territoriali prima del conflitto a beneficio dell’Azerbaigian, territori che fanno tutti parte dell’Armenia storica. Le popolazioni di questi territori sono fuggite, il che equivale a una definitiva pulizia etnica perché è dubbio che torneranno. D’altra parte, gli azeri che hanno subito anche la pulizia etnica dagli armeni dopo la guerra del 1994 dovrebbero reinvestire in queste aree. Probabilmente stiamo tornando al conflitto congelato sulla porzione più piccola del Nagorno-Karabakh che rimarrà con gli armeni. Il suo status futuro non è ancora specificato. Gli azeri controllano Shushi, una storica città armena. Al di là della posta in gioco del conflitto regionale tra Azerbaigian e Armenia, il conflitto costituisce una tappa importante nel confronto tra le grandi potenze ei loro progetti geopolitici antagonistici, principalmente Turchia, Russia e, meno esplicitamente, Stati Uniti, UE e NATO per la creazione di zone di influenza nel continente eurasiatico. È il momento della valutazione provvisoria. La Russia estende la sua presa territoriale. Prima lezione, la Russia ha ristabilito il suo primato sul Caucaso meridionale, che fa parte del suo estero vicino....
di Stefano Vernole Per capire le difficoltà economiche dei nostri giorni, niente di meglio che riportare quasi integralmente le considerazioni (tradotte dall’inglese) di un ex accademica, Laura Ruggeri, nata a Milano ma che vive ad Hong Kong dal 1997. “Se vent’anni fa qualcuno avesse predetto una “rivoluzione colorata” a Hong Kong, la maggior parte degli analisti politici avrebbe riso. Non perché le “rivoluzioni colorate” siano ridicole – le loro tragiche conseguenze difficilmente possono essere ridicolizzate – ma perché tendono a verificarsi in Stati target con governance deboli alla periferia delle reti transnazionali. Hong Kong, d’altra parte, è uno dei primi 3 hub finanziari globali, dopo New York e Londra, e proprio al centro di queste reti. Sebbene Hong Kong, una regione amministrativa speciale della Cina, apparentemente non si adattasse al profilo di un obiettivo debole e maturo per il cambio di regime, il National Endowment for Democracy (NED) e altri famigerati sponsor di “rivoluzioni colorate” avevano già fissato i loro occhi sul territorio anche prima del 1997, quando la sua sovranità è tornata alla Cina. Mentre i tassi di crescita economica della Cina hanno fatto notizia negli anni ’90, gli argomenti della “minaccia cinese” hanno iniziato ad apparire nei media mainstream statunitensi e gli analisti degli affari esteri hanno iniziato a considerare la Cina come il “nuovo pericolo rosso”, una potenziale sfida alla supremazia globale degli Stati Uniti1. Sebbene due decenni fa la guerra commerciale non fosse ancora scoppiata, chiunque osservasse il quadro geopolitico più ampio poteva vedere nuvole nere addensarsi. In apparenza, Hong Kong dopo il ritorno alla Cina stava andando molto bene, ma se si graffiava la superficie lucida tipicamente associata ad un centro economico e finanziario internazionale, si poteva immediatamente vedere che questa efficienza mascherava problemi molto più profondi. Hong Kong aveva certamente buoni amministratori, ma non molti politici che potevano veramente governare una città ancora politicamente immatura a causa della sua eredità coloniale e dominata da interessi e cartelli. Il modello sperimentale “Un Paese due sistemi” era ancora in fase di perfezionamento e pochi progressi erano stati compiuti verso la decolonizzazione delle istituzioni di Hong Kong, soprattutto, delle menti dei suoi cittadini. A quanto pare, il processo di creazione di un senso di identificazione e lealtà verso la Cina era ancora agli inizi. Al contrario, gli attori transnazionali, in particolare le chiese, le ONG e le reti di difesa considerate dagli Stati Uniti come “vettori di influenza” e “catalizzatori di democratizzazione”, erano ben radicati nella società civile di Hong Kong. Lavorando di concerto con i media locali sponsorizzati dagli Stati Uniti e con i partiti pro-democrazia, hanno sottoposto sia la Cina che il governo locale a critiche costanti, sfruttando le lamentele interne per approfondire le spaccature nella società e ottenere il tipo di polarizzazione partigiana e ideologica che avrebbe reso Hong Kong ingovernabile. Se il governo locale avesse riconosciuto e definito i rischi, sarebbe stato in grado di riconoscere uno schema in una serie di eventi apparentemente casuale. Tutto quello che doveva fare era raccogliere...
Pubblichiamo l’intervento di Stefano Vernole alla 34th International Islamic Unity Conference di Teheran Worse than in 2008 … More devastating than 1929 … Not even during the Great Depression of the 19th century.” In recent weeks, wasted efforts in the definitions on the economic catastrophe that is about to hit the planet after the forced closure of production activities due to the epidemiological emergency Covid-19. The European Union immediately spoke of the need for a new “Marshall Plan” similar to after 1945; this time no longer financed by the United States of America. But what is hidden behind this password, if not the evident unwillingness of the Old Continent to assume its responsibilities and the clear intention to keep the transatlantic ties intact? In the history, the “Marshall Plan” served to integrate the European economy into the United States, allowing a revival of German industry and giving shape to a continental block firmly controlled by North Americans. Aid was neither free nor disinterested, nor were the subsequent instruments of European integration: all the documents declassified in recent years show how both the birth of the European Economic Community and that of the European Union were favored by the CIA, an operation in anti-Russian function. One cannot help but notice how after the fall of the Berlin Wall in 1989, contradicting all George Bush’s promises to Mikhail Gorbachev, the enlargement of the European Union to the east was preceded by the accession to NATO of the countries of the former Warsaw Pact. American Aid served both to revive the US economy and soft power around the world, and to Washington’s need to keep the European unification process under control. The Marshall Plan guaranteed the domination of the dollar as an indispensable reference currency for international trade and for the purchase of raw materials such as oil on the market. Yet the greatest damage inflicted on Europe concerned the Americanization of customs: the end of the mainstay represented by the traditional family, the myth of individual success at all costs, the gradual transition from productive and protected capitalism of the post-war period to a globalized financial economy that unties profit from the ethics of hard work (and therefore from the empowerment of social behaviour). A sad reality that is reflected in the current crisis following the outbreak of the Coronavirus; it is so severe that it can be overcome only through a gigantic issue and transfer of non-repayable resources from the European Central Bank to the States and therefore to companies that risk default. However, despite the unanimity of judgment on the gravity of the situation, the recent European summits have totally excluded this possibility, preferring to leave the structural conditionality mechanisms represented by instruments such as the MES (European Stability Mechanism) are intact and allowing the possibility of future Recovery Funds to be ventilated, i.e. loans at market rates that would probably only start on January 1, 2021. The first objective of Anglo-American finance following the epidemiological emergency will be...
Articolo pubblicato su iqna.ir Nel corso delle conferenza ci sarà anche un intervento dal titolo: “The economic problems in the situation of Coronavirus pandemicand how to deal with them in Western countries di Stefano Vernole del Cesem La 34a Conferenza internazionale sull’Unità islamica sarà organizzata per via online. Ad affermarlo il segretario generale del Forum mondiale per la prossimità delle scuole di pensiero islamiche (WFPIST), l’Hojjat-ol-Islam Hamid Shahriari. Parlando nel corso di una conferenza stampa a Teheran, l’Hojjat-ol-Islam Shahriari ha affermato che era intenzione degli organizzatori tenere l’evento annuale come gli anni precedenti, ovvero dal vivo, ma la pandemia di coronavirus ha costretto tutti a optare per un programma online. Il religioso ha detto che “La cooperazione islamica di fronte a calamità e disastri” sarà il tema della conferenza di quest’anno, in cui saranno discusse anche gli ultimi sviluppi e le principali questioni del mondo musulmano. La conferenza includerà 7 pannelli dedicati a diverse zone del mondo in cui saranno trattati i più importanti argomenti riguardanti i musulmani di ogni zona in questione. Più di 160 ospiti stranieri da 47 paesi e 120 personalità iraniane terranno discorsi in videoconferenza. L’Hojjat-ol-Islam Shahriari ha sottolineato che ci saranno 8 forum online in persiano e 29 in altre lingue, tra cui arabo, inglese, francese, urdu, turco, bengalese e russo. I saggi ed i lavori di ricerca sul tema principale della conferenza e le 7 sottocategorie sono stati ricevuti dalla segreteria, e quelli selezionati saranno presentati durante l’evento di una settimana. Tra gli altri programmi, ha osservato, verranno presentati due libri, uno sulla Palestina e l’altro sul Fiqh (giurisprudenza islamica). La cerimonia di chiusura della conferenza di quest’anno si terrà alla vigilia dell’anniversario della nascita del Profeta Mohammad (Che Dio benedica lui e la sua famiglia) il 2 novembre, ha proseguito il funzionario.
Pubblichiamo l’intervento di Stefano Vernole, responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo alla Conferenza europea organizzata dal Centro di Scienza e Cultura Russa di Madrid che si è tenuta il 28 ottobre nella capitale spagnola La recente pandemia dovuta al Covid-19 ha evidenziato alcuni punti chiave riguardanti l’immagine della Russia nel mondo occidentale. Inizialmente si è voluto sottostimare il problema Coronavirus, stigmatizzando la chiusura dei confini subito decretata dal Cremlino e accusando il Presidente Vladimir Putin di “logiche autoritarie” poco rispettose delle inviolabili libertà individuali proprie delle società liberali. Compresa la gravità della situazione, l’Italia – seguita poco dopo da altre nazioni europee – ha rettificato la propria posizione chiedendo anche supporto alla Russia e ad altri Paesi non particolarmente allineati (Cina, Cuba, Egitto …) con maggiori disponibilità di personale e materiale sanitario. Da qui è scaturito un quasi capovolgimento delle percezioni nell’opinione pubblica italiana; il video della partenza da Mosca degli aerei che trasportavano gli aiuti, pubblicato sulla pagina facebook della piccola Associazione culturale Russia Emilia Romagna ha riscosso un notevole successo mediatico (più di 515.000 visualizzazioni ad oggi), dimostrando il grande potenziale di simpatia di cui godono oggi in Italia la Federazione Russa e il suo Presidente Vladimir Putin (la pagina di informazione sulla Federazione Russa in Italia Russia Community, gestita dalla medesima Associazione culturale di cui sopra, conta su oltre 100.000 sostenitori). Subito è però arrivata la “doccia fredda” proveniente dai media mainstream, evidentemente richiamati all’ordine da quelle forze atlantiche che rappresentano il vero deep state in tutte le nazioni europee ma soprattutto in Italia e in Germania. Ecco che l’encomiabile lavoro dei medici russi all’Ospedale di Bergamo, svolto in totale gratuità, è stato prima trasformato in una presunta merce di scambio con eventuali promesse italiane (tra le quali vi sarebbe stata quella di togliere le sanzioni alla Russia): “Quando noi aiutiamo qualcuno lo facciamo gratis”, ha chiarito subito il Cremlino. Successivamente sono entrate in scena le “terze colonne” del Partito Americano che hanno dato adito alle teorie cospirazioniste più strampalate; alcuni hanno definito gli aiuti come il tentativo dei servizi segreti russi di raccogliere informazioni sulla NATO … altri come la volontà di trovare direttamente riscontri sul virus quale arma batteriologica cinese, una tesi quest’ultima portata avanti da quanti, anche nel campo occidentale, tentano di ingraziarsi Mosca per dividerla da Pechino. La prima accusa, in particolare, ha dato adito ad una dura polemica giornalistica con le autorità diplomatiche russe in Italia, sulle quali si è cercato di gettare discredito senza nemmeno nascondere la propria appartenenza al campo atlantista. Come dimostrato anche recentemente dalle elezioni in Bielorussia e dal caso Navalny, l’eurocentrismo non accetta l’altro da sé; nel caso del Covid19, qualcuno avrebbe preferito veder morire la propria popolazione piuttosto che accettare il sostegno sincero e disinteressato di una Russia descritta ancora una volta potenza “autoritaria e revisionista”. L’atteggiamento di superiorità morale e culturale dell’Occidente è stato confermato dall’accoglimento della notizia relativa alla scoperta del vaccino russo contro il Covid19. Una ridda di...
di Andrea Turi In un precedente articolo abbiamo analizzato le disposizioni messe in atto dal Governo Cinese ad Hong Kong alla luce dell’approvazione della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong. Da qui ripartiamo per approfondire le reazioni straniere all’adozione della legge e i tentativi di ingerenza negli affari interni della Repubblica Popolare Cinese. La scienza politica cinese contemporanea – così come sostiene l’analista russo Leonid Savin1 nel breve saggio La Cina e la multipolarità – poggia su quei cinque principi di coesistenza pacifica che già furono alla base del trattato di amicizia siglato da India e Cina nell’aprile 1954. Mao Zedong e Zhou Enlai videro nell’India un possibile ponte verso Occidente e accolsero favorevolmente l’apertura di Nehru che, invece, cercava di fronteggiare la sempre più crescente influenza statunitense in Pakistan. L’accordo era incentrato sul riconoscimento ufficiale, da parte dell’India, della sovranità cinese in Tibet e su cinque principi cui si sarebbero ispirate le relazioni fra i due Paesi: p. di reciproco rispetto di sovranità e integrità territoriale; p. di non aggressione; 3) p. di non ingerenza negli affari interni; 4) p. di parità e reciprocità nei riconoscimenti; 5) p. di coesistenza pacifica pur in presenza di sistemi politici diversi. Focalizziamo l’attenzione sul principio di non ingerenza negli affari interni di un altro Paese il quale consiste, in sostanza, in quel principio di sovranità che trae la sua origine nei trattati di Westfalia del 1648, siglati alla fine della Guerra dei Trent’anni; in quell’occasione, fu stabilita la regola cuius regio, eius religio per la quale ogni Stato ha il diritto di darsi il proprio ordinamento etico-politico senza alcuna ingerenza da parte di altri Stati. Trovando il suo fondamento giuridico nell’uguaglianza tra gli Stati, nel diritto internazionale il principio di non ingerenza è l’obbligo posto a tutti gli Stati di non interferire negli affari interni di un altro Stato; in particolare, il principio di non ingerenza vieta tutti quegli interventi volti ad influenzare le scelte di politica interna e internazionale degli Stati. In materia, l’articolo 2.7 della Carta delle Nazioni Unite sancisce che nessuna disposizione del presente Statuto autorizza le Nazioni Unite ad intervenire in questioni che appartengono essenzialmente alla competenza interna di uno Stato, né obbliga i Membri a sottoporre tali questioni ad una procedura di regolamento in applicazione del presente Statuto. Il lungo preambolo è utile all’inquadramento delle cause alla base del monito lanciato ai Paesi stranieri da Zhao Lijian, portavoce del Ministro degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese (da qui Cina), di smettere di interferire negli affari di Hong Kong rispondendo, così, alle critiche avanzate da Stati Uniti d’America, Gran Bretagna e altri Stati il giorno dell’entrata in vigore della Legge sulla tutela della sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR). Una dichiarazione congiunta dei Governi degli Stati Uniti d’America, Australia, Canada e Regno Unito2 diffusa il 28 maggio 2020 – erano quelli i giorni in cui cominciava a circolare la bozza di legge che la Repubblica...
di Lorenzo Salimbeni Poco dopo l’emissione delle nuove sanzioni dell’Unione Europea nei confronti della Federazione russa con riferimento al presunto avvelenamento di Aleksej Navalnyj e giusto in tempo prima che il nuovo Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri determinasse nuove restrizioni allo svolgimento di convegni, fiere ed eventi culturali, ha avuto luogo a Verona il 22-23 ottobre il XIII Forum Economico Eurasiatico. Gli organizzatori sono Associazione Conoscere Eurasia, Fondazione Rosсongress, Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, tra i co-organizzatori troviamo l’Unione Russa degli Industriali e degli Imprenditori ed i partners sono Intesa Sanpaolo, Rosneft, Gazprombank, VTB, Credit Bank of Moscow, Fondo di investimenti REGION, VHS. Questo appuntamento promosso da Antonio Fallico (Presidente di Conoscere Eurasia e di Banca Intesa Russia) ha tradizionalmente rappresentato un momento di confronto e di proposta di nuove sinergie tra l’Europa e Mosca, pure nei momenti di contrapposizione che hanno seguito l’annessione della Crimea alla Federazione russa in seguito ad un referendum che le istituzioni di Bruxelles non hanno mai voluto considerare legittimo. Le sanzioni emesse allora hanno colpito pesantemente l’import-export tra l’UE (e l’Italia in particolare) e la Russia, nonostante triangolazioni attraverso la Bielorussia ovvero altri Stati membri dell’Unione Eurasiatica abbiano consentito di contenere i danni economici. Tali sanzioni sono state più volte rinnovate (con il consenso italiano, anche da parte di governi in cui sedevano ministri che apparivano contrari a tali misure) e più recentemente inasprite in seguito alla vicenda che ha interessato Navalnyj, esponente politico che sembra avere maggior seguito all’estero che in patria. Anche se i lavori dell’assise veronese hanno affrontato in più sessioni il crescente ruolo all’interno della massa eurasiatica della Cina e del suo colossale progetto infrastrutturale meglio noto come la Nuova Via della Seta, la Russia non è stata trascurata. Fallico ha in particolare sottolineato «quanto sia sempre più centrale il bisogno di cooperazione e di dialogo» nella fase di uscita dalla crisi economica e politica che ha accompagnato la pandemia di Covid-19. La frattura tra l’UE e la Russia crea un varco nel quale può inserirsi la potenza economica della Cina, il cui rimbalzo post-lockdown ha già conseguito sorprendenti percentuali di crescita del PIL rispetto alla recessione che interessa il resto del sistema-mondo che ha registrato solo alcuni timidi segnali di crescita. Sono intervenuti in teleconferenza relatori di spessore come Denis Manturov (Ministro dell’Industria e del Commercio della Federazione Russa), Andrey Kostin (Presidente del Consiglio di Amministrazione VTB), Igor Sechin (Presidente e Amministratore Delegato di Rosneft), Marco Tronchetti Provera (Co-Presidente del Comitato Imprenditoriale Italo-Russo per la cooperazione economica), Vladimir Chubar (Presidente della Credit Bank of Moscow), Veronika Nikishina (Amministratore Delegato del Russian Export Center), Elena Burmistrova (Vicepresidente del Comitato di Gestione di Gazprom), Andrei Slepnev (Ministro del Commercio della Commissione Economica Eurasiatica), Vladimir Chizhov (Rappresentante Permanente della Russia presso l’UE), Konstantin Kosachev (Presidente del Comitato Affari Internazionali del Consiglio della Federazione Russa) e Garegin Tosunyan (Presidente dell’Associazione Banche Russe). L’augurio che l’asse Bruxelles-Mosca si rinsaldi, al di là di quelle che sono alcune significative collaborazioni bilaterali...
A cura di Wang Huijuan e Wu Weican Cina ed Italia nel 2020 hanno un anniversario da festeggiare insieme, quello del mezzo secolo trascorso dall’apertura di rapporti diplomatici ufficiali. Testimonianza dell’indipendenza e lungimiranza dei dirigenti italiani della Prima Repubblica, il riconoscimento della Repubblica Popolare il 6 novembre 1970 fu uno degli innumerevoli esempi di come il nostro Paese, pur aderendo al Patto Atlantico, si riservava ampi spazi di manovra in politica estera, perseguendo con convinzione i propri legittimi e sovrani interessi. Da quella scelta sono derivati una serie di legami sempre più stretti e articolati tra Italia e “Paese di Mezzo”, che hanno contribuito non poco a rendere il nostro Paese uno dei ‘terminal’ preferenziali per la ‘Cintura Marittima’, la colossale via di comunicazione commerciale che complementa e potenzia la ‘Nuova Via della Seta’ terrestre. Questo volume, grazie a una serie di contributi di alto valore da parte di prestigiosi rappresentanti delle relazioni sino-italiane degli ultimi decenni, permette al lettore di farsi una chiara e accurata idea della storia e delle preziose potenzialità della partnership tra i due Paesi, tanto in campo economico-commerciale quando in quelli (non meno importanti), tecnico-scientifico, culturale-formativo e per una progressiva “multipolarizzazione” degli enti e delle organizzazioni internazionali. Segnaliamo all’interno del libro, l’articolo del nostro coordinatore Stefano Vernole, dal titolo: “Italia e Cina: 50 anni di relazioni culminano nella Nuova Via della Seta“
Mercoledì 28 ottobre, il responsabile delle relazioni esterne del Cesem, Stefano Vernole, interverrà alla Conferenza europea organizzata dal Centro di Scienza e Cultura Russa di Madrid, con un intervento dal titolo: “Uscire dall’eurocentrismo. Il grande potenziale del soft power russo“, nella sezione “Media and communications in Russia-Europe relations: challenges and solutions”. In allegato il programma del Convegno