13 Ottobre 2026

Caucaso

Erevan e Washington istituiranno una commissione sul partenariato strategico: è quanto emerso all'apertura della sessione finale del Dialogo strategico tra Armenia e Stati Uniti. Le dichiarazioni in merito sono state rilasciate dal sottosegretario di Stato per gli Affari europei ed eurasiatici James O'Brien e dal ministro degli Esteri armeno Ararat Mirzoyan.
“Il contesto” un format di Giacomo Gabellini Oggi parliamo di Nagorno-Karabakh, o meglio, della centralità che questa tormentata regione montagnosa riveste rispetto al trentennale conflitto tra Armenia ed Azerbaijan. Una centralità che, con la guerra da poco conclusa, ha drammaticamente riportato il Nagorno-Karabakh alla ribalta internazionale. Parliamo di tutto questo con Federico De Renzi, turcologo, arabista, saggista e collaboratore di numerose testate, responsabile area Turan del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo.
Bacino situato al centro della regione caucasica e circondato da Azerbaigian, Iran, Russia, Kazakistan e Turkmenistan, dall’inizio degli anni 2000 il Mar Caspio si trova al centro di una strategia congiunta dei cinque paesi con la quale si vorrebbe trasformare la regione in un corridoio tra l’Asia e l’Europa, così da acquisire una maggiore centralità nello scacchiere internazionale. L’importanza della regione caspica La posizione strategica della regione del Caspio gli attribuisce una grande importanza geopolitica. La regione si trova infatti al centro dell’Eurasia, linea di demarcazione tra il Caucaso e l’Asia centrale. L’area è un punto di incontro tra le rotte orientali e quelle occidentali ed è la via di transito che collega l’Eurasia (da est a ovest) e il continente asiatico (da nord a sud). A seguito della disintegrazione dell’Unione Sovietica, nella regione si è venuto a creare un vuoto di potere in quest’area precedentemente posta sotto il controllo sovietico; la disgregazione dell’Unione Sovietica, infatti, ha portato alla nascita di quindici nuovi paesi con confini nuovi: un tale sconvolgimento territoriale ha cambiato la geopolitica dell’area caspica che da quel momento è diventata il centro di competizione tra le maggiori potenze sia regionali che esterne. La sua peculiare posizione geografica e il suo potenziale come corridoio di trasporto e commercio hanno, di fatto, svegliato l’interesse dei paesi circostanti per le questioni di questa composita e difficile. A quest’aspetto geografico cruciale si aggiunge la ricca presenza di fonti energetiche, in particolare di petrolio e gas naturale. Tutto ciò non ha fatto altro che alimentare competizioni e accordi concorrenti sul controllo e lo sfruttamento di tali risorse; competizione che ha ovviamente finito per influenzare le dinamiche geopolitiche regionali e, di riflesso, internazionali. Ad oggi la situazione sta parzialmente mutando, e al posto di una pericolosa competizione tra i paesi della regione, il trend si muove in direzione di una strategia congiunta per sfruttare appieno le sue risorse e le opportunità offerte dalle caratteristiche peculiari dell’area che circonda il Caspio. La cooperazione tra i paesi che si affacciano sulle coste del Mar Caspio – insieme a quelli che vi orbitano – ha finora puntato non solo a una maggiore cooperazione su temi come l’economia e la sicurezza energetica ma ha anche – e soprattutto – a promuovere il commercio e lo sviluppo delle infrastrutture di trasporto. Di conseguenza la creazione di corridoi di trasporto che attraversino l’area, facilitando gli scambi tra l’Europa e l’Asia, ha suscitato l’interesse di altre nazioni che cercano nuove rotte commerciali sicure e stabili che colleghino l’est con l’ovest dello sconfinato continente euroasiatico. Oggi giorno la regione è diventata un crocevia di diversi corridoi economici che connettono l’Asia all’Europa, tra cui l’International Nord-Sud Transpot Corridor (INSTC), la Belt and Road iniziative (BRI), la Trans-Caspian International Transport Route (TITR), l’oleodotto Baku–Tbilisi–Ceyhan (BTC l’oleodotto dall’Azerbaigian alla Turchia attraverso la Georgia), il gasdotto Nabucco, il Transit Corridor from Europe to the Caucasus and Central Asia (TRACECA), il Trans-Anatolian Pipeline (TANAP) e altri progetti minori. Il caspio al centro della lotta al...
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di Shane Quinn https://www.geopolitika.ru/en/article/major-power-rivalries-eurasia L’“agenda della libertà” del presidente George W. Bush potrebbe essere definita come sovversione, ovvero il tentativo di minare la struttura di una nazione straniera per raggiungere un cambio di regime o obiettivi politici. La propaganda è un elemento centrale delle azioni sovversive e include la diffusione di materiale in gran parte falso in modo da screditare i regimi all’estero. Questo è stato il caso – 20 anni fa ormai – della preparazione dell’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti nel marzo 2003, quando Saddam Hussein è stato ingiustamente accusato di possedere armi di distruzione di massa (WMD) o di avere legami con Al Qaeda. La propaganda può essere diffusa abbastanza facilmente attraverso i media corporativi occidentali, come si vede in relazione a Iraq, Afghanistan, Serbia e così via. Molto utili anche per alimentare disordini sono le organizzazioni statunitensi come il National Endowment for Democracy (NED), il National Democratic Institute (NDI), l’USAID, la Freedom House, i gruppi della Open Society di George Soros e, naturalmente, la CIA. Molti di questi hanno sostenuto e finanziato le “rivoluzioni colorate” che si sono verificate in stati come la Georgia (2003), l’Ucraina (2004) e il Kirghizistan (2005). Questi o condividono un confine con la Russia o sono ex repubbliche sovietiche, non può essere una coincidenza. Le rivoluzioni colorate erano, chiaramente, un mezzo conveniente per l’amministrazione Bush per perseguire la propria politica di accerchiamento della Russia. Ad esempio, nel febbraio 2005 il Wall Street Journal ha riconosciuto che nello stato dell’Asia centrale del Kirghizistan organizzazioni come USAID, NED e Soros’ Open Society stavano finanziando l’opposizione antigovernativa, istigatore chiave della “rivoluzione dei tulipani” del Kirghizistan. Negli anni precedenti, l’USAID da solo aveva dispensato centinaia di milioni di dollari per tali attività. Stati come il Kirghizistan sono stati identificati dal presidente Bush come importanti non solo per invadere la Russia, ma come trampolino di lancio per le offensive militari statunitensi. Dal dicembre 2001 gli americani hanno iniziato ad arrivare in Kirghizistan, utilizzando la capitale Bishkek come centro logistico per sostenere la loro invasione dell’Afghanistan. Washington stava anche cercando di aumentare la sua presenza nelle tanto desiderate regioni del Mar Caspio e del Mar Nero, insieme alle aree circostanti ulteriormente contese tra la Russia e le potenze occidentali. Nonostante Washington interferisse in territori come l’Ucraina e la Georgia, gli americani non desideravano particolarmente seminare instabilità nello stato dell’Azerbaigian nel Caucaso meridionale, un’altra ex repubblica sovietica che confina a nord con la Georgia. In Azerbaigian, infatti, gli americani avevano bisogno di un ambiente stabile, poiché avevano interessi in infrastrutture petrolifere che collegassero i giacimenti di produzione di Baku, la capitale dell’Azerbaigian, al porto mediterraneo di acque profonde di Ceyhan, nel sud della Turchia, capace di ricevere navi cisterna ciascuna con capacità di oltre 300.000 tonnellate di petrolio . Baku aveva fornito alla Russia sovietica almeno l’80% del suo intero petrolio durante la seconda guerra mondiale, il che fu cruciale nella vittoria dell’Armata Rossa contro la Germania nazista. L’Azerbaigian odierno detiene ancora notevoli quantità di petrolio e,...
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di Maxence Smaniotto La guerra, a cui Mosca si riferisce in termini di “Operazione Militare Speciale”, che si sta svolgendo in Ucraina catalizza antiche e nuove dinamiche. Da un lato, i rapporti tra Ucraina e Russia sono largamente caratterizzati da quello che lo storico francese Fernand Braudel definiva come “il tempo lungo”; tempo antimoderno dove si definiscono quelle strutture profonde che persistono attraverso le epoche e che determinano in larga misura la storia delle civiltà. Dall’altro, invece, entrano in gioco fattori nuovi, che sembrano emergere tra le pieghe di quella dinamica dell’accelerazione su cui il filosofo tedesco Hartmut Rosa focalizza le sue ricerche da alcuni anni. Tra i fattori del “tempo lungo”: la geografia, la religione, le vie di commercio, i rapporti tra etnie, le visioni del mondo, le abitudini, i cicli climatici. Tra i fattori della modernità “accelerata”: la politica, i media di massa, la morale, la tecnica, la compressione del tempo presente in una serie di instanti non integrati tra loro. In un mondo dove la mondializzazione ha creato un’inedita e per certi versi soffocante interdipendenza, quel che accade sulla piccola scala in un luogo ben determinato e un momento propizio, rischia di avere ripercussioni su altri luoghi ben più distanti e dai contesti totalmente differenti. Il conflitto in atto risveglia dinamiche che in molti ritenevano sopite. È dire quanto le analisi del già citato Fernand Braudel fossero pertinenti: sotto la scorza della morale vigente si agitano dinamiche antiche e durature. La vastità del tema impone in tutta obiettività di analizzare un elemento alla volta, pur tenendo in conto l’insieme del quadro. I meccanismi che hanno svolto dei ruoli imprescindibili nello scatenamento del conflitto sono numerosi, ma anche numerosi sono gl’impatti. In questa breve disamina ci concentreremo su uno spazio ben determinato e per certi versi “dimenticato”, ma dove le eventuali ripercussioni della guerra in Ucraina potrebbero rivelarsi importanti e le cui conseguenze si avvererebbero fondamentali per l’Eurasia: il Caucaso del Sud. L’angolo morto del Caucaso Come sempre, il Caucaso rappresenta l’area meno analizzata e più tralasciata della geopolitica eurasiatica e più specialmente dello spazio post-sovietico. Eppure, è proprio qui che il sangue è colato di più dopo la dislocazione dell’Unione sovietica. Mentre il mondo occidentale e le sue starlette erano impegnati a versare lacrime di coccodrillo nel Balcani occidentali e a prendersi in video durante le passeggiate nella Sarajevo assediata, nel Caucaso erano attivi ben cinque conflitti allo stesso tempo, di cui oggi praticamente alcuno è stato totalmente risolto. Due guerre in Cecenia. Una tra l’Ossezia del Nord e l’Inguscezia, purtuttavia facenti parte della federazione russa. Una guerra civile in Georgia, paese inoltre alle prese con due regioni separatiste totalmente fuori controllo, l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud oltre che all’allontanamento, discreto ma totale, della repubblica autonoma dell’Ajaria, importantissima in quanto rappresenta il principale sbocco sul mar Nero della Georgia. Infine, una guerra, sanguinosissima, tra gli armeni del Nagorno-Karabakh e gli azerbaigiani dell’Azerbaigian. All’inizio degli anni 2000, la seconda guerre in Cecenia si risolse con una sofferta...
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SpecialEurasia  organizza un webinar dal titolo “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” il cui obiettivo è quello di analizzare l’attuale situazione della regione caucasica focalizzando l’attenzione sulle problematiche e le opportunità che questa area di primaria importanza strategica offre. Il giorno giovedì 27 gennaio 2022 alle ore 19.00 SpecialEurasia in collaborazione con Notizie Geopolitiche,  il CeSEM – Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Opinio Juris organizza il webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali e sviluppi futuri” in cui verrà presa in esame l’interità della regione caucasica focalizzando l’attenzione sui conflitti che la caretterizzano, sugli interessi geopolitici di attori regionali e internazionali così come sulle opportunità economiche e di investimento per l’Italia. Webinar “Geopolitica e conflitti nel Caucaso: sfide attuali” (specialeurasia.com) Riscoperto a livello internazionale dopo la caduta dell’Unione Sovietica avvenuta nel 1991, la regione del Caucaso rappresenta il ‘ponte’ naturale tra l’Europa e l’Asia e la ‘frontiera’ tra il mondo cristiano e quello musulmano che si caratterizza come un’area di primaria importanza dal punto di vista strategico, economico e socio-culturale. Affacciata sul Mar Nero e sul Mar Caspio, via di attraversamento che permette l’accesso verso il mercato europeo oppure asiatico, il Caucaso a seguito della caduta dell’Unione Sovietica ha visto la nascita di entità statali autonome ed indipendenti la cui storia è stata spesso segnata da conflitti interni o con gli stati vicini. Recentemente la regione ha richiamato un forte interesse internazionale, in special modo a seguito del Conflitto del Nagorno-Karabakh del 2020 che ha visto l’Azerbaigian riuscire a riconquistare una parte significativa del territorio perso durante la guerra del 1992-1994 . Tale conflitto ha avuto ovviamente un effetto positivo sul Governo di Baku grazie ad una vittoria contro l’Armenia che subito dopo è stata investita da una crisi politica interna e da forte dissenso tra il Primo Ministro Nikol Pashinyan, l’opposizione e la popolazione della Repubblica del Nagorno-Karabakh (Artsakh in armeno) (L’Armenia dopo le elezioni parlamentari). Il conflitto ha decretato un nuovo assetto geopolitico regionale con l’asse turco-azerbaigiano in ascesa e la Russia impegnata a mantenere l’equilibrio nel suo blizhnee zarubezhe (vicino estero) riuscendo così a dispiegare i propri soldati in attività di peacekeeping anche al confine armeno-azerbaigiano. Anche l’Iran, da sempre attore coinvolto nelle dinamiche caucasiche, ha subito gli effetti della guerra raggiungendo un livello di tensione con l’Azerbaigian (che sembrerebbe essersi ultimamente attenuato) in un terreno di ‘scontro’ rappresentato dalla fitta rete di trasporti e comunicazione che il Caucaso possiede (Azerbaijan-Iran crisis and Tehran-Yerevan’s new transit route). Parlando sempre di Caucaso meridionale è doveroso citare la Georgia orientata verso l’asse Washington-Bruxelles in un periodo storico caratterizzato da problemi economici e politici interni e dalla continua crisi con la Russia per quel che riguarda le repubbliche di Abkhazia e Ossezia del Sud (Sogno Georgiano vince le elezioni amministrative tra polemiche e agitazione; South Ossetia and Abkhazia cooperation and the geopolitics of the Caucasus) . In questa desamina non si può escludere il Caucaso del Nord, regione che fa parte della Federazione Russa e che fin dalla caduta dell’Unione Sovietica è stata caratterizzata da conflitti interetnici, movimenti etnonazionalisti come quello dei ceceni che...
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di Pierre – Emmanuel Thomann Nuova configurazione geopolitica e crollo dell’ordinamento giuridico derivante dal mondo unipolare.Come dare un senso a questo conflitto? Deve essere inserito nella configurazione geopolitica globale emergente, cioè nell’evoluzione dell’ordine geopolitico. Il diritto internazionale è di scarsa utilità per comprendere la situazione a parte il modo in cui è strumentalizzato dalle potenze rivali. La guerra in Nagorno-Karabakh conferma che i confini in Eurasia stanno cambiando e si spostano di nuovo, perché dalla fine del mondo bipolare, con l’emergere del mondo multipolare si è avviato un processo di disgelo dei territori. Stiamo assistendo al ritorno di guerre di conquista territoriale, legate alle questioni di rivalità tra potenze su scala mondiale, con aggiustamento tra aree di influenza attraverso la guerra per procura. Il mondo si sta frammentando e si apre la strada ad una ricomposizione dei territori. La frammentazione geopolitica del mondo con il nuovo corso di fronti mobili e linee rosse tra grandi potenze si sta inesorabilmente rafforzando. Assomiglia sempre di più al mondo come funzionava prima della Seconda guerra mondiale. Il diritto internazionale non può essere legittimo senza un ordine spaziale (riferimento a Carl Schmitt). Ciò significa che le risoluzioni dell’ONU sul Nagorno-Karabakh, così come quelle del gruppo di Minsk, riflessi del periodo unipolare segnato dall’indebolimento della Russia dopo la caduta dell’URSS, sono da tempo obsolete. Ciò è stato appena confermato dalla nuova situazione geopolitica, vale a dire un nuovo ordine spaziale, che apre la strada a un nuovo regime giuridico ancora sconosciuto. La guerra nel Nagorno-Karabakh era stata a lungo preparata da Azerbaigian e Turchia, e tutte le potenze lo sapevano. Ma ognuno pensava che alla fine avrebbe potuto trarre un vantaggio geopolitico. Secondo l’accordo del 9 novembre tra i militari belligeranti, Armenia e Azerbaigian sotto il patrocinio della Russia, gli effetti sono asimmetrici. Nella loro impresa di conquista, gli azeri non ottengono l’intero Nagorno-Karabakh ma i territori adiacenti tutt’intorno. Il Nagorno-Karabakh viene smembrato di più della metà dei suoi possedimenti territoriali prima del conflitto a beneficio dell’Azerbaigian, territori che fanno tutti parte dell’Armenia storica. Le popolazioni di questi territori sono fuggite, il che equivale a una definitiva pulizia etnica perché è dubbio che torneranno. D’altra parte, gli azeri che hanno subito anche la pulizia etnica dagli armeni dopo la guerra del 1994 dovrebbero reinvestire in queste aree. Probabilmente stiamo tornando al conflitto congelato sulla porzione più piccola del Nagorno-Karabakh che rimarrà con gli armeni. Il suo status futuro non è ancora specificato. Gli azeri controllano Shushi, una storica città armena. Al di là della posta in gioco del conflitto regionale tra Azerbaigian e Armenia, il conflitto costituisce una tappa importante nel confronto tra le grandi potenze ei loro progetti geopolitici antagonistici, principalmente Turchia, Russia e, meno esplicitamente, Stati Uniti, UE e NATO per la creazione di zone di influenza nel continente eurasiatico. È il momento della valutazione provvisoria. La Russia estende la sua presa territoriale. Prima lezione, la Russia ha ristabilito il suo primato sul Caucaso meridionale, che fa parte del suo estero vicino....