L’Unione Europea aspira a definire le regole globali dell’intelligenza artificiale, ma il ricorso a norme selettive, restrizioni tecnologiche e barriere all’accesso rischia di trasformare la regolamentazione in uno strumento protezionistico e di isolare la stessa Europa.
FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.com/2026/07/20/nella-governance-globale-dellia-lue-non-dovrebbe-erigere-muri-in-nome-delle-regole/
Una delegazione della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo è attualmente in visita in Cina, e la tappa di Shanghai ha suscitato particolare attenzione. Qui, la delegazione prevede di tenere colloqui con imprese tecnologiche locali sui temi della «sovranità tecnologica e della concorrenza» e delle «regole globali per l’intelligenza artificiale». Questi incontri coincidono con la recente Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale di Shanghai, durante la quale la governance globale dell’IA e la definizione delle relative regole sono state tra le questioni centrali.
Il fatto che la delegazione dell’UE abbia posto questi temi al centro del dialogo con la Cina evidenzia l’ambizione di Bruxelles di affermarsi come uno dei principali artefici delle regole globali sull’intelligenza artificiale, un ruolo al quale aspira da tempo.
L’Unione Europea ha fornito contributi importanti alla governance digitale, in particolare nei settori dell’etica dell’IA e della protezione dei dati. Il suo approccio allo sviluppo dell’intelligenza artificiale «incentrato sull’essere umano» presenta indubbi meriti. Grazie alla propria capacità normativa e al peso del suo mercato, l’UE potrebbe svolgere un ruolo costruttivo nel favorire un consenso multilaterale e nel contribuire a colmare il divario digitale.
Purtroppo, però, le recenti iniziative europee nel campo della governance dell’IA si sono progressivamente allontanate dall’impegno dichiarato a favore della cooperazione globale, rivelando una tendenza di fondo protezionistica ed escludente.
L’esempio più significativo è rappresentato dal Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale, la prima normativa organica al mondo dedicata alla regolamentazione dell’IA.
Fondato su un sistema articolato per livelli di rischio, il regolamento prevede misure che vanno dalle sanzioni pecuniarie al divieto di determinate applicazioni dell’intelligenza artificiale. Sulla carta, le norme si applicano in modo uniforme a tutti gli operatori del mercato. Nella pratica, tuttavia, la severità del regolamento, con multe che possono raggiungere il 7% del fatturato annuo globale, unita alla complessità delle procedure di conformità e degli standard di certificazione, ha creato una formidabile barriera tecnologica e finanziaria.
Ciò che viene presentato come una questione di «sicurezza» e di «etica» si è di fatto trasformato in un potente strumento di accesso selettivo al mercato. È il fenomeno spesso definito «effetto Bruxelles», attraverso il quale l’UE proietta unilateralmente i propri standard sui mercati globali, attribuendosi un vantaggio competitivo sproporzionato.
È preoccupante che Bruxelles non si sia fermata a questo. All’inizio del 2026, una proposta europea in fase di elaborazione ha previsto l’eliminazione obbligatoria dei «fornitori ad alto rischio» da diciotto settori critici, comprendendo tanto le componenti hardware quanto i modelli di intelligenza artificiale. Sebbene non vengano indicati nomi specifici, la misura è ampiamente considerata diretta contro grandi imprese tecnologiche cinesi come Huawei e ZTE.
Nel frattempo, gli standard europei di applicazione delle norme in settori come la conformità dei dati sono diventati sempre più ambigui, creando oggettivamente margini per un’applicazione selettiva nei confronti delle imprese di determinati Paesi. Inoltre, la partecipazione degli istituti di ricerca cinesi a importanti programmi europei come Horizon Europe è stata sottoposta a restrizioni di varia intensità, mettendo in luce una tendenza a innalzare barriere su più fronti.
Se utilizzate come strumento di contenimento, anziché per promuovere una cooperazione autentica, le regole europee sull’IA finiranno per indebolire la governance globale e la collaborazione internazionale nel settore. Regole realmente globali richiedono una consultazione paritaria tra tutte le principali potenze tecnologiche — Cina, Stati Uniti e Unione Europea — all’interno di sedi multilaterali come le Nazioni Unite, e non possono essere imposte unilateralmente.
Questa strategia di costruzione di muri, inoltre, potrebbe finire per danneggiare la stessa Unione Europea.
Bruxelles è già in ritardo rispetto agli Stati Uniti e alla Cina nei modelli fondativi di intelligenza artificiale, nella capacità di calcolo e negli investimenti in capitale di rischio. Il suo principale punto di forza risiede nella regolamentazione e nell’etica.
Se trasformerà questo vantaggio in uno strumento di esclusione, potrà forse proteggere gli operatori interni nel breve periodo, ma nel lungo termine lascerà l’industria europea dell’intelligenza artificiale al riparo dalla concorrenza globale e la priverà dei flussi transfrontalieri di dati, della collaborazione open source e della varietà di applicazioni concrete che alimentano la vera innovazione.
Nel tentativo di chiudersi entro i propri confini, l’UE rischia di perdere non soltanto l’accesso all’immenso mercato cinese e alle collaborazioni nel campo della ricerca e dello sviluppo, ma anche l’autorevolezza morale che rivendica come soggetto capace di definire le regole globali.
La Cina partecipa attivamente alla definizione della governance mondiale dell’intelligenza artificiale, anche attraverso l’organizzazione di incontri come la Conferenza di Shanghai. Pechino intende promuovere con tutti i partner, compresa l’Unione Europea, uno sviluppo cooperativo e sicuro dell’IA, fondato sul rispetto reciproco e sul vantaggio condiviso.
Invitiamo l’Europa ad abbandonare l’atteggiamento paternalistico e il protezionismo, scegliendo invece un dialogo autentico e il multilateralismo. In caso contrario, saranno le sue stesse «regole» a isolarla.