15 Ottobre 2026
burkina
Le recenti dichiarazioni del presidente del Burkina Faso Ibrahim Traoré, secondo cui nel Paese non sarà introdotta la Sharia come sistema giuridico, hanno riportato l'attenzione internazionale su una delle questioni più delicate dell'Africa contemporanea: il rapporto tra religione, Stato e identità nazionale.

di Patrizio Antonini

Le recenti dichiarazioni del presidente del Burkina Faso Ibrahim Traoré, secondo cui nel Paese non sarà introdotta la Sharia come sistema giuridico, hanno riportato l’attenzione internazionale su una delle questioni più delicate dell’Africa contemporanea: il rapporto tra religione, Stato e identità nazionale.

La dichiarazione, naturalmente, non rappresenta soltanto una presa di posizione sul piano religioso, ma si inserisce in un quadro più ampio, caratterizzato dalla crisi delle istituzioni tradizionali, dall’avanzata dei gruppi jihadisti (molto spesso sostenuti dall’occidente) e dalla ricerca, da parte di diversi governi africani di una nuova autonomia politica che fu preconizzata da Thomas Sankara. Il Burkina Faso diventa così il simbolo di una domanda più grande: quale modello di Stato può nascere in una regione attraversata contemporaneamente da conflitti armati, fragilità economiche e profonde trasformazioni sociali?

ll Burkina Faso possiede una storia religiosa e culturale estremamente articolata. La maggioranza musulmana convive con comunità cristiane e con antichissime tradizioni spirituali locali che hanno contribuito alla formazione dell’identità nazionale.Il rifiuto della Sharia come sistema legislativo deve quindi essere interpretato soprattutto come riaffermazione della laicità istituzionale, pertanto dal principio secondo cui lo stato mantiene una propria autonomia rispetto alle autorità religiose. Tuttavia, la questione non riguarda soltanto la separazione tra religione e politica. Nella storia, infatti, il problema non è mai stato semplicemente la presenza della fede nello spazio pubblico, ma ovviamente, cosa banale da dire, il momento in cui una visione religiosa o ideologica viene trasformata in uno strumento di controllo politico.

Il Burkina faso e Ibrahim Traorè affrontano in sostanza i temi dostoevskijani raccontati dalle “voci” di Kirillov o Roskolnikov, che consistono nel rimarcare quanto la strategia dell’omicidio, del terrore e del messaggio di forza messo in atto dal terrorismo puntino a far apparire debole l’istituzione, la legittimità della politica e la risoluzione diplomatica, affermando con l’estremismo del proprio gesto un monito verso il popolo che non serve solo ad esacerbare il terrore, bensì anche a convincere dell’inutilità della politica. D’altro canto, anche Hamas, colpendo con la violenza fornisce ad Israele un pretesto per dare una risposta sproporzionata rispetto al danno subito, agli occhi dei palestinesi chi decresce nel consenso è ANP, che appare evanescente e inattiva, mentre Hamas costruisce una reputazione agli occhi dei palestinesi che la vede come l’unica forza disposta a fare qualcosa contro il nemico, il problema, tornando alla situazione del Burkina Faso, è che i gruppi di Al-Qaeda sono sostenuti principalmente dall’occidente.

Negli ultimi anni il Burkina Faso è diventato uno dei principali epicentri della crisi del Sahel. Gruppi jihadisti hanno conquistato influenza in vaste aree rurali, sfruttando anche il sostegno di una parte dell’occidente, oltre ovviamente alla povertà e le difficoltà economiche di una popolazione giovane e numerosa. In questo scenario, la scelta del governo burkinabé assume anche un valore simbolico: respingere la Sharia significa dichiarare che il futuro del Paese non sarà definito da chi prevale nell’arena di lotta creata ad arte da potenze esterne, ma dalle istituzioni nazionali.

Ibrahim Traoré ha stigmatizzato in modo inequivocabile l’ingerenza dell’occidente che – utilizzando varie tecniche come: la guerra asimmetrica (spesso per mezzo del terrorismo) il “parastato” (ONG, associazioni umanitarie utili come chiavistelli per ingerenze diplomatiche) rivoluzioni colorate sul modello di Roger Mucchielli o Gene Sharp – è sempre impegnato a soffocare governi con una propria identità e un proprio percorso politico. Agli stati africani non viene permesso di intraprendere un sentiero autonomo “sankariano” , ovverosia basato sulla rivendicazione dell’autonomia nel gestire le proprie risorse territoriali e orientare le spese verso sanità e istruzione, contando che nel caso di Traorè è – ovviamente – anche la sicurezza una venatura fondamentale del suo progetto generale. L’ ostacolo per il Burkina Faso è creato principalmente da USA, UK, Francia e Israele che finanziano terroristi usati per creare una perenne instabilità, necessaria per infiltrare e depredare i paesi che rientrano nel quadrante di interesse delle potenze occidentali.

Ibrahim Traoré è ovviamente riluttante a trattare con terroristi imbottiti di dollari e di certo ha compiuto molte manovre per contrastare l’ingerenza occidentale. Basti pensare al decreto legge contro le ONG, l’opposizione ferma all’indottrinamento jihadista, e il potenziamento militare sia per la milizia rivoluzionaria che l’autodifesa civile. Traorè si è spesso soffermato sulla complicità delle ONG con le potenze ostili allo sviluppo del suo stato, le quali sono accusate di usare la retorica umanitaria solo contro governi scomodi verso gli interessi occidentali, ma mai contro i tagliagole sostenuti da quest’ultimi, o contro i rapimenti di giovani che per scopi di indottrinamento vengono prelevati e usati per combattere contro la loro stessa gente. D’altro canto questa metodologia è stata già collaudata da Inghilterra e Belgio nell’area del Rwanda-Urundi, sebbene con temi e retoriche differenti. Le potenze occidentali promuovono tali attività per infiltrare gli stati africani che cercano un loro percorso verso lo stato sociale, lasciandoli in uno stato di tensione e incertezza “bastianesca”, con la differenza però, che i tartari nella storia di Buzzati hanno tardato fin troppo, mentre in africa la loro attività è puntuale e sostenuta dalle democrazie occidentali.

Uno degli errori più frequenti nell’analisi delle crisi africane è quello di osservare il continente soltanto attraverso categorie esterne e con temi triti e ritriti, indubbiamente utili quando contestualizzati, ma dannosi se proposti in modo approssimativo: tradizione contro modernità, religione contro laicità, progresso contro arretratezza, in realtà, Traorè, ripristinando ciò che Sankara stava cercando di attuare, realizza ciò che Achebe raccontava parlando di una comunità africana capace di possedere una propria complessità culturale, e di trovare una propria storia autonoma anche rispetto alle influenze politiche e religiose, e risponde altresì ai dilemmi di Walter Rodney sull’emancipazione dell’Africa.

Riprendendo pertanto da dove si iniziava: la posizione di Traoré si inserisce in un contesto geopolitico più ampio. Negli ultimi anni il Burkina Faso, come altri Paesi del Sahel, ha progressivamente ridotto i rapporti con alcune potenze occidentali e ha cercato nuove partnership internazionali, compresa una maggiore vicinanza alla Russia. Questo cambiamento non può essere letto soltanto come una sostituzione di un’influenza straniera con un’altra. Rappresenta piuttosto il tentativo, da parte delle nuove leadership africane, di ridefinire il concetto stesso di sovranità nazionale in un mondo multipolare di cui la Russia è motore filosofico sin dagli ottocenteschi tempi alessandrini, basato sull’istanza sovranista – della quale Trump per anni ha rappresentato speranze e illusioni – su una lettura geopolitica primakoviana – ovverosia ripensata, finalizzata alla multipolarità e ad una visione multilivello di accordi internazionali – e altresì basata sulle valutazioni di Samuel Huntington, privilegiando pertanto una potenza in grado di portare istanze e condizioni realmente affrancate dalle esperienze coloniali che invece – nonostante le pervasive retoriche post-moderne del politicamente corretto – impregnano ancora le logiche residue delle potenze occidentali.

Note e Riferimenti

Al Jazeera – 22 Luglio

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