Un importante lavoro di traduzione di Giorgio Corona dall’inglese propone per la prima volta in italiano Ideali democratici e realtà, la principale opera di Harold John Mackinder, il padre della geopolitica, dopo 102 anni ancora inedita nella nostra lingua. Un libro estremamente attuale che, oltre ad analizzare i fatti storico-geografici della prima guerra mondiale, fornisce idee e soluzione concrete per un mondo più sereno e in pace; ideali localisti, nazioni equilibrate e fratellanza come apice del benessere tra di esse. Scarica un piccolo estratto di un’opera fondamentale per l’approccio alla geopolitica moderna. Acquistabile su Amazon
centro studi eurasia e mediterraneo
di Andrea Turi Le storie giornalistiche non dovrebbero mai avere come protagonista un “bravo ragazzo” e un “cattivo ragazzo” perché, il mestiere del giornalista prevede semplicemente che nel raccontare un qualcosa – non importa cosa nello specifico – si dia spazio a tutte le parti in causa affinché le informazioni che formano la storia siano rese al lettore in modo imparziale. Questa la teoria. Ma, la realtà dei fatti vuole che quanto più ci si professa fieri sostenitori di una qualsiasi teoria validandone e difendendone i postulati, significa che non si ha la minima intenzione di metterla in pratica ed è così che media diventa sinonimo di cattivo giornalismo. Le vicende di Hong Kong non fanno eccezione. Aprire un elaborato giornalistico con una immagine non rientra, certo, nei canoni tradizionali della professione ma, talvolta (e questo è il caso), è scelta propedeutica allo sviluppo dell’argomento trattato nell’articolo: Fonte: With People In The Streets Worldwide, Media Focus Uniquely On Hong Kong – PopularResistance.Org Bernard Chan sulle pagine del South China Morning Post mette sul piatto due possibili spiegazioni di tale copertura dei media statunitensi (ma i confini del discorso possono essere tranquillamente allargati sino a comprendere i media mainstream a tutto tondo): uno tecnico, legato ai criteri di “notiziabilità”,l’altro che rimanda ad un uso strumentale del racconto mediatico, come se “questeorganizzazioni dei media avessero un ruolo diverso da svolgere”. I dati rappresentati nel grafico si riferiscono al 2019, anno che può essere annoverato come uno degli “anni di protesta” della “protesta globale”, visto che manifestazioni di ogni genere e portato hanno riempito le strade del mondo: da quelle organizzate dai Gilets Jaunes in Francia a quelle che si sono registrate in Libano, Gaza, Cile, Ecuador e Haiti, manifestazioni e movimenti popolari che hanno coperto le più disparate zone del globo. I media sono stati sproporzionatamente interessati ad una soltanto: “le proteste di Hong Kong”. In totale, ci sono state 737 storie sulle proteste di Hong Kong, 12 sull’Ecuador, 28 su Haiti e 36 sul Cile, con rapporti di copertura simili per le due testate prese in considerazione nello studio del portale online Fairness & Accuracy In Reporting (fair.org). Più che di copertura mediatica si può parlare piuttosto di una “ossessione”dei media d’oltre-atlantico per le vicende interne della Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Eppure, secondo il principio di prossimità geografica, negli Stati Uniti dovrebbero essere più interessati a coprire gli eventi che si registrano nel proprio “giardino di casa”, dove si sono verificati disordini di gran lunga peggiori. In Cile, ad esempio, considerata l’economia più sviluppata del Sud America, a ottobre del 2019 sono scoppiate grandi proteste a seguito dell’aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Almeno 26 persone sono state uccise, diverse migliaia i feriti e oltre 25.000 gli arresti; nel vicino Ecuador, sempre nel mese di ottobre, sono scoppiate proteste contro le misure di austerità imposte dal Governo. Otto i decessi registrati durante le manifestazioni. Nei Caraibi, Haiti ha sofferto per oltre un anno di disordini diffusi a...
Articolo originale pubblicato in media partnership con Asrie Analytica Il recente incontro tra i rappresentanti del Governo turkmeno e i talebani sembra aver dato nuove speranze per la realizzazione del progetto del gasdotto TAPI, infrastruttura che all’interno dello scacchiere geopolitico euroasiatico vede scontrarsi gli interessi di attori internazionali (Stati Uniti, Russia, Cina) e regionali. Secondo recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri del Turkmenistan, Rashid Meredov, il 6 febbraio ad Ashgabat ha avuto luogo un incontro fra gli alti rappresentanti del Ministero degli Esteri turkmeno e una delegazione dell’ufficio politico del movimento talebano guidato dal mullah Abdul Ghani Baradar. Il motivo dell’incontro è stato la questione sicurezza in Afghanistan. Il Turkmenistan sembra intenzionato a portare avanti il progetto TAPI, ovvero un gasdotto che attraverserebbe Turkmenistan, Afghanistan, Pakistan e India, sviluppato dalla Galkynysh – TAPI Pipeline Company Limited con la partecipazione della Banca di Sviluppo Asiatico (ADB) che vede l’appoggio anche di Washington. Sono stati proprio gli Stati Uniti recentemente a sostenere che il grado di violenza interna del paese è ancora troppo elevato e ad accusare i talebani di non tagliare i legami con al-Qaeda come concordato. Il rappresentante speciale degli Stati Uniti per la riconciliazione dell’Afghanistan, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad, ha visitato ad inizio gennaio Afghanistan, Pakistan, Qatar (in Qatar vi è la sede diplomatica dei talebani) e Turkmenistan, ma il contenuto degli incontri ad oggi non è stato reso noto. La delegazione talebana ha assicurato che il gasdotto TAPI non subirà attacchi, ma al contrario, come dichiara il membro del team di negoziazione Suhail Shaheen, si impegneranno a garantirne la sicurezza. Il gasdotto prevede una sezione di 700 km nell’area afgana dove attraverserà le città di Herat e Kandahar, portando più di 30 miliardi di metri cubi di gas naturale dal giacimento turkmeno di Galkynysh verso il Pakistan (attraverso le città di Quetta e Multan) e l’India (raggiungerà la città di Fazilka). La lunghezza del tratto turkmeno del gasdotto TAPI, la cui costruzione è stata avviata a dicembre 2015, sarà di 205 chilometri. La volontà congiunta dei governi turkmeno e afghano di sottolineare la fattibilità del progetto in termini di sicurezza nasce probabilmente dal tentativo di attirare investimenti stranieri in un’opera che fino ad oggi sembrava irrealizzabile. Il 7 gennaio hanno avuto luogo colloqui fra la Banca Mondiale e i funzionari del Ministero delle Finanze e dell’Economia del Turkmenistan per discutere le opzioni per un prestito agevolato a lungo termine. Il 6 gennaio il Viceministro degli Esteri turkmeno Vepa Khadzhiyev ha parlato al telefono con l’inviato speciale della Germania in Afghanistan e Pakistan, Markus Potzel, per discutere degli sforzi previsti per aiutare la rinascita dell’Afghanistan. L’8 gennaio è stato il turno della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il governo turkmeno è da diverso tempo in cerca di sovvenzioni statunitensi per supportare le piccole e medie imprese locali del settore industriale. Inoltre, il Pakistan, che collabora già con il Turkmenistan nel settore petrolifero e del gas, ha iniziato a sviluppare una strategia per includere Ashgabat nella cooperazione commerciale dei cinque paesi dell’Asia centrale. Islamabad ha comunque manifestato il...
di Stefano Vernole La ripresa economica post-Covid: Hong Kong nel Piano quinquennale cinese La pandemia generata dal virus Covid-19 ha evidentemente inferto un durissimo colpo all’economia mondiale e alle catene di valore globali, obbligando i vari Paesi a riprogrammare le proprie iniziative in base alle mutate esigenze. Avendo adottato da subito e con fermezza le misure necessarie ad uscire dalla crisi sanitaria, la Repubblica Popolare Cinese registra alla fine dell’anno in corso dati economici positivi: nel dicembre 2020, l’attività non manifatturiera e quella manifatturiera hanno raggiunto infatti il loro massimo livello rispettivamente da 8 e 10 anni1. Il nuovo Piano quinquennale cinese (2021-2025) ha delineato la strategia della “doppia circolazione” tra crescita interna ed estera, che pone particolare attenzione alla qualità dello sviluppo: espansione della domanda domestica, autonomia scientifica e tecnologica, sradicamento definitivo della povertà e tutela dell’ambiente ne costituiscono gli obiettivi principali. Contrariamente ad alcune errate interpretazioni della stampa occidentale, questo concetto promuove certamente un ruolo più forte della domanda interna nel guidare la crescita ma, allo stesso tempo, non chiude la porta agli scambi internazionali, bensì manifesta l’intenzione di attrarre investimenti e tecnologia dall’estero aprendo ulteriormente i mercati finanziari e favorendo l’accesso al mondo delle imprese (ricordiamo al proposito che l’1 gennaio 2020 è entrata in vigore la nuova legge cinese di tutela degli investimenti stranieri e che nel maggio 2020 è stato approvato il Codice Civile cinese). In coerenza con quanto previsto dal piano “Made in China 2025” che prevede l’autosufficienza della nazione nel settore dell’alta tecnologia industriale, il Governo di Pechino promuoverà ulteriormente il processo di urbanizzazione e rafforzerà la rete di sicurezza sociale; la crescita della produttività richiede maggiore innovazione nel dominio hi-tech e un continuo trend di “apprendimento dall’estero”, attraendo nuovi investimenti internazionali. Secondo il recente rapporto della nota Compagnia McKinsey2, nel mondo post Coronavirus si distinguono alcune tendenze dominanti, tra le quali l’aumento della digitalizzazione e la crescita della concorrenza. Prima del Covid-19 la Cina era già leader digitale nelle aree rivolte ai consumi che rappresentavano il 45% delle transazioni di e-commerce globali. In particolare, la penetrazione dei pagamenti mobili – i mobile payment – era tre volte superiore a quella degli Stati Uniti. Nel settore sanitario le interazioni digitali hanno subito un’accelerazione con la rapida crescita delle consultazioni online, in parte grazie a un cambiamento normativo nella politica di rimborso, con più ampie interazioni virtuali tra rappresentanti farmaceutici e medici. Questi cambiamenti si sono verificati in vista dell’ampia diffusione della tecnologia 5G, che probabilmente catalizzerà l’utilizzo di strumenti digitali: “La crisi sanitaria e le tensioni commerciali con gli Stati Uniti hanno evidenziato il fatto che l’arresto di una linea di produzione in Cina può avere un impatto negativo sull’acquirente finale, ma anche sul produttore (in questo caso la Cina). Pechino ha quindi rapidamente deciso di rimpatriare alcune filiere (per avere fonti alternative) e di potenziare l’innovazione nelle capacità esistenti (con l’utilizzo di robot, ad esempio, meno vulnerabili alle pandemie). Impensabili fino a meno di 2 anni fa, questi cambiamenti radicali sono...
Storie di avventurieri, esploratori e missionari sull’isola di Hong Kong (parte prima) di Marco Costa Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, Hong Kong conserva alle sue spalle una storia tanto ricca quanto particolare. Storia, come abbiamo visto, che non è solo fatta di crescita economica e di scambi commerciali, ma che più segretamente rimanda ad episodi leggendari, talvolta misteriosi, spesso legati alle sue attività marittime. Hong Kong, ben prima di diventare una capitale finanziaria dell’Asia e dell’intero pianeta per come la conosciamo oggi, è stata per secoli il crocevia di avventurieri, missionari, pellegrini, faccendieri ed impostori, che vedevano nel “Porto profumato” l’occasione per scappare dalle terre di origine – fossero queste in Asia o in Europa – e sull’Isola ricostruirsi una vita. Ma, ancora prima, è stato l’approdo di numerosi esploratori provenienti dall’Europa. Una figura che si lega strettamente a questa città, è quella di Jorge Álvares, esploratore portoghese che probabilmente è stato il primo europeo ad aver raggiunto Hong Kong e la Cina via mare.1 Questo esploratore nel maggio del 1513 salpò dalla città birmana di Pegu col capitano originario della Malacca Rui de Brito Patalim, a bordo di una piccola flotta composta da sei giunche, con un equipaggio prevalentemente formato da marinai portoghesi. Álvares compì il suo primo sbarco in terra cinese nella città di Guangdong nel maggio 1513. Qui, e più precisamente sull’isola di Lintin situata nell’estuario del fiume delle Perle, eresse un monolite in pietra con incisa la tipica croce portoghese in omaggio al Re del Portogallo. Lo scopo di questa spedizione fu da un lato l’esplorazione geografica, ma anche l’interesse commerciale. Poco tempo dopo, infatti, il più celebre esploratore Alfonso de Albuquerque, già Duca di Goa, inviò Rafael Perestrello a cercare di intessere relazioni commerciali con i cinesi. Usando una nave di Malacca, Rafael sbarcò sulle coste meridionali di Guangdong sempre nel 1513, diventando il primo europeo a sbarcare sulla terraferma in Cina.2 Negli anni successivi Álvares partecipò al tentativo di fondare insediamenti a Tuen Mun, nei dintorni di Hong Kong; a queste prime spedizioni pionieristiche seguirono numerosi insediamenti commerciali portoghesi nella zona, poi culminati nella creazione di Macao. Peraltro, i rapporti tra portoghesi e cinesi non furono sempre pacifici, basti ricordare che nel 1517 i coloni lusitani combatterono contro l’esercito imperiale cinese, e pare che lo stesso Álvares abbia preso parte allo scontro. Per certi versi, la storia della città di Macao è differente ma complementare a quella di Hong Kong. Questo territorio divenne infatti colonia portoghese nel 1552 e fu riconosciuta come tale dalla Cina nel 1670, nonostante il fatto che nel corso del XVII secolo gli olandesi tentassero ripetutamente di conquistarla. Dopo una breve parentesi spagnola, il Portogallo riottenne l’indipendenza sotto la dinastia Braganza nel 1640 e, siccome per tutto il periodo “spagnolo” Macao si ritenne sempre solo soggetta al Portogallo, le fu dato dai lusitani il titolo ufficiale di Cidade do Nome de Deus, de Macau, Não há outra mais Leal.3 Tuttavia, e per questa ragione la storia di Macao...
Articolo pubblicato su STRATEGIC-CULTURE “Soft power” is a useful concept whose invention is attributed to Joseph Nye in the 1980s. “Hard power” is easy enough to understand: it’s the USS Missouri in Tokyo Bay or Marshal Zhukov in Berlin. But soft power is more subtle: in Nye’s words: “many values like democracy, human rights, and individual opportunities are deeply seductive.” There are two commonly used ranking lists: Portland – Soft Power 30 – and Brand – Global Soft Power Index. Portland’s top ten in 2019 were France, UK, Germany, Sweden, USA, Switzerland, Canada, Japan, Australia and Netherlands. Brand’s in 2020 were USA, Germany, UK, Japan, China, France, Canada, Switzerland, Sweden and Russia. The first rating is very Eurocentric, the other includes Russia and China. Another difference is the position of the United States, but that doesn’t really make much difference to the point of my essay which is about soft power then, now and in the near future. The Second World War brought the true flowering of the USA’s soft power; from the cargo cults of Melanesia to the cargo cults of Europe, GIs brought the dream to everyone. The USA won the war in a way that no other power did – it emerged immensely stronger and richer into a world in which its natural competitors had been impoverished. At Bretton Woods and San Francisco it shaped the new world to a degree that no other power could. And, understandably, it shaped it to its own benefit, quite convinced that it had every right to do so as the victor and exemplar of the better future. Only the USSR and its sphere grumpily disagreed. These were the glory times of American soft power. I often think of the movie Roman Holiday in which the American reporter is civilised, polite, doesn’t take advantage of her but gives her confined life a moment of fun and freedom. The best kind of propaganda. (And, interestingly, one of the screenwriters had been blacklisted. Which gives another layer to this intensely pro-American movie, doesn’t it?) To a friend who grew up in England before and during the Second World War, everything about the USA was exciting. That was soft power in action: bright new future. I would argue that American soft power stood on four pillars: the attractiveness and excitement of its popular culture, its reputation for efficiency, rule of law and the “American Dream”. Every American could expect that his children would be better off – better off in every respect: healthier, longer-lived, better educated, happier, richer – than he was. Some of this was image and propaganda but enough of it was true to make people believe. The wrappings of freedom, wealth and excitement made the package almost irresistible. The USA owed a great deal of its pre-eminence to sheer luck. Sitting on immense natural resources far from enemies, almost all of its wars were wars of choice and usually wars against greatly inferior forces. But, as Stephen Walt argues, its long run of luck may be ending. “The result was a brief...
Stiamo cercando contributi per Geopolitical Report Vol. 2/2021 dal titolo “Geopolitica dell’Arabia Saudita: politica estera, mercato energetico e Vision 2030 ″, una pubblicazione che focalizzerà l’attenzione sull’Arabia Saudita approfondendo la conoscenza della sua politica estera e interna, strategia socioeconomica, background culturale e religioso. ASRIE Analytica in collaborazione con CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo invita analisti, accademici di qualsiasi livello educativo e professionale (MA, PhD, Post-Doc e oltre), giornalisti ed esperti di diversi settori sono invitati a presentare relazioni sull’Arabia Saudita includendo ma non limitato a: Geopolitica dell’Arabia Saudita Saudi Vision 2030 e diversificazione economica Arabia Saudita, wahhabismo e rapporti con il resto del mondo musulmano Arabia Saudita e mercato energetico Riyad e la guerra al terrorismo Relazioni saudite con Stati Uniti, Russia, Cina ed Europa L’iniziativa cinese Belt and Road e le sue implicazioni per l’Arabia Saudita Arabia Saudita e media internazionali Contatta la nostra organizzazione indicando l’argomento del tuo paper e invia il tuo contributo a info@asrie.org. Scadenza: 28 febbraio 2021 Si prega di rispettare le seguenti linee guida e il formato del testo riportato dalla nostra organizzazione. Queste sono le linee guida generali del documento che dovresti inviarci. Ogni carta dovrebbe avere: Un titolo, nome dell’autore / i, una breve biografia in italiano e inglese dell’autore / i e delle possibili affiliazioni, abstract in inglese e italiano (200/300 parole), 5-6 parole chiave in inglese e italiano. Testo in inglese o italiano (secondo la volontà dell’autore). Riferimenti APA Style nelle note a piè di pagina. Formato Times New Roman 14, giustifica il rientro della prima riga 0,6, interlinea 1,5, 3.000-5.000 parole. Titolo: Times New Roman 12 in grassetto, Titoli dei paragrafi: Times New Roman 12 in grassetto e corsivo Note a piè di pagina Times New Roman 10, giustificare, solo per citazioni e dati essenziali. Riferimenti bibliografici (Stile citazione APA) – Note a piè di pagina. Si prega di seguire le istruzioni di seguito. LIBRO: Autore (Anno di pubblicazione) Titolo dell’opera . Editore Città, Stato: Editore. GIORNALE ACCADEMICO: Autore (Anno di pubblicazione) Titolo dell’opera. Nome della rivista accademica, numero e volume , pp. GIORNALE: Autore (Anno,) Titolo articolo. Titolo della rivista , pp. ARTICOLO ONLINE: Autore (Anno di pubblicazione) Titolo dell’articolo. Sito web. Link (dati di accesso).
È già disponibile, a soli 8 euro, Il risveglio dell’orso, il nuovo numero di Scenari Internazionali dedicato alla Federazione Russa, allo scopo di comprenderne i cambiamenti: dalla recente riforma costituzionale all’innovazione tecnologica, dalla nuova strategia artica alla diversificazione economica, spinta in particolare dal piano di import substitution adottato da Mosca in risposta alle sanzioni europee. Il potenziale, ancora non espresso appieno, del turismo e della moda ci consegna poi una realtà almeno in parte diversa dagli stereotipi che caratterizzano molti dei pregiudizi in voga in Occidente. Impreziosiscono l’uscita le interviste all’Ambasciatore russo in Italia, Sergej Razov, e al Presidente della Rappresentanza Commerciale russa in Italia, Igor Karavaev. Prenota la tua copia
di Andrea Turi Dopo aver analizzato il contenuto della Legge di sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong e passato in rassegna le interferenze estere – politiche e da parte delle Organizzazioni Non Governative(“Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong” e “Un anno di proteste nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. La catena dei finanziamenti esteri e gli scopi”) – negli affari interni della Cina e gli scopi di tali azioni, adesso è giunto il momento di portare la nostra analisi sul “campo di battaglia”. In questo articolo ci occuperemmo dei personaggi che sono coinvolti nelle proteste contro Pechino. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. Chissà se Andre Vltchek ha pensato a questo aforisma di Milan Kundera nello scrivere la lettera aperta indirizzata ai giovani di Hong Kong1: ora che la vostra città è in fiamme da più di sei mesi, le vostre famiglie divise e non si vede fine alla violenza, ho deciso di scrivere questo breve saggio, sotto forma di lettera aperta, ai giovani di Hong Kong. Prima di tutto, voglio chiedere: perché? Perché tutto questo fumo e fuoco, ira e violenza? Le vostre vite, prima delle cosiddette “proteste” o “rivolte”, erano davvero così tristi? Hai vissuto in una delle città più ricche della terra. Anche secondo le valutazioni occidentali, Hong Kong ha uno dei più alti “indici di libertà”, superiore a quello della maggior parte dei Paesi occidentali. L’acqua che esce dai tuoi rubinetti è pulita, Internet è estremamente veloce, i trasporti pubblici sono economici e uno dei migliori al mondo. Puoi goderti un’entusiasmante vita culturale, nonché grandi spazi pubblici costruiti lungo le tue imponenti coste; naturalmente, Hong Kong non è un posto perfetto, poiché non ci sono posti perfetti su questo pianeta. Il tuo alloggio è tra i più costosi al mondo. Le opportunità di lavoro per i laureati non sono davvero eccellenti. Alcune città della Cina continentale sono ora luoghi più eccitanti in cui vivere, creare e sognare della “cara vecchia” Hong Kong. Tuttavia, è una città affascinante e solida, con una propria cultura, mentalità e una storia complessa. E per molti versi è una bellissima città; bella e unica. Allora perché? Quello che è successo? Perché all’improvviso tanta rabbia e tanta frustrazione? Dovremmo parlarne? Per favore, vediamo. Ho lavorato in circa 160 Paesi e territori, in tutti i continenti. Ho scritto e filmato molte guerre e conflitti. Ho raccontato rivoluzioni e ribellioni, ma anche terribili rivolte innescate dai Paesi occidentali. Probabilmente avrete sentito parlare delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, o della “primavera araba”. Ho assistito in prima persona al destino dei Paesi che sono stati occupati e poi completamente distrutti dagli Stati Uniti e dalla NATO: Afghanistan e Siria, Iraq e Colombia, solo per citarne alcuni. Ho visto milioni di vite in rovina in nazioni in cui l’Occidente ha rovesciato i Governi di sinistra e poi ha iniettato il...
di Prof. Oscar Bastidas Delgado – Universidad Central de Venezuela (UCV). A pesar de la situación país y de la hiperinflación, entre otros aspectos, en Venezuela aún existen experiencias cooperativas de reconocidos impactos, previas y a pesar de la presidencia del fallecido Tte. Coronel (r) Hugo Chávez Fría, gracias a esfuerzos de activos cooperativistas en diversas regiones y sectores del país, organizadas inicialmente en capítulos y federaciones y luego en Centrales Cooperativas Regionales (CCR) integradas en la Central Cooperativa Nacional de Venezuela (Ceconave), central nacional autodefinida como “democracia participativa en marcha” “bajo el entendido de que la democracia se labra cotidianamente en las decisiones estratégicas, en la gestión económica-operativa, en los procesos de integración-intercooperación, en lo educativo-cultural, en la rendición de cuentas al colectivo, y en unas relaciones con la sociedad que apunten a la autogestión con base en principios y valores”. Gracias a la convergencia de los organismos de integración existentes a finales de los 90, Ceconave, la Federación de Cooperativas de Transporte de Venezuela (Fecotrave), la Federación de Cooperativas de Servicios de Venezuela (Fecoseven), y la totalidad de las CCR, unieron esfuerzos en un Equipo Cooperativo Constituyente Nacional, con el fin de llevar propuestas bajo forma de artículos ante la Asamblea Nacional Constituyente de 1999 y así fortalecer la presencia del cooperativismo e incluir en la nueva Constitución Nacional (CN), los términos Economía Social y mutuales. A tales efectos: 1.- se formularon ocho propuestas; 2. – algo más de 22.000 cooperativistas seleccionaron tres candidatos a diputados de una lista inicial de 13 candidatos propuestos de cooperativas de base, ninguno salió electo dado el truco electoral de las Listas Morochas utilizado por Chávez que le concedió una amplia gama de diputados; y 3.- finalmente se entregaron las propuestas al presidente de la Asamblea Constituyente en acto público de esa asamblea. Con miles de firmas de respaldo. Fue así como en este país, ambos términos, Economía Social y mutuales, poseen rango constitucional y las cooperativas se mencionan en cuatro artículos y no en uno como en la CN anterior. Posteriormente, sin que su programa de gobierno mencionara las cooperativas ni haberlas considerado en sus dos primeros años de gobierno, el fallecido Chávez habló de impulsarlas en una alocución de finales del año 2000, señalando su intención de modificar la Ley General de Asociaciones Cooperativas y la de promulgar una Ley de Economía Social. La modificación de la primera ley la realizó gracias a que desde Ceconave se le entregó una propuesta de reforma que tuvo pocas modificaciones para su promulgación como Ley Especial de Asociaciones Cooperativas (30/08/2001), la segunda no se mencionó jamás. La suerte estaba echada, en el 2002, A partir de la promulgación de la ley especial, Chávez inició una desbocada carrera por la creación de cooperativas cometiendo el error de convocar a los círculos bolivarianos, los comités de base de su partido, a que constituyesen cooperativas, convocatoria que hizo que un cooperativista y profesor universitario nominado para el cargo de Ministro de Estado para el Desarrollo de la Economía Social renunciase a asumir ese cargo...