21 Ottobre 2026

marco ghisetti

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A cura della redazione di Polis Etica Il 27 luglio 2022, POLIS ETICA, la neo Scuola Indipendente di Educazione Civica e Politica per Cittadini, ha realizzato un ennesimo convegno strategico, su di un tema tanto delicato che non ne parla quasi nessuno: chi sta causando la crisi politica, economica e identitaria dei paesi europei e dell’Europa nel suo insieme? E perché? La nostra sopravvivenza dipende dal riconoscere, su base OGGETTIVA, chi ci sta manipolando e inguaiando e chi potrebbe esserci d’aiuto. Ma, principalmente abbiamo bisogno di credere in noi stessi e nelle nostre identità e capacità e metterle insieme nell’interesse di tutti, senza perdere la nostra sovranità, nel rispetto reciproco. Al convegno “Ma quali sono gli interessi dei popoli europei e chi li tutela?” hanno partecipato politici, personaggi pubblici e rappresentanti della comunità scientifica, italiani e francesi. Tra i relatori c’erano il professor Alexandre Del Valle (noto politico e politologo, dalla Francia), il senatore Luigi Marino (politico, politologo e studioso del sistema russo ed ex sovietico, Italia), il Dr. Stefano Vernole (Direttore del CeSEM, Centro Studi Eurasiatici-Mediterranei, Eurasia, Italia), il Dr. Marco Ghisetti (analista di geopolitica per la rivista Eurasia, Italia) .​ Moderatore dell’evento è stato Guido De Simone (fondatore di Polis Etica). Durante l’incontro, i partecipanti hanno convenuto che dal 1945 l’Europa non è libera e, per ottenere una vera libertà ed un vero ruolo internazionale, l’UE deve liberarsi con intelligenza da qualsivoglia controllo “esterno” e in tutti i campi (monetario, militare, economico, politico), pur mantenendo buoni rapporti con tutti. Nei loro discorsi, i relatori hanno richiamato l’attenzione sulle conseguenze negative causate dal fatto che l’Europa segue senza obiezioni la politica ideologica e distruttiva statunitense contro la Russia (Russia che è proprio la gamba mancante ad un Occidente zoppo) e sostanzialmente obbedendo, senza obiezioni, salvo l’Ungheria di Orban, alla strategia egocentrica e sempre più autolesionista di Washington. Durante l’incontro si è parlato anche delle conseguenze negative della fornitura di armamenti all’Ucraina da parte dei paesi dell’UE, con costi diretti e conseguenze economiche e sociali che hanno solo danneggiato il tenore di vita dei cittadini europei e non la Russia. I partecipanti all’incontro hanno affrontato la crisi ucraina e le sue conseguenze dai vari punti di vista, incluso ciò che preoccupa moltissimo gli abitanti del continente europeo: il coinvolgimento in una guerra continentale solo distruttiva, se non definitiva (atomica). Hanno anche espresso la loro opinione negativa sulla concessione all’Ucraina dello status di paese candidato all’adesione all’Unione europea. È una mossa ideologica e pericolosa, ma anche un insulto a tutti i princìpi in base ai quali tutti gli altri aspiranti sono ancora oggi valutati e secondo i quali gli aderenti in passato sono stati accettati. E l’Ucraina di oggi NON è affatto compatibile con i princìpi dell’Unione Europea su tutti i piani. SINTESI DEGLI INTERVENTI, LE TESI PIÙ SIGNIFICATIVE Alexandre Del Valle Il professor ALEXANDER DEL VALLE ha offerto un’analisi critica del sistema europeo, rilevando che è stato concepito non in Europa, ma in America e quindi è un progetto puramente americano.​«Poi è stato motivato dall’opposizione al blocco comunista sovietico e finanziato dal...
A cura di Readovka Negli ultimi anni molti dei soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Marco Ghisetti, redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, editore di “Anteo Edizioni” e collaboratore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, ha espresso le seguenti osservazioni ad un giornalista dell’agenzia giornalistica russa Readovka. https://readovka.world/news/105637 Come sta reagendo alla crisi ucraina la società italiana? Ci sono persone in Italia che si oppongono all’invio di armi all’esercito ucraino? Innanzitutto, bisogna tener presente che il popolo italiano generalmente si interessa poco di politica, in particolare modo quella straniera. Fatta questa precisazione, inizialmente gli italiani furono colti di sorpresa dall’inizio dell’intervento militare russo in Ucraina e speravano che una soluzione pacifica potesse essere trovata il prima possibile. Ciò non significa che tifassero per l’uno o per l’altro schieramento, ma semplicemente che speravano che Russi e Ucraini si sedessero al tavolo delle trattative e stipulassero un accordo che, sebbene magri non definitivo, potesse per lo meno metter fine allo spargimento di sangue. Tuttavia, mano a mano che i combattimenti continuavano, e mano a mano che sia l’Unione Europea che il governo italiano fecero scelte politiche con l’obbiettivo non già di aiutare a cercare una soluzione pacifica, bensì di prolungare la guerra e favorire una parte specifica dello schieramento, la società italiana ha generalmente preso le distanze dall’operato del governo. Infatti, all’inizio si sperava che l’Italia potesse ricoprire il luogo del terzo super partes, in maniera piuttosto simile a quanto fatto dalla Turchia. È per questa ragione che la società italiana è, complessivamente, contro l’invio di armi. Un buon esempio di ciò è fornito dai lavoratori dell’aeroporto internazionale di Pisa, i quali, lo scorso marzo, smisero di lavorare allorquando scoprirono che ciò che stavano caricando sugli aerei consisteva in materiale bellico, non già in materiale non militare volto all’aiuto della popolazione civile. La medesima cosa vale per le sanzioni, le quali, oltre a danneggiare il ruolo dell’Italia nel mondo, danneggiando direttamente l’economia italiana e il benessere economico degli italiani. La guerra delle sanzioni ha delle ripercussioni sui cittadini italiani? Indubbiamente. E ciò perché le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, ne sono direttamente colpite. L’economia italiana è un’economia di trasformazione: compra risorse naturali e le trasforma in qualcos’altro. Le imprese italiane, non potendo più comprare le economiche risorse naturali russe, faticano a rimanere competitive sul mercato. Inoltre, negli ultimi anni innumerevoli soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Ciò mette a rischio la vera e propria sopravvivenza di queste aziende, favorendo però allo stesso tempo le grandi multinazionali e le grandi corporazioni straniere che intendono assorbire le fette di mercato che le morenti piccole e medie imprese abbandonano. Si può presumere che, quando le risorse naturali già stoccate finiranno (più o meno nel periodo autunnale), il peso delle sanzioni si farà sentire ancora di più:...
Il Pakistan è ritenuto il vero vincitore del rocambolesco ritiro statunitense dall’Afghanistan, vittoria che si aggiunge al sempre più solido legame di Islamabad con la Cina e all’aperto sostegno fornito alla Russia nei riguardi della guerra in Ucraina, oltre alla collocazione geograficamente strategica tra Medio ed Estremo Oriente e al fatto di essere l’unico Paese islamico dotato di armamento nucleare. È forse per questa ragione che si spiega la ragione dell’attuale crisi politica pakistana, con la quale sembra sia in corso un tentativo di cambio di regime (e quindi di rotta) all’interno della Terra dei puri. Ne parliamo con Daniele Perra, brillante e prolifico studioso di geopolitica che recentemente ha dato alle stampe il libro “La terra dei puri. Geopolitica ed ideologia del Pakistan” (scopri come acquistare il volume con il 20% di sconto), col quale fornisce un importante contributo alla comprensione di un Paese fin troppo ignorato e mal compreso nel panorama italiano. Il dott. Perra darà anche una lezione proprio sul Pakistan nel nostro corso l’Asia vista da Mosca e Pechino. Dottor Perra, il primo ministro pakistano Imran Khan ha recentemente denunciato quello che ritiene essere un tentativo di cambio di regime da parte di forze estere. Per quanto per ora Khan sia rimasto al potere, vi sono segni di forte tensioni interne, fomentate anche dai numerosi interessi che le grandi potenze nutrono nei confronti di questo Paese strategico. Come si stanno muovendo gli Stati mondiali nei confronti del Pakistan, e chi potrebbe essere interessato ad attuare un cambio di regime? Innanzitutto è bene chiarire che la situazione è ancora in evoluzione. Imran Khan è riuscito inizialmente ad evitare il voto di sfiducia grazie ad una prima dichiarazione di incostituzionalità da parte del Presidente dell’Assemblea, ma, in un secondo momento, è stato messo in minoranza dal parlamento. Oggi, il nuovo Primo Ministro pakistano è il politico e uomo d’affari Shehbaz Sharif, fratello del più noto Nawaz Sharif, e presidente del Pakistan Muslim League (Nawaz): Partito fondato dallo stesso Nawaz nel 1993 dopo la dissoluzione dell’Islamic Democratic Alliance. Dunque, in qualche modo (per mezzo di una manovra parlamentare di compravendita di seggi, qualcosa a cui siamo abituati anche in Italia), il cambio di regime si è già concretizzato. A questo proposito, si rende necessaria un breve digressione per meglio capire il panorama politico pakistano. Ad oggi, sono tre i principali Partiti politici in Pakistan: il già citato PML(N), il Partito del Popolo Pakistano (PPP), facente riferimento alla famiglia Bhutto-Zardari, ed il Pakistan Tehreek-e-Insaf (il Movimento pakistano per la giustizia legato alla figura dell’ex campione di cricket Imran Khan). I primi due Partiti hanno in qualche modo segnato la storia politica del Pakistan degli ultimi cinquanta anni, alternandosi al potere con periodi di dittatura militare. Il PPP venne fondato da Zulfiqar Ali Bhutto (padre di Benazir) sul finire degli anni ’60 del secolo scorso. Questo, inizialmente, aveva un orientamento di tipo socialista-nazionale. Bhutto nazionalizzò l’industria dell’acciaio pakistana e cercò di attuare una politica di bilanciamento tra Stati Uniti ed...
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Articolo Originale: Experto: situación de mujeres en Afganistán puede mejorar – 25.08.2021, Sputnik Mundo (sputniknews.com) Marco Ghisetti è stato intervistato a nome del CeSEM da “Sputnik” spagnolo sulla situazione dell’Afghanistan. Vi proponiamo qui la versione in italiano. “Vorrei chiedere l’opinione del Centro Studi Eurasia Mediterraneo sulla situazione in Afghanistan dopo la presa di Kabul da parte dei talebani” Quali saranno le conseguenze della presa di Kabul per la società afghana e, in particolare, per le donne? Il continuo domandarsi ed il continuo insistere sulla condizione della donna in Afghanistan è un segno dell’endemico ginocentrismo che caratterizza l’interezza della riflessione occidentale. Tale ginocentrismo ha nei fatti inquinato la riflessione europea ponendo al centro della riflessione concernente l’Afghanistan un fantomatico bisogno di liberazione per quella che veniva definita la “donna marrone”, che si voleva rendere più simile alla “donna bianca”, oltre ad aver fatto insistere nell’obiettivo di trasformare la società afghana in una liberal-democrazia occidentale. Tale ginocentrismo ha impedito di cogliere i veri interessi in gioco e di capire la realtà afghana. È un ginocentrismo che deve essere ridimensionato se si vuole capire sia l’Afghanistan che la varietà del pluriverso culturale del mondo. Detto questo, con la presa di Kabul da parte dei talebani la società afghana rimarrà caratterizzata da un forte tribalismo e nepotismo familiare, ma ciò perché è proprio questo il modo in cui la società afghana è organizzata: lo era prima, lo è stato durante e così sarà anche dopo l’occupazione occidentale. Per questa ragione, dal punto sociale non si registreranno eccessivi cambiamenti, poiché i talebani non nutrono mire di ingegneria sociale ed il loro governo ricalcherà la naturale disposizione tribale che caratterizza della società afghana. Inoltre, il governo talebano cercherà di prevenire le violenze private che solitamente caratterizzano i postumi delle guerre civili e dei cambi di regime, poiché vogliono essere riconosciuti dalla comunità internazionale come interlocutori legittimi. Riguardo alle conseguenze per la donna in quanto donna, è probabile che la sua condizione migliorerà già nel prossimo futuro per via della cessazione della situazione di guerra e per via degli investimenti economici che Russia, Cina e Iran riverseranno presto in Afghanistan, generando così crescite economiche e quindi un maggior benessere sociale. Riguardo ai sedicenti benefici che l’occupazione occidentale avrebbe generato nella società afghana durante il periodo di occupazione, e che col regime talebano sparirebbero presto, è opportuno sottolineare che non se ne era registrato nessuno di veramente tangibile. Le donne che, infatti, negli ultimi vent’anni hanno studiato all’università o che hanno raggiunto posizioni importanti nel campo, per esempio, della ricerca, del giornalismo, della burocrazia statale sono essenzialmente donne economicamente benestanti, le quali hanno avuto la possibilità di intraprendere certi percorsi piuttosto che altri proprio perché godevano della possibilità economica privata, non perché furono “liberate” o perché certe imposizioni o proibizioni sociali e legislative vennero meno. Anche le affermazioni secondo cui le donne che ora sarebbero obbligate a mettere il burqa che durante l’occupazione occidentale avevano tolto sono erronee: le donne afghane, in realtà, il burqa non se...
Marco-Ghisetti-TALASSOCRAZIA-Prima
Originale: https://www.geopolitica.ru/it/article/la-talassocrazia-di-marco-ghisetti di Luciano Pisani Marco Ghisetti è un giovane e promettente collaboratore della rivista di geopolitica “Eurasia”, responsabile della collana “Classici” presso “Anteo Edizioni” e responsabile della “sezione anglosassone” al “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo”. La monografia “Talassocrazia” è stata pubblicata, a detta dell’autore, dopo un anno di ricerche sull’evoluzione dottrinaria del pensiero del mondo anglosassone concernente le relazioni internazionali, e in particolare del Regno Unito e degli Stati Uniti, nell’ottica di individuare le fonti originarie dalle quali esso si è sviluppato e sulle quali esso è stato costruito. Il libro propone quindi un metodo di ricerca composto da un triangolo interpretativo che unisce le contingenze internazionali con i fatti geografici e, infine, l’elemento interpretativo e volitivo che caratterizzano l’attore politico. L’aggiunta dell’elemento interpretativo e volitivo (il terzo vertice del triangolo) costituisce un’originalità nella ricerca scientifica e si caratterizza per essere un pregio punto forza che accompagna tutto il libro; esso è un punto forza poiché riesce a sondare e rendere conto non solo delle motivazioni, ma anche dei desideri e delle paure che effettivamente influenzano le decisioni che l’attore politico prende di fronte ad un dilemma a cui deve dare risposta. Ad esempio, la rivoluzione spaziale avvenuta in seno all’Inghilterra all’inizio del cosiddetto periodo colombiano (XVI-XIX), descritta da Ghisetti usando una cospicua mole di letteratura scientifica, riesce, descrivendo abilmente il contesto storico-geografico e l’orizzonte di senso entro cui l’Inghilterra si muoveva ed interpretava il mondo, a spiegare per quale ragione l’Inghilterra decise di tagliare, per così dire, il cordone ombelicale che la legava all’Europa e di diventare un “pesce-balena” (Carl Schmitt), inserendosi quindi in una rete di significato che la portò a ritenersi un Paese “dell’Europa, eppure non in Europa” che, infine, le fece praticare la più che nota politica dell’isolazionismo-interventismo e dell’equilibrio di potenza nei confronti del continente europeo mentre si estendeva lungo gli oceani del mondo, costruendo così il proprio impero transoceanico. Così facendo, Ghisetti riesce a spiegare per quale ragione un altro Paese, per esempio il Giappone, anch’esso situato in una congiuntura spazio-temporale simile a quella inglese (il Giappone è, come l’Inghilterra, un impero isolano che, da una parte, dà dirimpetto ad una enorme massa terrestre e, dall’altra, ha il vasto oceano) decise invece di chiudersi a riccio nei confronti del mondo esterno con la politica del Sakoku. Nello specifico, il testo di Ghisetti pone particolare attenzione alla particolare “rappresentazione geopolitica” o “rete di significato” all’interno dei quali i vari attori internazionali sono situati, e per la quale scelgono di intraprendere certe scelte piuttosto che altre (ad esempio, chiudersi a riccio come il Giappone o estendersi sugli oceani come l’Inghilterra). Insomma, l’uomo è certamente un animale politico ma è anche un uomo geografico, poiché esso abita, vive ed interpreta lo spazio (o gli spazi); in poche parole, “geopoliticamente abita l’uomo”. In particolare, Ghisetti pone l’attenzione alla rappresentazione geopolitica che caratterizza gli attori che decidono di seguire una politica di dominio mondiale di tipo talassocratico, la quale, evidentemente, consiste in una particolare rete di significato. Tutto ciò...
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Poco conosciuta dal grande pubblico, a tratti schernita e dimenticata nelle nazioni-vassallo (a tutte le latitudini), ma importantissima e seriamente studiata nei Paesi che dominano gli scenari internazionali: è la geopolitica. E’ opinione diffusa che di tale disciplina non ci si occupa, infatti, proprio da quando la superpotenza che la pratica veramente – gli Stati Uniti – aveva fatto in modo che i popoli sottomessi non la studiassero e non fossero quindi tentati di praticarla. Proprio di Stati Uniti e della “talassocrazia” che questa potenza esprime è dedicato il saggio di Marco Ghisetti, giovane studioso di geopolitica e relazioni internazionali. Marco Ghisetti è responsabile del dipartimento dell’Area Anglosassone del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Partiamo dal titolo della tua opera appena pubblicata: Talassocrazia. I fondamenti della geopolitica anglo statunitense. Che cos’è, innanzitutto, una ‘talassocrazia’ e come si spiega il concetto in chiave geopolitica? Per “talassocrazia” si intende una strategia mondiale di dominio fondata sul potere marittimo, ovvero sul dominio e supremazia sugli oceani e mari del mondo, con tutto ciò che ne consegue: gestione più o meno diretta dei flussi finanziari, del commercio mondiale, capacità di estensione inter-oceanica, eccetera. Tale definizione va però approfondita aggiungendo che una strategia di dominio marittimo comporta necessariamente anche un vero e proprio donarsi al mare da parte dell’attore che vuole fare propria la strategia talassocratica, ovvero una decisione volta ad affermare la propria insularità, a trasformarsi in un’isola, ad unirsi ai flutti del mare e, quindi, di modificare di conseguenza e finanche profondamente il proprio orizzonte di senso e la propria visione del mondo in un’ottima marittima; tutte cose, queste, che sono tappe fondamentali per qualsiasi attore che voglia intraprendere una strategia mondiale di domino marittimo. Il tuo libro cerca di ripercorrere la storia della geopolitica anglo-statunitense e la relativa politica estera anglo-americana. Quali sono gli elementi di continuità che ne definiscono l’identikit e le principali peculiarità ancora in essere a tutt’oggi? Il principale filo rosso che connette la loro storia geopolitica è chiaramente quello di essere attori talassocratici; caratteristica, questa, che come detto, che ha influenzato sia la loro storica azione strategica sia la loro identità e interpretazione che hanno di se stessi e del mondo. Da oltre cent’anni la politica estera di Stati Uniti e Regno Unito mostra una sostanziale continuità che è possibile individuare tramite una approfondita conoscenza delle loro dottrine geopolitiche per come esse sono state definite con l’inizio della èra postcolombiana (inizio XX secolo), poiché la realtà geostorica del mondo è rimasta essenzialmente inalterata. Ovvero, la particolarità dell’Inghilterra è di essere un’isola al largo del continente europeo e la particolarità degli Stati Uniti è di essere un’isola continentale circondata dal continente eurasiatico; particolarità, queste, che indirizzano la loro rispettiva strategia marittima a mantenere, da una parte, il predominio marittimo e prevenire, dall’altra, ogni tipo di integrazione continentale che possa compromettere il loro primato marittimo. Tutte le prescrizioni, i timori, i desideri e le contraddizioni che ne conseguono e caratterizzano la loro politica estera hanno come fonte precisamente questa collocazione e rappresentazione geopolitica. CONTINUA...