4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

mexico
di Federico Anaya-GallardoTraduzione per il CeSEM di Cristiano ProcenteseArticolo originale: https://politicainternacional.com.mx/2020/12/02/una-hipotesis-geopolitica-para-explicar-el-poder-del-sector-militar-mexicano/ Ultimamente, noi cittadini messicani ci siamo imbattuti in un tema deprecabile: il potere del sistema militare. E’ disdicevole non sapere molto a riguardo delle proprie Forze Armate. È disdicevole perché si presume che queste ultime siano indispensabili alla vita della Repubblica; oltre al fatto che, a volte, si sospetta non siano veramente utili. Che ci siano tre “piani di difesa nazionale”, DN1, DN2 e DN3, è un fatto abbastanza noto – poiché la maggior parte della popolazione ha visto le truppe schierarsi applicando il protocollo DN3 in caso di calamità naturali. A tal proposito, il triangolo blu della Protezione Civile è meno conosciuto della sigla DN3. Ma questo particolare – a ben vedere – ci riporta all’indignazione iniziale: se le Forze Armate sono utilizzate esclusivamente o principalmente per affrontare le catastrofi, non sarebbe meglio convertirle in un corpo di Protezione Civile? (si sottolinei la parola civile.) Quando si cerca di approfondire cosa significano DN1 e DN2, lo sconcerto aumenta. DN1 è il piano di difesa in caso di invasione straniera; DN2 il piano di difesa contro la ribellione interna. Nella prima – poiché l’unica potenza capace di invaderci sono gli Stati Uniti d’America (USA) – il piano ordina l’organizzazione popolare della resistenza perché riconosce l’incapacità delle forze militari di affrontare in modo efficae l’invasore. Nella seconda, che di fatto è stata attivata in più occasioni, le Forze Armate hanno affrontato una parte della popolazione che avevano giurato di difendere. Appaiono inutili all’esterno e anti- insurrezionali all’interno. Non c’è da stupirsi che l’argomento sia sconveniente. Un paio di recenti episodi inaspettati ci riportano al tema. Il 15 ottobre 2020, il cittadino Salvador Cienfuegos Zepeda viene detenuto all’aeroporto di Los Angeles in Alta California con l’accusa di narcotraffico da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In pochi giorni quest’ultimo viene portato davanti ad un giudice federale a Brooklyn, New York. La notizia provoca un terremoto. Questo cittadino è stato il Segretario generale della Difesa nazionale messicano tra il 2012 e il 2018. La “commentocrazia” messicana ripete parole come insolito, straordinario, inedito. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, quando il 17 novembre 2020 i pubblici ministeri federali incaricati dell’accusa di Cienfuegos chiedono al tribunale di respingere l’accusa e di autorizzare la consegna del detenuto alle autorità messicane. Il giorno successivo Cienfuegos torna a casa. Ancora una volta, insolito, straordinario, inedito. Molto scandalo, pochi fatti, analisi superficiale. In un fiume di commenti, ha sorpreso una dichiarazione dell’avvocato Ana Laura Magaloni Kerpel: “Mi ha fatto piacere il risultato. … trattenere il capo dell’esercito, colui che era a capo dell’esercito, … non è il modo di trattare un’istituzione di rilievo come quella dell’esercito “. A suo parere, l’accusa degli Stati Uniti contro Cienfuegos ha compromesso una istituzione importante proprio per la politica contro i narcotrafficanti degli stessi Stati Uniti. (È l’ora dell’opinione, 18 novembre 2020, minuto 5 ess. Nota 1.) Per la Magaloni, l’accusa americana ha colpito la disciplina, la lealtà e...
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di Stefano Vernole La notizia dell’arresto di un ufficiale della Marina italiana e dell’espulsione di due funzionari dell’Ambasciata Russa in Italia (quello che sarebbe coinvolto direttamente nella vicenda spionistica e il suo superiore) non contribuisce certo a rasserenare i rapporti tra Mosca e Roma. Sua Eccellenza Ambasciatore Sergey Razov ha auspicato che lo spiacevole episodio non incrini i rapporti sostanzialmente cordiali tra i due Paesi, tuttavia le prime reazioni dei rispettivi ministeri degli Esteri non lasciano presagire nulla di buono. D’altronde il peggioramento delle relazioni tra la Federazione Russa e il cosiddetto Occidente era facilmente prevedibile dopo l’elezione alla Casa Bianca del Presidente Joe Biden. Non che durante l’Amministrazione Trump i rapporti fossero particolarmente cordiali ma rimaneva probabilmente un margine di azione maggiore a quanti, pur appartenendo alla NATO, intendevano perseguire in nome dell’interesse nazionale una politica più disponibile nei confronti di Mosca rispetto a quella imposta da Washington. Vi sono due aspetti da considerare, uno legato all’ordine geopolitico internazionale e uno concernente i fattori interni. La crisi pandemica ha accelerato notevolmente le tendenze di contrapposizione mondiale già in essere prima del Covid-19 tra il blocco eurasiatico e quello atlantico; l’intenzione degli Stati Uniti è quello di dar vita ad un riassetto delle alleanze, aumentando la coesione all’interno del proprio sistema spionistico-militare sull’esempio di quanto già realizzato ai tempi della “Guerra Fredda”. La NATO dovrà perciò diventare sempre più globale e coinvolgere i possibili partners in giro per il Pianeta in vista di un possibile conflitto “caldo” contro Russia e Cina. Questa decisione azzera quasi completamente i margini di autonomia delle nazioni europee ancora indecise sul da farsi. Si tratta di quella che ho definito alcuni anni fa l’inevitabile fase bipolare, prima dell’avvento di un nuovo sistema internazionale davvero multipolare (https://www.eurasia-rivista.com/la-vittoria-siria-spiana-la-via-al-multipolarismo/). La Russia ha ben compreso questa situazione e infatti cerca di porsi quale attore indispensabile per la risoluzione delle controversie internazionali nelle più svariate aree del Pianeta, infastidendo così la visione unipolare statunitense che non le riconosce alcun ruolo di potenza globale. Proprio in questi giorni la tensione militare sta raggiungendo il picco in almeno due teatri di crisi, quello ucraino (dove gli USA e i loro alleati spingono il Governo di Kiev verso una guerra aperta con le regioni del Donbass e la Crimea), quello siriano (dove la Russia intima alla Turchia di abbandonare il proprio sostegno ai jihadisti di Idlib in vista di una nuova offensiva). L’incidente diplomatico avviene poi in concomitanza con una forte pressione mediatico-popolare (naturale visto che Bruxelles e Washington hanno disatteso le loro promesse) affinchè l’Italia acquisti il vaccino Sputnik; si tratterebbe di una nuova vittoria del soft power di Mosca dopo quella conseguita con l’aiuto dei medici russi a Bergamo (insieme all’invio di diverse tonnellate di aiuti durante la fase più acuta della pandemia in Italia). Le notizie ufficiali vanno sempre accolte con riserva, tuttavia non è una sorpresa che (da quanto trapelato finora) siano stati i servizi segreti statunitensi a segnalare all’intelligence italiana il diplomatico russo come un membro del...
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https://www.facebook.com/Pcn.luc. Luc Michel per EODETraduzione per il CeSEM di Stefano Vernole Di fronte alla strutturazione di un nuovo “blocco orientale” attorno all’Asse geopolitico Mosca-Pechino-Teheran, il blocco americano-atlantista si sta ristrutturando attorno alle “tre NATO”: – la NATO iniziale dell’Europa occidentale;– la seconda “NATO del Medio Oriente, l’Alleanza strategica del Medio Oriente”;– la terza NATO nel Pacifico, il Quad.Dopo le guerre in Jugoslavia (1991-2000), Afghanistan (2002-2021) e Libia (2011), la NATO ha agito “fuori dall’area” del Trattato iniziale, la Francia atlantista sostiene da vicino gli USA in Medio Oriente, nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano … LA RISTRUTTURAZIONE DELLA NATO DOPO TRUMP CONTRO MOSCA Fin dall’inizio della sua formazione, ciò che la NATO (l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico) ha veramente cercato è stato di riunire le potenze del Continente Verde sotto il giogo degli Stati Uniti con il pretesto che questi ultimi non infiammassero più il mondo intero iniziando un’altra guerra. Ciò che ha sempre spaventato gli Stati Uniti è il timore che l’Unione europea si stesse trasformando in una potenza militare in grado di disobbedire alle linee guida americane. Ciò che rimane non detto è che la missione della NATO è impedire ai Paesi dell’Unione Europea, in particolare Germania e Francia, di diventare potenze militari su scala globale. Quando la Crimea si è riunita alla Russia, le incessanti ondate di campagne anti-russe, la russofobia, hanno permesso agli europei di evocare ancora una volta il concetto tipicamente atlantista di “formare un esercito europeo”, con il pretesto di volersi difendere dalle “minacce russe”. Inoltre, la Brexit e la situazione di stallo tra Donald Trump e i membri europei della NATO hanno incoraggiato, più che mai, l’Unione Europea a chiedere la formazione di un esercito europeo “per non dipendere più dagli Stati Uniti”, come ha detto il cancelliere tedesco Angela Merkel. LE IPOTECHE AMERICANE CONTRO UN ESERCITO EUROPEO Infatti, prima di prendere qualsiasi misura concreta per promuovere la creazione di un vero esercito europeo, l’Unione europea dovrà fornire agli Stati Uniti una garanzia per assicurare che non intende competere con loro e che non consentirà alle sue capacità militari di superare quelle della NATO. In altre parole, l’alleanza militare degli europei sarà consentita purché contribuisca al rafforzamento della NATO invece di essere un fattore che indebolisce questa organizzazione. I VERI OBIETTIVI DI TRUMP PREPARANO LA GLOBALIZZAZIONE DELLA NATO “Dal 2016, l’elezione di Donald Trump e le sue osservazioni elettorali sulla natura ‘obsoleta’ della NATO hanno messo alla prova le solidarietà transatlantiche. Inoltre, vi sono conflitti commerciali che mettono in discussione i vantaggi del libero scambio, alla base delle relazioni economiche tra gli Alleati sin dal GATT (1947)”. Questa è la commedia ad uso dei media mainstream, degli ingenui e di altri specialisti della “geopolitica dell’emozione”! “L’obiettivo generale della manovra era veramente isolazionista e protezionistico o è stata una forma muscolare di imposizione della condivisione dei costi, per affrontare i “le potenze revisioniste” indicate dalla Strategia per la sicurezza nazionale (2017)? È la figura di Lindbergh (“America First”) che prevale o quella...
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IL QUOTIDIANO GEOPOLITICO DI LUC MICHEL La conferenza internazionale interpartitica online “Russia – Africa: rivivere le tradizioni” si svolge dal 24 al 25 marzo 2021. Il 24 e 25 marzo si terrà presso la sede della Russia Unita una conferenza internazionale interpartitica con la partecipazione dei principali partiti parlamentari africani “Russia-Africa: Reviving Traditions”. I partecipanti alla conferenza discuteranno questioni di mantenimento della pace, sicurezza e lotta contro l’interferenza negli affari sovrani degli Stati, sostegno del partito alla cooperazione economica, aspetti trasversali della cooperazione umanitaria, inclusa la lotta contro COVID-19, nonché cooperazione interpartitica tra Russia Unita e Paesi africani. MESSAGGIO DI VLADIMIR PUTIN “La Federazione Russa continuerà a condividere la sua esperienza con l’Africa nella lotta al coronavirus e nella fornitura di vaccini”, ha detto Putin, in un messaggio di benvenuto ai partecipanti alla conferenza “Russia – Africa: rilancio delle tradizioni”. Il presidente russo Vladimir Putin ha rivolto i suoi saluti ai partecipanti a questa conferenza interpartitica internazionale. “All’ordine del giorno ci sono questioni importanti come la garanzia della pace e della sicurezza regionale, la lotta contro le interferenze negli affari interni degli Stati sovrani, il rafforzamento dei legami economici e umanitari e, ovviamente, unire gli sforzi nella lotta al coronavirus pandemia” indica il messaggio. Putin rileva inoltre che il primo vertice Russia-Africa tenutosi nel 2019 “ha dato un impulso allo sviluppo di relazioni amichevoli tra gli Stati. Si prevede inoltre che il successo del dialogo tra le parti svolga un ruolo importante nel rafforzamento dell’interazione”. “Spero che la conferenza internazionale avviata dal partito Russia Unita non solo dia un contributo significativo all’approfondimento della cooperazione tra i partiti, ma diventi anche una delle fasi di preparazione per il secondo vertice Russia-Africa, previsto per il 2022. “ha detto il Capo dello Stato. IL COMPLEMENTO GEOPOLITICO E POLITICO DEL VERTICE DELLA RUSSIA AFRICA A SOCHI NEL 2019 I rappresentanti dei principali partiti parlamentari dei Paesi africani partecipano a questa conferenza “Russia – Africa: Reviving Traditions”, il complemento geopolitico e politico del Summit Russia Africa a Sochi nel 2019. I suoi lavori sono iniziati mercoledì 24 marzo. Il Forum su larga scala si tiene online. Andrei Klimov, vice segretario del Consiglio generale del Partito Russia Unita, che funge da organizzatore della conferenza, è convinto che questo Forum senza precedenti passerà alla storia delle relazioni tra Russia e Africa. La conferenza copre ventiquattro Paesi, quasi la metà degli Stati del continente africano. I leader del partito si metteranno in contatto tra loro, alcuni di essi occupano le cariche di Capi di Stato. IL MESSAGGIO DEL PRESIDENTE Di RUSSIA UNITA, DMITRI MEDVEDEV: “LA RUSSIA E I PAESI AFRICANI HANNO SEMPRE AVUTO RAPPORTI AMICHEVOLI“ Il presidente di Russia Unita ha lanciato la conferenza internazionale interpartitica “Russia – Africa: Reviving Traditions”, che si svolge sul sito web del partito. È il primissimo Forum dei principali partiti parlamentari dei nostri Stati, a cui partecipano più di 20 Paesi del continente africano. Questo è ciò che ha detto il presidente di “Russia Unita” Dmitry Medvedev. Il suo discorso è...
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Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo prosegue la collaborazione con Asrie Analytica con questo focus dal titolo Partial Legitimacy of the Biden Administration and  What It Means for the USA and the World scritto dal professore russo Evgeny N. Pashentsev. ASRIE Analytica published Geopolitical Report Special Issue 2 titled “Partial Legitimacy of the Biden Administration and  What It Means for the USA and the World” written by Professor Evgeny N. Pashentsev who aimed at analyzing the impact of Biden Administration in the United States and the global area.  In this special issue published in partnership with the Italian media agency Notizie Geopolitiche and the Italian think tank CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterrano, Professor Evgeny Pashentsev firstly analyzed the legitimization of the Biden Administration after Capitol Hill’s event and the controversy on the last U.S. presidential elections and then focused the attention on the possible consequences of Biden presidency in domestic and foreign policy.  Pashentsev’s investigation contextualized also the U.S domestic policy in the framework of pandemic crisis stressing that even though the United States is objectively the strongest country in the world in economic, scientific and technical terms, with the most developed medicine, Washington was not able to quickly counter the spread of Covid-19.
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di Marco Costa Per cosa è solitamente conosciuta Hong Kong agli occhi occidentali? Per il porto direi, per la sua borsa finanziaria, per i suoi grattacieli e il suo aspetto avveniristico. Ma non meno per la sua industria cinematografica. Non è infatti possibile trascurare il fatto che per diversi decenni questa fu la terza industria cinematografica nel mondo, dopo Bollywood e Hollywood, nonché la seconda per esportazioni. Nonostante una crisi generalizzata nell’industria del cinema iniziata a metà degli anni novanta, il cinema di Hong Kong ha mantenuto gran parte della sua identità e continua a giocare un ruolo di primo piano nel panorama cinematografico mondiale. In occidente il cinema pop di Hong Kong, specialmente quello d’azione, ha un forte seguito, essendo diventato ormai parte del mainstream culturale, largamente seguito e imitato, trasformatosi in un genere propriamente cult per molti estimatori. Ai suoi albori il cinema di Hong Kong era subordinato a quello della Cina continentale, in particolare a quello di Shanghai, che all’epoca era la capitale delle produzioni cinematografiche in lingua cinese. Analogamente al resto della Cina, lo sviluppo dei primi film fu una emanazione più o meno diretta dell’opera e del teatro cinese, che per secoli rappresentò la forma dominante di intrattenimento. La trasposizione teatrale su pellicola vide compimento in produzioni quali due brevi commedie prodotte nel 1909 intitolate Stealing a Roasted Duck e Right a Wrong with Earthenware Dish. Il regista fu l’attore e direttore teatrale Liang Shaobo; il produttore, lo statunitense Benjamin Brodsky, risultò uno dei diversi occidentali che aiutarono la nascente industria cinematografica cinese ad accedere ad un pubblico di larga scala. Mentre il primo lungometraggio prodotto a Hong Kong viene generalmente considerato Zhuangzi Zi Shi Qi (traducibile come “Il filosofo Zhuang Zi mette alla prova la moglie”) del 1912, che prese spunto da una storia dell’opera cinese diretta da Li Minwei e Benjamin Brodsky. Li Minwei era un altro attore teatrale, che viene generalmente considerato come il fondatore del cinema di Hong Kong. Dopo uno stallo produttivo dovuto alle vicissitudini della Prima guerra mondiale, nel 1923 Lai, insieme al fratello e al cugino fondarono con Liang Shaobo la prima compagnia cinematografica completamente cinese, la Minxin Company. Anche sull’Isola, il cinema sonoro comparve agli inizi degli anni trenta, peraltro con non poche difficoltà dal punto di vista linguistico. Infatti, per sfruttare il vasto mercato del cantonese nella Cina meridionale, gli studi cinematografici di Shanghai trasferirono ad Hong Kong materiale e personale, trasformandola in uno dei centri principali della zona. Tuttavia, il governo del Kuomintang sosteneva una politica a favore del solo mandarino ed era ostile alle produzioni in cantonese, ed aveva anche messo al bando il popolare genere wuxia, che rappresentava opere sul tema di cavalieri erranti e spadaccini, accusandolo di promuovere la superstizione e la violenza. I film in cantonese e i film wuxia rimasero comunque popolari nonostante l’ostilità governativa e la colonia britannica di Hong Kong divenne luogo privilegiato di questo genere di produzioni, che potrebbero considerarsi a tutti gli effetti dei fantasy...
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di Stefano Vernole Il 26 settembre 2017 un ordine reale sbloccò quello che fino ad allora era stato il divieto per le donne saudite di guidare un’automobile da sole. Se è vero che questa decisione faceva parte del pacchetto di nuovi provvedimenti varati con il Traffic Law and Executive regulations, non si può dimenticare come essi si inserissero all’interno della nuova visione strategica saudita orientata verso il progresso e il maggior benessere dei propri cittadini. Nelle intenzioni di Ryiad, Saudi Vision 2030 rappresenta infatti il fondamentale piano di sviluppo socio-economico sul lungo periodo, che è stato approvato dal Consiglio dei Ministri del Regno il 25 aprile 2016. Esso pone l’accento sulle riforme strutturali, le privatizzazioni e lo sviluppo delle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di diversificare l’economia, creare nuove opportunità di lavoro e innalzare la qualità della vita nel Paese. La Saudi Vision 2030 si articola su tre pilastri: il primo è lo status del Regno come cuore del mondo arabo e islamico; il secondo pilastro è la determinazione del Paese a diventare un motore globale di investimento; il terzo pilastro è collegato alla posizione strategica dell’Arabia Saudita e all’ambizione di diventare un hub globale tra Asia, Europa e Africa1. I 96 obiettivi della Vision 2030 corrispondono a tre macroaree: una società vivace (A vibrant Society); un’economia fiorente (A thriving Economy); una nazione ambiziosa (An Ambitious Nation). Gli obiettivi della prima macroarea consistono nel raddoppiare il numero di siti del patrimonio culturale saudita riconosciuti dall’UNESCO; incrementare le capacità ricettive per ospitare i pellegrini dell’Umrah e passare dagli attuali 8 milioni ai 30 milioni ogni anno2; elevare la spesa delle famiglie in attività culturali e di intrattenimento nel Regno, dal livello attuale del 2,9% al 6%; accrescere la percentuale di persone che fanno esercizio fisico almeno una volta alla settimana, dal 13% al 40%; ottenere il riconoscimento di tre città saudite tra le migliori 100 al mondo; innalzare la posizione dell’Arabia Saudita, dalla 26° alla 10° nell’indice del capitale sociale; aumentare l’aspettativa di vita media, passando dai 74 agli 80 anni. Il secondo pilastro, basato sul concetto di “economia fiorente”, intende valorizzare il contributo del settore privato, portandolo dal 40% al 65% del PIL; passare ad essere tra i primi 10 Paesi nel Global Competitiveness Index; aumentare gli investimenti diretti esteri al 5,7% del PIL; giungere ad essere tra le prime 15 economie più forti al mondo; accrescere le risorse del Fondo di Investimento Pubblico, da 600 miliardi a più di 7 mila miliardi di SAR (il riyal saudita); elevare la localizzazione del settore petrolifero e petrolchimico dal 40% al 75%; ampliare la partecipazione femminile nella forza lavoro fino al 30%; ridurre il tasso di disoccupazione al 7%; incrementare il contributo delle PMI al PIL dal 20% al 35%; espandere la quota di esportazioni non petrolifere all’interno del PIL dal 16% al 50%; scalare il Logostics Performance Index, arrivando al 25° posto, così da confermare il ruolo del Regno nel panorama regionale. Il terzo pilastro, contrassegnato dallo slogan “Una...
senegal
Articolo pubblicato su Palestine-solidarite.fr – Traduzione di Sorel Mbah per il CeSEM In agosto 2020, mentre scendevano in piazza migliaia di maliani per protestare contro l’occupazione francese completamente implicata, gli strateghi dell’Eliseo si sono messi a cercare un piano B. Di fronte a questo movimento torrentizio anti-francese che percorreva le strade e di un IBK che non era certo un santo, ma che attraverso le sue azioni ben ostacolava l’influenza francese (e si poneva come un ostacolo all’influenza francese) al nord e al centro del Paese dove gli agenti dei servizi segreti occidentali, i così detti jihadisti uccisero i maliani certamente senza poterli dividere, anche se il loro massacro aveva un carattere piuttosto etnico, la Francia ha fomentato un colpo di Stato monopolizzando il movimento popolare: la giunta istruita per alcuni alla scuola americana e francese si è rivelata essere di una formidabile efficienza da quando IBK (Ibrahim Boubacar Keïta è stato Presidente del Mali dal 2013 al 2020) è uscito di scena, è riuscita a rimettere in carreggiata tutti gli accordi e trattati che i maliani odiavano e odiano ancora tra cui l’accordo di Algeri, il quale prevede apertamente lo smembramento del Paese o del G5 Sahel, che significa entrare dalla finestra quando uno viene messo alla porta. Tuttavia, pienamente acquisita agli interessi americani, la stessa Francia sembra voler ripetere il colpo in Senegal. La sera scorsa, Maky Sall ha richiamato i giovani alla calma e alla serenità anche se i social media, i media extra territoriali come quelli mainstream continuano ad invitare i senegalesi a scendere in piazza facendo quindi aumentare il numero di morti e feriti allo stesso tempo e inventando storie su questo cosiddetto avversario Ousmane Sonko, di tutte le virtù possibili ed inimmaginabili. E poi questi negozi Auchan che curiosamente vengono saccheggiati per dare un colore anti-francese al movimento e per ingannare la popolazione. Washington e Parigi stanno manipolando le masse per far avanzare il loro piano? Poco fa, il capo dei servizi segreti francesi “prometteva” in un tono particolarmente minaccioso la recrudescenza del terrorismo di Al-Qaeda o Daesh sulla costa. Questi movimenti di massa, più o meno manipolati, questi tentativi di fomentare la violenza in Casamance, si iscrivono nel quadro di uno scenario volto a provocare una guerra civile e ad includere il fattore terrorismo sul territorio senegalese? Possibile, soprattutto perché il Paese ospita il quartiere generale dei marines statunitensi in Africa, cioé Africom. E quindi la scoperta del gas tende a fare di questo strategico paradiso dell’Africa orientale il vettore di un “OPEC del gas”… Jeune Afrique scriveva recentemente “per la seconda volta in tre mesi, le autorità di Dakar hanno incontrato i funzionari del Forum dei Paesi esportatori del gas (GECF, Russia – Iran – Algeria – Guinea equatoriale). A meta febbraio, i funzionari del Governo senegalese, tra cui Aissatou Sophie Gladima, ministro del petrolio e dell’energia, e Mamadou Sall, ambasciatore di Dakar in Qatar si sono intrattenuti con i dirigenti del Forum dei Paesi esportatori del gas. Ebbene uno Stato...
Papa_Iraq
| Articolo pubblicato su ISLAMSHIA.ORG Il Grande Ayatullah Sistani ha incontrato questa mattina nella città santa di Najaf Papa Francesco, Pontefice della Chiesa Cattolica e Capo dello Stato Vaticano. In questo incontro sono state discusse le grandi sfide che l’umanità sta affrontando in questo periodo e il ruolo della fede in Dio Onnipotente e dei sublimi valori etici per superarle. L’Ayatullah Sistani in questo incontro ha parlato dell’ingiustizia, dell’oppressione, della povertà, della persecuzione religiosa e ideologica, della soppressione delle libertà fondamentali e dell’assenza di giustizia sociale di cui soffrono diversi paesi, soprattutto in riferimento alla guerra e agli atti di violenza, in particolar modo la nazione palestinese che vive nei territori occupati. Il Grande Ayatullah Sistani ha proseguito sottolineando il ruolo che le grandi guide religiose e spirituali dovrebbero svolgere nel porre fine alle grandi tragedie e ha ricordato che ci si aspetta che coinvolgano le parti interessate, specialmente le grandi potenze, nel dare priorità alla ragione e alla saggezza rinunciando al linguaggio della guerra, evitando di anteporre i propri interessi a discapito dei diritti dei popoli di vivere in libertà e con dignità. L’Ayatullah Sistani ha inoltre enfatizzato l’importanza di raddoppiare gli sforzi per rafforzare i valori di convivenza pacifica e solidarietà umana in tutte le società, sottolineando l’osservanza dei diritti e del rispetto reciproco tra i seguaci delle differenti religioni e correnti intellettuali. L’eminente autorità religiosa islamica ha poi parlato della posizione dell’Iraq, della sua gloriosa storia e delle caratteristiche virtuose delle sue diverse componenti, esprimendo speranza che in un futuro non troppo lontano possa superare l’attuale calamità e i cittadini cristiani, insieme agli altri iracheni, possano vivere in sicurezza e pace e godere dei loro pieni diritti garantiti dalla Costituzione. Il Grande Ayatullah Sistani ha inoltre fatto riferimento al ruolo svolto dalla Marjayyah (autorità religiosa sciita) nel sostenere i cristiani e altre minoranze che negli ultimi anni sono state perseguitate, specialmente durante l’occupazione da parte dei terroristi di un vasta area di alcune regioni irachene, dove hanno commesso atti criminali vergognosi. 21 Rajab 1442 (06/03/2021) Ufficio dell’Ayatullah Sistani – Najaf