12 Ottobre 2026

Mese: Gennaio 2021

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di Vjacheslav Ivanov Traduzione di Guido Benni Gli ultimi anni sono diventati una sorta di autotestimonianza del test di resistenza in corso per il progetto di integrazione europea. Il crescente sostegno ai partiti di destra nelle elezioni parlamentari in Francia, Germania e Austria nel 2018, e successivamente nelle elezioni paneuropee al Parlamento europeo nel maggio del 2019, le “crisi dello stato di diritto” in Polonia e Ungheria, gli inglesi e le questioni catalane, e anche, i disaccordi degli stati membri sulla distribuzione dei rifugiati dai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente non solo determinano l’agenda per le élite europee, ma diventano anche una chiara prova della “crisi esistenziale” [ 1] nell’UE. In queste condizioni, l’Unione europea deve affrontare un compito concettuale completamente nuovo: trovare un equilibrio tra stabilità politica e politica di allargamento. La revisione dell’approccio basato sul valore stabilisce nuovi orientamenti per la costruzione della politica estera dell’Unione, anche nella sua direzione orientale nel quadro della politica europea di vicinato. L’UE continuerà la sua “politica di buon vicinato” orientata ai valori nei confronti di Ucraina, Moldova e Georgia ma sarà in grado di agire come un legittimo modello di valore nel contesto di una crisi concettuale? Pertanto, la soluzione più ottimale alle sfide di politica interna ed estera per l’UE è il passaggio dal concetto di potere normativo, in cui l’UE agisce come un “legislatore” e un centro attraente circondato da stati satellite, alla categoria della ” resilienza”. Il concetto stesso di resilienza è stato introdotto nel discorso ufficiale europeo nella comunicazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio dell’UE sull’approccio dell’UE alla resilienza del 2012 ed è definito dalla Commissione europea come “la capacità di un individuo, comunità, paese o regione ad adattarsi e a riprendersi rapidamente da stress e shock”[2]. In altre parole, questa strategia mira a eliminare gli squilibri all’interno dell’Unione e a promuovere la formazione di società, stati ed economie resistenti allo stress attorno al perimetro. La strategia di sicurezza globale dell’Unione europea “Visione condivisa, un approccio: un’Europa forte”, presentata al vertice del Consiglio europeo del 28 giugno 2016, ha incorporato le idee chiave di questo concetto. Un’analisi della strategia di sicurezza europea del 2003 ha rivelato una serie di differenze fondamentali, che vanno da una visione comune della politica estera e di sicurezza dell’UE alle questioni di sicurezza e alla natura delle relazioni con i paesi dell’Europa orientale. In primo luogo, la percezione stessa del problema della sicurezza sta cambiando: se prima l’UE mirava a rafforzare la sicurezza regionale e internazionale attraverso la sua “missione di mantenimento della pace”, la nuova strategia cerca di garantire la sicurezza ai cittadini e al territorio della stessa Unione europea come priorità. Il vettore orientale della politica estera è considerato solo nel contesto della prevenzione e della risoluzione dei conflitti nel vicinato con l’obiettivo di minimizzare le minacce ai confini dell’Unione. In secondo luogo, il concetto liberal-democratico viene sostituito dal concetto di “sostenibilità” come principio chiave nelle relazioni dell’UE con gli Stati vicini. Nell’ambito...
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di Andrea Turi Dopo aver analizzato il contenuto della Legge di sicurezza nazionale della Regione amministrativa speciale di Hong Kong e passato in rassegna le interferenze estere – politiche e da parte delle Organizzazioni Non Governative(“Le ingerenze straniere nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong” e “Un anno di proteste nella Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong. La catena dei finanziamenti esteri e gli scopi”) – negli affari interni della Cina e gli scopi di tali azioni, adesso è giunto il momento di portare la nostra analisi sul “campo di battaglia”. In questo articolo ci occuperemmo dei personaggi che sono coinvolti nelle proteste contro Pechino. Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro. Chissà se Andre Vltchek ha pensato a questo aforisma di Milan Kundera nello scrivere la lettera aperta indirizzata ai giovani di Hong Kong1: ora che la vostra città è in fiamme da più di sei mesi, le vostre famiglie divise e non si vede fine alla violenza, ho deciso di scrivere questo breve saggio, sotto forma di lettera aperta, ai giovani di Hong Kong. Prima di tutto, voglio chiedere: perché? Perché tutto questo fumo e fuoco, ira e violenza? Le vostre vite, prima delle cosiddette “proteste” o “rivolte”, erano davvero così tristi? Hai vissuto in una delle città più ricche della terra. Anche secondo le valutazioni occidentali, Hong Kong ha uno dei più alti “indici di libertà”, superiore a quello della maggior parte dei Paesi occidentali. L’acqua che esce dai tuoi rubinetti è pulita, Internet è estremamente veloce, i trasporti pubblici sono economici e uno dei migliori al mondo. Puoi goderti un’entusiasmante vita culturale, nonché grandi spazi pubblici costruiti lungo le tue imponenti coste; naturalmente, Hong Kong non è un posto perfetto, poiché non ci sono posti perfetti su questo pianeta. Il tuo alloggio è tra i più costosi al mondo. Le opportunità di lavoro per i laureati non sono davvero eccellenti. Alcune città della Cina continentale sono ora luoghi più eccitanti in cui vivere, creare e sognare della “cara vecchia” Hong Kong. Tuttavia, è una città affascinante e solida, con una propria cultura, mentalità e una storia complessa. E per molti versi è una bellissima città; bella e unica. Allora perché? Quello che è successo? Perché all’improvviso tanta rabbia e tanta frustrazione? Dovremmo parlarne? Per favore, vediamo. Ho lavorato in circa 160 Paesi e territori, in tutti i continenti. Ho scritto e filmato molte guerre e conflitti. Ho raccontato rivoluzioni e ribellioni, ma anche terribili rivolte innescate dai Paesi occidentali. Probabilmente avrete sentito parlare delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, o della “primavera araba”. Ho assistito in prima persona al destino dei Paesi che sono stati occupati e poi completamente distrutti dagli Stati Uniti e dalla NATO: Afghanistan e Siria, Iraq e Colombia, solo per citarne alcuni. Ho visto milioni di vite in rovina in nazioni in cui l’Occidente ha rovesciato i Governi di sinistra e poi ha iniettato il...
Serbian flag
Unione dei Serbi in Italia Uno dei doni più belli, in questo periodo buio, è riuscire a stare vicino alle persone care.  So che ognuno di noi vive questo momento con almeno un po’ di ansia e preoccupazione e ci rendiamo conto, forse solo ora, di quanto sia bello avere qualcuno vicino e su cui contare.  Purtroppo nel mondo ci sono persone ancora più sole di noi, con problemi ancora più gravi dei nostri. Il vostro regalo potrà aiutare chi, a vostra scelta, né ha davvero bisogno.  Vorrei invitare tutti voi a non lasciare sole quelle persone che ancora oggi in Europa, nelle terre molto vicine a noi, vivono una realtà che si potrebbe definire, senza esagerare, tragica! Facciamogli sentire che non sono soli, che non li abbiamo dimenticati. L’Unione dei serbi in Italia cerca da anni di dare una mano alle cucine popolari, ai più poveri e bisognosi, ai malati e a quelle famiglie che senza un aiuto non arriverebbero a fine mese.  Spero, e credo fortemente, di poter contare anche sul tuo aiuto per questo obiettivo di far sorridere qualche bambino in più, di essere presenti dove serve, di fare la differenza. Puoi inviare il tuo contributo facendo riferimento ai seguenti dati bancari del conto intestato a: Unione dei serbi in Italia IBAN: IT53 K030 6909 6061 0000 0176 259 Causale: Donazione
terzo-settore-non-profit
di Prof. Oscar Bastidas Delgado – Universidad Central de Venezuela (UCV). A pesar de la situación país y de la hiperinflación, entre otros aspectos, en Venezuela aún existen experiencias cooperativas de reconocidos impactos, previas y a pesar de la presidencia del fallecido Tte. Coronel (r) Hugo Chávez Fría, gracias a esfuerzos de activos cooperativistas en diversas regiones y sectores del país, organizadas inicialmente en capítulos y federaciones y luego en Centrales Cooperativas Regionales (CCR) integradas en la Central Cooperativa Nacional de Venezuela (Ceconave), central nacional autodefinida como “democracia participativa en marcha” “bajo el entendido de que la democracia se labra cotidianamente en las decisiones estratégicas, en la gestión económica-operativa, en los procesos de integración-intercooperación, en lo educativo-cultural, en la rendición de cuentas al colectivo, y en unas relaciones con la sociedad que apunten a la autogestión con base en principios y valores”. Gracias a la convergencia de los organismos de integración existentes a finales de los 90, Ceconave, la Federación de Cooperativas de Transporte de Venezuela (Fecotrave), la Federación de Cooperativas de Servicios de Venezuela (Fecoseven), y la totalidad de las CCR, unieron esfuerzos en un Equipo Cooperativo Constituyente Nacional, con el fin de llevar propuestas bajo forma de artículos ante la Asamblea Nacional Constituyente de 1999 y así fortalecer la presencia del cooperativismo e incluir en la nueva Constitución Nacional (CN), los términos Economía Social y mutuales. A tales efectos: 1.- se formularon ocho propuestas; 2. – algo más de 22.000 cooperativistas seleccionaron tres candidatos a diputados de una lista inicial de 13 candidatos propuestos de cooperativas de base, ninguno salió electo dado el truco electoral de las Listas Morochas utilizado por Chávez que le concedió una amplia gama de diputados; y 3.- finalmente se entregaron las propuestas al presidente de la Asamblea Constituyente en acto público de esa asamblea. Con miles de firmas de respaldo. Fue así como en este país, ambos términos, Economía Social y mutuales, poseen rango constitucional y las cooperativas se mencionan en cuatro artículos y no en uno como en la CN anterior. Posteriormente, sin que su programa de gobierno mencionara las cooperativas ni haberlas considerado en sus dos primeros años de gobierno, el fallecido Chávez habló de impulsarlas en una alocución de finales del año 2000, señalando su intención de modificar la Ley General de Asociaciones Cooperativas y la de promulgar una Ley de Economía Social. La modificación de la primera ley la realizó gracias a que desde Ceconave se le entregó una propuesta de reforma que tuvo pocas modificaciones para su promulgación como Ley Especial de Asociaciones Cooperativas (30/08/2001), la segunda no se mencionó jamás. La suerte estaba echada, en el 2002, A partir de la promulgación de la ley especial, Chávez inició una desbocada carrera por la creación de cooperativas cometiendo el error de convocar a los círculos bolivarianos, los comités de base de su partido, a que constituyesen cooperativas, convocatoria que hizo que un cooperativista y profesor universitario nominado para el cargo de Ministro de Estado para el Desarrollo de la Economía Social renunciase a asumir ese cargo...
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Articolo pubblicato su YOUNG DIPLOMATS. THE LEADERS OF TOMORROW di Alessia Salzano The worldwide famous American flag could soon have an extra star. In fact, one of the most pressing issue that has echoed amidst the corridors of power in Washington, D.C. for a long time is that of the district’s statehood. The city’s Mayor, Muriel Bowser, has showed an unwavering commitment to the cause, pointing out that “Washington is the only capital of a democratic nation that denies its residents a vote in the federal legislature”. More specifically, the local population has neither a Senator nor a House member in Congress, but just a delegate – Eleanor Norton Holmes – who, like delegates from other areas without statehood such as Guam and Puerto Rico, can only draft legislation and consider it in Committees, but cannot vote on final passage of bills on the House floor.  In addition, residents of D.C. pay the highest federal taxes per capita but still are denied voices and votes, thus making the current situation a perfect example of ‘taxation without representation’. But the reasons to embrace a changing of status for D.C. don’t stop here. Firstly, the District of Columbia is large enough to be a state, since the area counts around 712,000 residents, more people than Vermont and Wyoming. Secondly, a favorable point toward creating a new state is its adherence to constitutional principles. The U.S. Constitution says indeed that the Congress has the authority to redefine the borders of the federal district and shrink its size. Such act has already been done in 1846, when the portion west of the Potomac river was returned to Virginia. Following this frame, there would be a resizing of the federal capital to a small area which encompasses, among others, the White House, the Capitol building, the Supreme Court and the National Mall. The rest of the city would become the 51st state, named the Washington, Douglas Commonwealth after abolitionist Fredrick Douglas.  Even though not brand new in the political landscape of the capital, the fight for granting statehood has recently returned into the spotlight. The racial justice turmoil following George Floyd’s death and the assault of Capitol Hill advanced by pro-Trump demonstrators put an even stronger emphasis on the need to provide safety and independence for Washingtonians. While the recent attack took place, Mayor Bowser promptly requested to the federal government to dispatch the district’s National Guard, but the response was quite slow. Contrary to governors who can summon the Guard of their states at will, the District’s one can only be deployed after approval given by both the Pentagon and the President. Despite the particular circumstance of the mob, Donald Trump did not sign off on the deployment, and proper aid arrived only after a joint consultation of the Acting Defense Secretary Christopher Miller and the Vice President Mike Pence.  For all the reasons mentioned above, it is not astonishing that Mayor Bowser, along with a lot of high-profile D.C. politicians, endorse the...
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di Marco Costa La vicenda di Hong Kong è stata in larga parte determinata dalla sua posizione geografica: incuneandosi nel Mare Cinese Meridionale, ha assunto il ruolo di avamposto strategico commerciale del “Celeste Impero”, suscitando però le ambizioni dei coloni e dei mercanti occidentali, britannici in particolare. Il territorio di Hong Kong, essendo in buona parte costituito da un’isola principale (Hong Kong Island) attorniata da un piccolo arcipelago di isole minori (New Territories) e da una parte di terraferma (Kowloon), ha caratterizzato – nel bene e nel male – tutta la storia della città, determinandone la sua vocazione marittima. Abbiamo affermato che tale predisposizione alla vita marittima è stata sia un bene che un male, perché, paradossalmente, l’Isola del sud della Cina ha attirato nel corso dei secoli anche le brame di trafficanti senza scrupoli, briganti di ogni sorta, profughi, rifugiati, banditi e, soprattutto, dei pirati. Anzi per diversi secoli, Hong Kong è stata una vera e propria capitale della pirateria asiatica. Se questa città dagli inglesi venne battezzata come “porto profumato”, e se oggi è anche conosciuta come “perla moderna d’oriente”, gli esploratori spagnoli e portoghesi la consideravano il braccio settentrionale di una catena di isole che chiamavano abitualmente come Isla Ladrones, ovvero l’isola dei ladri. Sembra paradossale, ma dietro allo sfarzo e al glamour della moderna Hong Kong c’è una storia ricca di contraddizioni tra popolazione autoctona e coloni occidentali, che, come abbiamo visto, non hanno sempre contribuito alla buona reputazione della città, e l’esempio della pirateria dei secoli passati ne costituisce il più eclatante esempio. La pirateria in quella che è oggi Hong Kong ebbe origine nel XIII secolo come risposta al controllo autoritario della dinastia Ming, con una massima espansione del fenomeno che si estese dal XVIII secolo fino al tempo del dominio coloniale britannico. Quando arrivò la Royal Navy di Sua Maestà Britannica, Hong Kong ospitava vari “re pirati” a capo di migliaia di barche da guerra che terrorizzavano tutta la costa circostante con le loro incursioni banditesche, rimanendo di fatto fino al XIX secolo la capitale dei pirati del Mar Cinese Meridionale. Ma occorre fare qualche passo indietro. Nel 1371, l’imperatore Ming dichiarò una sorta di “divieto marittimo” che proibiva il commercio marittimo privato, nel tentativo di consolidare il potere della sua dinastia alle prime armi e di centralizzare tutto il commercio estero. Questo divieto includeva il sequestro di tutte le navi private catturate nelle acque dell’Impero, nonché il trasferimento forzato di numerose comunità sulla costa. Il divieto fu revocato per un certo periodo sotto l’imperatore Yongle, che aveva usurpato il trono e finanziato i sette viaggi del leggendario ammiraglio Zheng He, che permisero alla Cina di costruire un’enorme flotta navale che l’Imperatore usò per rinforzare il dominio cinese sui mari asiatici. Tuttavia, questa tregua fu di breve durata: i successori di Yongle bruciarono la flotta di Zheng He e nel 1394 ripristinarono con una nuova formula il divieto di commercio marittimo privato. Per una strana eterogenesi dei fini, mentre il Governo pensava...
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di Stefano Vernole Le aziende italiane ad Hong Kong La percezione del Brand Italia ad Hong Kong è generalmente molto positiva, anche in virtù della presenza sul mercato di tutti i grandi marchi della moda e del design e alla crescente diffusione di prodotti eno-agroalimentari (favorita anche dai numerosi ristoranti, alcuni dei quali eccellenti, che propongono cucina italiana) e dei numerosi distributori/importatori. La comunità italiana (quasi 4.000 persone) è composta da imprenditori, manager, dirigenti e impiegati di aziende sia italiane che straniere, soprattutto nei settori trasporti, logistica e ristorazione. Ugualmente rilevante è la loro presenza nei settori legale, bancario e assicurativo, favorita dal costante supporto delle società di assicurazione al credito all’estero (CDP, Sace, Simest) e dai principali istituti finanziari tricolori impegnati nell’internazionalizzazione delle imprese. Le oltre 400 aziende italiane o con interessi italiani presenti a Hong Kong costituiscono un insieme dinamico e diversificato che include: uffici di rappresentanza dei principali istituti bancari e delle assicurazioni, del settore moda/abbigliamento/lusso, della distribuzione e ristorazione, dell’industria (meccanica, ingegneristica, tessile, elettronica), della progettazione/architettura, della logistica, del settore legale, della consulenza finanziaria, fiscale e del settore infrastrutture/costruzioni. Riscuotono un notevole successo anche i prodotti di consumo, vino, cibi, e le auto sportive; il mercato interno è in effetti particolarmente ricettivo nei confronti degli articoli di lusso sia per la persona che per la casa, i quali rappresentano uno status symbol per il consumatore delle classi medio-alte di Hong Kong e della stessa Repubblica Popolare Cinese. Numerosi altri connazionali sono impegnati nel settore retail, specificatamente rappresentato dai negozi mono-marca presenti nei centri commerciali, negli alberghi, in prestigiosi palazzi o nelle vie di grande traffico pedonale; se ne contano più di 150 di questo genere e i brand italiani come Altea, Valentino, Cavalli, Fendi, Miu Miu e Piquadro tra gli altri, intravedono ulteriori opportunità di espansione del settore, vista la possibilità di utilizzare la loro presenza sull’Isola come piattaforma per accedere alla Cina continentale e al delta del Fiume di Perle. Hong Kong rappresenta un’opportunità soprattutto per quelle imprese italiane interessate all’acquisto di componentistica e prodotti semifiniti o che intendono creare rapporti di collaborazione produttiva con le imprese locali per la fornitura di licenze e brevetti industriali, o in generale per tutte le operazioni di marketing strategico finalizzate all’entrata nel mercato cinese. Dato il duplice ruolo nella costruzione di piattaforme produttive e nella intermediazione che le imprese di Hong Kong svolgono verso la Cina, la partnership o la joint venture con una di esse può comportare un valore aggiunto in termini di conoscenza delle specificità culturali e dell’articolazione del mercato, di offerta di capitali e organizzazione finanziaria, di supporto logistico, rete distributiva (sia per l’introduzione di nuovi prodotti che per dare risposte a specifiche richieste del mercato) e di tutela del marchio. Oltre ai tradizionali settori portanti dell’economia di Hong Kong, quelli di nuovo interesse per gli investitori stranieri e nei quali sarebbe auspicabile una maggiore presenza delle nostre aziende sono le bio e nano tecnologie, le energie da fonti rinnovabili/ambiente, le costruzioni/materiali ecologici e...
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Traduzione per il Cesem di Stefano Vernole da Francais.rt.com Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha definito, lo scorso 29 dicembre, i principi orientativi della politica estera della Federazione Russa per l’anno in arrivo. Nel 2021, la Russia perseguirà una politica estera pragmatica e responsabile, che contribuirà alla formazione di un ordine mondiale multipolare più giusto e democratico, ha promesso il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov. “Nel 2021, noi continueremo a condurre una politica estera pragmatica e responsabile, a contribuire alla formazione di un ordine mondiale multipolare più giusto e democratico. Noi saremo, come in precedenza, aperti ad una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, nella misura in cui i nostri partner vi saranno disponibili e, certamente, con un rispetto incondizionato degli interessi nazionali russi”, ha dichiarato in un’intervista all’agenzia RIA Novosti. L’Occidente tirato in ballo per la mancanza di cooperazione sul vaccino. Parlando della sfida mondiale numero uno, vale a dire la pandemia dovuta al nuovo coronavirus, il capo della diplomazia russa si è detto dispiaciuto che la comunità internazionale non sia riuscita ad unirsi di fronte alla pandemia da coronavirus a causa della reticenza dell’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, a stabilire una cooperazione egualitaria con gli attori internazionali. “Malauguratamente, l’esistenza di problemi comuni, e in particolare l’epidemia attuale di Covid-19, non ha ancora condotto ad una unione della comunità internazionale in vista di una risoluzione efficace”, ha sottolineato Sergej Lavrov. Nessun miglioramento delle relazioni russo-americane in vista. D’altronde, egli ha sottolineato che la Russia non si aspetta un miglioramento delle relazioni con il suo partner americano dopo l’arrivo della nuova Amministrazione di Joe Biden. “Malauguratamente, non c’è alcuna ragione per attendersi un miglioramento rapido o ugualmente una stabilizzazione delle relazioni che si sono degradate con gli Stati Uniti. L’isteria antirussa che ha invaso l’America rende poco probabile che si possa assistere presto ad un ritorno alla normalità”, ha dichiarato il Ministro. Secondo lui, il dialogo tra i due Paesi si è ritrovato preso in ostaggio, in ragione del conflitto politico interno agli Stati Uniti, cosa che impedisce lo stabilimento di una cooperazione costruttiva.
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di Stefano Vernole Si parla spesso della politica globale cinese negli ultimi tempi e non sempre a proposito. Ecco che per iniziativa delle Edizioni di Anteo giunge opportuno questo libro della Prof. Wang Luo, Direttrice dell’Istituto di Cooperazione Internazionale allo Sviluppo di Pechino, a chiarire uno degli aspetti fondamentali della geopolitica della Repubblica Popolare Cinese: quello degli aiuti internazionali. Innanzitutto enunciandone i principi: l’aiuto estero della Cina si concentra principalmente sulla cooperazione Sud-Sud, cioè sull’assistenza reciproca tra i Paesi in via di sviluppo e sul rispetto di ogni nazione a scegliere il modello più adatto alla propria specificità. A differenza della logica occidentale (dove la “democratizzazione” è la precondizione per ricevere gli aiuti), la Cina aderisce saldamente al “principio di non interferenza negli affari interni degli altri Paesi” e rifugge pure dalle pratiche assistenziali perché crede sia “meglio insegnare un altro a pescare anziché regalargli del pesce”. La Cina mira quindi ad aiutare i Paesi beneficiari ad intraprendere un percorso di fiducia in sé stessi e di indipendenza nello sviluppo economico, nel pieno rispetto dell’autonomia di coloro che ricevono gli aiuti e senza pretendere contropartite politiche. Negli ultimi 60 anni, la Repubblica Popolare Cinese ha offerto i suoi aiuti esteri a ben 166 Paesi e organizzazioni internazionali con quasi 400 miliardi di yuan di finanziamenti, ha inoltre inviato 600.000 operatori umanitari e contribuito a più di 2.000 progetti in oltre 120 Paesi dei cinque continenti. I campi di assistenza spaziano in diversi settori: a partire dalle infrastrutture, per continuare con l’agricoltura, la sanità, l’ambiente, l’istruzione e la tecnologia ma ciò che caratterizza davvero l’aiuto cinese è quello della formazione professionale/universitaria per migliaia di persone in Asia, Africa e nelle aree più svantaggiate del Pianeta. Gli aiuti esteri sono stati anche fondamentali affinchè la Cina si assumesse le proprie responsabilità di grande potenza e dopo aver inserito i principi della cooperazione internazionale all’interno del 13° Piano quinquennale, l’annuncio del Presidente Xi Jinping della Nuova Via della Seta ha integrato il “sogno cinese” con quello di una “Comunità di Futuro Condiviso per l’Umanità”. La Cina, quale principale promotrice della cooperazione Sud-Sud, ha utilizzato piattaforme come il G20, l’APEC, i BRICS, il Boao-Forum, il China-Africa Cooperation Forum e altri quadri istituzionali per attivare le iniziative di aiuto; tuttavia, durante il 13° Congresso nazionale del popolo nel 2018, si è deciso di creare la China International Development Cooperation Agency (CIDCA), un’istituzione direttamente affiliata al Consiglio di Stato con il compito di formulare le linee quadro strategiche, i piani e le politiche per l’assistenza estera. Un’ alta professionalità è stata raggiunta da Pechino nell’affrontare le crisi umanitarie: si calcola che la Cina abbia assistito in varie forme circa 5 milioni di rifugiati e sfollati in Afghanistan, Iraq, Libano e Siria tra gli altri. Per contribuire alla riduzione della povertà, Pechino ha rinunciato alla restituzione dei prestiti governativi senza interessi per i Paesi in difficoltà con forte indebitamento e per i meno sviluppati. Se la stessa Banca Mondiale ha riconosciuto che oltre 800 milioni di...