4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

sputnik
Articolo Originale: Experto: situación de mujeres en Afganistán puede mejorar – 25.08.2021, Sputnik Mundo (sputniknews.com) Marco Ghisetti è stato intervistato a nome del CeSEM da “Sputnik” spagnolo sulla situazione dell’Afghanistan. Vi proponiamo qui la versione in italiano. “Vorrei chiedere l’opinione del Centro Studi Eurasia Mediterraneo sulla situazione in Afghanistan dopo la presa di Kabul da parte dei talebani” Quali saranno le conseguenze della presa di Kabul per la società afghana e, in particolare, per le donne? Il continuo domandarsi ed il continuo insistere sulla condizione della donna in Afghanistan è un segno dell’endemico ginocentrismo che caratterizza l’interezza della riflessione occidentale. Tale ginocentrismo ha nei fatti inquinato la riflessione europea ponendo al centro della riflessione concernente l’Afghanistan un fantomatico bisogno di liberazione per quella che veniva definita la “donna marrone”, che si voleva rendere più simile alla “donna bianca”, oltre ad aver fatto insistere nell’obiettivo di trasformare la società afghana in una liberal-democrazia occidentale. Tale ginocentrismo ha impedito di cogliere i veri interessi in gioco e di capire la realtà afghana. È un ginocentrismo che deve essere ridimensionato se si vuole capire sia l’Afghanistan che la varietà del pluriverso culturale del mondo. Detto questo, con la presa di Kabul da parte dei talebani la società afghana rimarrà caratterizzata da un forte tribalismo e nepotismo familiare, ma ciò perché è proprio questo il modo in cui la società afghana è organizzata: lo era prima, lo è stato durante e così sarà anche dopo l’occupazione occidentale. Per questa ragione, dal punto sociale non si registreranno eccessivi cambiamenti, poiché i talebani non nutrono mire di ingegneria sociale ed il loro governo ricalcherà la naturale disposizione tribale che caratterizza della società afghana. Inoltre, il governo talebano cercherà di prevenire le violenze private che solitamente caratterizzano i postumi delle guerre civili e dei cambi di regime, poiché vogliono essere riconosciuti dalla comunità internazionale come interlocutori legittimi. Riguardo alle conseguenze per la donna in quanto donna, è probabile che la sua condizione migliorerà già nel prossimo futuro per via della cessazione della situazione di guerra e per via degli investimenti economici che Russia, Cina e Iran riverseranno presto in Afghanistan, generando così crescite economiche e quindi un maggior benessere sociale. Riguardo ai sedicenti benefici che l’occupazione occidentale avrebbe generato nella società afghana durante il periodo di occupazione, e che col regime talebano sparirebbero presto, è opportuno sottolineare che non se ne era registrato nessuno di veramente tangibile. Le donne che, infatti, negli ultimi vent’anni hanno studiato all’università o che hanno raggiunto posizioni importanti nel campo, per esempio, della ricerca, del giornalismo, della burocrazia statale sono essenzialmente donne economicamente benestanti, le quali hanno avuto la possibilità di intraprendere certi percorsi piuttosto che altri proprio perché godevano della possibilità economica privata, non perché furono “liberate” o perché certe imposizioni o proibizioni sociali e legislative vennero meno. Anche le affermazioni secondo cui le donne che ora sarebbero obbligate a mettere il burqa che durante l’occupazione occidentale avevano tolto sono erronee: le donne afghane, in realtà, il burqa non se...
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Originale: https://www.geopolitica.ru/it/article/la-talassocrazia-di-marco-ghisetti di Luciano Pisani Marco Ghisetti è un giovane e promettente collaboratore della rivista di geopolitica “Eurasia”, responsabile della collana “Classici” presso “Anteo Edizioni” e responsabile della “sezione anglosassone” al “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”. La monografia “Talassocrazia” è stata pubblicata, a detta dell’autore, dopo un anno di ricerche sull’evoluzione dottrinaria del pensiero del mondo anglosassone concernente le relazioni internazionali, e in particolare del Regno Unito e degli Stati Uniti, nell’ottica di individuare le fonti originarie dalle quali esso si è sviluppato e sulle quali esso è stato costruito. Il libro propone quindi un metodo di ricerca composto da un triangolo interpretativo che unisce le contingenze internazionali con i fatti geografici e, infine, l’elemento interpretativo e volitivo che caratterizzano l’attore politico. L’aggiunta dell’elemento interpretativo e volitivo (il terzo vertice del triangolo) costituisce un’originalità nella ricerca scientifica e si caratterizza per essere un pregio punto forza che accompagna tutto il libro; esso è un punto forza poiché riesce a sondare e rendere conto non solo delle motivazioni, ma anche dei desideri e delle paure che effettivamente influenzano le decisioni che l’attore politico prende di fronte ad un dilemma a cui deve dare risposta. Ad esempio, la rivoluzione spaziale avvenuta in seno all’Inghilterra all’inizio del cosiddetto periodo colombiano (XVI-XIX), descritta da Ghisetti usando una cospicua mole di letteratura scientifica, riesce, descrivendo abilmente il contesto storico-geografico e l’orizzonte di senso entro cui l’Inghilterra si muoveva ed interpretava il mondo, a spiegare per quale ragione l’Inghilterra decise di tagliare, per così dire, il cordone ombelicale che la legava all’Europa e di diventare un “pesce-balena” (Carl Schmitt), inserendosi quindi in una rete di significato che la portò a ritenersi un Paese “dell’Europa, eppure non in Europa” che, infine, le fece praticare la più che nota politica dell’isolazionismo-interventismo e dell’equilibrio di potenza nei confronti del continente europeo mentre si estendeva lungo gli oceani del mondo, costruendo così il proprio impero transoceanico. Così facendo, Ghisetti riesce a spiegare per quale ragione un altro Paese, per esempio il Giappone, anch’esso situato in una congiuntura spazio-temporale simile a quella inglese (il Giappone è, come l’Inghilterra, un impero isolano che, da una parte, dà dirimpetto ad una enorme massa terrestre e, dall’altra, ha il vasto oceano) decise invece di chiudersi a riccio nei confronti del mondo esterno con la politica del Sakoku. Nello specifico, il testo di Ghisetti pone particolare attenzione alla particolare “rappresentazione geopolitica” o “rete di significato” all’interno dei quali i vari attori internazionali sono situati, e per la quale scelgono di intraprendere certe scelte piuttosto che altre (ad esempio, chiudersi a riccio come il Giappone o estendersi sugli oceani come l’Inghilterra). Insomma, l’uomo è certamente un animale politico ma è anche un uomo geografico, poiché esso abita, vive ed interpreta lo spazio (o gli spazi); in poche parole, “geopoliticamente abita l’uomo”. In particolare, Ghisetti pone l’attenzione alla rappresentazione geopolitica che caratterizza gli attori che decidono di seguire una politica di dominio mondiale di tipo talassocratico, la quale, evidentemente, consiste in una particolare rete di significato. Tutto ciò...
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di Stefano Vernole Tornano ad animarsi i rapporti tra la Federazione Russa e l’Occidente a seguito della scelta dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) di non inviare i propri osservatori internazionali alle elezioni parlamentari che si terranno in Russia tra il 17 e il 19 settembre per eleggere i 450 deputati della Duma di Stato. La decisione dell’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODHIR) e dell’Assemblea Parlamentare dell’OSCE è stata presa, secondo quanto riportato dall’organizzazione, a seguito della riduzione del numero di osservatori concessi dalle autorità russe dovute alla pandemia da Covid-19. Questa notizia non è una vera sorpresa, almeno per gli addetti ai lavori, se si considera che già nel 2007 l’OSCE aveva deciso di non inviare i propri osservatori alle elezioni russe e se si tiene conto del rapporto preliminare della missione di valutazione dei bisogni OSCE/ODIHR (redatto dopo che esperti dell’organizzazione avevano valutato la situazione della Federazione Russa con una missione in loco) in cui l’organizzazione aveva espresso giudizio negativo sull’impossibilità di elezione come deputati della Duma di persone con doppia cittadinanza, divieto esplicitato direttamente nella Costituzione aggiornata. Quanto accaduto sembra essere l’ennesima mossa volta a screditare la politica interna russa, un qualcosa già visto nel recente passato sia con il ‘caso Navalny’ che con il vaccino russo Sputnik V tanto osteggiato da Bruxelles anche in una situazione di estrema crisi come quella della pandemia. Eppure, secondo quanto si apprende dalle fonti locali russe, Mosca si era adoperata per favorire la presenza degli osservatori internazionali consentendo un numero dieci volte superiori a quello presente nelle ultime elezioni presidenziali statunitensi vinte da Joe Biden con un margine molto minimo e definite dal presidente uscente Donald Trump come irregolari. La Commissione Elettorale Centrale della Russia (CEC) e il Rospotrebnadzor (Servizio federale di sorveglianza sulla tutela dei diritti dei consumatori e sul benessere umano) avevano lavorato congiuntamente per creare le condizioni necessarie al soggiorno degli osservatori e garantire la loro presenza. Lo scontro con l’ODIHR sembrerebbe essere dovuto alla volontà dell’Ufficio dell’OSCE di giocare un ruolo di primo piano, o forse unico, nella missione degli osservatori internazionali con richieste sempre più pressanti che le Autorità russe hanno ritenuto non accettabili. Dall’atteggiamento dell’ODIHR si potrebbe ipotizzare che i suoi membri abbiano dimenticato che l’osservazione internazionale deve rispettare le regole di accreditamento vigenti nel Paese di osservazione (in questo caso la Russia) e che per un regolare svolgimento del monitoraggio delle votazioni sarebbe consigliabile che nessun organismo, neanche l’OSCE, cerchi di divenire il principale attore ledendo così i diritti di altre organizzazioni o enti. La giustificazione della limitazione degli osservatori da parte della Russia nei confronti dell’OSCE è stata ritenuta insoddisfacente in un periodo in cui la pandemia da Covid-19 continua a regolare la vita di tutti i giorni di molti Paesi. Non è affatto un mistero che in alcune parti del mondo si sia tornati alla chiusura totale a causa dell’aumento di casi di positivi da Covid-19. Nessuno si è ‘scandalizzato’ quando durante...
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di Giacomo Leccese Il recente accordo del 5 luglio 2021 sulla produzione del vaccino cinese antiCovid-19 in Marocco mette in luce una collaborazione tra i due Paesi sempre più stretta e articolata. Il legame tra i due Stati è, infatti, il frutto di varie strategie di natura politica ed economica in seno ai due paesi. Il recente avvicinamento Al momento del lancio della Belt and Road Initiative (BRI), nel settembre 2013, il Nord Africa era in larga parte escluso dal progetto. La regione, infatti, fino ad allora era sempre stata un’area piuttosto marginale nella politica estera cinese, nonostante alcuni primi segnali di cambiamento negli anni Duemila, come ad esempio il China-Arab States Cooperation Forum (CASCF) e il Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC). L’evoluzione della BRI negli ultimi anni e la conseguente espansione degli interessi cinesi, però, hanno portato ad una crescente attenzione del gigante asiatico verso l’area, come testimoniano gli accordi bilaterali siglati dal 2014 in poi con tutti gli Stati nordafricani.1 Infatti, come sottolineato da Liu Ming, la BRI verso la regione MENA si è evoluta verso un nuovo modello di cooperazione, costituito da 1+2+3 elementi: la cooperazione energetica in termini di idrocarburi; la costruzione di infrastrutture e l’investimento sul commercio; e l’industria del nucleare, i satelliti spaziali e le nuove fonti di energia.2 Questo ha portato ad un allargamento del focus cinese, che, dai Paesi del Golfo, interessanti per la loro appetibilità in termini di petrolio e gas, si è allargato anche sui Paesi nordafricani non esportatori di idrocarburi, come il Marocco. Le relazioni sino-marocchine, che risalgono al 1958, quando il Marocco fu il secondo Paese africano a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, hanno, infatti, conosciuto una svolta significativa nel 2016 con la visita in Cina del re Mohammed VI. L’evento è stato l’occasione per stipulare molteplici accordi bilaterali in ambito economico, rafforzati nell’anno seguente con la firma del Memorandum of Understanding sulla realizzazione congiunta della Belt and Road Initiative. A testimoniare la repentina crescita dei rapporti economici tra i due stati c’è l’aumento degli investimenti diretti esteri cinesi verso il Marocco, passati dai 4,3 milioni di dollari del 2003 ai 318 milioni del 2017, più che raddoppiati tra il 2015 e il 2017. Il reciproco interesse, poi, si declina, anche in termini di soft power, come testimonia da un lato l’apertura di tre Istituti Confucio nel regno e dall’altro l’aumento del 300% dei turisti cinesi in Marocco tra il 2015 e il 2016 (frutto della decisione marocchina di eliminare la necessità del visto per questi ultimi). La vicinanza tra i due Stati si riflette, infine, anche politicamente nell’arena internazionale, dove entrambi i Paesi, nel rispetto del principio di non interferenza negli affari interni, evitano di prendere posizioni sfavorevoli all’altro riguardo a questioni al centro del dibattito globale: il Governo marocchino ha sempre evitato commenti sulle accuse di violazioni di diritti umani nei confronti delle minoranze islamiche nello Xinjiang (nonostante i riferimenti della stampa marocchina) e, allo stesso tempo, la Cina si è astenuta da qualsiasi intromissione nella...
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di Leonid Savin Il 2 luglio 2021, il presidente russo Vladimir Putin ha confermato la nuova strategia di sicurezza nazionale del Paese [1]. Essa sostituisce il precedente documento del 31 dicembre 2015 ed è già entrata in vigore. Si nota fin dalle prime pagine che la formulazione è meno astratta e vi sono state elaborate molte disposizioni. Pertanto, tra le minacce si menzionano ripetutamente le azioni degli Stati Uniti e le attività della NATO, nonché le attività di gruppi terroristici ed estremisti. Nelle disposizioni generali, i concetti di base rimangono invariati, ma ora ci sono informazioni sul rafforzamento dello Stato sovrano e sulla resistenza ai tentativi di esercitare pressioni esterne. Vengono usate espressioni come “potere forte” e “valori fondamentali” e la Russia è definita come uno Stato sociale governato da uno Stato di diritto. La Nuova Strategia è stata pubblicata a seguito di modifiche alla Costituzione e all’inizio del testo si fa riferimento alla legge principale che indica il rapporto tra questi due documenti. La seconda parte rileva l’emergere di nuovi centri di potere che stanno portando a cambiamenti nella struttura dell’ordine mondiale. Tuttavia, non si fa menzione di un passaggio al policentrismo (come nel documento precedente). Si parla invece di cooperazione multilaterale senza linee di divisione sotto il ruolo centrale di coordinamento dell’ONU. Altresì, [la nuova strategia] afferma direttamente che i Paesi occidentali vogliono preservare la loro egemonia, aumentare le disparità nello sviluppo, utilizzare due pesi e due misure ed esercitare pressioni politiche ed economiche sulla Russia e sui suoi partner. Si tenta, con un falso pretesto, di ostacolare lo sviluppo della Russia nell’Artico e nelle vie di trasporto. È rivelatore che il documento menzioni una crisi del modello liberale occidentale, dando rilevanza alla questione della leadership morale e alla creazione di una base ideologica attraente per un futuro ordine mondiale. La tempestività e l’importanza della Russia nello sviluppo della propria ideologia possono essere lette tra le righe. Insieme alla prospettiva di nuove sfide e minacce, il documento cita anche ulteriori opportunità per la Russia se il Paese è pronto a realizzare i suoi vantaggi competitivi, inclusa l’attrattiva del suo sistema di valori. L’elenco degli interessi nazionali e delle priorità strategiche include non solo lo sviluppo economico sostenibile e il mantenimento della stabilità sia a livello nazionale che all’estero, ma anche il risparmio e lo sviluppo del potenziale umano, la protezione della sovranità e dell’integrità territoriale della Russia, il rafforzamento dei valori spirituali e morali tradizionali e la conservazione del patrimonio storico. Viene ripetutamente menzionata l’importanza di aumentare la popolazione del Paese, sostenere la famiglia e la maternità, aumentare il tasso di natalità e migliorare la motivazione ad avere molti figli. La sezione sulla difesa si concentra su due minacce (anche se non ne parla direttamente) – gli Stati Uniti e la NATO – e rileva l’escalation in Medio Oriente, Nord Africa e Afghanistan. Rileva anche i tentativi dall’esterno di influenzare la situazione all’interno del Paese, approfittando di vari problemi e difficoltà socio-economici […] [Continua su Idee & Azione]...
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di Andrew Korybko Articolo Originale: http://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=2127Traduzione di: Marco Ghisetti Il forte sostegno offerto dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov alla connettività tra l’Asia centrale e l’Asia meridionale mostra che il suo Paese è sul punto di completare il progetto del Grande Partenariato Euroasiatico per collegare il supercontinente. Costruire il Grande Partenariato Euroasiatico è uno dei principali obiettivi della grande strategia russa, tramite cui vuole connettere il supercontinente per il tramite di progetti infrastrutturali e accordi commerciali al fine di accelerare l’avvento dell’ordine mondiale multipolare. Tale obiettivo fa il paio con quello della Cina di stabilire una comunità di destino comune per l’umanità, che migliorerà la stabilità strategica rendendo tutti i Paesi – compresi quelli tra loro rivali – interessati al successo reciproco. Il ministro degli affari esteri russo Sergey Lavrov ha appoggiato con entusiasmo l’interconnettività tra l’Asia centrale e l’Asia meridionale durante la conferenza di settimana scorsa nella capitale uzbeka di Tashkent, conferenza che si è rivelata un momento importantissimo per il Grande Partenariato Euroasiatico poiché essa aggiungerà il pezzo mancante al puzzle geo-economico. Alcune delle parole del grande diplomatico meritano di essere evidenziate: «La natura rappresentativa di questo evento è la vivida prova della crescente domanda di unificazione in Eurasia e nel resto del mondo… Stiamo considerando la questione della connettività tra l’Asia centrale e meridionale principalmente attraverso l’insieme dei processi di integrazione che hanno generato un forte dinamismo in tutta la regione euroasiatica. La Russia è stata sempre a favore della formazione del Grande Partenariato Euroasiatico, cioè di un progetto di integrazione di tutto lo spazio che va dall’Oceano Atlantico al quello Pacifico, e che sia al più possibile disponibile alla libera circolazione delle merci, dei capitali, della forza lavoro e dei servizi e aperto, senza eccezione, a tutti i Paesi del continente che condividiamo, l’Eurasia, e le unioni dei vari progetti di integrazione, tra cui l’Unione Economica Eurasiatica, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e l’Associazione delle Nazioni del Sudest Asiatico. … L’approfondimento e l’espansione della cooperazione in vista dell’integrazione nel quadro dell’Unione Economica Eurasiatica è una parte inalienabile del processo di nascita del Grande Partenariato Euroasiatico… In questo ambio contesto, una maggiore connettività tra l’Asia centrale e meridionale sta già aprendo nuove prospettive nello sviluppo dei processi commerciali, economici e di investimento nel continente euroasiatico. In primo luogo, ciò implica un’espansione delle vie di trasporto, in particolare ferroviarie, tra le due regioni. Ciò diventerebbe un elemento importante nella creazione di uno spazio logistico unito e senza soluzione di continuità che collegherebbe i porti meridionali dell’Iran e dell’India con le città settentrionali della Russia e dei Paesi dell’Unione Europea. Le ferrovie russe, insieme ai suoi partner, sono pronte a partecipare a studi circa la fattibilità dei relativi progetti. Abbiamo accettato con interesse la proposta del Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev di allineare la ferrovia transiberiana e il corridoio Europa-Cina occidentale con nuovi progetti regionali. Siamo pronti a discutere dettagliatamente questa iniziativa. L’idea di allineare le infrastrutture energetiche dell’Asia centrale e meridionale è molto promettente....
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di Andrew KorybkoTraduttore: Marco Ghisetti Articolo Originale in lingua inglese La violazione del confine marittimo russo nel Mar Nero da parte della flotta britannica avvenuto lo scorso mercoledì è un pericoloso tentativo di sabotare il riavvicinamento della Russia con l’Occidente, tentativo che ha causato un incidente in materia di sicurezza internazionale tra due grandi potenze nucleari. Lo scorso mercoledì il mondo è rimasto basito quando sono trapelate le notizie circa i colpi di avvertimento sparati dai caccia e dalle navi russe contro la flotta britannica nel momento in cui questa ha violato il confine marittimo nel Mar Nero della grande potenza eurasiatica. Da parte sua, Londra ha negato che tali colpi di avvertimenti siano stati sparati ed ha anzi insistito di aver rispettato le norme internazionali. Mosca ha immediatamente replicato accusando il Regno Unito di mentire, accusa che sembra essere accurata vista la similitudine che vi è con il resoconto offerto da un giornalista della BBC che si trovava sul posto. Il Regno Unito non riconosce la riunificazione democratica della Crimea con la Russia, cosa che spiega la sua affermazione secondo cui tutto ciò che ha fatto era “legale” e che suggerisce che il Regno Unito abbia deliberatamente cercato di provocare un incidente internazionale con la Russia. Ma perché lo ha fatto? Anche se non si può sapere con certezza, potrebbe essere che il Regno Unito ha cercato di sabotare il riavvicinamento tra Russia e Occidente che è cominciato con il vertice di Ginevra, vertice che ha visto i Presidenti Putin e Biden concordare circa il bisogno di ridurre le tensioni esistenti tra i loro Paesi e di gestire in modo più responsabile la loro competizione. Uno degli eventuali esiti di questo processo potrebbe essere l’isolamento strategico del Regno Unito in seguito alla Brexit, in particolar modo nel caso in cui si registrasse un complementare riavvicinamento russo-europeo. A questo proposito, potrebbe essere ben più di una coincidenza che la provocazione inglese contro la Russia sia avvenuta poche ore prima della proposta del Presidente Macron e del Cancelliere Merkel di invitare il Presidente Putin ad un incontro con tutti i capi di Stato europei in un futuro prossimo. Il Regno Unito potrebbe averlo scoperto in anticipo ed ha tentato quindi di sabotarlo. Il lettore non deve dimenticare che il Regno Unito ha condotto una feroce guerra ibrida contro la Russia negli ultimi due anni, guerra di cui ho cercato di vedere se per caso vi fossero gli inglesi dietro l’improvvisa decisione della Repubblica Ceca di espellere i diplomatici russi. La mia tesi è che l’evidenza empirica suggerisce fortemente che il Regno Unito post-Brexit si sta comportando come il cane da guardia degli Stati Uniti nell’Europa continentale. Tuttavia, in seguito alla recente svolta geopolitica circa il desiderio pubblicamente espresso nell’incontro di Ginevra sia da Washington che da Mosca sulla reciproca volontà di risanare le relazioni russo-statunitensi, è molto probabile che Londra sia rimasta all’asciutto. È anche molto probabile che il Regno Unito sia stato messo sotto pressione dalle fazioni anti-russe delle...
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di Andrew KorybkoTraduttore: Marco Ghisetti Articolo Originale in lingua inglese La transizione da un sistema mondiale unipolare capitanato dagli Stati Uniti a uno multipolare molto più equo è già da un po’ in corso, transazione che negli ultimi anni ha subito un’accelerazione per via degli innumerevoli errori degli Stati Uniti, tra cui quelli commessi in seguito alla crisi finanziaria del 2008 e quelli attualmente commessi in seguito al Covid-19. Le relazioni internazionali stanno cambiando e ciò naturalmente richiede un nuovo paradigma di sicurezza globale che sia adatto alla realtà che sta emergendo e in cui la comunità internazionale interagisca reciprocamente. La Cina e la Russia sono due Paesi all’avanguardia in questa sfera e la combinazione dei loro legami bilaterali e delle visioni multilaterali può indicare al mondo la via da seguire. L’attuale collaborazione sino-russa – inedita nella storia dei due Paesi – è indice della fattibilità di relazioni pragmatiche tra i due Paesi. Coloro che speculano sulla presunta inevitabilità dello scoppio di un conflitto tra due Paesi di tale calibro sono indubbiamente smentiti dai fatti. La conclusione inevitabile è che anche altre grandi potenze possono quindi interagire in modo altrettanto pragmatico, nello stesso modo in cui fanno la Cina e la Russia. Né gli Stati Uniti né i loro alleati sono obbligati a perpetuare azioni ostili: la decisione di farlo è dovuta prettamente ad una loro scelta, non ad una necessità. La Cina e la Russia fanno da pionieri verso un nuovo modello di relazioni internazionali che sia perfettamente in sintonia con le realtà dell’emergente ordine mondiale multipolare e si stanno sforzando di mantenere in vita o ripristinare relazioni positive coi propri partner regionali. La Cina ha raggiunto tale obiettivo in un modo migliore rispetto alla Russia poiché la maggior parte dei suoi vicini fanno già parte di un medesimo blocco commerciale, il Partenariato Economico Globale Regionale. Nonostante tra alcuni dei membri permangano dei problemi di sicurezza, questi sono per lo più perfettamente gestibili, ovviamente a condizione che gli Stati Uniti non si intromettano. Per quanto riguarda la Russia, essa è purtroppo stata vittima delle sanzioni dell’UE per sette anni a causa della volontà dell’alleato americano di Bruxelles. Ciononostante, il Presidente Putin ha riaffermato la propria volontà di intraprendere un riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con i vicini occidentali, la cui civiltà è simile alla Russia, in un articolo che ha recentemente pubblicato nell’ottantesimo anniversario dell’aggressione della Germania nazista all’Unione Sovietica. Il leader russo sta visibilmente facendo del suo meglio per far rivivere lo spirito della cosiddetta “Europa da Lisbona a Vladivostok”, che egli sostiene essere l’incarnazione delle grandi visioni strategiche di entrambe le parti. Tale lungimirante proposta ricalca il concetto di comunità di destino condiviso proposto dalla Cina. La Cina spera che il commercio possa diventare il denominatore comune che unisce la comunità internazionale, il quale potrebbe a sua volta coinvolgere tutte le parti verso un comune obiettivo di reciproco successo e, quindi, ridurre notevolmente il rischio di conflitto. Il tentativo del Presidente Putin di rilanciare il concetto di integrazione...
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Recensione di Maria Morigi Interpretando l’esigenza di lettori non specialisti e non abbastanza informati sulla realtà cinese, penso che davvero mancava nel panorama editoriale un saggio di questo genere e livello. Infatti il lavoro di Fabio Massimo Parenti ha il pregio di affrontare gli argomenti in modo flessibile e offre le armi “tecniche” e informative per capovolgere nel suo insieme il quadro accusatorio della narrazione occidentale sulla Cina. Come evidenziato nell’introduzione di Shaun Rein, vengono smentiti molti banali stereotipi radicati nell’opinione comune occidentale: e cioè che i cinesi comuni abbiano subìto il “lavaggio del cervello” al fine di sostenere il Partito Comunista Cinese, che la Cina copi idee altrui senza innovare, e che addirittura l’abilità tecnologica della Cina sia molto arretrata rispetto a quella di un Occidente dotato “per natura” di capacità imprenditoriali e vocazione tecnologica. Quello che emerge dalle pagine del libro è la percezione del mutamento dell’ordine liberale mondiale. Mutamento con cui, volenti o nolenti, dovranno confrontarsi anche “i nostalgici” rimasti ancorati ad una visione statica dell’egemonia statunitense. Per essere più espliciti: la globalizzazione neoliberale ha promosso processi di liberalizzazione e privatizzazione a livello planetario, ma nel contempo ha acuito diseguaglianze, ha provocato destabilizzazione, cicli sistemici di crisi finanziarie ed economiche, guerre “umanitarie” e cambi di regime. Tutto con la scusa della guerra al terrorismo in funzione anticinese, antirussa, anti-iraniana ecc.. Oggi la globalizzazione neoliberale mostra i suoi limiti e, avendo promosso una crescente riduzione dell’intervento statale in economia, ha ridotto il ruolo della politica a portavoce degli interessi delle comunità di affari. Al contrario, la forza costruttiva della globalizzazione con caratteristiche cinesi, presente nell’idea di “costruzione di una comunità umana dal destino condiviso”, oltre a mettere a nudo i difetti e le debolezze strutturali accumulate dall’Occidente, propone e sta praticando maggiore interconnessione attraverso strategie di investimento e cooperazione, sviluppo di aree depresse, stabilizzazione di regioni strategiche, collegamenti più veloci ed efficienti. Due modelli, quello occidentale e quello cinese, assolutamente diversi che percorrono binari spesso antitetici: unilateralismo degli USA contro multilateralismo della Cina, iper-competizione contro cooperazione-mutuo beneficio, interessi del capitale contro interessi delle società, individualismo contro collettivismo. A tal proposito si veda il Capitolo 3 del libro dedicato alla Belt and Road Initiative (BRI), centrata sull’interconnessione geografica e sul perseguimento di sviluppo pacifico e cooperazione tra popoli, nel rispetto della sovranità e dell’autonomia degli Stati. Le argomentazioni pacate e ragionevoli di Parenti dovrebbero convincere anche i più sospettosi allarmisti ad evitare il panico che invece è alimentato da Washington nel denunciare, ad esempio, l’inevitabile (e disastrosa) caduta nelle “trappole del debito” o a fomentare terrorismo e accuse di violazione dei Diritti Umani da parte di chi difende, come fa la Cina, la propria integrità territoriale. Si veda anche il Capitolo 5 sulla pandemia Covid, in cui vien fatta giustizia delle accuse rivolte alla Cina e rivendicata la disponibilità cinese agli aiuti per gli Stati più deboli e disagiati , oltre che l’interesse per una vera cooperazione sanitaria internazionale finalizzata alla ricerca sul vaccino. Ma gli stereotipi anti-cinesi,...
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di Redazione CeSEM Il 14 giugno 2021 alle 15:00, presso la sede del Centro Stampa Nazionale del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica di Bielorussia, si è tenuta una conferenza stampa sui temi di maggiore attualità: gli sviluppi e i retroscena riguardanti il volo Ryanair Atene-Vilnius, la partenza di certi rappresentanti della minoranza nazionale polacca dalla Bielorussia, il transito di migranti illegali attraverso il territorio bielorusso, le nuove circostanze riguardanti il caso di Roman Protasevich. La conferenza stampa si è svolta sotto il patrocinio e alla presenza di esponenti del Dipartimento dell’Aviazione del Ministero dei Trasporti e Comunicazioni della Bielorussia, del Comitato Investigativo, del Ministero della Difesa, del Comitato di Stato per i Confini, del Commissario per i Religiosi e Affari etnici sotto il Consiglio dei Ministri della Repubblica. Ma il vero colpo di scena è stata la partecipazione dell’oppositore Roman Protasevich, proprio colui che si trovava sul volo diretto a Vilnius, poi tratto in arresto dalle forze di sicurezza bielorusse. È stato lo stesso fondatore del canale Telegram “Nexta” a dichiarare che “pur sentendosi seguito sia a Varsavia che a Vilnius, non erano i servizi speciali bielorussi a pedinarlo”. Protasevich ha smentito di aver subito violenze, mostrando che il suo unico segno sul corpo era quello delle manette e dichiarandosi disposto ad effettuare una visita medica in qualsiasi momento per dimostrarlo. Nel contraddire le voci sparse dai media occidentali, Protasevich ha anche accusato le autorità polacche di costringere tramite pressioni psicologiche i propri genitori ad uscite pubbliche non richieste. Pur continuando a mantenere le proprie divergenze nei confronti del Governo di Minsk, Protasevich ha comunque ammesso di aver partecipato alle proteste, anche violente, teleguidate dall’Occidente e dai Paesi della NATO contro l’elezione del Presidente Lukashenko la scorsa estate. Questa confessione ha ovviamente disorientato alcuni dei giornalisti stranieri presenti in sala (definiti “ipocriti” dal Maria Zakharova in relazione al caso Assange), che hanno accusato il Governo di Minsk di costrizione nei confronti dell’oppositore e abbandonato la sala; tuttavia, Protasevich ha smentito tale ricostruzione dei fatti e sottolineato di aver partecipato spontaneamente alla conferenza stampa con l’obiettivo di assumersi le proprie responsabilità nei confronti del Paese. Redazione CeSEM