4 Novembre 2026

repubblica popolare cinese

italia-bri
di Fabio Massimo Parenti FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/25/pressione-degli-stati-uniti-sullitalia-verso-labbandono-della-nuova-via-della-seta/ In nome della sua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, il governo italiano potrebbe rinunciare alla partecipazione alla BRI, la Nuova Via della Seta cinese, a discapito della propria economia. Di seguito la traduzione dell’articolo di Fabio Massimo Parenti per il Global Times. Sia i media stranieri che quelli nazionali hanno parlato del dilemma dell’Italia riguardo al rinnovo dell’accordo sulla Belt and Road Initiative (BRI, nota in italiano come Nuova Via della Seta, ndt) proposta dalla Cina che il Paese ha firmato nel marzo 2019. Come riportato dal Financial Times, l’accordo quadriennale per partecipare alla BRI “contiene una disposizione insolita per il rinnovo automatico alla scadenza nel marzo 2024, a meno che Roma non notifichi formalmente a Pechino la sua intenzione di ritirarsi tre mesi prima“. Il premier italiano Giorgia Meloni, appoggiata da una coalizione di destra in Parlamento, ha definito la decisione di firmare l’accordo un “grosso errore” durante la scorsa campagna elettorale. Tuttavia, il suo approccio alla Cina ha iniziato a cambiare lo scorso dicembre, dopo il suo incontro con il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice del G20 a Bali. In circa un’ora di colloqui, Meloni e Xi sono giunti a una convergenza su diversi punti di discussione, a partire dal riequilibrio del commercio bilaterale: l’Italia ha bisogno di esportare più beni e servizi in Cina per consolidare la ripresa post-Covid e soddisfare la domanda del mercato interno cinese, prodotti di consumo sempre più di alta qualità, per soddisfare le esigenze della sua nascente classe media. Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi derivanti dal rafforzamento delle relazioni economiche Cina-Italia (la BRI si è dimostrata un’iniziativa inclusiva, pragmatica e di successo), Roma sembra essere vittima della sua limitazione endemica di sovranità, a causa della sua dipendenza non scritta dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. In quanto unica vera potenza mediterranea in Europa, grazie alla sua posizione privilegiata, l’Italia è tradizionalmente sotto sorveglianza speciale. Pertanto, indipendentemente dai “colori” del governo, sacrificare gli interessi nazionali italiani sull’altare dei vincoli geopolitici, agendo sotto forma di ingerenze esterne, potrebbe essere un’opzione. Di conseguenza, non sorprende che, secondo Bloomberg, la Meloni avrebbe esposto la sua disponibilità a rompere l’accordo con la Cina durante un incontro con il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Kevin McCarthy. Sotto il primo governo Conte (2018-19), composto dal Movimento Cinque Stelle populista di sinistra e dalla Lega sovranista di destra, l’Italia ha cercato di realizzare un insolito esperimento politico con l’obiettivo di risollevare l’economia italiana dopo sette anni di austerità finanziaria all’interno del quadro del patto di stabilità e crescita dell’UE. La volontà di quel governo era quella di ripristinare il potere contrattuale dell’Italia nei confronti delle istituzioni sovranazionali – UE e NATO. Come si è mosso? Guardare ai BRICS è stata un’opzione per diversificare i vettori del commercio estero e della politica estera dell’Italia. Così, la scelta di firmare l’accordo sulla BRI ha reso l’Italia l’unico Paese del G7 ad aderire al mega-piano cinese, il che fu aspramente criticato dagli alleati. Il secondo governo Conte (2019-21), sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dal...
Firenze locandina (1)
Venerdì 26 maggio 2023, Stefano Vernole parteciperà in rappresentanza del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo alla quarta iniziativa della rassegna CORTOCIRCUITI IDEOLOGICI dal titolo “Analisi della Nuova guerra: ordine e disordine nel cuore dell’Europa“. L’evento si terrà presso il CIRCOLO RICREATIVO CULTURALE “BROZZI” di Via di Brozzi 312 a Firenze. Tutte le informazioni in locandina
A cura di Giulio Chinappi Insieme a Maria Morigi, docente e studiosa di archeologia, storia dell’arte e religioni orientali, affrontiamo la questione dello Xinjiang, smentendo la propaganda anticinese dei media occidentali e approfondendo la conoscenza di questa regione, anche alla luce dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. Newsletter Centro Studi Eurasia e Mediterraneo [tnp_form id=”1″]
2200-removebg-preview (1)
di Ekaterina Blinova FONTE ARTICOLO: https://sputnikglobe.com/20230504/raisis-visit-to-syria-heralds-failure-of-wests-mideast-policy-1110097905.html Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha incontrato il suo omologo siriano Bashar al-Assad. Il tour di Raisi in Siria è diventata la prima visita di stato di un presidente iraniano nella Repubblica araba dall’inizio della guerra in Siria nel 2011. “La visita del [presidente iraniano] Raisi a Damasco dopo una pausa di 13 anni dimostra che l’Iran è uscito dalla crisi e ha ripreso il suo precedente ruolo negli affari internazionali e regionali“, ha detto a Sputnik l’esperto iraniano di Paesi arabi e Medio Oriente, ex redattore in-capo dell’agenzia di stampa Mehr Hassan Khanizadeh. “Questa visita è importante da diversi punti di vista. Il coordinamento tra Iran, Russia e Siria ha permesso di contrastare con successo migliaia di terroristi e mercenari addestrati. Sono stati effettivamente neutralizzati, e questo è un segnale per l’Occidente che dice che la politica di utilizzare terroristi ed estremisti nella regione è inutile e destinato al fallimento“. Secondo alcune stime, la guerra collettiva per procura dell’Occidente contro la Siria è costata alla nazione mediorientale circa 650 miliardi di dollari. Secondo Khanizadeh, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno inviato oltre 150.000 mercenari in Siria, il che ha portato alla morte di circa 700.000 civili siriani. Dall’inizio del conflitto siriano nel 2011, l’amministrazione Obama ha esortato il legittimo Presidente della nazione a dimettersi, mentre i pianificatori di guerra statunitensi hanno apertamente suggerito schemi per balcanizzare il paese e prendersi i giacimenti petroliferi dalla Repubblica araba siriana. In particolare, l’idea di occupare al-Hasakah e Deir ez-Zor era stata espressa in un rapporto declassificato della US Defense Intelligence Agency (DIA) del 2012 che prevedeva la possibilità di creare un “principato salafita” nelle province “al fine di isolare i siriani regime“. Sorprendentemente, il rapporto del 2012 affermava apertamente che la balcanizzazione della Siria era “esattamente ciò che” volevano le potenze occidentali che sostenevano “l’opposizione“. Invece dei “salafiti”, le aree ricche di petrolio sono state occupate dalle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti e dominate dai curdi, che hanno inflitto gravi danni economici alla Repubblica araba insieme alle sanzioni draconiane del Caesar Act di Washington. A quel tempo, la CIA diede il via all’operazione Timber Sycamore volta a fornire armi e addestrare i jihadisti a combattere contro l’esercito arabo siriano. In seguito si è scoperto che i “ribelli” sostenuti da Timber Sycamore combattevano a fianco di al-Qaeda, propaggine del Fronte al-Nusra, in particolare.Il coinvolgimento della Russia nella guerra siriana dal 2015, avvenuto su richiesta ufficiale del legittimo governo siriano, così come il sostegno dell’Iran al suo vicino, ha ribaltato le sorti della guerra a favore di Damasco. La coalizione guidata dagli Stati Uniti non è riuscita né a cacciare Bashar al-Assad né a isolare il paese. […] “La visita di Raisi ha confermato ancora una volta il fallimento della politica occidentale e la sua ‘capitolazione’ all’alleanza tripartita di Russia, Iran e Siria”, ha detto Khanizadeh. “I terroristi non possono e non devono essere uno strumento per raggiungere gli obiettivi [dell’Occidente],...
di Veronica Vuotto Da Mao a Xi, la Cina ha subito una radicale trasformazione, non solo nel suo panorama politico ed economico, ma anche nella sua abilità tecnologica, divenendo, oggi, una forza preponderante nel lotto delle potenze leader del settore tecnologico globale; al centro della sua ambizione in questo campo troviamo l’industria dei semiconduttori, quella che – a ragione – viene considerata come la componente vitale dell’elettronica moderna. Così come per la rivoluzione energetica, il percorso della Cina alla ricerca dell’autosufficienza tecnologica è stato lungo e difficile: da isolata dal resto del mondo sotto la guida di Mao – situazione che ha gravemente ostacolato il suo progresso tecnico – oggi Pechino punta ad un ruolo di rilievo globale nel settore tecnologico; un percorso che, adesso, sta cominciando a dare i suoi risultati anche se i primi passi nell’industria dei semiconduttori risalgono proprio all’epoca maoista. Prima di entrare nel merito del discorso e analizzare questa altra poco conosciuta “lunga marcia” cinese, è bene chiarire alcuni dei concetti chiave che torneranno utili nel corso di questo breve saggio: in primis, chiariamo cosa si intende per semiconduttori e microchip, e quale ruolo ricoprano questi nella transizione energetica. I semiconduttori sono sono sostanze di natura cristallina che si comportano come conduttori all’aumentare della temperatura; a temperatura ordinaria, invece, si comportano come isolanti; potremmo definire i microchip come gli eroi silenziosi dell’era digitale: si tratta di minuscoli dispositivi tecnologici che offrono la possibilità di inviare, elaborare e archiviare dati. Infatti, nonostante le loro piccole dimensioni e la scarsa conoscenza sul loro funzionamento da parte dei consumatori finali, i microchip svolgono un ruolo cruciale nella nostra vita quotidiana essendo presenti in numerosi elementi divenuti essenziali, come, ad esempio, gli smartphone, computer e altri dispositivi high-tech da cui dipendiamo ogni giorno; senza il costante e rapido progresso nel campo dei microchip, infatti, non avremmo sperimentato il notevole impatto della tecnologia informatica nelle nostre vite. Lo sviluppo di queste tecnologie sono fondamentali anche nel contesto della transizione energetica visto che, nel passaggio ad un futuro che si vorrebbe basato principalmente su fonti energetiche rinnovabili e sostenibili, abbiamo bisogno di modi più efficienti e affidabili per produrre e distribuire elettricità ed energia. In questo scenario, i semiconduttori sono materiali fondamentali così come i microchip rappresentano componenti imprescindibili nel raggiungimento di risultati concreti: basti pensare alle loro numerose applicazioni in svariati campi, dai veicoli elettrici ai sistemi di reti intelligenti, dalle turbine eoliche ai pannelli solari dove i chip, vengono utilizzati per convertire la luce solare in energia. Al tempo stesso, supportano la regolazione del flusso di elettricità nelle turbine eoliche al fine di garantire un’efficace erogazione della rete. Sono, inoltre, utilizzati nei veicoli elettrici per controllare i diversi sistemi e sensori, nonché per gestire il flusso di potenza dalla batteria al motore. Infine, i semiconduttori vengono utilizzati nei sistemi di reti smart per osservare e controllare il flusso di elettricità in tutta la rete, assicurando che venga indirizzato verso i punti che ne hanno più bisogno. Tuttavia, è...
Phạm_Minh_Chính-removebg-preview (1) (1)
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://www.lacittafutura.it/esteri/le-proposte-del-vietnam-per-un%e2%80%99asean-autosufficiente In occasione del 42° vertice dell’ASEAN, il primo ministro vietnamita Phạm Minh Chính ha esposto le proposte del suo Paese per rendere l’associazione più autosufficiente grazie allo sfruttamento delle proprie risorse. Il viaggio in Indonesia del primo ministro vietnamita Phạm Minh Chính, che ha partecipato al 42° vertice dell’ASEAN dal 9 all’11 maggio, ha dimostrato per l’ennesima volta il grande impegno della Repubblica Socialista per lo sviluppo dell’organizzazione multilaterale. Il capo del governo ha infatti esposto delle proposte per promuovere l’autosufficienza e sfruttare meglio le risorse di questa ricca regione del mondo. Il ministro degli Esteri Bùi Thanh Sơn, che ha a sua volta partecipato al vertice di Labuan Bajo, sull’isola indonesiana di Flores, ha tenuto il 12 maggio una conferenza stampa nel corso della quale ha esposto i risultati raggiunti. Il ministro ha osservato che i leader dell’ASEAN hanno discusso e raggiunto un consenso su molti orientamenti importanti per la cooperazione del blocco nel 2023 e negli anni a venire. “Le opinioni sollevate durante gli eventi riflettono la determinazione a unire le nostre forze per costruire una comunità veramente orientata e incentrata sui popoli”, ha spiegato il capo della diplomazia vietnamita. Sơn ha detto che il primo ministro Phạm Minh Chính e la delegazione vietnamita hanno inviato molti messaggi importanti al vertice, promuovendo la solidarietà in seno all’ASEAN, e la determinazione a dare contributi sostanziali ed efficaci alla costruzione della comunità dell’ASEAN. Secondo il ministro, il governo, lo Stato e il Partito vietnamiti hanno un punto di vista coerente nel considerare l’ASEAN come una parte importante e integrante della politica estera del Paese. Il ministro Sơn ha poi passato in rassegna le osservazioni del primo ministro Chính, volte a suggerire idee, ispirare l’autosufficienza e sbloccare risorse per lo sviluppo della comunità dell’ASEAN. “In primo luogo, la solidarietà, l’unità, l’indipendenza, l’autosufficienza e la centralità dell’ASEAN servono come valori fondamentali per il successo del blocco”. Il leader del governo vietnamita ha sottolineato che la solidarietà crea una forza indistruttibile e deve essere dimostrata attraverso la volontà e le azioni concrete dei Paesi membri, e che rafforzare la solidarietà e l’unità è il compito fondamentale per il bene di un’ASEAN indipendente e autosufficiente. Inoltre, il primo ministro ha sottolineato la necessità che l’ASEAN mantenga il proprio equilibrio strategico nelle sue relazioni con i partner, in particolare le superpotenze. Così facendo il blocco riuscirà a mantenere la sua centralità. Inoltre, i Paesi membri devono: dimostrare di essere davvero un ponte affidabile in grado di armonizzare i rapporti con le superpotenze; creare e promuovere la cultura del dialogo, della consultazione e della costruzione della fiducia; e coordinarsi per rispondere alle sfide comuni. “In secondo luogo, il primo ministro ha sottolineato che la promozione della connettività regionale istituzionale, infrastrutturale e interpersonale per rimuovere i colli di bottiglia e attingere al potenziale di sviluppo costituisce le tre scoperte strategiche per creare uno slancio di sviluppo più forte per l’ASEAN nei prossimi decenni”. In mezzo a numerosi rischi e incertezze latenti nell’economia globale, per favorire...
China_Italy (1)
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: https://www.rt.com/news/576186-italy-leave-belt-road-china/ Roma sta valutando la possibilità di lasciare la Belt and Road Initiative con una mossa che metterà la volontà di compiacere ad altri stati occidentali al di sopra dei propri interessi nazionali. L’adesione dell’Italia alla Belt and Road Initiative (BRI) della Cina è in fase di rinnovo alla fine di quest’anno e i media occidentali ipotizzano che Roma possa scegliere di uscire dal patto. L’Italia è diventata la prima e unica nazione del G7 ad aver aderito alla visione infrastrutturale multimiliardaria proposta dalla Cina, firmando un memorandum d’intesa (MoU) appena prima che un’ondata di sentimenti anti-cinesi si scatenasse nel mondo. In effetti, la leadership del paese si trovava allora su una posizione molto diversa, con l’Italia guidata da Giuseppe Conte del Movimento Cinque Stelle, il cui populismo accusava l’establishment euro-atlantico di aver decimato l’economia italiana attraverso la crisi del debito del 2008 e le brutali misure di austerità che ne sono seguite. Non c’è da stupirsi, allora, che l’Italia abbia deciso di guardare a est. Anche a distanza di 15 anni dagli eventi del 2008, l’economia italiana non si è ancora completamente ripresa. Alla fine di quell’anno valeva $ 2,4 trilioni, mentre ora il suo valore $ 2,1 trilioni e cresce a malapena. Nuove e concomitanti crisi economiche hanno avuto un nuovo impatto. L’attuale leadership italiana non crede più che tutte le strade portino a Roma – figuriamoci all’odierna Via della Seta cinese – piuttosto, portano a Washington. Con l’aumentare della pressione sul Paese, i leader che si sono succeduti a Giuseppe Conte, Mario Draghi e Giorgia Meloni, hanno cercato di reimpostare la politica estera del Paese su obiettivi transatlantici, ponendo fine alla sua ribellione contro l’establishment e contemplando, così, l’abbandono della grande iniziativa della Cina. Stranamente, rimane la verità che sono l’UE e gli Stati Uniti a rappresentare la più grande minaccia per la prosperità dell’Italia, non la Cina. Mentre il dumping della BRI riceverà il plauso dei circoli di commento dominati dagli Stati Uniti, la realtà è che non si offrono alternative, piani e incentivi per rendere l’Italia un paese più ricco. È il “malato” del G7, un’economia avanzata che ha perso sempre più competitività, ma anche che è stata spinta al declino dall’essere un Paese del sud dell’Ue e un perdente netto delle politiche dell’Eurozona. È proprio a causa degli sconvolgimenti economici che il Paese ha dovuto affrontare negli ultimi 15 anni e della diffusa insoddisfazione che la politica radicale e populista ha guadagnato terreno. La Cina è stata giustamente vista come un’alternativa, un paese che potrebbe espandere rapidamente le esportazioni dell’Italia e investire nelle sue fatiscenti infrastrutture pubbliche. Tuttavia, questo è rapidamente diventato politicamente scorretto. I leader italiani sostengono che la partecipazione alla BRI sia stata una perdita di tempo. Tuttavia, la realtà è che quando l’eurocrate Mario Draghi è entrato in carica, ha cercato di reimpostare la politica estera italiana e ha iniziato a utilizzare i nuovi “poteri d’oro” per porre il veto e annullare gli investimenti cinesi...
di Ayman Falak Medina FONTE ARTICOLO: https://www.aseanbriefing.com/news/asean-to-increase-local-currency-transactions-reducing-reliance-on-the-us-dollar/ I membri dell’ASEAN hanno concordato di aumentare l’uso delle valute locali nelle transazioni economiche e di promuovere una migliore connettività di pagamento regionale; una mossa che potrebbe essere vista come un continuo cambiamento verso il processo di de-dollarizzazione nella regione. Al 42° Vertice dell’ASEAN tenutosi a Labuan Bajo, in Indonesia, i membri aderenti hanno firmato un accordo volto a spingere la realizzazione di una migliore connettività di pagamento regionale e l’uso delle transazioni in valuta locale (LCT). La mossa viene vista come la strategia messa in atto dal blocco per allontanarsi dalle valute di riferimento per il commercio, come, ad esempio, il dollaro USA. Il dollaro, infatti, è stato il re del commercio globale per decenni; questo non solo perché gli Stati Uniti sono la più grande economia del mondo, ma anche perché il petrolio e la maggior parte delle materie prime hanno un prezzo fissato in dollari. Tuttavia, da quando la Federal Reserve ha intrapreso la sua aggressiva strategia di aumento dei tassi di interesse, le banche centrali dei paesi in via di sviluppo sono state costrette ad aumentare i propri tassi di interesse per arginare il forte deprezzamento delle loro valute. Per essere chiari, il dollaro USA è ancora la valuta dominante tra le riserve globali Forex, visto che, nel quarto trimestre del 2022, rappresentava ancora circa il 58% delle riserve globali. L’euro è secondo e rappresenta il 20% delle riserve Forex globali. Attraverso l’iniziativa di transazione valutaria locale (LCT), i Paesi dell’ASEAN sperano di aumentare il commercio all’interno del blocco, insieme approfondendo l’integrazione finanziaria regionale, rafforzando la resilienza finanziaria e sostenendo le catene di valore regionali. […] L’ASEAN rappresenta circa il 7% del PIL globale. Asean diffidente sull’impatto delle sanzioni I membri dell’ASEAN sono anche diffidenti nei confronti del ruolo che il dollaro svolge nelle sanzioni imposte dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti – insieme all’UE – hanno congelato circa 300 miliardi di dollari di riserve estere della Russia e hanno tagliato le sue principali banche dall’accesso alla rete rapida nel tentativo di paralizzarne l’economia. Queste sanzioni hanno costretto i paesi dell’ASEAN a mitigare i loro rischi e ad impegnarsi nella diversificazione delle loro valute di riserva. Inoltre, gli Stati membri dell’ASEAN sono anche diffidenti sul fatto che gli Stati Uniti possano usare il potere della sua valuta per colpirli in futuro. La Cina si è sbarazzata delle sue obbligazioni del Tesoro statunitense e ora detiene $ 870 miliardi di debito statunitense – il più basso dal 2010. L’Iraq ora ha permesso agli scambi con la Cina di essere regolati attraverso lo yuan e, allo stesso modo, la Cina e l’Arabia Saudita stanno prendendo in considerazione di trattare il prezzo delle vendite di petrolio nella valuta cinese. Le banche centrali dell’Indonesia e della Corea del Sud hanno concordato di espandere l’uso reciproco della valuta locale per le transazioni bilaterali, oltre all’India e agli Emirati Arabi Uniti che hanno finalizzato un accordo per commerciare nelle loro valute nazionali. Il miglioramento...
di Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Reportage fotografico di LORENZO BARONCELLI https://instagram.com/quelloconilflash Giovedì 11 maggio presso la Sala della Passione del Palazzo di Brera a Milano si è tenuto un importante seminario dal titolo: “Cina: Rinascimento e Modernizzazione”, organizzato dall’Istituto Italo-Cinese e dal Consolato Generale della Repubblica Popolare Cinese in Milano. L’incontro, caratterizzato dalla partecipazione di numerosi studenti ed esponenti della comunità scientifica italo-cinese, è stato introdotto dalla Dott.ssa Maria Rosa Azzolina – Presidente dell’Istituto Italo-Cinese di Milano e dal Prof. James M. Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera e della Biblioteca Braidense, con il Prof. Alessandro Coscia della Pinacoteca di Brera nel ruolo di moderatore. Gli onori di casa sono toccati a S.E. Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese in Milano, a cui sono seguite le relazioni di: dr. Lorenzo Gonzo (Fondazione Bruno Kessler e già Addetto scientifico presso il Consolato Generale d’Italia in Chongqing), Prof. Ivan Cardillo (Università di Trento e docente alla China University of Political Science and Law), Mons. Pier Francesco Fumagalli (dottore della Veneranda Biblioteca Ambrosiana e Consigliere dell’Istituto Italo-Cinese). L’ultima parte del seminario è invece toccata proprio al Centro Studi Eurasia Mediterraneo con gli interventi del Vicepresidente e Responsabile relazioni esterne dr. Stefano Vernole e del Presidente Andrea Turi, mentre le conclusioni sono state affidate al dr. Stefano Bonilauri di Anteo Edizioni. Alla fine del seminario sono state distribuite ai presenti alcune copie dei recenti libri dedicati alla Cina dal Centro Studi Eurasia Mediterraneo.