di Giulio Chinappi Un rapporto pubblicato dalle autorità cinesi sulla situazione demografica dello Xinjiang smentisce punto per punto la propaganda anticinese che parla di “lavori forzati”, “genocidio culturale” o addirittura “pulizia etnica” delle minoranze. Disponibile il rapporto integrale tradotto in italiano. SCARICA IL RAPPORTO COMPLETODinamiche e dati della popolazione dello Xinjiang (ITA)Download Nella giornata del 26 settembre, il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un libro bianco che descrive in dettaglio lo sviluppo demografico nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang. Questo documento ha il doppio valore di dare una panoramica precisa e dettagliata sulla situazione e sulle prospettive demografiche della regione, ma anche di mettere a tacere la propaganda anticinese che utilizza lo Xinjiang come uno dei propri baluardi per screditare l’operato del governo di Pechino. Il rapporto dimostra come, negli ultimi 70 anni, lo Xinjiang abbia visto una crescita demografica rapida e costante, un miglioramento della qualità della vita della popolazione, una maggiore aspettativa di vita e un’urbanizzazione e modernizzazione più rapide, processi dei quali hanno potuto beneficiare tutte le diverse etnie che abitano lo Xinjiang, compresa quella uigura: “Lo sviluppo demografico dello Xinjiang testimonia il progresso sociale della regione. Segna il successo di un Paese multietnico unificato nel garantire la sana crescita della popolazione delle sue minoranze etniche“, si legge in un articolo di commento pubblicato dal Quotidiano del Popolo. Questi dati smentiscono i maniera decisa le menzogne diffuse dalla propaganda anticinese, che accusa la Cina di pratiche come i “lavori forzati”, la “sterilizzazione obbligatoria” o il “genocidio culturale”, fino ad arrivare a millantare una presunta “pulizia etnica” di una popolazione che in realtà è in costante crescita sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949. Tali pratiche, del resto, sarebbero contrarie alle stesse leggi e alla stessa Costituzione della Cina. Tali accuse infondante, rappresentano “una calunnia contro la politica cinese nello Xinjiang e i successi ottenuti nello sviluppo della regione, e una grave violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali delle relazioni internazionali“, secondo il Quotidiano del Popolo, che non esita a definirle “la menzogna del secolo“. Di recente, l’ambasciatore cinese a Londra, Zheng Zeguang, ha avuto modo di smentire la propaganda anticinese sulle questioni che riguardano lo Xinjiang nel corso di una conferenza stampa. Il governo cinese rimane fermo nella sua determinazione ad attuare le politiche pertinenti sullo Xinjiang. “Continueremo a promuovere lo sviluppo di alta qualità, la solidarietà etnica e il progresso sociale, e a migliorare la vita delle persone nello Xinjiang, in modo che le persone di tutti i gruppi etnici della regione possano godere di una vita felice“, aveva affermato l’ambasciatore, in linea con quelle che sono le politiche applicate tanto dal governo centrale di Pechino quanto dal governo regionale di Ürümqi. “Negli ultimi 40 anni, la popolazione di uiguri nello Xinjiang è aumentata da 5,55 milioni a 11,6 milioni. L’aspettativa di vita per gli uiguri è aumentata da 30 a 72 anni negli ultimi 60 anni. Cos’altro è più lontano dal “genocidio”?“, aveva aggiunto Zheng Zeguang, rispondendo alle accuse che generalmente vengono formulate dalla stampa asservita all’imperialismo....
Mese: Settembre 2021
Intervista di Bruno Guigue alla rivista online “Initiative communiste“Traduzione per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo di Stefano Vernole IC: La Cina è oggi al centro di tutti i commenti, ma anche di tutte le fantasie. Come si spiega questo rinnovato interesse, di cui il minimo che si può dire è che non è molto oggettivo? Anche se la stampa occidentale brilla per la sua mancanza di cultura e la sua parzialità, questo interesse per la Cina è perfettamente giustificato. Perché il grande evento del nostro tempo è l’ascesa al potere di una formazione sociale sui generis, dalle dimensioni straordinarie, le cui caratteristiche sfidano le consuete categorie di analisi. Non solo il successo della Cina ha vanificato tutte le aspettative, ma se allunghiamo le curve, è ancora più sorprendente: la Cina è già la seconda potenza economica mondiale in termini di parità di potere d’acquisto, ma entro dieci anni sarà probabilmente la più grande economia mondiale in PIL nominale. IC: Ma questo successo economico ha il suo rovescio della medaglia, giusto? Sì, naturalmente. Il cambio di paradigma negli anni ’90 ha messo alla prova il popolo cinese. La scelta dell’apertura e della riforma è stata una scelta difficile, irta di contraddizioni, che ha destabilizzato una società plasmata dal 1949 dall’ideologia maoista. Ma l’economia in cambiamento ha gettato le basi industriali per una crescita senza precedenti. Da popolo di contadini che vive in campagna, ha creato un popolo di salariati urbani. Attraverso la crescita, il circolo virtuoso dello sviluppo ha interessato l’intera società. IC: I dipendenti cinesi ne hanno beneficiato? Con continui aumenti salariali, il potere d’acquisto è letteralmente decollato. Da dieci anni il salario minimo registra notevoli incrementi, talvolta pari al 10 o al 20% annuo. Il Governo assicura che i guadagni di produttività vengano ridistribuiti in salari e, poiché il tasso di crescita è elevato, il potere d’acquisto aumenta rapidamente. In Francia è impensabile un aumento annuo del 22% del salario minimo. In Cina, non solo questo aumento è possibile, ma è avvenuto nel 2011. Negli ultimi vent’anni, il reddito lordo pro-capite è aumentato di otto volte. I principali indicatori sociali parlano da soli. Nel 2020, l’aspettativa di vita dei cinesi ha superato quella degli americani. Oggi il 95% della popolazione cinese ha un’assicurazione sanitaria, mentre il 50% della popolazione mondiale no. Il sistema educativo cinese è il migliore al mondo, alla pari di Singapore, secondo l’ultimo sondaggio dell’OCSE. La Cina è il più grande investitore al mondo in energia verde e sta guidando la più grande operazione di riforestazione della storia. Questi sono fatti, e sono testardi. IC: Sì, ma alcuni dicono che questo potere porti la Cina ad essere troppo avida, e a riprodurre il comportamento imperialista dei Paesi occidentali? È evidente che il peso dell’economia cinese nella sfera commerciale ha indotto un rapporto asimmetrico con alcuni Paesi. Ma l’asimmetria commerciale non è sinonimo di sfruttamento. L’URSS ha avuto scambi asimmetrici con Cuba, ma ha aiutato questo Paese a stabilire la sua indipendenza, non l’ha sfruttata....
di Marco Ghisetti Un po’ come chi ben comincia è già a metà dell’opera, chi si pone le giuste domande è già a metà della ricerca. Così Amedeo Maddaluno, nel suo breve saggio appena pubblicato, si pone ed sviscera alcuni interrogativi circa l’azione degli Stati Uniti e delle altre grandi potenze in Afghanistan, regione cuore del continente asiatico. La brevità dell’opera non deve essere vista come una pecca, considerata l’effettiva complessità dello scenario afghano. Inoltre, il libro non deve essere visto come il frutto di un tentativo di cavalcare l’onda mediatica del rapido quanto apparentemente improvviso e caotico ritiro statunitense dalla cosiddetta “tomba degli imperi”. Tutt’altro! Come afferma lo stesso autore nelle sue intenzioni: “’sintetizzare’ vuol[e] dire ‘concentrare’ e non ‘semplificare’. Le complessità non vogliamo abolirle, ma anzi metterle in risalto” (p. 11). E infatti, nonostante la brevità, niente in questo saggio è davvero ignorato o lasciato al caso: come sta scritto nell’introduzione, nemmeno “il caos può essere lasciato al caso” (p. 9), poiché, anzi, il caos stesso “potrebbe essere il vero obiettivo” (p. 9). Afghanistan: il ritorno dei talebani. Che cosa è successo nel cuore dell’Asia di Amedeo Maddaluno goWare, 2021 In quest’ottica, un primo pregio dell’ultima fatica di Maddaluno è proprio quello di riuscire a mettere bene in risalto, anche solo per il tramite di alcune brevi e semplici domande e constatazioni, come le principali narrazioni e chiavi di lettura offerte sia dall’accademia che dal giornalismo, siano invero piuttosto insufficienti e contenzione per comprendere ciò che è avvenuto in Afghanistan. Ad esempio: se l’obiettivo dell’invasione statunitense fosse stato di arrestare i mandanti dell’attacco alle Torri Gemelle, perché invadere l’Afghanistan nonostante il governo locale si fosse sin da subito dichiarato disposto a collaborare con le indagini e a consegnare gli eventuali colpevoli alla giustizia? Perché, se l’obiettivo della ventennale occupazione era di sconfiggere insorti e ribelli, gli Stati Uniti si distinsero, non appena fu completata l’occupazione dei principali centri urbani, per una singolare “non-voglia di combattere” (p. 16)? Se l’obiettivo era diffondere liberalismo e democrazia e formare una solida società civile occidentalizzata, perché tutti i progressi sono già crollati come se fossero un castello di carte? E ancora, come si spiega questo ritiro così improvviso e rocambolesco, che lascia sul terreno un’enormità di materiale bellico perfettamente funzionante? Siamo proprio sicuri che gli Stati Uniti abbiano perso? E siamo davvero sicuri che i Talebani abbiano vinto? E qui arriva il secondo pregio del saggio, ovvero la sua capacità di sviscerare gli interrogativi posti ed unire i puntini delle varie azioni ed omissioni degli Stati Uniti e delle altre grandi potenze senza cadere in inutili pedanterie, luoghi comuni o risposte facili. Ad esempio, se gli Stati Uniti rifiutarono ogni compromesso che non contemplasse l’inserirsi militarmente in Afghanistan, e se si caratterizzarono non cercarono mai davvero di sconfiggere gli afghani che, insorti, resistevano all’occupazione statunitense, oltre all’evidente e prevedibile fallimento di imporre agli afghani uno stile di vita ed una visione del mondo a loro estranea, non si può forse supporre...
di Ivelina Dimitrova The recent withdrawal of the USA military presence in Afghanistan caused much of a concern both within the country and outside. When the American military forces started the pull-out at the end of July and beginning of August, the Taliban troops rapidly started to gain control on the country. Despite the trillions of dollars spent in the last twenty years for security operations and modernization of Afghanistan by both the USA and NATO a definite victory against the Taliban has never been achieved in these decades. This is partially due to the fact that the Taliban movement -a Pashto one in its essence has always had support and sleeping cells in the Pakistan border region also populated by this ethnicity. The plan for withdrawal of Biden’s administration was not seen in a positive way by many both in Washington and abroad. Actually, due to the fact that a reasonable plan was missing – withdrawal of the army before evacuation of the civilians (included US and EU nationals) left many of them stranded at the airport waiting for airplanes to board on. Military equipment for billions of dollars was left behind and fell in the hands of the Taliban, although this step was quite seen as a part of the American strategy and their agreement with the Taliban. However, the images of people, clashing at the airport in order to board a plane, caused irritation and disapproval worldwide raising questions on why the West spent billions of dollars in a country if so easily it was left again in the hands of the radical Islam. Some politicians within and outside the USA defined this act as “an abdication of American leadership”. The Senate minority leader Mitch McConnell made a comparison between President Trump’s withdrawal of US troops from Syria – a move that at the time gained significant support in Senate and happened smoothly as it didn’t create any additional turmoil neither vacuum to leave space for ISIS. But the juxtaposition between the two events is not quite applicable as the Syrian army, although weakened at that time by the years of internal war, didn’t give up and continued fighting, so was the Syrian society which almost unanimously opposed the ISIS and stayed with the official authorities, and so was the Russian army in Syria which gave a critical air force support. Consequently, the Trump withdrawal, didn’t cause the rise of the radical Islam and was not seen as “abdication of leadership”. Apart from the military support from Moscow and other regional partners which was crucial at the time when Damascus was almost falling in the hands of ISIS, what made a big difference there was the resistance of the population which although ethnically and religiously diverse, and not all supportive of the Assad regime, united in its majority before the threat of radical Islam which was seen as a common enemy and a threat to their future. Not the same happened in Afghanistan, however, and both...
di Stefano Vernole Intervento tenuto dall’autore in occasione del webinar “Peace Crisis in Afghanistan” organizzato dalla Fondazione per il dialogo e la solidarietà delle Nazioni Unite con sede in Iran il 20 settembre 2021. Saprà il nuovo Governo di Kabul garantire una rappresentanza alle minoranze etniche e religiose del Paese? La Cina riuscirà ad includere l’Afghanistan nel percorso della Belt and Road Initiative? Saper rispondere a queste due domande essenziali permetterà di capire il futuro dell’intera macroregione. The great Afghan game features all the major powers of Eurasia and their historic challenger (based first in London and then in Washington). In a struggle that appears increasingly complex, however, there is a key nation for the balance of the whole region: Pakistan. The key element of the “Land of the Pure” are its secret services, the infamous ISI, divided internally between a pro-US wing and a pro-Chinese wing but whose final political synthesis corresponds to the national interest of the country. An indispensable counterweight or fuse for the destabilization of Afghanistan, however the decisive cards in this game will once again be given by Islamabad. The current Taliban have been ideologically and politically forged by two main schools of thought: the Wahabi (historically linked to Saudi Arabia) and the Deobandi (Indian); these are two very rigid visions of Islam, where to be propagated is a literal interpretation of the Koran aimed at returning the Muslim religion to the “purity” of its origins. The official purpose of Washington’s new strategic plan is “to prevent Afghanistan from re-emerging as a terrorist base to threaten the United States”. The real objective remains that of 20 years ago: to have a strong military and logistical presence in this area at the crossroads between the Middle East, Central, South and Eastern Asia, of primary strategic importance in the geopolitical containment of Russia and China. A sign to this effect came on April 22, when a car bomb exploded at the “Serena Hotel” in Quetta, in southwestern Pakistan, killing four people and injuring twelve others; Chinese Ambassador Nong Rong was staying in the hotel, but he had left the facility a few minutes before the attack (claimed by the Tehreek-Taliban Pakistan organization). The province of Balochistan is no stranger to attacks by Islamist militants against Chinese officials and economic interests, as it is home to the deep-water port of Gwadar, an important infrastructure on the New Silk Road because it grants Beijing access to the Indian Ocean. The China Pakistan Economic Corridor (CPEC) would allow the Pakistani port to be the second commercial hub in the world after Hong Kong and would become the first maritime branch of the New Silk Road for the import of hydrocarbons from the Middle East. Since 2015, the Chinese National Petroleum Corporation has been involved in the exploration of oil fields in Afghanistan; in 2016, Beijing and Kabul signed a memorandum of understanding which provides for the provision of substantial funds but with a clear geopolitical significance. The intention of...
di Michel Collon La decisione dell’Australia di rescindere il contratto per l’acquisto di sottomarini francesi a favore di navi a propulsione nucleare americane ha suscitato indignazione a Parigi. Emmanuel Macron ha ritirato gli ambasciatori di Francia a Canberra e a Washington compiendo un gesto senza precedenti. L’industria bellica francese, infatti, è solo una vittima collaterale dell’accordo tra i tre Paesi anglosassoni. La cooperazione tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia sui sottomarini nucleari mina gravemente la pace e la stabilità regionali, intensifica la corsa agli armamenti e mina gli sforzi internazionali di non proliferazione nucleare. Chi segue da vicino gli sviluppi della controversia tra Cina e Australia sa che l’Australian Strategic Policy Institute (Aspi) è dietro la manovra. Strano che l’intelligence francese non sia a conoscenza di questo aspetto delle cose. ASPI si presenta così: ASPI è un think tank indipendente e imparziale che produce consigli esperti e tempestivi per i leader strategici e della difesa australiani. Ma in realtà, l’Australian Strategic Policy Institute è un think tank di difesa e politica strategica con sede a Canberra, nel territorio della capitale australiana, fondato dal Governo australiano e finanziato in parte dal Dipartimento della Difesa australiano. Tra i generosi donatori e le sponsorizzazioni dell’Aspi troviamo prima di tutto coloro che ci “fregano” e minacciano le nostre libertà: Microsoft, Google, Amazon. Ma anche Northrop Grumman Corporation, conglomerato statunitense le cui attività ruotano attorno al settore della difesa: aeronautica, spazio, elettronica, ecc. Nel 2012 era la quarta più grande azienda di armi al mondo. La sua sede si trova a Los Angeles. Jacobs Engineering Group inc. (NYSE: J) è una società di servizi professionali tecnici internazionali americana. L’azienda fornisce servizi tecnici, professionali e di costruzione, nonché consulenza scientifica e specialistica a una vasta gamma di clienti in tutto il mondo, tra cui aziende, organizzazioni e agenzie governative. Il 9 agosto 2017 il Pentagono ha assegnato un contratto successivo da 4,6 miliardi di dollari a Jacobs Technology Inc., un’unità di Jacobs Engineering Group Inc., per fornire prodotti e servizi alla Missile Defense Agency e al suo Center for Missile Defense Integration and Operations. Lockheed Martin: è l’azienda leader negli Stati Uniti e nel mondo nel campo della difesa e della sicurezza. Nel 2010, dei 45,8 miliardi di dollari di fatturato, 17,3 miliardi provenivano da contratti firmati con l’Amministrazione USA (10,9 miliardi nella difesa, 6,6 miliardi in materia civile). Raytheon: azienda americana specializzata principalmente nei settori dei sistemi di difesa e dell’elettronica e nell’industria aerospaziale. È al sesto posto nel mondo nelle vendite di attrezzature militari. Austal: società di costruzione navale e difesa con sede in Australia specializzata nella progettazione, costruzione e supporto di navi da difesa e commerciali. La linea di prodotti di Austal comprende navi da guerra, traghetti passeggeri e veicoli ad alta velocità e navi di servizio specializzate come parchi eolici offshore e navi per il trasferimento dell’equipaggio. Palo Alto Networks, Inc. (NYSE: PANW) è una multinazionale statunitense di sicurezza informatica con sede a Santa Clara, California. I suoi prodotti principali...
di Giacomo Leccese Il 24 agosto scorso il ministro degli Esteri algerino Lamamra ha reso nota la chiusura delle relazioni diplomatiche con il Marocco, rispondendo alle continue “azioni ostili” marocchine verso l’Algeria e dando seguito alla precedente dichiarazione del presidente Tebboune, che aveva accusato Rabat e “il suo alleato, l’entità sionista” (Israele), di essere coinvolti negli incendi che a inizio agosto hanno colpito l’Algeria. I rapporti tra i due Paesi, tesi fin dall’indipendenza algerina, hanno visto una rapida escalation di tensione negli ultimi mesi e, tra le azioni ostili citate da Lamamra, sicuramente si inseriscono la dichiarazione del rappresentante permanente del Marocco alle Nazioni Unite, Omar Hilale, in merito al diritto all’autodeterminazione della regione algerina della Cabilia, e il presunto coinvolgimento marocchino nello spionaggio di leader politici e alte cariche militari algerine attraverso lo spyware Pegasus.i Le cause alla base del recente inasprimento dei rapporti, però, sono molto più ampie e vanno ricercate all’interno di un articolato contesto di competizione regionale, dove si intersecano elementi politici ed economici. L’annosa questione del Sahara Occidentale Come detto, la relazione tra Algeria e Marocco è stata contraddistinta da tensioni già al momento dell’indipendenza algerina, quando alcune rivendicazioni marocchine riguardo i confini sfociarono nella “Guerra delle Sabbie” del 1963. Il fattore principale nell’inasprimento dei rapporti, però, è sicuramente quello relativo al Sahara Occidentale. Infatti, quando nel 1975, dopo un accordo con la Spagna, le forze marocchine e mauritane iniziarono l’occupazione dell’ex possedimento coloniale spagnolo, l’Algeria accolse i numerosi rifugiati e decise di appoggiare le istanze di autodeterminazione del popolo Sahrawi, portate avanti dal Fronte Polisario. L’Algeria mirava con quella scelta a limitare la politica espansionistica marocchina, isolando il grande rivale regionale dal resto del continente, e puntava ad uno sbocco sull’Atlantico attraverso la creazione di uno Stato satellite nel Sahara Occidentale.ii La situazione di stallo venutasi a creare alla fine degli anni Ottanta tra le forze marocchine e il Fronte Polisario, con la costruzione di una barriera di 2700 km tra le posizioni dei due schieramenti, rese, però, le parti più inclini ad un accordo, che venne formalizzato, grazie all’intervento dell’ONU, nel Settlement Plan del 1991. Il piano prevedeva un cessate il fuoco monitorato dalla forza di pace MINURSO e un referendum sull’indipendenza nei successivi due anni, ma il fallimento di un disegno simile nel Timor Est portò l’ONU a considerare un accordo politico tra le parti necessario per una soluzione duratura. A distanza di trent’anni non è ancora stato possibile raggiungere questo compromesso e, nel novembre 2020, il Fronte Polisario ha ripreso le ostilità a seguito della violazione della linea di armistizio da parte delle truppe marocchine.iii Dunque, come sottolineato da Andrea Dessì, una delle ragioni dietro la decisione algerina di rompere le relazioni diplomatiche con il vicino potrebbe essere proprio quella di riportare la questione Sahariana al centro del dibattito internazionale e forzare un maggiore interessamento soprattutto da parte dell’UE, che fino ad ora, invece, è rimasta poco coinvolta.iv Rivalità per la leadership regionale I due Paesi sono, inoltre, coinvolti in...
di Slavisha Batko Milacic Dopo che nel 1999 il presidente della Jugoslavia (Serbia) Slobodan Milosevic si rifiutò di accettare il cosiddetto accordo di Rambouillet, in realtà un ultimatum della NATO che chiedeva a Serbia e Montenegro di consentire alle truppe della NATO di occupare la provincia del Kosovo e che la NATO potesse costruire proprie basi in Serbia oltre alla richiesta che tutto il personale della NATO disponesse dell’immunità diplomatica (il che significa che non può essere ritenuto penalmente responsabile delle azioni compiute in Serbia e Montenegro), l’attacco della NATO è stato lanciato senza alcuna autorizzazione da parte delle Nazioni Unite. L’intervento fu definito umanitario con il pretesto di fermare la persecuzione degli albanesi nella regione. Nelle presentazioni mediatiche realizzate dalla BBC, i serbi erano i nazisti moderni e gli albanesi gli ebrei. Dopo aver presentato con successo i serbi come i cattivi, la NATO ha avuto mano libera per aprire le ostilità con una forza eccessiva. Le affermazioni della NATO relative a decine di migliaia di albanesi uccisi dai serbi in seguito si sono rivelate completamente false. Il vero bilancio delle vittime in Kosovo prima dell’attacco della NATO è stato rivelato dopo la guerra e contava di circa 2.000 morti con la maggior parte delle uccisioni commesse dal gruppo armato separatista terrorista, l’Esercito di Liberazione del Kosovo (KLA). L’UCK, precedentemente classificato da Washington come un’organizzazione terroristica, è stato elevato nel periodo precedente la guerra come unico rappresentante legittimo della popolazione albanese del Kosovo. L’UCK ha cercato di creare quanta più violenza e morte possibile per aprire la strada all’intervento della NATO. La guerra contro Serbia e Montenego durò 78 giorni. Ospedali, fabbriche e scuole furono distrutti, insieme a ponti, strade e infrastrutture militari. Gli attacchi aerei hanno ucciso circa 2.500 persone e ne hanno ferite altre 12.500. Il bombardamento distrusse e danneggiò 25.000 unità abitative, 470 km di strade e 595 km di ferrovia furono disattivati. 14 aeroporti, 19 ospedali, 20 centri sanitari, 18 asili nido, 69 scuole, 176 monumenti culturali e 44 ponti sono stati danneggiati, mentre 38 sono stati distrutti, secondo le stime serbe. (1) Durante i bombardamenti, sono stati effettuati 2.300 attacchi aerei su le 995 strutture in tutto il paese. La NATO ha lanciato 1.300 missili da crociera, ha bombardato la Serbia e il Montenegro con 37.000 “bombe a grappolo”, usando munizioni (proibite) con uranio impoverito. La decisione di bombardare la Serbia e Montenegro è stata presa per la prima volta nella storia, senza l’approvazione del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Uno degli attacchi aerei della NATO ha utilizzato bombe a guida laser per abbattere un ponte ferroviario nel sud della Serbia, uccidendo almeno 10 persone su un treno passeggeri. A Belgrado, un deliberato attacco all’emittente televisiva serba RTS ha provocato la morte di 16 lavoratori civili. Questo è stato il primo caso in cui la sede di un organo di informazione è stata dichiarata un obiettivo militare legittimo. In uno degli atti più provocatori della guerra, la NATO ha sferrato un attacco all’ambasciata cinese...
ASRIE Analytica, il CeSEM-Centro Studi Eurasia Mediterraneo, l’Istituto Internazionale delle Scienze Sociali e UniDolomiti presentano il Corso di Formazione online in Analista Geopolitico dello spazio post-Sovietico. L’analista geopolitico è una figura che sta trovando sempre più spazio nel mercato del lavoro grazie alle sue capacità di fornire valutazioni scritte al decisore pubblico o privato in materia di politica nazionale o estera, sicurezza ed economia. Compito dell’analista è quello di analizzare gli sviluppi inerenti aree geografiche o tematiche specifiche attraverso il monitoraggio continuo delle fonti disponibili e la conoscenza del background storico, politico, socioculturale ed economico. Essendo una figura professionale sempre più richiesta, l’analista geopolitico necessita di una formazione trasversale che non solo contempli la conoscenza del settore della geopolitica e delle relazioni internazionali o della scienza politica, ma che implichi anche lo sviluppo di una metodologia di analisi e capacità di esposizione eccellenti nonché la comprensione delle dinamiche nazionali e internazionali, abilità di scrittura concisa, chiara e diretta, capacità di lavorare per obiettivi e sotto pressione. Lo spazio post-Sovietico ricopre un ruolo centrale nelle dinamiche internazionali e nello scacchiere geopolitico euroasiatico. Eredi di un sistema politico e amministrativo dell’Unione Sovietica, le repubbliche post-sovietiche hanno intrapreso dagli anni Novanta un percorso volto a rafforzare la propria indipendenza e bilanciarsi all’interno dell’arena internazionale caratterizzata dallo scontro tra Occidente e Russia e dall’ascesa della Cina. Comprendere le dinamiche interne, i conflitti e le tensioni etniche, così come le politiche sociali ed economiche dei paesi che compongono lo spazio post-sovietico è di primaria importanza per un analista geopolitico il cui fine ultimo è quello di supportare il processo decisionale di committenti pubblici o privati. Offerta formativa Il nostro percorso di studi è concepito come un aggiornamento e approfondimento dei temi politici ed economici inerenti lo spazio post-Sovietico con l’obiettivo di creare un team di analisti in grado di interpretare le sfide e le opportunità che la società contemporanea presenta e sviluppare un approccio critico e conoscenze mirate. Nello specifico questo corso di formazione si articola nelle seguenti attività: Programmi di formazione sulla figura dell’analista geopolitico con approfondimenti in merito allo sviluppo di capacità mirate Programmi di formazione su aree tematiche/geografiche specifiche inerenti lo spazio post-Sovietico Programmi di tirocinio curriculari Costo e offerta formativa Il Corso di formazione in Analista Geopolitico della durata complessiva di 8 ore ha un costo di euro 210,00 (compresa la quota di iscrizione al CeSEM) e si svolgerà nei seguenti giorni: Martedì 26 ottobre 2021, ore 19-21 Giovedì 28 ottobre 2021, ore 19-21 Sabato 30 ottobre 2021, ore 9-13 Il corso è suddiviso nei seguenti moduli: Modulo 1. Fondamenti di geopolitica e metodologie di analisi Modulo 2. La politica interna della Federazione Russa Modulo 3. La politica estera della Russia nel blizhnee zarubezhe Modulo 4. Ucraina oggi tra aspirazioni europee e nazionalismo Modulo 5. Il Caucaso tra conflitti congelati e interessi geopolitici Modulo 6. L’Asia Centrale tra Belt and Road Initiative, Unione Economica Euroasiatica e SCTO Modulo 7. Dinamiche dell’Asia Centrale dopo il ritiro statunitense dall’Afghanistan: la strategia della Russia Modulo 8. Geopolitica dei gasdotti nello spazio post-Sovietico Per maggiori informazioni e...
La settima edizione del “Rally of Hope Think Tank 2022” si terrà domenica 12 settembre 2021 alle 2:30 AM ora italiana, in modalità online e in lingua inglese. L’incontro sarà presieduto dalla Dottoressa Hak Ja Han Moon e sponsorizzato dalla Universal Peace Federation (UPF) e sarà incentrato sulla pacifica riunificazione della Penisola coreana. Interverranno in qualità di oratori S.E. Hun Sen, Primo Ministro del Regno di Cambogia; S.E. Mohamed Bazoum, Presidente della Repubblica del Niger; S.E. Denis Sassou Nguesso, Presidente della Repubblica del Congo; l’On. Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d’America (2017-2021); S.E. José Manuel Barroso, Presidente della Commissione Europea (2004-2014); S.E. Natasa Micic, Presidente della Repubblica della Serbia (2002-2004); S.E. Gloria Arroyo, Presidente della Repubblica delle Filippine (2001-2010); S.E. H.D. Deve Gowda, Primo Ministro della Repubblica dell’India (1996-1997); la Dr. Hak Ja Han Moon, Co-fondatrice della UPF International. L’incontro sarà allietato da uno spettacolo di intrattenimento musicale che vedrà la partecipazione dei “Piccoli Angeli” il corpo di ballo folkloristico coreano di fama mondiale e da altri artisti internazionali. ll Rally of Hope è un programma online ideato e iniziato dalla Dottoressa Moon e dalla UPF nell’agosto 2020, allo scopo di promuovere un mondo di pace attraverso la lotta alla povertà, alla fame, alle discriminazioni razziali, ai cambiamenti climatici e ponendo fine ai conflitti religiosi. Per Newt Gingrich, Speaker della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti (1995-1999) “Quello che ha fatto Madre Moon di continuare il lavoro del marito, di costruire un movimento mondiale impegnato nella realizzazione dell’idea che si possa trovare la via per dialogare gli uni con gli altri e che sia possibile trovare il modo per collaborare insieme, è la chiave per il successo futuro”. Il Think Tank 2022 è una rete di più di 2000 esperti internazionali in diversi settori – governativo, economico, accademico, religioso, dell’informazione, artistico e culturale – impegnati nella comune ricerca delle soluzioni più efficaci alle più complesse sfide del mondo contemporaneo. Per Ban Ki-Moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite (2007-2016) e Presidente del Think Tank 2022 “… se vogliamo raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, è necessaria un’ampia collaborazione in particolare tra i governi e la società civile. La creazione di un partenariato che attraversi un’ampia varietà di settori è fondamentale se vogliamo costruire un mondo migliore. A questo proposito mi congratulo in modo particolare per il lavoro iniziato dalla Dottoressa Moon, che ha stabilito un esempio. Credo che la Universal Peace Federation e la sua vasta rete di collaboratori nel campo della politica, della religione, del mondo accademico, dei media, dell’economia, delle arti, della cultura, delle donne e dei giovani, rappresenti un buon modello. Sono convinto che la UPF diventerà una pietra miliare per la realizzazione di una pace duratura nel mondo e nella Corea Celeste Unificata, sulla base dei principi di interdipendenza, prosperità condivisa e valori comuni”. La UPF è stata fondata dai coniugi Moon nel 2005 a New York e si propone di contribuire con le sue numerose attività al progresso della pace e della promozione umana....