di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/03/la-posizione-dellindia-nellorganizzazione-per-la-cooperazione-di-shanghai/ Andrew Korybko, analista statunitense di origine russa, ha analizzato il ruolo dell’India all’interno dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, risponendo ad un articolo dell’intellettuale indiano C. Raja Mohan. Di seguito la traduzione completa dell’articolo pubblicato sul sito personale di Korybko. La SCO non è una piattaforma perfetta e ci sono chiari limiti alla cooperazione multilaterale al suo interno, ma svolge ancora un ruolo insostituibile nella gestione degli interessi delle parti interessate dell’Eurasia, specialmente nella regione dell’Asia centrale. Quelli come C. Raja Mohan che credono che l’appartenenza a questo gruppo sia un “fardello”, e quindi stanno sottilmente facendo pressioni affinché Paesi come l’India ne prendano le distanze, o non ne comprendono lo scopo strategico o stanno deliberatamente cercando di alimentare un dilemma sulla sicurezza per fini divisivi. L’intellettuale indiano C. Raja Mohan ha pubblicato la scorsa settimana un pezzo su come “l’incontro SCO evidenzia il ruolo crescente della Cina nell’Asia interna, la sfida dell’India“. In breve, ha avvertito che la crescente influenza economica della Cina all’interno degli Stati membri del blocco, in particolare quelli dell’Asia centrale, rappresenta presumibilmente una sfida per l’India. In particolare, è preoccupato che la suddetta tendenza eroda l’influenza della Russia in quell’area, spostando così potenzialmente l’equilibrio regionale e minacciando alla fine gli interessi strategici dell’India in Eurasia. Mohan ha concluso il suo pezzo scrivendo che “per l’India, una Russia forte e indipendente è fondamentale per mantenere l’equilibrio interno dell’Asia. Ma Delhi non è in grado di garantire l’autonomia strategica di Mosca da Pechino; questo dipende dalle scelte strategiche russe. L’onere di Delhi nella SCO deve ora essere quello di proteggere i propri interessi in una distribuzione del potere regionale in rapida evoluzione a favore della Cina. Il fatto che l’India non abbia un accesso geografico diretto alla regione senza sbocco sul mare rende questa sfida impegnativa“. L’unica parte del paragrafo precedente che riflette accuratamente la realtà così come esiste oggettivamente è la prima frase riguardante gli interessi dell’India in una Russia forte e indipendente. Tutto il resto che Mohan ha scritto è influenzato dalle sue paure della Cina, che assomigliano alla visione del mondo a somma zero dell’Occidente che probabilmente sottoscrive, come evidenziato dalle opinioni che ha espresso nei pezzi precedenti. Descrivendo falsamente la SCO come un “fardello” per l’India, sta insinuando che Delhi dovrebbe prendere le distanze dal gruppo. Sarebbe un errore di proporzioni epiche, poiché la SCO è un quadro adatto per garantire gli interessi strategici del suo Paese in Eurasia. Nessun’altra piattaforma è paragonabile alla sua portata continentale, che offre all’India un posto al tavolo come partecipante alla pari nelle discussioni dei suoi membri. A proposito di questi, mentre inizialmente si concentravano sulla lotta alle minacce alla sicurezza non convenzionali come il terrorismo, il separatismo e l’estremismo, la SCO ha iniziato a concentrarsi sempre più anche su connettività, finanza e commercio. Sebbene sia vero che ci sono limiti all’efficacia della cooperazione multilaterale dei suoi membri su questi temi, in particolare quelli di sicurezza per ovvi motivi derivanti...
repubblica popolare cinese
di Pepe Escobar FONTE ARTICOLO: La de-dollarizzazione entra nel vivo (thecradle.co) Il dollaro USA è essenziale per la proiezione del potere globale degli Stati Uniti. Ma nel 2022, la quota del dollaro tra le valute di riserva è scivolata dieci volte più velocemente della media degli ultimi due decenni. È ormai dato accertato che lo status del dollaro USA come valuta di riserva globale si stia erodendo. Quando i media occidentali iniziano ad attaccare seriamente la narrativa sulla de-dollarizzazione del mondo multipolare, si capisce che il panico a Washington è ormai pienamente diffuso. I numeri: la quota del dollaro nelle riserve globali era del 73% nel 2001, del 55% nel 2021 e del 47% nel 2022. Il dato fondamentale è che l’anno scorso la quota del dollaro è scivolata 10 volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi due decenni. Ora non è più inverosimile prevedere una quota globale del dollaro di appena il 30% entro la fine del 2024, in coincidenza con le prossime elezioni presidenziali statunitensi. Il momento decisivo – l’effettiva causa scatenante della caduta dell’egemone – è stato nel febbraio 2022, quando oltre 300 miliardi di dollari di riserve estere russe sono state “congelate” dall’Occidente collettivo e ogni altro Paese del pianeta ha iniziato a temere per i propri depositi di dollari all’estero. In questa mossa assurda, però, c’è stato un po’ di sollievo comico: l’UE “non riesce a trovare” la maggior parte di essi. Secondo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, oltre il 70% degli accordi commerciali tra Russia e Cina utilizza, adesso, il rublo o lo yuan. Russia e India stanno commerciando il petrolio in rupie; meno di quattro settimane fa, Banco Bocom BBM è diventata la prima banca latinoamericana ad iscriversi come partecipante diretto al Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), che è l’alternativa cinese allo SWIFT, il sistema di messaggistica finanziaria guidato dall’occidente. La cinese CNOOC e la francese Total hanno firmato il loro primo commercio di GNL in yuan attraverso lo Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange. L’accordo tra Russia e Bangladesh per la costruzione della centrale nucleare di Rooppur aggirerà, anch’esso, il dollaro USA. Il primo pagamento di $ 300 milioni sarà in yuan, ma la Russia cercherà di far passare i prossimi in rubli. Il commercio bilaterale della Russia e della Bolivia ora accetta transazioni in Boliviano. Questo è estremamente pertinente, considerando che la spinta di Rosatom è una parte cruciale dello sviluppo dei depositi di litio in Bolivia. In particolare, molti di questi scambi coinvolgono paesi BRICS – e oltre; almeno 19 nazioni hanno già chiesto di aderire al BRICS+, la versione estesa della principale istituzione multipolare del XXI secolo, i cui membri fondatori sono Brasile, Russia, India e Cina e, poi, Sud Africa. I ministri degli esteri di questi cinque paesi inizieranno a discutere le modalità di adesione per i nuovi membri in un prossimo vertice che si terrà a giugno a Città del Capo. Allo stato attuale, i BRICS, sono già più rilevanti per l’economia globale rispetto ai...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/01/lesorbitante-privilegio-del-dollaro-e-il-suo-lento-declino/ L’imposizione del dollaro come valuta di scambio internazionale ha rappresentato la principale leva del dominio economico degli Stati Uniti. Tuttavia questo “esorbitante privilegio” è destinato ad un lento ma inesorabile declino. Prima di divenire presidente della Repubblica Francese, Valéry Giscard d’Estaing occupò a lungo l’incarico di ministro delle Finanze, attraversando quattro governi diversi nei periodi 1962-1966 e 1969-1974. Fu allora che coniò l’espressione “esorbitante privilegio”, riferendosi al ruolo del dollaro come valuta di scambio internazionale, elemento che secondo la sua visione aveva rappresentato il principale fondamento del dominio economico degli Stati Uniti su scala planetaria. In effetti, il fatto che gli Stati Uniti siano riusciti ad imporre la propria valuta nazionale come elemento di scambio tra quasi tutti i Paesi, ha conferito a Washington un potere senza precedenti nella storia economica mondiale. Per decenni, gli USA hanno avuto nelle proprie mani il controllo del commercio internazionale, e non solo di quello degli stessi Stati Uniti con gli altri Paesi, ma persino degli scambi che avvenivano tra Stati terzi. Tutto questo, per intenderci, ha permesso anche a Washington di imporre in maniera efficace sanzioni ai Paesi che non si allineavano ai voleri dell’imperialismo nordamericano. Se i difensori dello status quo sottolineano come, ancora oggi, il dollaro statunitense venga utilizzato per l’83,71% degli scambi mondiali, è anche vero che fino a pochi anni fa questa stessa cifra era ben superiore al 90%, dimostrando come sia in corso una lenta ma inesorabile erosione dell’esorbitante privilegio sottolineato da Giscard d’Estaing. Tale declino sta avvenendo perché sempre più Paesi hanno deciso consapevolmente di affrancarsi dal dominio statunitense, scegliendo di utilizzare valute come yuan e rubli per i propri scambi. “Per molto tempo, spinta dall’approccio “America First”, la Fed ha utilizzato lo status del dollaro USA come valuta chiave internazionale per alleviare i problemi economici negli Stati Uniti a scapito degli interessi di altri Paesi, il che ha seriamente influenzato la stabilità finanziaria ed economica del mondo”, ha analizzato l’economista cinese Lian Ping sulle pagine del Global Times. “Ciò che è ancora più preoccupante è che gli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi per trasformare l’egemonia del dollaro in un’arma geopolitica, ricorrendo spesso a sanzioni e altre misure sconsiderate. In questo contesto, molti Paesi hanno iniziato a esplorare la dedollarizzazione e cercano di sbarazzarsi dell’egemonia del dollaro”. Al momento, sono 85 i Paesi che hanno accordi bilaterali o multilaterali che prevedono la sostituzione del dollaro con valute alternative per gli scambi internazionali. Il caso più noto è certamente quello degli scambi bilaterali tra Russia e Cina, che oramai vengono quasi completamente effettuati con l’uso delle valute nazionali, anche per via delle sanzioni imposte contro la Russia. Anche altri Paesi, come il Brasile, l’Argentina e l’Arabia Saudita hanno accettato di effettuare gli scambi bilaterali con la Cina in yuan, mentre sono in corso le contrattazioni con la Thailandia. Inoltre, alcune macroregioni, come quella dell’ASEAN, che include alcune delle principali economie emergenti del mondo, stanno lavorando per sostituire il dollaro con le proprie valute locali. “Le regole politiche ed economiche globali costruite dagli Stati Uniti stanno...
di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: RESEAUVOLTAIRE In pochi mesi la ribellione contro l’impero americano si è tradotta in fatti: nel 2022 la quota del dollaro nelle riserve mondiali è scesa al 47%. La segretaria al Tesoro, Janet Yellen, si è vista costretta a dichiarare: «nel tempo, l’uso che facciamo delle sanzioni finanziarie collegate al ruolo del dollaro può rappresentare un rischio, possono scalzare l’egemonia della nostra moneta». Mentre il segretario USA alla Difesa Austin convoca in Germania il “Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina” per fornire sempre più armi a Kiev e alimentare la guerra in Europa, il ministro degli Esteri russo Lavrov è in visita in Brasile, Venezuela, Nicaragua e Cuba. In America Latina, che gli USA considerano il loro “cortile di casa”, sta nascendo un progetto che, sviluppandosi, minerebbe le fondamenta del potere economico statunitense nella regione. Brasile e Argentina hanno stretto un accordo per creare una nuova moneta comune da usare al posto del dollaro negli scambi commerciali tra i due paesi e altri paesi latino-americani. In Brasile Lavrov ha incontrato il presidente Lula, che chiede esplicitamente “la fine del dominio commerciale del dollaro”. Lo stesso obiettivo viene enunciato nel comunicato sul partenariato strategico tra Brasile e Cina, emesso al termine della visita del presidente Lula a Pechino: “Brasile e Cina hanno concordato di rafforzare gli scambi in valute locali.” I due paesi, facenti parte dei BRICS, hanno anche concordato di promuovere congiuntamente la Nuova Banca per lo Sviluppo, la principale istituzione finanziaria dei BRICS alternativa alla Banca Mondiale dominata dagli USA. Anche negli scambi commerciali tra Cina e Russia, raddoppiati nel giro di un anno, vengono usate le rispettive monete al posto del dollaro. Lo stesso criterio viene usato negli accordi che la Cina conclude con un numero crescente di paesi eurasiatici nel quadro della Nuova Via della Seta. Di fronte alla crescente ribellione all’impero del dollaro, pilastro del predominio dell’Occidente, i ministri degli Esteri |del G7, riunitisi in Giappone, rispondono con un vero e proprio comunicato di guerra: annunciano altre sanzioni alla Russia e intimano alla Cina e ad altri paesi di “cessare l’assistenza alla guerra russa, o subiranno gravi costi.” E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati schierano crescenti forze, anche nucleari, contro la Cina, i ministri degli Esteri del G7 avvertono la Cina di “astenersi da minacce e uso della forza”.
di Fabio Massimo Parenti Dialogo, duro lavoro e negoziazione La Cina continua inesorabilmente la sua opera diplomatica internazionale avendo come stella polare la risoluzione dei conflitti, la pacificazione delle relazioni internazionali e la stabilizzazione regionale. E’ in questo quadro che va inserita la telefonata intercorsa tra i presidenti Xi e Zelensky. Si tratta dello stesso approccio perpetuato in Medio Oriente, al fine di mediare la storica riappacificazione tra Iran e Arabia Saudita dopo anni di tensioni e guerre regionali. Se in questo ultimo caso, la mediazione pragmatica di Beijing ha già ottenuto il risultato del cessate il fuoco in Yemen (una delle peggiori guerre del secolo dove sauditi ed iraniani si trovavano su fronti opposti), sembra che ci siano speranze concrete anche per un possibile riavvicinamento tra Arabia Saudita e Siria. In questi due casi, quello ucraino e quello mediorientale, così come per altre questioni e tensioni con paesi confinanti, la Cina ha sempre dato la priorità al dialogo costante e alla negoziazione. La telefonata tra Xi e Zelensky non va ridotta dunque ad un semplice espediente diplomatico e di facciata, ma va intesa nell’essenza della cultura diplomatica cinese, volta a sostenere la costruzione di un destino comune dell’umanità sulla base dei principi di reciprocità, rispetto e uguaglianza tra i popoli. La Cina ha mantenuto la propria neutralità nella crisi russo-ucraina, senza sostenere militarmente nessuna delle parti in conflitto, ed ha proposto un documento guida per avviare un processo concreto di negoziazione: un documento che ha incontrato l’interesse sia di Mosca che di Kyev. A tutti gli effetti e dopo più di un anno dall’inizio della guerra, la Cina viene riconosciuta dalle parti in campo come il paese più affidabile, capace di ribadire principi fondamentali per trovare una soluzione a medio termine: come ad esempio la centralità della Carta delle Nazioni Unite, la valutazione, su base paritaria, delle varie preoccupazioni di sicurezza nazionale, nonché la necessità di sostenere il dialogo al fine di evitare una catastrofe nucleare senza vincitori. Il prossimo passo di Beijing sarà, come annunciato, l’invio del rappresentante cinese per gli affari eurasiatici al fine di approfondire i dettagli della discussione politica e sostenere l’avvio di un nuovo e più efficace tavolo negoziale. Se anche le altre potenze, ancora troppo coinvolte nel conflitto, sostenessero questi sforzi di dialogo in qualità di “parti terze”, il processo di risoluzione del conflitto potrebbe dispiegarsi con maggiore celerità.
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/27/largentina-paghera-le-importazioni-dalla-cina-in-yuan/ L’Argentina pagherà le importazioni dalla Cina in yuan e non in dollari: altro piccolo passo verso la dedollarizzazione dell’economia mondiale. Un altro paese, l’Argentina, inizierà a commerciare con la Cina in yuan e e non in dollari. Il ministro dell’economia argentino, Sergio Massa, ha annunciato mercoledì un accordo con la Cina che gli permetterà di pagare le importazioni provenienti da Pechino in yuan.Di fronte alle scarse riserve di dollari e agli scarsi raccolti a causa della siccità, il paese sudamericano ha attivato lo ‘swap’ di valute per lo scambio bilaterale.Secondo il funzionario, l’Argentina pagherà importazioni equivalenti a 1,04 miliardi di dollari in aprile e 790 milioni di dollari in maggio nella valuta cinese invece di usare il dollaro statunitense come concordato in precedenza.Secondo Massa, “dopo un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni provenienti dalla Cina, in yuan e non in dollari, Questo permetterà all’Argentina di ridurre la sua dipendenza dal dollaro. L’accordo è stato firmato al Palacio de Hacienda di Buenos Aires, con la presenza dell’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli, e banchieri e uomini d’affari del gigante asiatico. Il Ministro dell’Economia argentino era accompagnato dal suo gabinetto e dal presidente della Banca Centrale (BCRA), Miguel Pesce, riferisce RT. “Questo migliora la prospettiva delle riserve nette dell’Argentina. Ci dà più libertà e ci aggiunge capacità di funzionamento dalla BCRA, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire di fronte a coloro che, pensando di non avere capacità economica come stato, hanno speculato e sovraspeculato”, ha detto il ministro. Massa ha fatto riferimento all’escalation del dollaro parallelo o ‘blue’ che è stata registrata negli ultimi giorni. La valuta statunitense che opera al di fuori dei canali bancari è salita da 400 a 490 pesos in poco più di una settimana, e mercoledì è scesa a 475 dopo l’intervento del governo, che ha venduto obbligazioni e riserve per frenare l’aumento. Martedì il presidente Alberto Fernández ha incolpato “la destra” per aver diffuso voci con lo scopo di destabilizzare i cambi e poi incassare i guadagni, danneggiando “il risparmio degli argentini e delle argentine”. Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi paesi hanno scelto di iniziare un processo di ‘dedollarizzazione’ e rafforzamento delle proprie valute nazionali iniziando ad usarle nei commerci bilaterali. In America Latina, il Brasile è stato il primo paese ad adottare questa strategia economica all’inizio di quest’anno, quando ha aperto la strada promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense. Nel mezzo della disputa tra Stati Uniti e Cina per conquistare i mercati nella regione, il governo di Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto progressi nei negoziati di scambio commerciale e investimenti con il gigante asiatico abilitando pagamenti direttamente in real brasiliani e yuan cinesi. L’Argentina, che oggi ha deciso di iniziare a pagare le sue importazioni in yuan,...
di Collettivo Shaoshan ripreso da Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/18/il-pil-cinese-nel-primo-trimestre-del-2023-aumenta-al-di-sopra-delle-aspettative/ Il prodotto interno lordo della Cina nel primo trimestre del 2023 aumenta ad un ritmo che nessuno si aspettava confermando il buono stato dell’economia del paese del dragone. Mentre in occidente si continuano a spendere miliardi di dollari per sostenere L’Ucraina dalle parti di Pechino, che si è sempre dichiarato neutrale, l’economia viaggia a gonfie vele smentendo tutte le cassandre che ipotizzavano il crollo cinese. Infatti in occidente prevedevano una catastrofe economico-finanziaria ma invece il PIL Cinese nel Primo Trimestre del 2023 ha registrato una crescita del 4,5%, superando ogni previsione. Secondo i dati ogni indice di Produzione Industriale è positivo, e – con il lancio di Grandi Progetti Infrastrutturali, il Partito Comunista Cinese prevede un’ulteriore accelerazione e crescita nel Secondo Trimestre, come affermato dall’Economista Lian Ping. Con la crescita della Produzione Industriale (+3,9% su base annua a marzo) sono cresciuti anche gli investimenti nella costruzione di infrastrutture (+8,8% rispetto all’anno precedente). L’Industria High-Tech, uno dei fiori all’occhiello della Cina, ha mostrato un solido slancio, con un aumento degli investimenti del 16%, con l’obiettivo di raggiungere l’Auto-Sufficienza in ambito Tecnologico. Auto-Sufficienza, ma anche “fiducia in se stessi”, questa è la nuova Linea Guida del Partito Comunista Cinese per il futuro della Cina. Il Reddito Disponibile Pro-Capite è aumentato del 5,1% su base annua in termini nominali. Più nello specifico, il reddito pro capite nelle Aree Urbane è aumentato del 4%, mentre nelle Aree Rurali del 6,1%. Con la crescita del Reddito Pro-Capite, sono aumentate anche le vendite dei beni di consumo, registrando un +5,8% su base annua nel Primo Trimestre, le vendite al dettaglio sono aumentate del 10,6% su base annua. Infine, a differenza che nei paesi occidentali dove ogni anno gli investimenti pubblici diminuiscono drasticamente, il Governo Cinese ha aumentato gli investimenti nella Sanità Pubblica del 21,6% rispetto all’anno precedente e nell’Istruzione del 6,2% rispetto al 2022.
Dal generale (2s) Daniel Schaeffer, ex addetto alla difesa in Thailandia, Vietnam e Cina, membro del think tank Asia21-Futuribles (www.asie21.com) FONTE ARTICOLO: https://www.asie21.com/2023/02/13/taiwan-washington-reussira-t-il-a-pousser-pekin-a-la-faute/ (Nota: questo articolo non ha tenuto conto dell’ipotesi accademica secondo cui la Corea del Nord avrebbe colto l’occasione offerta da una situazione confusa derivante dallo scoppio di un conflitto militare sino-taiwanese per attaccare la Corea del Sud e lanciare bordate di missili verso il Giappone e gli Stati Uniti Stati. Quale plausibilità?). Rapporto Non appena è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, la stampa internazionale e nazionale ha automaticamente tracciato un parallelo con la questione della Repubblica di Cina, quella di Taiwan, di fronte alla Repubblica popolare cinese (RPC). La trasposizione intellettuale fa gola a causa di una situazione che in vari punti appare simile a quella che oppone la Russia all’Ucraina, con sullo sfondo l’appoggio americano a Kiev come a Taipei. La cosa migliore è uscire da queste analogie e limitarsi al teatro dell’Estremo Oriente, che è già abbastanza complicato poiché le tensioni tra belligeranti in prima linea non si limitano alla sola questione dell’isola di Taiwan, delle sue dipendenze e dello stretto, ma anche al suo intero ambiente rappresentato dai mari della Cina meridionale, orientale e delle Filippine sul lato dell’Oceano Pacifico. Tutto è inseparabile. Perché tali nefasti presagi in tutto l’estremo oriente marittimo, la cui situazione generale è ufficialmente ritenuta “stabile” da Pechino, un’iperbole che tenderebbe a far credere che nella regione regni la pace? In verità, se c’è stabilità, sta nelle tensioni permanenti e nelle preoccupanti incertezze su una transizione comunista verso un atto di guerra contro Taiwan, un possibile intervento americano per contrastarla, l’addestramento al conflitto in Giappone e nelle Filippine, vittime parziali di danni collaterali, e persino la Corea del Sud e gli altri paesi dell’ASEAN come contraccolpo. E, oltre a ciò, a causa dell’insistenza di alcuni Paesi che invocano un più forte coinvolgimento della NATO nell’Indo-Pacifico, si sta delineando il rischio per la Francia, essa stessa membro dell’organizzazione ma anche potenza regionale, di scivolamento verso un conflitto che non è nei suoi interessi. In ogni caso, l’epicentro della tensione si trova proprio a Taiwan e nel suo vicino ambiente marino, una grande questione globale tra la Repubblica Popolare Cinese e l’America. Taiwan, una questione politica È prima di tutto una questione politica, più per la Cina che per gli Stati Uniti. Pechino ha fatto della riunificazione, o unificazione secondo alcuni esegeti, una questione di principio. Con questa scelta semantica, questi ultimi sembrano dimenticare che nel 1683 Formosa entrò definitivamente in seno a una Cina imperiale sotto il dominio dei Manciù, questi “barbari” del nord che riuscirono a insediare il loro potere sul trono imperiale Han in seguito ad un’invasione riuscita nella primavera del 1644, contro una dinastia Ming in perdita del “mandato del Cielo”. Questa appartenenza di Taiwan alla Cina fu peraltro ammessa da tutti gli Stati che, dal 1964, Francia prima, e poi Stati Uniti, Giappone, tra gli altri, riconobbero ufficialmente la RPC e la portarono, il 25 ottobre 1971,...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/03/12/i-paesi-del-brics-superano-in-termini-di-pil-il-g7/ Le sanzioni economiche sono una delle armi preferite dall’occidente per tentare di piegare i paesi che non sottostanno alle direttive loro imposte in campo politico ed economico ma come appare sempre più chiaro i risultati ottenuti sono del tutto negativi. Le nazioni a cui gli Stati Uniti e i paesi a loro assoggettati, come l’Unione Europea, applicano sanzioni sono numerosi ma i risultati di questa politica punitiva non sono quelli che ci si aspetterebbe. Infatti, come è oramai noto, le sanzioni non fermano la crescita economica del paese che le subisce. Esistono poi i paradossi dove le sanzioni si ritorgono contro chi le promuove, come nel caso della Federazione Russa, sanzionata abbondantemente per l’invasione in Ucraina. In questo caso sono proprio le economie dei paesi europei a subirne le conseguenze mentre Mosca quasi non se ne accorge. Uno dei provvedimenti presi contro la Federazione Russa è anche l’embargo sulla vendita di prodotti petroliferi raffinati come il gasolio. Questo ha fatto sì che molti paesi tra cui l’Arabia Saudita hanno enormemente aumentato l’importazione di diesel per poi rivenderlo proprio a noi che applichiamo tale divieto. Un bell’affare non c’è che dire. La Federazione Russa ha aumentato le esportazione verso Riad sia direttamente che con trasferimenti in alto mare da una petroliera all’altra, denominati ship to ship. Il boom di esportazioni di gasolio russo verso l’Arabia Saudita è iniziato dopo il 5 febbraio. data in cui è iniziato il divieto di importazione nell’Unione Europea dei prodotti raffinati russi. Una volta ricevuto il gasolio russo le raffinerie saudite raffinano ulteriormente i prodotti e di fatto lo rendono nuovamente vergine e pronto per essere venduto sui mercati europei. Prima dell’inizio dell’embargo sui prodotti raffinati russi l’Unione Europea importava dalla Federazione Russa 600 mila barili al giorno. adesso le importazione di questi prodotti dall’Africa e dall’Asia è notevolmente aumentata. Anche paesi nord africani come Algeria e Tunisia hanno aumentato notevolmente le loro importazione di diesel russo che poi finisce nei distributori di gasolio in Europa. Intanto il Ministero del Petrolio iraniano ha annunciato che il paese ha raggiunto il livello massimo di esportazione di petrolio dal 2018, anno in cui gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni al paese persiano. Il Ministro del Petrolio Yavad Oyi ha dichiarato che l’Iran ha esportato nell’ultimo anno 86 milioni di barili di petrolio in più rispetto all’anno precedente e 198 milioni di barili in più rispetto al 2020. Ha continuato affermando che ciò è stato possibili nonostante le numerose sanzioni applicate al suo paese dai soliti Stati Uniti. Secondo quanto affermato dalla Casa Bianca nel 2018 le sanzioni avrebbero dovuto azzerare le esportazioni di greggio dall’Iran, ma come è oramai evidente a tutti le sanzioni non servono per bloccare le economie dei paesi sottoposti a tali provvedimenti. Anche le esportazioni di gas sono aumentate del 15 per cento nel corso dell’ultimo anno, secondo quanto comunicato da Yavad Oyi, riporta Hispan TV. Nel 2022 la produzione media di greggio iraniano, secondo i dati...
di Silk Road Briefing FONTE ARTICOLO: https://www.silkroadbriefing.com/news/2023/04/17/pakistan-drops-us-dollar-euro-to-trade-with-china-in-rmb-yuan/ Il professor Ahsan Iqbal, Ministro pakistano per la pianificazione, lo sviluppo e le iniziative speciali, ha dichiarato che il Pakistan è un sostenitore di lunga data degli sforzi intrapresi dalla Cina per espandere l’uso del renminbi (RMB) come valuta globale. La Cina ha intensificato il sostegno per la compensazione e il regolamento in RMB nel suo commercio estero, in particolare con i Paesi della Belt and Road Initiative, con il Pakistan che è stato uno dei principali Paesi a utilizzare il RMB per il regolare il commercio internazionale. “Stiamo promuovendo transazioni in RMB per grandi progetti nell’ambito del CPEC come il progetto Main Line 1, progetto di quasi 9 miliardi di dollari. Stiamo cercando di strutturare il suo accordo in RMB e stiamo già lavorando con società cinesi che hanno grandi progetti con transazioni effettuate in RMB”. Il Pakistan ha già firmato un memorandum d’intesa (MoU) con la Cina per facilitare l’uso del RMB nel commercio e negli investimenti bilaterali. L’accordo tra Cina e Pakistan fornisce una piattaforma per i due Paesi al fine di favorire legami economici più stretti e insieme promuovere il commercio e gli investimenti utilizzando il RMB.