by Andrea Turi Reading the article Two Paradigms clash: Us – China – Russia Partenership that won WW2 or Hellish Plunge into WW3 written by Matthew J.L. Ehret – journalist, historian and founder of The Canadian Patriot Review – for the Covert Geopolitics website is an important aid for those who want to understand the dynamics that will govern world trends in the near future. Andrea Turi of the Eurasia and Mediterranean Studies Center interviewed the author of the analysis. READ IN ITALIAN |In the pages of the Italian media, it is not usual to read interviews with Canadian analysts. Mr. Ehret, can you then briefly present who you are and what you do to the italian reader? I am the Editor-in-Chief of a newsmagazine which I founded in 2012 called the Canadian Patriot Review, the author of a four volume book series called the Untold History of Canada, and a Senior Fellow at the American University in Moscow which was founded by Dr. Edward Lozansky in 1993 as non-profit foundation committed to building bridges between the west and Russia. Also in 2019, I cofounded a non-profit called the Rising Tide Foundation in Montreal with my wife which is dedicated to reviving classical education, and intercultural dialogue. |You wrote a very interesting and lucid article entitled “Two Paradigms clash: Us – China – Russia Partenership that won WW2 or Hellish Plunge into WW3” which we will come back to immediately. But first I would like to ask you how do you see the current international context? What are the forces on the ground? It is a very tumultuous period as you know in the USA whose ultimate outcome I believe will determine not only the fate of the republic but much of world history for a very long time. As I wrote in my article, we are living through a sort of “in-between period” at the end of one system which has reached a boundary condition and is disintegrating, and an emerging new underdefined system that will replace the old order. The fight over whether the USA slides back under the full control of the thing controlling Biden during the disputed election result fight which will be going to the courts soon or whether the nationalist forces behind Trump are able to keep power will determine alot in this context. |In your article you talk about the clash between two paradigms, can you explain what you are referring to? The underdefined new system which will ultimately replace the currently collapsing order like I said is highly underdetermined. On the one side a multipolar alliance premised on certain principles of win-win cooperation driven by very long term, large scale infrastructure projects characterized by things like China’s Belt and Road Initiative, the Russia-India-Iran International North South Transport Corridor, the Russia-China Polar Silk Road, and many other big things. Much of it with an interesting space-focus tied to the long term settlement and mining of the moon and Mars. Under this system...
Mese: Novembre 2020
di Andrea Turi La lettura dell’articolo Two Paradigms clash: Us – China – Russia Partenership that won WW2 or Hellish Plunge into WW3 scritto da Matthew J.L. Ehret – giornalista, storico e fondatore della rivista The Canadian Patriot Review – per il portale Covert Geopolitics è un ausilio importante per chi voglia comprendere le dinamiche che regoleranno l’andamento mondiale nel prossimo futuro. Andrea Turi del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo ha intervistato l’autore dell’analisi. READ IN ENGLISH |Sulle pagine dei media italiani non è usuale leggere interviste ad analisti canadesi. Signor Ehret, può quindi presentare brevemente chi è e cosa fa al lettore? Sono il caporedattore di una rivista che ho fondato nel 2012 chiamata Canadian Patriot Review, l’autore di una serie di libri in quattro volumi chiamata The Untold History of Canada e Senior Fellow presso l’Università americana di Mosca, che è stata fondata dal Dr. Edward Lozansky nel 1993 come fondazione senza scopo di lucro impegnata a costruire ponti tra l’ovest e la Russia. Sempre nel 2019, ho co-fondato un’organizzazione no-profit chiamata Rising Tide Foundation a Montreal con mia moglie che si dedica al rilancio dell’educazione classica e al dialogo interculturale. |Lei ha scritto un articolo molto interessante e lucido intitolato “Two Paradigms clash: Us – China – Russia Partenership that won WW2 or Hellish Plunge into WW3” su cui torneremo immediatamente. Ma prima vorrei chiederti come vedi l’attuale contesto internazionale? Quali sono le forze sul terreno? È un periodo molto tumultuoso, come sapete, negli Stati Uniti; un periodo tumultuoso il cui esito finale, credo, determinerà non solo il destino della Repubblica statunitense, ma gran parte della storia mondiale per un tempo molto lungo. Come ho scritto nel mio articolo, stiamo vivendo una sorta di “periodo intermedio” alla fine di un sistema che ha raggiunto una condizione limite e si sta disintegrando, e un nuovo sistema emergente sottodefinito che sostituirà il vecchio ordine. La lotta per stabilire se gli Stati Uniti ritornino sotto il controllo di Biden durante la controversia sui risultati elettorali – che verrà sottoposta ai tribunali – o se le forze nazionali dietro Trump siano in grado di mantenere il potere, farà la differenza in questo contesto. |Nel suo articolo, Lei parla di scontro tra due paradigmi come anticipato dallo stesso titolo. Può spiegare a cosa si riferisce? Il sottodefinito nuovo sistema che alla fine sostituirà l’ordine attualmente in declino, come ho detto, è altamente sotto-determinato: da un lato abbiamo un’alleanza multipolare basata su alcuni principi di cooperazione win-win vantaggiosa per tutti, guidata da progetti infrastrutturali su larga scala a lunghissimo termine caratterizzati da progetti come la Belt and Road Initiative cinese, il corridoio internazionale di trasporto nord-sud Russia-India-Iran, la Russia -China Polar Silk Road e molte altre grandi cose, gran parte di esse con un interessante focus al settore spaziale legato all’insediamento a lungo termine e all’estrazione mineraria della Luna e di Marte. Con questo sistema, ci si aspetta che ogni nazione operi nel proprio genuino egoismo insieme ai suoi vicini, il che...
di Andrea Turi Nell’articolo Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong abbiamo analizzato come il dossier Hong Kong sia diventato un pretesto per le potenze internazionali occidentali per fare pressioni sul Governo di Pechino e mettere in atto vere e proprie azioni di ingerenza negli affari di politica interna ed esclusiva della Cina. Seguendo la lezione di Giovanni Falcone (“Segui i soldi, troverai la Mafia”) il testo che segue cercherà di rispondere alla domanda: “chi c’è dietro le proteste nella Regione amministrativa speciale di Hong Kong?” Scriveva Alain De Benoist sul numero 224 dell’aprile 1999 della rivista Diorama Letterario che l’aggressione dell’Occidente contro la Serbia, applicando il diritto di ingerenza ai danni di uno Stato che non ha violato le frontiere di nessun altro Stato, segna la fine della sovranità degli Stati e realizza lo scopo dei sostenitori del cosiddetto mondo senza frontiere, dei fautori della soppressione dell’indipendenza dei popoli, ossia di quei liberali e globalisti secondo i quali il mondo deve essere governato dalla polarità mercati + diritti dell’uomo, cioè dal binomio economia – morale. Quasi un ventennio dopo, lo storico e saggista israeliano Yuval Hoah Harari fa di tale binomio il frame principale delle relazioni tra Stati; nelle prime pagine di 21 lezioni per il XXI secolo scrive, infatti, che durante il XX secolo le élite globali di New York, Londra, Berlino, e Mosca hanno formulato tre grandi narrazioni che ambivano a spiegare il nostro passato fin dalle epoche più remote e a predire il futuro del mondo intero: la narrazione fascista, la narrazione comunista e la narrazione liberale. […] La narrazione liberale spiegava la storia come una lotta tra libertà e tirannia, e concepiva un mondo in cui tutti gli uomini cooperano liberamente e pacificamente, grazie a un ridotto controllo centrale, pagando però lo scotto di una certa dose di disuguaglianza. […] Una volta andata in frantumi la narrazione comunista, quella liberale è rimasta il riferimento principale per comprendere il passato dell’umanità e la guida indispensabile per agire nel mondo futuro – o così sembrava all’élite globale. […] Secondo questa panacea liberale – accettata ugualmente da George W. Bush e Barack Obama – se continuiamo nel programma di liberazione e globalizzazione dei nostri sistemi politici ed economici, saremo in grado di garantire pace e prosperità per tutti quanti. I Paesi che partecipano a questa inarrestabile marcia del progresso saranno premiati con pace e prosperità più rapidamente. I paesi che tentano di opporre resistenza all’inevitabile pagheranno le conseguenze, finché anch’essi vedranno la luce, apriranno i propri confini e liberalizzeranno le loro società, la loro politica e i loro mercati. Ci vorrà del tempo, ma alla fine persino la Corea del Nord, l’Iraq e El Salvador assomiglieranno alla Danimarca o allo Iowa1. La produzione dei vari ideologi che formano la condotta dei Governi occidentali non cessa mai nei suoi intenti di progettare disordini in Stati retti da personalità politiche non di loro gradimento; ora gli sforzi si stanno concentrando contro la Repubblica Popolare Cinese. La...
di Riccardo Allegri Nelle proprie relazioni con i Paesi dell’“Estero Vicino” e con i paesi dell’Europa Occidentale, la Federazione Russa ha spesso utilizzato una vasta gamma di strumenti che le hanno consentito di ottenere un certo grado di influenza, ponendole in una posizione di vantaggio rispetto all’interlocutore del momento. Di tutti questi strumenti, le risorse energetiche sono senza ombra di dubbio fra quelli più importanti. La Russia occupa la prima posizione mondiale per produzione ed esportazione di gas naturale, possedendo un quarto delle riserve globali di metano. A livello petrolifero si colloca al secondo posto per produzione ed al terzo per esportazione mentre, per quanto riguarda il carbone, essa è la sesta produttrice e la terza esportatrice mondiale1. Dal momento del suo arrivo alla Presidenza della Federazione Russa, Vladimir Putin ha cercato di mettere l’apparato produttivo al servizio delle esigenze della nazione ed il settore energetico non ha fatto eccezione, essendo di gran lunga il più importante asset economico nelle mani del Cremlino. L’epoca delle privatizzazioni selvagge, immediatamente successiva alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, aveva tolto allo Stato russo il controllo su tale fondamentale settore ma Putin era perfettamente consapevole della necessità di riportare all’obbedienza gli oligarchi che avevano fatto fortuna acquisendo le proprietà energetiche russe. Se il Cremlino avesse potuto decidere in che modo allocare i profitti derivanti dalla vendita degli idrocarburi, avrebbe potuto risolvere parte dei gravi problemi interni che affliggevano la nazione al momento dell’insediamento di Putin. La cosa non deve sorprendere, se si considera che negli anni Novanta l’idea che la politica energetica dovesse giocare un ruolo fondamentale nella rinascita della potenza russa era molto diffusa, al punto che lo stesso Putin ne aveva fatto il tema della propria dissertazione di laurea nel 19972. Ad ogni modo, egli riuscì nel suo intento e la congiuntura fu particolarmente favorevole in quanto per tutto il primo decennio del XXI secolo i prezzi degli idrocarburi furono decisamente elevati, consentendo alla Federazione Russa di veder crescere il proprio PIL di una quota annua pari, mediamente, al 7%. Come detto in precedenza, l’importanza del settore energetico non era limitata alla sola crescita economica del paese. Gli strateghi del Cremlino sapevano perfettamente che gli idrocarburi potevano essere utilizzati come leve di pressione nei rapporti bilaterali con i Paesi che dipendevano dalle esportazioni energetiche russe. Lo stesso Putin affermò pubblicamente nel 2003 che Gazprom, la principale azienda energetica russa controllata dallo Stato, doveva essere un potente strumento politico ed economico per influenzare il resto del mondo3. Quanto detto da Putin era confermato all’interno dei Concetti di Politica Estera approvati dal Presidente della Federazione Russa nel 2008, 2013 e 2016, ove si faceva espresso riferimento agli strumenti economici come leve di pressione da sfruttare al fianco degli strumenti prettamente militari. Non bisogna dimenticare che già ai tempi dell’Unione Sovietica l’esportazione di gas naturale aveva consentito al Paese di rompere l’isolamento rispetto alle nazioni appartenenti al blocco occidentale. Nel 1970 Mosca firmò il primo contratto per la fornitura di gas con la Germania di Willy...
di Pierre – Emmanuel Thomann Nuova configurazione geopolitica e crollo dell’ordinamento giuridico derivante dal mondo unipolare.Come dare un senso a questo conflitto? Deve essere inserito nella configurazione geopolitica globale emergente, cioè nell’evoluzione dell’ordine geopolitico. Il diritto internazionale è di scarsa utilità per comprendere la situazione a parte il modo in cui è strumentalizzato dalle potenze rivali. La guerra in Nagorno-Karabakh conferma che i confini in Eurasia stanno cambiando e si spostano di nuovo, perché dalla fine del mondo bipolare, con l’emergere del mondo multipolare si è avviato un processo di disgelo dei territori. Stiamo assistendo al ritorno di guerre di conquista territoriale, legate alle questioni di rivalità tra potenze su scala mondiale, con aggiustamento tra aree di influenza attraverso la guerra per procura. Il mondo si sta frammentando e si apre la strada ad una ricomposizione dei territori. La frammentazione geopolitica del mondo con il nuovo corso di fronti mobili e linee rosse tra grandi potenze si sta inesorabilmente rafforzando. Assomiglia sempre di più al mondo come funzionava prima della Seconda guerra mondiale. Il diritto internazionale non può essere legittimo senza un ordine spaziale (riferimento a Carl Schmitt). Ciò significa che le risoluzioni dell’ONU sul Nagorno-Karabakh, così come quelle del gruppo di Minsk, riflessi del periodo unipolare segnato dall’indebolimento della Russia dopo la caduta dell’URSS, sono da tempo obsolete. Ciò è stato appena confermato dalla nuova situazione geopolitica, vale a dire un nuovo ordine spaziale, che apre la strada a un nuovo regime giuridico ancora sconosciuto. La guerra nel Nagorno-Karabakh era stata a lungo preparata da Azerbaigian e Turchia, e tutte le potenze lo sapevano. Ma ognuno pensava che alla fine avrebbe potuto trarre un vantaggio geopolitico. Secondo l’accordo del 9 novembre tra i militari belligeranti, Armenia e Azerbaigian sotto il patrocinio della Russia, gli effetti sono asimmetrici. Nella loro impresa di conquista, gli azeri non ottengono l’intero Nagorno-Karabakh ma i territori adiacenti tutt’intorno. Il Nagorno-Karabakh viene smembrato di più della metà dei suoi possedimenti territoriali prima del conflitto a beneficio dell’Azerbaigian, territori che fanno tutti parte dell’Armenia storica. Le popolazioni di questi territori sono fuggite, il che equivale a una definitiva pulizia etnica perché è dubbio che torneranno. D’altra parte, gli azeri che hanno subito anche la pulizia etnica dagli armeni dopo la guerra del 1994 dovrebbero reinvestire in queste aree. Probabilmente stiamo tornando al conflitto congelato sulla porzione più piccola del Nagorno-Karabakh che rimarrà con gli armeni. Il suo status futuro non è ancora specificato. Gli azeri controllano Shushi, una storica città armena. Al di là della posta in gioco del conflitto regionale tra Azerbaigian e Armenia, il conflitto costituisce una tappa importante nel confronto tra le grandi potenze ei loro progetti geopolitici antagonistici, principalmente Turchia, Russia e, meno esplicitamente, Stati Uniti, UE e NATO per la creazione di zone di influenza nel continente eurasiatico. È il momento della valutazione provvisoria. La Russia estende la sua presa territoriale. Prima lezione, la Russia ha ristabilito il suo primato sul Caucaso meridionale, che fa parte del suo estero vicino....
di Stefano Vernole Per capire le difficoltà economiche dei nostri giorni, niente di meglio che riportare quasi integralmente le considerazioni (tradotte dall’inglese) di un ex accademica, Laura Ruggeri, nata a Milano ma che vive ad Hong Kong dal 1997. “Se vent’anni fa qualcuno avesse predetto una “rivoluzione colorata” a Hong Kong, la maggior parte degli analisti politici avrebbe riso. Non perché le “rivoluzioni colorate” siano ridicole – le loro tragiche conseguenze difficilmente possono essere ridicolizzate – ma perché tendono a verificarsi in Stati target con governance deboli alla periferia delle reti transnazionali. Hong Kong, d’altra parte, è uno dei primi 3 hub finanziari globali, dopo New York e Londra, e proprio al centro di queste reti. Sebbene Hong Kong, una regione amministrativa speciale della Cina, apparentemente non si adattasse al profilo di un obiettivo debole e maturo per il cambio di regime, il National Endowment for Democracy (NED) e altri famigerati sponsor di “rivoluzioni colorate” avevano già fissato i loro occhi sul territorio anche prima del 1997, quando la sua sovranità è tornata alla Cina. Mentre i tassi di crescita economica della Cina hanno fatto notizia negli anni ’90, gli argomenti della “minaccia cinese” hanno iniziato ad apparire nei media mainstream statunitensi e gli analisti degli affari esteri hanno iniziato a considerare la Cina come il “nuovo pericolo rosso”, una potenziale sfida alla supremazia globale degli Stati Uniti1. Sebbene due decenni fa la guerra commerciale non fosse ancora scoppiata, chiunque osservasse il quadro geopolitico più ampio poteva vedere nuvole nere addensarsi. In apparenza, Hong Kong dopo il ritorno alla Cina stava andando molto bene, ma se si graffiava la superficie lucida tipicamente associata ad un centro economico e finanziario internazionale, si poteva immediatamente vedere che questa efficienza mascherava problemi molto più profondi. Hong Kong aveva certamente buoni amministratori, ma non molti politici che potevano veramente governare una città ancora politicamente immatura a causa della sua eredità coloniale e dominata da interessi e cartelli. Il modello sperimentale “Un Paese due sistemi” era ancora in fase di perfezionamento e pochi progressi erano stati compiuti verso la decolonizzazione delle istituzioni di Hong Kong, soprattutto, delle menti dei suoi cittadini. A quanto pare, il processo di creazione di un senso di identificazione e lealtà verso la Cina era ancora agli inizi. Al contrario, gli attori transnazionali, in particolare le chiese, le ONG e le reti di difesa considerate dagli Stati Uniti come “vettori di influenza” e “catalizzatori di democratizzazione”, erano ben radicati nella società civile di Hong Kong. Lavorando di concerto con i media locali sponsorizzati dagli Stati Uniti e con i partiti pro-democrazia, hanno sottoposto sia la Cina che il governo locale a critiche costanti, sfruttando le lamentele interne per approfondire le spaccature nella società e ottenere il tipo di polarizzazione partigiana e ideologica che avrebbe reso Hong Kong ingovernabile. Se il governo locale avesse riconosciuto e definito i rischi, sarebbe stato in grado di riconoscere uno schema in una serie di eventi apparentemente casuale. Tutto quello che doveva fare era raccogliere...
Ei mei scripta intellegat. Verear voluptaria eam at, consul putent eu vel. Pro saepe maluisset ne, audire maiorum forensibus eos et. Diceret detraxit vis at. Eum et idque tollit assentior, ullum soleat usu id.
Pubblichiamo l’intervento di Stefano Vernole alla 34th International Islamic Unity Conference di Teheran Worse than in 2008 … More devastating than 1929 … Not even during the Great Depression of the 19th century.” In recent weeks, wasted efforts in the definitions on the economic catastrophe that is about to hit the planet after the forced closure of production activities due to the epidemiological emergency Covid-19. The European Union immediately spoke of the need for a new “Marshall Plan” similar to after 1945; this time no longer financed by the United States of America. But what is hidden behind this password, if not the evident unwillingness of the Old Continent to assume its responsibilities and the clear intention to keep the transatlantic ties intact? In the history, the “Marshall Plan” served to integrate the European economy into the United States, allowing a revival of German industry and giving shape to a continental block firmly controlled by North Americans. Aid was neither free nor disinterested, nor were the subsequent instruments of European integration: all the documents declassified in recent years show how both the birth of the European Economic Community and that of the European Union were favored by the CIA, an operation in anti-Russian function. One cannot help but notice how after the fall of the Berlin Wall in 1989, contradicting all George Bush’s promises to Mikhail Gorbachev, the enlargement of the European Union to the east was preceded by the accession to NATO of the countries of the former Warsaw Pact. American Aid served both to revive the US economy and soft power around the world, and to Washington’s need to keep the European unification process under control. The Marshall Plan guaranteed the domination of the dollar as an indispensable reference currency for international trade and for the purchase of raw materials such as oil on the market. Yet the greatest damage inflicted on Europe concerned the Americanization of customs: the end of the mainstay represented by the traditional family, the myth of individual success at all costs, the gradual transition from productive and protected capitalism of the post-war period to a globalized financial economy that unties profit from the ethics of hard work (and therefore from the empowerment of social behaviour). A sad reality that is reflected in the current crisis following the outbreak of the Coronavirus; it is so severe that it can be overcome only through a gigantic issue and transfer of non-repayable resources from the European Central Bank to the States and therefore to companies that risk default. However, despite the unanimity of judgment on the gravity of the situation, the recent European summits have totally excluded this possibility, preferring to leave the structural conditionality mechanisms represented by instruments such as the MES (European Stability Mechanism) are intact and allowing the possibility of future Recovery Funds to be ventilated, i.e. loans at market rates that would probably only start on January 1, 2021. The first objective of Anglo-American finance following the epidemiological emergency will be...