di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: RESEAUVOLTAIRE In pochi mesi la ribellione contro l’impero americano si è tradotta in fatti: nel 2022 la quota del dollaro nelle riserve mondiali è scesa al 47%. La segretaria al Tesoro, Janet Yellen, si è vista costretta a dichiarare: «nel tempo, l’uso che facciamo delle sanzioni finanziarie collegate al ruolo del dollaro può rappresentare un rischio, possono scalzare l’egemonia della nostra moneta». Mentre il segretario USA alla Difesa Austin convoca in Germania il “Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina” per fornire sempre più armi a Kiev e alimentare la guerra in Europa, il ministro degli Esteri russo Lavrov è in visita in Brasile, Venezuela, Nicaragua e Cuba. In America Latina, che gli USA considerano il loro “cortile di casa”, sta nascendo un progetto che, sviluppandosi, minerebbe le fondamenta del potere economico statunitense nella regione. Brasile e Argentina hanno stretto un accordo per creare una nuova moneta comune da usare al posto del dollaro negli scambi commerciali tra i due paesi e altri paesi latino-americani. In Brasile Lavrov ha incontrato il presidente Lula, che chiede esplicitamente “la fine del dominio commerciale del dollaro”. Lo stesso obiettivo viene enunciato nel comunicato sul partenariato strategico tra Brasile e Cina, emesso al termine della visita del presidente Lula a Pechino: “Brasile e Cina hanno concordato di rafforzare gli scambi in valute locali.” I due paesi, facenti parte dei BRICS, hanno anche concordato di promuovere congiuntamente la Nuova Banca per lo Sviluppo, la principale istituzione finanziaria dei BRICS alternativa alla Banca Mondiale dominata dagli USA. Anche negli scambi commerciali tra Cina e Russia, raddoppiati nel giro di un anno, vengono usate le rispettive monete al posto del dollaro. Lo stesso criterio viene usato negli accordi che la Cina conclude con un numero crescente di paesi eurasiatici nel quadro della Nuova Via della Seta. Di fronte alla crescente ribellione all’impero del dollaro, pilastro del predominio dell’Occidente, i ministri degli Esteri |del G7, riunitisi in Giappone, rispondono con un vero e proprio comunicato di guerra: annunciano altre sanzioni alla Russia e intimano alla Cina e ad altri paesi di “cessare l’assistenza alla guerra russa, o subiranno gravi costi.” E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati schierano crescenti forze, anche nucleari, contro la Cina, i ministri degli Esteri del G7 avvertono la Cina di “astenersi da minacce e uso della forza”.
Mese: Aprile 2023
di Andrea Puccio | occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/22/la-russia-vendera-le-proprie-risorse-energetiche-solo-in-valute-nazionali/ Cercare di abbandonare l’uso del dollaro statunitense nelle transazioni internazionali è diventata la priorità per le economie di molti paesi che non intendono più dipendere dai capricci del paese nord americano. Tra le nazioni in prima linea nel cercare vie diverse per regolare le proprie negoziazioni senza l’uso del dollaro troviamo la Russia e la Cina. La prima cerca di eludere le numerosi sanzioni a lei applicate dopo l’inizio della guerra in Ucraina dai paesi occidentali, la seconda invece teme che il prossimo paese a su cui si abbatterà la scure di Washington sia proprio Pechino e per questo, viste le esperienze passate, cerca in tutti i modi di allontanarsi dal dollaro. La Russia sta passando alle valute nazionali per il pagamento delle risorse energetiche, ha detto il Vice Primo Ministro Alexander Novak. Parlando ai media, Novak ha spiegato che lo yuan e il rublo sono molto richiesti e nel prossimo futuro la Federazione intende abbandonare del tutto l’euro e il dollaro. “La tendenza è cambiata molto sulla riduzione dell’uso di dollari o euro. Visti gli attuali problemi nelle transazioni con queste valute, nei nostri regolamenti ci stiamo muovendo solo verso le valute nazionali, lo yuan è richiesto qui, il rublo è richiesto”, ha detto, riferisce Sputnik. Abbandonare il dollaro ed iniziare i commerci nelle proprie valute nazionali è la tendenza attuale di tutti quei paesi che non hanno più intenzione di sottostare alle politiche economiche imposte dagli Stati Uniti. Sono già molti i paesi che commerciano con le proprie valute nel mondo ed il conflitto tra Russia ed Ucraina, a causa delle sanzioni applicate a Mosca, ha accelerato questo processo di dedollarizzazione. “Questa tendenza continuerà, i nostri colleghi stanno già pagando il gas in yuan in Cina, in parte anche il petrolio. Anche i pagamenti vengono effettuati in rubli. Continueremo a migliorare questi regolamenti reciproci nelle valute nazionali”, ha aggiunto Novak, il quale considera molto alto l’interesse attuale nei confronti delle risorse energetiche russe, motivo per cui sarebbe necessario creare meccanismi per i regolamenti, che possono essere solo in valute nazionali.
di Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: RUSSIA PRIMO FORNITORE DI PETROLIO PER L’INDIA | OCCHI SUL MONDO Dopo la decisione dell’occidente di applicare le sanzioni economiche a Mosca a seguito dell’invasione dell’Ucraina le relazioni economiche tra Russia e India si sono notevolmente incrementate al punto che Mosca o è diventato il primo fornitore di petrolio per Nuova Delhi. Quest’anno la Federazione Russa è diventato il primo fornitore di petrolio per l’India anche grazie al contributo svolto dalla Gazprombank russa, che ha svolto un ruolo fondamentale espandendo i propri legami con le banche indiane per facilitare il commercio tra i due Paesi nelle valute nazionali. Gazprombank è il terzo istituto di credito russo e rappresenta un importante canale per il commercio energetico russo. Elena Borisenko, vicepresidente del consiglio di amministrazione di Gazprombank, ha dichiarato alla Reuters di aver “lavorato duramente per stabilire il nostro livello di partnership con le banche indiane”. Descrivendo il duro lavoro svolto nell’impresa, ha osservato che “i nostri rappresentanti qui hanno lavorato duramente”, aggiungendo che ora hanno “infrastrutture e pagamenti da parte delle banche… è molto meglio di quanto fosse tre mesi fa”, riporta Scenari Economici. Borisenko ha osservato poi che “spera che gli scambi commerciali migliorino e che… i pagamenti tra Russia e India siano sempre più in valuta nazionale“. Questo è stato possibile grazie alla creazione da parte della Banca Centrale Indiana di speciali conti esteri in rupie che hanno permesso anche alla Russia di regolare le proprie transazione internazionali con l’India nella sua moneta aggirando quindi le sanzioni internazionali. Ciò evidenzia la crescente importanza delle valute nazionali nel commercio internazionale. La possibilità di commerciare in valute nazionali è essenziale per il commercio tra paesi evitando l’egemonia del Dollaro. Si tratta di una tendenza sempre più diffusa e che ha come finalità quella di aggirare blocchi e controlli statunitensi e di fornire alle varie valute nazionali uno status maggiore. Questo cambiamento potrebbe modificare drasticamente il sistema finanziario globale negli anni a venire, degradando lo status della valuta statunitense per lo meno nel pagamento delle merci. Reuters riferisce inoltre che sia l’India che la Cina hanno acquistato dalla Russia petrolio a prezzi più alti di quelli imposti dal tetto al prezzo del greggio russo negli ultimi mesi. Per tentare di frenare l’economia della Federazione Russa i paesi del G7 hanno imposto un tetto al prezzo del greggio di 60 dollari al barile ma secondo i dati forniti da Reuters la Cina e l’India, che è il primo importatore di petrolio russo con il 70 per cento delle esportazioni, hanno violato tale tetto. Bisognerà vedere cosa faranno adesso i paesi occidentali: applicheranno sanzioni a Cina e India o, come più probabile, manifesteranno la propria impotenza e lasceranno passare? Come noto sia Pechino che Nuova Delhi non hanno aderito al tetto sul prezzo del petrolio russo imposto dai paesi occidentali. Infatti se l’india è il primo acquirente di petrolio russo, Mosca è diventato il primo fornitore di greggio per la Cina superando l’Arabia Saudita.
da Global Times | 27.03.2023 Il 24 aprile, le Nazioni Unite hanno dichiarato che l’India si appresta a diventare la nazione più popolosa del mondo, status a lungo detenuto dalla Cina. Alcuni media occidentali hanno colto la palla al balzo per enfatizzare il contrasto tra i due Paesi. Una vignetta della rivista tedesca Der Spiegel mostra due treni diversi: uno è vecchio e pieno zeppo di persone, tra di loro c’è chi sventola la bandiera indiana; l’altro è un avanzatissimo treno proiettile con la bandiera cinese, apparentemente in ritardo rispetto al primo treno. Il fumetto ha suscitato enormi polemiche tra gli indiani. Molti netizen, e persino esponenti politici, hanno accusato la vignetta di razzismo. Il mondo da ora in avanti presterà maggiore attenzione all’India, il Paese più popoloso al mondo, e ogni cosa che farà New Delhi sarà inevitabilmente paragonata a Pechino. In un momento storico di cambiamento demografico, il percorso che sia Cina che India hanno davanti non è semplicissimo. I due Paesi, invece di pensare al “confronto Cina-India”, devono concentrare le forze per sviluppare le proprie economie e migliorare i mezzi di sussistenza delle persone. Solo questo le renderà più forti e più capaci di affrontare le sfide future. Long Xingchun, professore presso la School of International Relations della Sichuan International Studies University, ha dichiarato al Global Times che con un’enorme popolazione di dimensioni simili, Cina e India dovrebbero rafforzare la cooperazione bilaterale sulla base di tale terreno comune. Dovrebbero essere più empatici l’uno con l’altro e considerare lo sviluppo come la questione più cruciale. Allo stesso tempo, con una tale somiglianza, Pechino e Nuova Delhi possono creare maggiori opportunità di cooperare nell’arena internazionale. In quanto due maggiori Paesi in via di sviluppo del mondo, possono difendere in modo più deciso e proattivo gli interessi del Sud del mondo, in particolare di fronte ai Paesi sviluppati, se le due nazioni possono unirsi. La popolazione combinata di Cina e India è di quasi 3 miliardi, pari a oltre il 30% della popolazione mondiale. La cooperazione tra i due è quella tra due giganti. Se entrambi i Paesi possono nutrire queste 3 miliardi di persone e condurle alla fine a una vita agiata, sarà un grande pilastro per la pace e la stabilità nel mondo. L’India dovrebbe avere una prospettiva più ampia in quanto supera la Cina in termini di popolazione. Deve capire che cadere nella trappola dell’Occidente della narrativa “Cina contro India” causerà solo conflitti inutili che potrebbero ostacolare la prospettiva di una cooperazione vantaggiosa per tutti e di uno sviluppo comune.
di Fabio Massimo Parenti Dialogo, duro lavoro e negoziazione La Cina continua inesorabilmente la sua opera diplomatica internazionale avendo come stella polare la risoluzione dei conflitti, la pacificazione delle relazioni internazionali e la stabilizzazione regionale. E’ in questo quadro che va inserita la telefonata intercorsa tra i presidenti Xi e Zelensky. Si tratta dello stesso approccio perpetuato in Medio Oriente, al fine di mediare la storica riappacificazione tra Iran e Arabia Saudita dopo anni di tensioni e guerre regionali. Se in questo ultimo caso, la mediazione pragmatica di Beijing ha già ottenuto il risultato del cessate il fuoco in Yemen (una delle peggiori guerre del secolo dove sauditi ed iraniani si trovavano su fronti opposti), sembra che ci siano speranze concrete anche per un possibile riavvicinamento tra Arabia Saudita e Siria. In questi due casi, quello ucraino e quello mediorientale, così come per altre questioni e tensioni con paesi confinanti, la Cina ha sempre dato la priorità al dialogo costante e alla negoziazione. La telefonata tra Xi e Zelensky non va ridotta dunque ad un semplice espediente diplomatico e di facciata, ma va intesa nell’essenza della cultura diplomatica cinese, volta a sostenere la costruzione di un destino comune dell’umanità sulla base dei principi di reciprocità, rispetto e uguaglianza tra i popoli. La Cina ha mantenuto la propria neutralità nella crisi russo-ucraina, senza sostenere militarmente nessuna delle parti in conflitto, ed ha proposto un documento guida per avviare un processo concreto di negoziazione: un documento che ha incontrato l’interesse sia di Mosca che di Kyev. A tutti gli effetti e dopo più di un anno dall’inizio della guerra, la Cina viene riconosciuta dalle parti in campo come il paese più affidabile, capace di ribadire principi fondamentali per trovare una soluzione a medio termine: come ad esempio la centralità della Carta delle Nazioni Unite, la valutazione, su base paritaria, delle varie preoccupazioni di sicurezza nazionale, nonché la necessità di sostenere il dialogo al fine di evitare una catastrofe nucleare senza vincitori. Il prossimo passo di Beijing sarà, come annunciato, l’invio del rappresentante cinese per gli affari eurasiatici al fine di approfondire i dettagli della discussione politica e sostenere l’avvio di un nuovo e più efficace tavolo negoziale. Se anche le altre potenze, ancora troppo coinvolte nel conflitto, sostenessero questi sforzi di dialogo in qualità di “parti terze”, il processo di risoluzione del conflitto potrebbe dispiegarsi con maggiore celerità.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/28/limperialismo-subalterno-della-germania-di-scholz/ Grande sconfitta della seconda guerra mondiale, la Germania si trova in una posizione molto particolare: principale potenza economica in Europa, ma non abbastanza forte dal punto di vista militare e della politica estera. L’assetto mondiale odierno, come noto, deriva in gran parte dall’esito della seconda guerra mondiale. I cinque principali vincitori (Stati Uniti, Unione Sovietica – poi Federazione Russa -, Cina, Francia e Regno Unito) hanno goduto di indubbi vantaggi e di grande prestigio internazionale negli ultimi ottant’anni, fatto suggellato dall’ormai anacronistico diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, i principali Paesi sconfitti (Germania, Giappone e Italia) hanno pagato il fio del nazifascismo con una posizione di subalternità sotto molti aspetti, sebbene siano stati nel complesso riabilitati come membri del consesso delle nazioni. Limitandoci al caso della Germania, dopo la cosiddetta “riunificazione” – in realtà un Anschluss, ovvero l’annessione della Germania orientale da parte di quella occidentale – a Berlino è stato dato campo libero in materia economica, tanto che la Germania unita ha presto guadagnato il ruolo di prima potenza del continente sotto questo punto di vista. I tedeschi hanno goduto di questa situazione soprattutto dopo l’adozione della moneta unica, che ha dato alla Germania un indubbio vantaggio nei confronti di quei Paesi che in precedenza avevano una valuta debole, come la Lira italiana. Tuttavia, il primato economico non ha garantito alla Germania un ruolo altrettanto importante in campo militare e in politica estera. Da questo punto di vista, dunque, Berlino resta ancora limitata dall’esito del conflitto mondiale. Al contrario, la Francia dispone di un netto vantaggio rispetto al resto dei Paesi dell’Unione Europea, potendo contare su uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo, nonché sul proprio arsenale atomico (unico Paese dell’Unione Europea, dopo l’uscita del Regno Unito). Inoltre, grazie alla sua eredità coloniale, Parigi dispone di una grande sfera d’influenza nel continente africano, e di punti d’appoggio disseminati su tutto il pianeta. Limitata nella sua politica militare ed estera, la Germania si è ridotta sempre più a giocare un ruolo di potenza subalterna agli Stati Uniti in questi ambiti. Se, in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003, l’allora cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, si schierò coraggiosamente contro l’attacco ingiustificato al Paese mediorientale, oggi il suo presunto erede, Olaf Scholz, non sembra avere le forze per fare altrettanto. Sebbene il cancelliere abbia avuto qualche slancio di politica estera indipendente, come nel caso della sua visita in Cina, il suo governo non sembra condividere tale posizione, nonstante i continui atti di bullismo da parte di Washington (vedi attentato al Nord Stream). Insomma, la Germania si trova in una posizione subalterna, e nel suo governo convivono posizioni totalmente atlantiste con altre che invece vorrebbero vedere Berlino smarcarsi dal dominio dell’ingombrante “alleato”. Proprio per questo, il governo Scholz sembra voler perseguire una politica di forte riarmo attraverso sotterfugi come l’incorporamento dell’esercito olandese all’interno della Bundeswehr, l’esercito federale tedesco. Secondo il sito German Foreign Policy, “Berlino utilizza la cooperazione asimmetrica con L’Aia per colmare le lacune di capacità militare nazionale, per posizionarsi come una...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/27/largentina-paghera-le-importazioni-dalla-cina-in-yuan/ L’Argentina pagherà le importazioni dalla Cina in yuan e non in dollari: altro piccolo passo verso la dedollarizzazione dell’economia mondiale. Un altro paese, l’Argentina, inizierà a commerciare con la Cina in yuan e e non in dollari. Il ministro dell’economia argentino, Sergio Massa, ha annunciato mercoledì un accordo con la Cina che gli permetterà di pagare le importazioni provenienti da Pechino in yuan.Di fronte alle scarse riserve di dollari e agli scarsi raccolti a causa della siccità, il paese sudamericano ha attivato lo ‘swap’ di valute per lo scambio bilaterale.Secondo il funzionario, l’Argentina pagherà importazioni equivalenti a 1,04 miliardi di dollari in aprile e 790 milioni di dollari in maggio nella valuta cinese invece di usare il dollaro statunitense come concordato in precedenza.Secondo Massa, “dopo un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni provenienti dalla Cina, in yuan e non in dollari, Questo permetterà all’Argentina di ridurre la sua dipendenza dal dollaro. L’accordo è stato firmato al Palacio de Hacienda di Buenos Aires, con la presenza dell’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli, e banchieri e uomini d’affari del gigante asiatico. Il Ministro dell’Economia argentino era accompagnato dal suo gabinetto e dal presidente della Banca Centrale (BCRA), Miguel Pesce, riferisce RT. “Questo migliora la prospettiva delle riserve nette dell’Argentina. Ci dà più libertà e ci aggiunge capacità di funzionamento dalla BCRA, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire di fronte a coloro che, pensando di non avere capacità economica come stato, hanno speculato e sovraspeculato”, ha detto il ministro. Massa ha fatto riferimento all’escalation del dollaro parallelo o ‘blue’ che è stata registrata negli ultimi giorni. La valuta statunitense che opera al di fuori dei canali bancari è salita da 400 a 490 pesos in poco più di una settimana, e mercoledì è scesa a 475 dopo l’intervento del governo, che ha venduto obbligazioni e riserve per frenare l’aumento. Martedì il presidente Alberto Fernández ha incolpato “la destra” per aver diffuso voci con lo scopo di destabilizzare i cambi e poi incassare i guadagni, danneggiando “il risparmio degli argentini e delle argentine”. Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi paesi hanno scelto di iniziare un processo di ‘dedollarizzazione’ e rafforzamento delle proprie valute nazionali iniziando ad usarle nei commerci bilaterali. In America Latina, il Brasile è stato il primo paese ad adottare questa strategia economica all’inizio di quest’anno, quando ha aperto la strada promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense. Nel mezzo della disputa tra Stati Uniti e Cina per conquistare i mercati nella regione, il governo di Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto progressi nei negoziati di scambio commerciale e investimenti con il gigante asiatico abilitando pagamenti direttamente in real brasiliani e yuan cinesi. L’Argentina, che oggi ha deciso di iniziare a pagare le sue importazioni in yuan,...
di Giulio Chinappi La visita del pretendente al trono iraniano in Italia risulta alquanto inopportuna e suscita dubbi circa quale sia la posizione italiana nei confronti della Repubblica Islamica. In questi giorni, Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah Mohammed Reza Pahlavi, detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979, si trova a Roma per una visita di due giorni insieme alla consorte, la principessa Yasmine Pahlavi. Secondo la versione ufficiale, la visita del pretendente al trono iraniano, oggi cittadino statunitense, sarebbe volta a promuovere la visione di un Iran “laico e democratico” per il futuro. La visita di Reza Ciro Pahlavi nel nostro Paese appare alquanto inopportuna, poiché rischia di creare un incidente diplomatico con il governo legittimo della Repubblica Islamica dell’Iran. I monarchici iraniani, infatti, considerano il sedicente principe come il legittimo erede al trono, fatto naturalmente smentito dalla storia, visto che nel 1979 fu lo stesso popolo iraniano a votare, attraverso un referendum, per la fine della monarchia e l’instaurazione della repubblica, con una percentuale plebiscitaria. Il fatto che Reza Ciro Pahlavi si rechi in visita “ufficiale” in Italia dovrebbe suscitare non pochi interrogativi circa la posizione ufficiale del governo italiano nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. Storicamente, l’Italia ha sempre mantenuto rapporti con il governo di Tehrān, e ad oggi rappresenta il principale partner commerciale ed economico dell’Iran nell’Unione Europea. Andrebbe dunque spiegato se, improvvisamente, l’Italia non stia decidendo di sostenere le fazioni monarchiche contro il governo della Repubblica Islamica. Oltretutto, Pahlavi giunge in Italia dopo una discussa visita in Israele, evento che chiaramente ha fatto ulteriormente salire la tensione già alta tra l’Iran e l’entità sionista. Non a caso, la visita di Pahlavi in Israele ha avuto luogo poco dopo che l’Iran e l’Arabia Saudita hanno riavviato le loro relazioni diplomatiche con la mediazione della Cina, cambiando gli equilibri della regione mediorientale, e mettendo a repentaglio i piani di destabilizzazione orditi da Washington e Tel Aviv. Il governo dell’estrema destra sionista, guidato da Benjamin Netanyahu, del resto, non nasconde le sue reali intenzioni di provocare un cambio di regime in Iran: dobbiamo dunque concludere che anche l’Italia cova questo stesso piano? Nella giornata di ieri, 26 aprile, Reza Ciro Pahlavi ha tenuto un convegno dal titolo “Una visione laica e democratica per l’Iran del domani”, evento nel quale è intervenuto, tra gli altri, anche Roberto Bagnasco, capogruppo Forza Italia in commissione Difesa della Camera dei deputati, ovvero un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Secondo la versione del comunicato ufficiale, “il principe Pahlavi da oltre 43 anni si batte per la democrazia in Iran, per la separazione della religione dal governo dello Stato, per le libertà individuali, per la difesa dei diritti umani e per la coesistenza pacifica con le altre nazioni mediorientali”. Come al solito, questo genere di comunicati necessita una traduzione di significato per comprenderne il senso reale. Un Iran “laico e democratico”, nel linguaggio di costoro, significa un Iran completamente genuflesso ai dettami delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti, come quello che stava costruendo il padre del sedicente principe. Pahlavi, del resto, possiede...
di Collettivo Shaoshan ripreso da Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/18/il-pil-cinese-nel-primo-trimestre-del-2023-aumenta-al-di-sopra-delle-aspettative/ Il prodotto interno lordo della Cina nel primo trimestre del 2023 aumenta ad un ritmo che nessuno si aspettava confermando il buono stato dell’economia del paese del dragone. Mentre in occidente si continuano a spendere miliardi di dollari per sostenere L’Ucraina dalle parti di Pechino, che si è sempre dichiarato neutrale, l’economia viaggia a gonfie vele smentendo tutte le cassandre che ipotizzavano il crollo cinese. Infatti in occidente prevedevano una catastrofe economico-finanziaria ma invece il PIL Cinese nel Primo Trimestre del 2023 ha registrato una crescita del 4,5%, superando ogni previsione. Secondo i dati ogni indice di Produzione Industriale è positivo, e – con il lancio di Grandi Progetti Infrastrutturali, il Partito Comunista Cinese prevede un’ulteriore accelerazione e crescita nel Secondo Trimestre, come affermato dall’Economista Lian Ping. Con la crescita della Produzione Industriale (+3,9% su base annua a marzo) sono cresciuti anche gli investimenti nella costruzione di infrastrutture (+8,8% rispetto all’anno precedente). L’Industria High-Tech, uno dei fiori all’occhiello della Cina, ha mostrato un solido slancio, con un aumento degli investimenti del 16%, con l’obiettivo di raggiungere l’Auto-Sufficienza in ambito Tecnologico. Auto-Sufficienza, ma anche “fiducia in se stessi”, questa è la nuova Linea Guida del Partito Comunista Cinese per il futuro della Cina. Il Reddito Disponibile Pro-Capite è aumentato del 5,1% su base annua in termini nominali. Più nello specifico, il reddito pro capite nelle Aree Urbane è aumentato del 4%, mentre nelle Aree Rurali del 6,1%. Con la crescita del Reddito Pro-Capite, sono aumentate anche le vendite dei beni di consumo, registrando un +5,8% su base annua nel Primo Trimestre, le vendite al dettaglio sono aumentate del 10,6% su base annua. Infine, a differenza che nei paesi occidentali dove ogni anno gli investimenti pubblici diminuiscono drasticamente, il Governo Cinese ha aumentato gli investimenti nella Sanità Pubblica del 21,6% rispetto all’anno precedente e nell’Istruzione del 6,2% rispetto al 2022.
Dal generale (2s) Daniel Schaeffer, ex addetto alla difesa in Thailandia, Vietnam e Cina, membro del think tank Asia21-Futuribles (www.asie21.com) FONTE ARTICOLO: https://www.asie21.com/2023/02/13/taiwan-washington-reussira-t-il-a-pousser-pekin-a-la-faute/ (Nota: questo articolo non ha tenuto conto dell’ipotesi accademica secondo cui la Corea del Nord avrebbe colto l’occasione offerta da una situazione confusa derivante dallo scoppio di un conflitto militare sino-taiwanese per attaccare la Corea del Sud e lanciare bordate di missili verso il Giappone e gli Stati Uniti Stati. Quale plausibilità?). Rapporto Non appena è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, la stampa internazionale e nazionale ha automaticamente tracciato un parallelo con la questione della Repubblica di Cina, quella di Taiwan, di fronte alla Repubblica popolare cinese (RPC). La trasposizione intellettuale fa gola a causa di una situazione che in vari punti appare simile a quella che oppone la Russia all’Ucraina, con sullo sfondo l’appoggio americano a Kiev come a Taipei. La cosa migliore è uscire da queste analogie e limitarsi al teatro dell’Estremo Oriente, che è già abbastanza complicato poiché le tensioni tra belligeranti in prima linea non si limitano alla sola questione dell’isola di Taiwan, delle sue dipendenze e dello stretto, ma anche al suo intero ambiente rappresentato dai mari della Cina meridionale, orientale e delle Filippine sul lato dell’Oceano Pacifico. Tutto è inseparabile. Perché tali nefasti presagi in tutto l’estremo oriente marittimo, la cui situazione generale è ufficialmente ritenuta “stabile” da Pechino, un’iperbole che tenderebbe a far credere che nella regione regni la pace? In verità, se c’è stabilità, sta nelle tensioni permanenti e nelle preoccupanti incertezze su una transizione comunista verso un atto di guerra contro Taiwan, un possibile intervento americano per contrastarla, l’addestramento al conflitto in Giappone e nelle Filippine, vittime parziali di danni collaterali, e persino la Corea del Sud e gli altri paesi dell’ASEAN come contraccolpo. E, oltre a ciò, a causa dell’insistenza di alcuni Paesi che invocano un più forte coinvolgimento della NATO nell’Indo-Pacifico, si sta delineando il rischio per la Francia, essa stessa membro dell’organizzazione ma anche potenza regionale, di scivolamento verso un conflitto che non è nei suoi interessi. In ogni caso, l’epicentro della tensione si trova proprio a Taiwan e nel suo vicino ambiente marino, una grande questione globale tra la Repubblica Popolare Cinese e l’America. Taiwan, una questione politica È prima di tutto una questione politica, più per la Cina che per gli Stati Uniti. Pechino ha fatto della riunificazione, o unificazione secondo alcuni esegeti, una questione di principio. Con questa scelta semantica, questi ultimi sembrano dimenticare che nel 1683 Formosa entrò definitivamente in seno a una Cina imperiale sotto il dominio dei Manciù, questi “barbari” del nord che riuscirono a insediare il loro potere sul trono imperiale Han in seguito ad un’invasione riuscita nella primavera del 1644, contro una dinastia Ming in perdita del “mandato del Cielo”. Questa appartenenza di Taiwan alla Cina fu peraltro ammessa da tutti gli Stati che, dal 1964, Francia prima, e poi Stati Uniti, Giappone, tra gli altri, riconobbero ufficialmente la RPC e la portarono, il 25 ottobre 1971,...