4 Novembre 2026

centro studi eurasia e mediterraneo

Gasdotto-Nord-Stream-2
di Fabrice Beaur – EODE-RUSSIA Traduzione dal francese di Stefano Vernole per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo La chiusura da parte del regolatore tedesco della certificazione Nord Stream 2 ha dato adito a teorie complottiste sulle ragioni dell’incidente. Tuttavia, le ipotesi che questa sia la risposta della Germania alla crisi migratoria e alla minaccia della Bielorussia di chiudere la valvola del gas sono chiaramente lontane dalla realtà. Cosa ha spinto Berlino a ritardare il lancio del gasdotto russo? E qual è il lato positivo di questa storia per Gazprom? Il regolatore tedesco, la German Federal Network Agency, ha sospeso la certificazione di Nord Stream 2 AG come operatore indipendente del gasdotto Nord Stream 2. Ciò ha immediatamente causato il panico nel mercato spot del gas in Europa. I futures sul gas hanno raggiunto di nuovo i 1.000 dollari per la prima volta in quasi un mese, e di notte erano superiori a 1.100 dollari per mille metri cubi. La crescita è stata di quasi il 18% da lunedì. Alcuni l’hanno vista come la risposta della Germania alla crisi migratoria al confine con la Bielorussia, in cui i critici della Russia vedono un’impronta russa. Alexander Lukashenko ha aggiunto benzina sul fuoco minacciando di recente l’Occidente, in risposta alle loro sanzioni, di tagliare il gasdotto di transito Yamal-Europa senza l’approvazione di Mosca. “Ciò ha permesso ai detrattori del Nord Stream 2 di affermare che la Russia avrebbe deliberatamente tagliato il gas all’Europa per mano dei bielorussi al fine di peggiorare la crisi energetica in Europa e spingere l’UE a lanciare più velocemente il gasdotto russo. Tale politicizzazione, ovviamente, danneggia il progetto, perché ci consente di affermare che la Russia sta usando questa terribile arma energetica. Pertanto, la notizia della sospensione della certificazione del gasdotto ai tedeschi è stata vista da molti come la risposta della Germania alla crisi migratoria presumibilmente organizzata da Russia e Bielorussia”, spiega Igor Yushkov, esperto del Fondo nazionale per la sicurezza energetica e dell’Università finanziaria sotto il Governo della Federazione Russa. Tuttavia, gli esperti non credono alle ragioni politiche della decisione del regolatore tedesco. La sospensione della certificazione dell’operatore del gasdotto non è correlata alla politica, ha affermato Dmitry Marinchenko, direttore senior del gruppo risorse naturali e materie prime di Fitch. “Si tratta di questioni più procedurali che politiche. La Germania sostiene costantemente il progetto e probabilmente non vale la pena cercare teorie della cospirazione qui”, ha affermato TASS. Questa non è una risposta politica dalla Germania, poiché il regolatore tedesco non solo ha annunciato la sospensione della procedura, ma ha anche spiegato i motivi di tale decisione e ha persino detto a Gazprom cosa doveva fare, quali documenti presentare per rettificare la situazione, spiega Yushkov. Nella decisione del regolatore tedesco, vede sia svantaggi che vantaggi per Gazprom. Da un lato, è una storia spiacevole, poiché implica un ritardo nelle procedure e nel lancio di Nord Stream 2. Il regolatore tedesco ha iniziato a esaminare la candidatura di Gazprom l’8 settembre 2021. La decisione sulla legge...
Webinar sicurezza e terrorismo Eurasia
SpecialEurasia  organizza un webinar dal titolo “Sicurezza e minaccia terroristica nello scacchiere geopolitico euroasiatico” il cui obiettivo è quello di analizzare il problema del terrorismo e della propaganda jihadista in una regione strategicamente importante come quella euroasiatica. Il giorno giovedì 16 dicembre 2021 alle ore 19.00 SpecialEurasia in collaborazione con il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Opinio Juris organizza il webinar “Sicurezza e minaccia terroristica nello scacchiere geopolitico euroasiatico” in cui esperti di geopolitica dell’Eurasia e del fenomeno del terrorismo e propaganda jihadista analizzeranno gli attuali trend della sicurezza nella regione euroasiatica. Con il ritiro delle truppe statunitensi dall’Afghanistan e l’affermazione dei talebani alla guida del paese si sono acutizzati i problemi inerenti la sicurezza e il terrorismo nella regione euroasiatica (The new geopolitical game of Afghanistan), fattori che minano la stabilità e progetti economici quali la Belt and Road Initiative (BRI), conosciuta come Nuova Via della Seta, lanciata da Pechino, la strategia economica di Mosca rappresentata dall’Unione Economica Euroasiatica (EAEU), ma anche le politiche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nella regione. Gli attentati dello Stato Islamico Khorasan (IS-K) in Afghanistan ai danni della popolazione civile e del nuovo Governo dei Talebani pongono in forte dubbio la stabilità non solo del territorio afghano, ma dell’intera regione euroasiatica (in primis dell’Asia Centrale), considerando che diverse organizzazioni terroristiche potrebbero utilizzare il vuoto di potere che si sta registrando nello Stato afghano per trasformarlo in un ‘paradiso del terrorismo e della criminalità’ e da qui lanciare attacchi (Dilemma of Central Asian Jihadists between IS-K and Taliban). Per comprendere al meglio lo scacchiere geopolitico euroasiatico e la minaccia del terrorismo e della propaganda jihadista nella regione SpecialEurasia in collaborazione con i propri partner CeSEM e Opinio Juris ha deciso di organizzare un webinar  in modo da avviare un dialogo e analisi volta a comprendere gli attuali trend, le sfide future e i possibili sviluppi in Eurasia. Maggiori Informazioni sul Webinar “Sicurezza e minaccia terroristica nello scacchiere geopolitico euroasiatico” – SpecialEurasia
Migranti
Di Lorenzo Borghi L’Unione Europea è pronta ad affrontare una nuova crisi migratoria, ma questa volta essa non proviene dal Mar Mediterraneo, bensì dal confine tra la Polonia e la Bielorussia. Le probabili conseguenze di quanto sta accadendo, potranno determinare la costruzione di un nuovo muro e la nascita di una nuova cortina di ferro. Lungo il confine tra la Polonia e la Bielorussia sta imperversando una cruenta crisi migratoria che vede come vittime non uno dei due Stati coinvolti, ma i profughi ammassati lungo il confine, volenterosi di intraprendere una nuova vita. Questi ultimi, loro malgrado, si trovano all’interno di un intricato intreccio di politica estera: la Bielorussia ha incanalato i flussi migratori presenti nel proprio territorio verso il confine con la Polonia, come vendetta nei confronti delle sanzioni imposte dall’Unione Europea; la Polonia, tramite il suo Primo Ministro Mateusz Morawiecki, accusa la Turchia di collaborare con la Bielorussia e la Russia; e, infine, la Turchia incolpa le politiche poco ortodosse della Grecia, in ambito di accoglienza, come le principali cause della crisi migratoria in questione. Tutto questo polverone politico, però, sta ricadendo sulle spalle degli innocenti migranti accorsi, o meglio dire spinti da Lukashenko, verso il confine polacco per raggiungere l’Europa occidentale. LA STRATEGIA DI LUKASHENKO E LA POSIZIONE DI PUTIN Negli ultimi mesi la Bielorussia è stata pesantemente colpita dalle sanzioni europee, ulteriormente implementate dopo il caso dell’atterraggio forzato del volo Ryanair all’interno del quale erano presenti il giornalista Raman Pratasevich e la sua compagna Sofia Sapega. A tal proposito, il Consiglio dell’UE ha varato il divieto del trasferimento di certi beni, tecnologie e software utilizzati per il monitoraggio e l’intercettazione di dati su internet o di comunicazioni telefoniche. Inoltre, è vietato esportare materiali militari o materiali indirizzati alle forze militari bielorusse. Senza contare, tutte le limitazioni e divieti agli investimenti esteri dell’Unione Europea e dei suoi Stati membri nei confronti della Bielorussia.1 Di conseguenza, è logico trovare una motivazione alla base dell’attuale situazione del confine tra la Bielorussia e la Polonia: Lukashenko, attraverso le istituzioni statali, ha indirizzati i flussi migratori presenti nel territorio bielorusso verso la Polonia, utilizzando quindi i migranti come “proiettili” verso l’Unione Europea. Nella mente del leader bielorusso vi è l’intenzione di difendersi dalle sanzioni con i “proiettili” umani, ma non solo. Infatti, dal momento che ulteriori sanzioni non tarderanno ad arrivare, Lukashenko ha già preparato la contromossa: interrompere il transito del gas naturale del gasdotto Yamal-Europa, che rifornisce soprattutto Germania e Polonia. Questa mossa creerebbe sicuramente grossi disagi ai Paesi dell’Europa centro-settentrionale e porterebbe a una crisi diplomatica tra l’UE e la Russia. Per l’appunto, a Yamal vengono prodotte annualmente una quantità pari a 18,8 tonnellate di GNL2, che vengono prontamente distribuite in Asia, ma soprattutto in Europa. Di conseguenza, perdere i clienti europei, significherebbe vedere venir meno una fetta significativa degli introiti, senza dimenticarci che l’esportazione dei gas naturali è una delle principali fonti di ricavo della Russia. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitri Peskov, ha prontamente rassicurato i...
foto basi
Articolo originale: What Will Drive China to War? A cold war is already under way. The question is whether Washington can deter Beijing from initiating a hot one, https://amp-theatlantic-com.cdn.ampproject.org/c/s/amp.theatlantic.com/amp/article/620571/ Traduzione di Lorenzo Borghi per il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) Abbiamo deciso di pubblicare la traduzione di questo articolo di The Atlantic perchè estremamente significativo della mentalità statunitense. Dopo che Washington ha condotto 217 guerre in 239 anni di storia e circondato Pechino nella regione dell’Indo Pacifico con centinaia di basi militari e uno dispiegamento militare-civile di quasi 400.000 uomini, i suoi analisti si premurano di accusare la Repubblica Popolare Cinese di voler scatenare un conflitto per giungere alla sua legittima riunificazione. Il presidente Xi Jinping ha dichiarato a luglio che coloro che intralceranno l’ascesa della Cina avranno “la propria testa sbattuta contro una Grande Muraglia d’acciaio”. La Marina cinese sta sfornando navi a un ritmo che non si vedeva dalla Seconda guerra mondiale, poiché Pechino è in procinto di minacciare nuovamente Taiwan e altri vicini. I massimi funzionari del Pentagono hanno avvertito che la Cina potrebbe iniziare un conflitto militare nello stretto di Taiwan o in altri importanti punti geopolitici entro questo decennio. Analisti e funzionari di Washington sono preoccupati per il deterioramento delle tensioni tra Stati Uniti e Cina e per i rischi che incombono dal ritorno di un mondo costituito da due superpotenze che ancora una volta si scontrano anziché cooperare. Il presidente Joe Biden ha affermato che gli Stati Uniti “non stanno cercando una nuova guerra fredda”. Ma questo è il modo sbagliato di guardare alle relazioni USA-Cina. È già in corso una Guerra Fredda con Pechino. La domanda giusta, invece, è se gli Stati Uniti possono dissuadere la Cina dal renderla “calda”. Pechino è una potenza revanscista straordinariamente ambiziosa, determinata a rimettere insieme la Cina “riunendo” Taiwan con la terraferma, trasformando i mari della Cina orientale e meridionale in laghi cinesi e conquistando il primato regionale. Quest’ultimo obiettivo viene visto dalla Cina come il trampolino di lancio per il potere globale. Inoltre, è sempre più circondata e subisce una crescente resistenza su molti fronti. Infatti, questo è proprio il tipo di scenario che l’ha portata a scatenarsi in passato. Il modus operandi storico dalla fondazione della Repubblica popolare cinese nel 1949 è chiaro: di fronte a una minaccia crescente ai suoi interessi geopolitici, Pechino non aspetta di essere attaccata; spara per prima per ottenere il vantaggio della sorpresa. Nei conflitti, tra cui la guerra di Corea e gli scontri con il Vietnam nel 1979, la Cina ha spesso visto l’uso della forza come un esercizio educativo. È disposto a scegliere anche un combattimento molto costoso con un solo nemico per educarlo e impartirgli una lezione. Oggi Pechino potrebbe essere tentata ad impegnarsi in questo tipo di aggressione in più aree. E una volta “sparato il primo colpo”, è probabile che le pressioni per l’escalation militari siano gravi. Numerosi studiosi hanno analizzato quando e perché Pechino usa la forza. La maggior parte arriva a...
Articolo Originale:  https://mundo.sputniknews.com/20211108/occidente-no-aceptara-canjear-deuda-por-acciones-climaticas-1117987164.html?modal=feedback I negoziati tra i vari membri del G20 sono stati difficili. In particolare, il Ministro degli Esteri russo Lavrov ha definito come offensivo ed irrispettoso il tentativo dell’Occidente di imporre il 2050 come termine entro il quale va raggiunta la neutralità carbonica. Come può caratterizzare la posizione dell’Occidente e, in particolare, dei paesi anglosassoni al riguardo? Lavrov ha definito irrispettosa la proposta dei Paesi occidentali, ed in particolare dei Paesi anglosassoni, poiché il termine del 2050 era stato fissato anticipatamente dal Gruppo dei Sette (dove i Paesi anglosassoni rivestono il peso maggiore), che durante il G20 ha richiesto agli altri Paesi di accettare quanto da loro deciso autonomamente. Per la Russia una simile scadenza, fissata senza che fosse interpellata, non può che essere problematica, poiché la vendita di risorse naturali riveste una enorme importanza nell’economia e nella statura geopolitica della Russia. Inoltre, Mosca sta cercando di sviluppare una propria e forte indipendenza tecnologica, anche per quanto concerne la transizione energetica, rendendosi più autonoma dalle tecnologie straniere. È un progetto delicato che richiede tempo. Lo sviluppo della sovranità tecnologica sarà infatti una delle più importanti componenti nella competizione tra le potenze nel futuro prossimo: l’Occidente, e in particolare il mondo anglosassone, gode di un notevole vantaggio rispetto alla Russia in questo settore, per quanto la Russia stia recuperando il vantaggio in certi settori. I Paesi che godono di vantaggio tecnologico hanno chiaramente l’interesse ad imporre le proprie scadenze agli altri Stati. Inoltre, i Paesi anglosassoni hanno l’interesse a staccare l’Europa occidentale dalla Russia, sia in campo energetico che in quello tecnologico. Imporre agli stessi Paesi dell’Europa occidentale la cosiddetta transizione verde, impedendo così all’Europa di comprare le risorse energetiche russe o di sviluppare con lei una sorta di sinergia tecnologica, è funzionale al loro progetto di impedire che si formi una forte collaborazione tra i due estremi del continente europeo. Il primo ministro Mario Draghi ha parlato di trilioni di dollari che il settore privato sarebbe disposto ad investire nella transizione ecologica a livello globale. Come valuta le capacità del G20 e, in particolare, dell’Occidente di gestire queste risorse al fine di combattere i cambiamenti climatici? Il leitmotiv del cambiamento climatico è uno degli strumenti con cui l’Occidente, ovvero il mondo all’interno dell’orbita d’influenza statunitense, giustifica la propria corsa verso la quarta rivoluzione industriale. L’obiettivo della transizione verde non è, a contrario di quanto il suo nome dà ad intendere, combattere il cambiamento climatico, quanto quello di far affossare la medio-piccola impresa nazionale trasferendo gli impianti produttivi alle grandi multinazionali transnazionali, che sono private e che cercano di imporre questa quarta rivoluzione industriale. È perciò naturale che Mario Draghi sostenga che saranno i privati ad investire e mettere sul banco le risorse necessarie alla transizione. Un altro grande tema è stata la lotta contro la pandemia. La dichiarazione finale riconosce l’importanza di elaborare standard comuni riguardo ai certificati di vaccinazione. Ciononostante, i vaccini russi e cinesi non sono riconosciuti in Occidenti (e viceversa). Potrebbe valutare la componente...
Qatar
di Andreea Stroe Qatar ha ricoperto il ruolo di mediatore in diversi conflitti in Darfur, Etiopia-Eritrea, Libano, Somalia, Israele e Palestina, Yemen e Sahara Occidentale, Siria e Indonesia e recentemente (ri)vediamo i qatarini in Afghanistan.1 La mediazione è collocata al centro della politica estera qatarina ed è andata di pari passo con la formazione di una politica estera proattiva, per certi versi troppo ambiziosa, indipendente e innovativa. È uno strumento talmente importante da essere inserita tra i primi articoli della Costituzione del 2003.2 In questo articolo, ci proponiamo di analizzare le motivazioni che spingono il Qatar a ricoprire il ruolo di mediatore nei diversi conflitti regionali e internazionali. La mediazione al centro della politica estera qatarina La mediazione è al centro della politica estera qatarina ed uno strumento adottato da parte dell’élite governativa in maniera razionale e strategica. La mediazione è una componente cruciale della politica estera qatarina, dimostratasi sempre più attiva e ambiziosa.3 L’articolo 7 della Costituzione del 2003 del Qatar sancisce che “la politica estera dello Stato si basa sul principio del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, favorendo la risoluzione delle controversie internazionali con mezzi pacifici e sostenendo il diritto del popolo all’autodeterminazione e alla non ingerenza negli affari interni dello Stato e alla cooperazione con nazioni amanti della pace.”.4 Questo ci dimostra l’importanza data dalle autorità al coinvolgimento del Paese nelle risoluzioni delle controversie internazionale, il desiderio di contribuire alla risoluzione di esse e il coinvolgimento nel raggiungimento della pace.5 In merito è importante ricordare che fino al 2013 lo Sheikh Hamad bin Jassim bin Jabr Al-Thani ricopriva, oltre al ruolo di Primo Ministro, il ruolo di Ministro degli Esteri – il che dimostra l’evidente priorità data alla politica estera nei programmi governativi.6 La decisione di collocare la mediazione al centro della politica estera è andata di pari passo con la formazione di una politica estera proattiva, per certi versi troppo ambiziosa, indipendente e innovativa, e rappresenta una chiara dichiarazione di autonomia mirata a ritagliare un’influenza regionale e internazionale.7 Qatar ha ricoperto il ruolo di mediatore in diversi conflitti in Darfur, Etopia-Eritrea, Libano, Somalia, Israele e Palestina, Yemen e Sahara Occidentale, Siria e Indonesia e recentemente in (ri) vediamo i qatarini in Afghanistan.8 La politica estera del Qatar dopo il 1995 L’emiro Sheikh Khalifa bin Hamad Al-Thani ha governato il Qatar dal 1972 al 1995 e ha cercato di garantire la sicurezza del proprio Paese rifugiandosi sotto l’ombrello di protezione saudita.9 Al contrario, quando il figlio, lo Sheikh Hamad bin Khalifa Al-Thani, ha preso il potere con un colpo di Stato nel maggio 1995, Qatar iniziò a adottare una politica estera più indipendente e autonoma. Nell’ultimo decennio, Qatar ha mantenuto ottime relazioni con gli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita ma anche con Iran, Siria, e le organizzazioni Hamas, Hizb Allah, e i Fratelli Musulmani. Allo stesso modo, esiste un’ottima relazione anche con Cina e India in vista dei legami economici ed energetici.10 Nel 1996 Qatar inizia a normalizzare i suoi rapporti con Israele...
ChinaTaiwanUN
di Giulio Chinappi Articolo Originale Il 25 ottobre 1971 il seggio della Cina presso le Nazioni Unite veniva finalmente attribuito all’unico rappresentante legittimo del popolo cinese, il governo della Repubblica Popolare Cinese con sede a Pechino. Il 25 ottobre 1971, la Risoluzione 2758 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite riconosceva la Repubblica Popolare Cinese come “l’unico rappresentante legittimo della Cina presso le Nazioni Unite“. In questo modo, l’ONU rimediava ad un’ingiustizia durata ventidue anni, nel corso dei quali il seggio cinese presso l’organizzazione è stato occupato illegittimamente dal governo nazionalista di Chiang Kai-shek, stabilitosi sull’isola di Taiwan dopo la sconfitta subita per mano dei comunisti di Mao Zedong nella guerra civile cinese. La Repubblica Popolare Cinese, fondata da Mao il 1° ottobre 1949, venne esclusa soprattutto a causa dell’ostilità e dell’ostruzionismo degli Stati Uniti, che sostenevano il governo nazionalista in funzione anticomunista. Inoltre, la Cina, potenza vincitrice della seconda guerra mondiale, aveva diritto anche ad un seggio permanente all’interno del Consiglio di sicurezza, con annesso potere di veto. Washington temeva dunque che l’ingresso di Pechino avrebbe modificato gli equilibri all’interno dell’organizzazione, andando ad affiancare il seggio permanente già a disposizione dell’Unione Sovietica. La Risoluzione 2758 rappresentò una grande vittoria diplomatica per la Cina e, più in generale, per l’antimperialismo e la diplomazia mondiale, mettendo termine alla contraddizione per la quale il Paese più popoloso del mondo non disponeva di un proprio seggio. Fortemente promosso dall’Unione Sovietica, che in precedenza aveva boicottato l’ONU proprio in segno di protesta per la questione riguardante l’assegnazione del seggio cinese, il documento fu approvato da 76 Paesi a fronte di 35 voti contrari, oltre a 17 astensioni. Nonostante il voto negativo degli Stati Uniti, che vi si opposero fino all’ultimo, i Paesi europei, compresa l’Italia, sostennero la Risoluzione, con la sola eccezione delle dittature di Spagna e Grecia, che si astennero. “Non ho mai visto un applauso così clamoroso in vita mia“, ha detto Iftikhar Ali, un giornalista pakistano che ha assistito al momento della votazione. L’ingresso della Repubblica Popolare Cinese all’ONU, tuttavia, fu reso possibile anche dai cambiamenti geopolitici che si verificarono nel corso degli anni ‘60, con l’emergere di numerosi nuovi Stati Indipendenti in Asia e Africa, e la nascita di un fronte dei Paesi del cosiddetto “Terzo Mondo” all’interno del Movimento dei Paesi non allineati. L’ex presidente cileno Ricardo Lagos Escobar, che era membro della delegazione del suo Paese alla 26a sessione dell’Assemblea generale, ha affermato che il ripristino della sede legale della Cina ha rafforzato il ruolo dell’organismo mondiale e ha aumentato la sua rappresentanza a livello globale: “C’era la sensazione che avremmo avuto un’ONU più realistica, più in linea con ciò che è il mondo, e in questo senso, c’era la sensazione che l’ONU si stesse rafforzando come il vero luogo in cui le questioni internazionali devono essere risolte“. “Negli ultimi 50 anni, la Cina ha offerto pieno sostegno alla causa delle Nazioni Unite sostenendo gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, ha svolto un ruolo costruttivo e sempre più importante negli affari internazionali e ha dato un...
di Stefano Vernole Nel XXI secolo sempre più geopoliticamente multipolare, le tradizionali vie di comunicazione tornano in auge a fianco di nuove rotte e destinazioni. Nel 138 A.C. l’Imperatore Wudi della dinastia Han inviò il generale e diplomatico Zhang Qian nel bacino del fiume Tarim, cuore dell’odierno Xinjiang, da cui poi raggiunse il Lago Balqash, nell’odierno Kazakhstan, la Valle del Fergana e la Battriana. Le conquiste della dinastia Han aprirono così la rotta della Via della Seta verso Ovest, negli stessi luoghi dove due secoli prima si era inoltrato, partendo dalla Macedonia, Alessandro Magno1. La catena dei Monti Tien Shan, il cui nome deriva dal cinese tian shan– letteralmente ‘montagne celesti’ – è una sequenza di vette e valli che segna il confine tra la Cina e l’Asia Centrale, attraversando Kazakhistan e Uzbekistan. La catena curva verso sud-ovest lungo il Kirghizistan, dove si incontra con il Pamir e l’Himalaya, e sale fino a raggiungere il punto più alto del pianeta. L’Antica Via della Seta attraversava le montagne Tien Shan nello Xinjiang e verso ovest in direzione del Mediterraneo. La capitale della regione, Urumqi, è situata alla base del settore centrale dei Monti Tien Shan, così come al margine meridionale del bacino del Junggar, che è un’oasi di pianura nel deserto e anche la città dell’entroterra più lontana dagli oceani del mondo. La Silk Road diviene oggi, ancora una volta, l’asse privilegiato per collegare la Cina al Mediterraneo e all’Europa; a livello marittimo si esplicita nella “Collana di Perle” e nel tracciato asiatico del Rimland. Negli anni Trenta del secolo scoso, Nicholas John Spykman riconobbe in tale “regione di frontiera” il perimetro difensivo dell’Hertland, il “centro del mondo” che Sir Halford Mackinder ad inizio Novecento aveva individuato nelle terre su cui si estendeva l’Impero zarista. Lungo tale linea di faglia che comprendeva la Russia europea, la Siberia e le immense steppe dell’Asia centrale, le potenze talassocratiche avevano posto il loro assedio al domino di Mosca (si trovasse sotto gli Zar o in epoca sovietica non faceva alcuna differenza). Ma proprio lungo un percorso così delicato, si era sviluppata la Via della Seta, luogo di transito, di merci, culture e idee che avrebbero condizionato i due estremi della rotta con suggestioni, sincretismi e confronti2. Un politologo statunitense contemporaneo molto influente, Zbigniew Brzezinski, nel 1998 delineò il concetto di “Balcani Eurasiatici”, un’area molto vasta che coinvolge l’Asia Centrale e il Medio Oriente sino a lambire alcuni territori dell’Europa Orientale, dell’Africa Orientale e dell’Asia Meridionale, all’interno della quale si concentrano la più vasta riserva di materie prime del pianeta ma anche i più i grandi conflitti interetnici ed interreligiosi. I “Balcani Eurasiatici” inglobano naturalmente il cuore dell’Antica Via della Seta, in particolare i reticolati terrestri che la definiscono. Come sottolineato anche da Samuel Huntington: “La polveriera non è il Medio Oriente. Il Medio Oriente è la seconda parte della miccia. La polveriera si trova in un punto imprecisato della cosiddetta area turanica (Iran, Afghanistan, Tagikistan, Azerbaigian, Uzbekistan, Pakistan), che da secoli rappresenta il...
di Marco Costa Come già si è intuito nei precedenti capitoli, la regione dello Xinjiang per tutto il corso della sua storia ha rappresentato un crocevia multiculturale unico, fatto di migrazioni, conflitti, riappacificazioni tra le popolazioni dell’Asia centrale, ponendosi al centro di due diversi poli culturali e politici, ovvero quello cinese ad oriente e quello turco e arabo ad occidente. Va ricordato che attorno all’anno 840, un gran numero di Uiguri entrò nello Xinjiang per stabilirvisi. Gli Uiguri, originariamente chiamati Uyghur, discendevano dall’antica tribù Teli.1 Furono prima presenti nei bacini dei fiumi Selenga e Orkhon, per poi trasferirsi a nord del fiume Tura. Nel 744, gli Uiguri fondarono un khanato a Mobei e in seguito inviarono ripetutamente le loro truppe a sostegno delle autorità centrali Tang a reprimere la ribellione di An Lushan-Shi Siming. Il khanato uiguro crollò nell’840 per diversi fattori concomitanti, quali disastri naturali, conflitti interni e attacchi subiti dall’antica tribù Jiegasi. Di conseguenza, la maggior parte degli Uiguri emigrò verso ovest. Peraltro, alcuni loro sottogruppi si trasferirono nelle moderne regioni di Jimsar e Turpan, dove fondarono il regno di Gaochang Uighur. Un altro sottogruppo minoritario si trasferì nelle praterie desertiche, vivendo in condizione di semi-nomadismo in diverse aree disseminate nell’Asia centrale a Kashi2, e si unì ai popoli Karluk e Yagma nella fondazione del regno di Karahan. Successivamente, il bacino del Tarim e le aree circostanti caddero sotto il dominio del regno di Gaochang Uighur e del regno di Karahan.3 I residenti locali si amalgamarono con gli Uiguri che si erano trasferiti ad ovest, gettando così le basi per la successiva formazione del gruppo etnico uiguro. Nel 1124, Yollig Taxin, membro della casa regnante della dinastia Liao (916-1125), guidò il suo popolo, la tribù Khitan, verso ovest e conquistò lo Xinjiang, dove stabilì il regno del Liao occidentale. All’inizio del XIII secolo, Gengis Khan avrebbe poi capeggiato una spedizione con il suo esercito verso lo Xinjiang, dove concesse i territori che aveva conquistato ai suoi figli e nipoti. Gli Uiguri, a questo punto, assimilarono ulteriormente una parte delle popolazioni Khitan e dei Mongoli.4 Inoltre le influenze mongole in questo periodo furono ancora più significative, dovute all’influenza degli Oirat (o Zungari); in particolare quelli dell’area di Moxi (l’area a ovest dei vasti deserti dello sterminato altopiano mongolo) durante la dinastia Ming (1368-1644). Oirat che prima vivevano in aree sparse lungo il corso superiore del fiume Yenisaey, diffondendosi gradualmente nel corso medio dei bacini dei fiumi Ertix e Ili. Con l’inizio del XVII secolo si assistette poi all’ascesa delle tribù Junggar, Dorbüt, Huxut e Turgut. Nel 1670, gli Junggar occuparono il bacino del fiume Ili, ponendosi al comando delle quattro tribù, e posero lo Xinjiang meridionale sotto il loro controllo. Dal 1760 in poi, il Governo della dinastia Qing (1644-1911) inviò truppe Manchu, Xibe e Suolun (Daur) dal nord-est della Cina nello Xinjiang per rafforzare la difesa di frontiera della regione, che andarono ulteriormente ad arricchire il panorama etnico dello Xinjiang. Successivamente, anche russi e tartari migrarono nello...
GERD
di Giacomo Leccese Con il presidential statement del 15 settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha esortato Egitto, Etiopia e Sudan a riprendere i colloqui, mediati dall’Unione Africana (UA), riguardo il riempimento e il funzionamento della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), la diga etiope in costruzione sul Nilo Azzurro, che da dieci anni ormai alimenta una controversia tra i tre paesi africani sullo sfruttamento delle acque del Nilo. Le ragioni dietro la controversia Etiopia Il progetto di costruzione della GERD, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari e che al termine dei lavori sarà il più grande sistema idroelettrico africano, è stato lanciato nel 2011 e risponde a diverse esigenze di politica interna ed estera dell’Etiopia. La volontà principale è quella di sfruttare maggiormente le acque del Nilo: infatti, queste derivano per l’86% dalle alture etiopi, ma nel 2014 l’Etiopia aveva sviluppato meno del 3% della sua potenziale forza idrica e circa l’80% della popolazione non aveva accesso all’elettricità.i La GERD risponde proprio a questa necessità perché produrrà circa 6000 megawatt di elettricità e questo da un lato permetterà di soddisfare il fabbisogno etiope, con il National Electrification Program che punta al 100% di elettrificazione entro il 2025, e dall’altro consentirà di esportare energia all’estero, con entrate annuali previste per circa 2 miliardi di dollari.ii Questa produzione di energia a basso costo, inoltre, è strettamente legata alle strategie di sviluppo economico del paese e, secondo i piani iniziali, avrebbe dovuto sostenere il processo d’industrializzazione interno, così da trasformare l’Etiopia in una realtà a medio reddito entro il 2025.iii Lo stesso ex Primo Ministro Meles Zenawi, al tempo della cerimonia di inizio dei lavori, dichiarò che la diga avrebbe giocato un ruolo decisivo nello sradicamento della povertà nel paese.iv La costruzione della diga, infine, veste un’importanza cruciale anche in politica estera: infatti, l’Etiopia ha sempre visto gli svantaggiosi trattati sulla gestione delle acque del Nilo, siglati con le potenze coloniali e con l’Egitto, come l’espressione di una subordinazione del Paese agli attori esterni e, dunque, la costruzione della GERD costituisce per il popolo etiope una sorta di riscatto nazionale. Inoltre, il progetto idroelettrico alimenta le ambizioni etiopi di acquisire sempre più influenza regionale e porsi come potenza egemone del Corno d’Africa. Non è un caso, infatti, che il progetto sia stato lanciato proprio nel 2011, quando la principale protagonista dell’idro-politica regionale, l’Egitto, era indebolita dai risvolti interni successivi alle Primavere Arabe.v Egitto Proprio l’Egitto è stato l’attore maggiormente coinvolto dalla decisione etiope di costruire la diga sul Nilo Azzurro. Questo non è dovuto soltanto a un discorso di influenza regionale, ma più che altro alle caratteristiche geografiche egiziane. L’Egitto è dipendente al 98% dalle acque provenienti dall’esterovi e, dunque, essendo a valle rispetto all’Etiopia, verrebbe fortemente impattato dalla costruzione della GERD. Il fiume, infatti, riveste e ha sempre rivestito un’importanza cruciale nella vita economica e sociale egiziana tanto che lo storico greco Erodoto, nel V secolo a.C., definì l’Egitto un “dono del Nilo”, che inonda e rende...