4 Novembre 2026

Geopolitica

Closeup shot of a crack in a concrete wall
di Aldo Braccio Fronteggiare l’imprevedibile. Pianificare e organizzare il prevedibile. Come ogni Paese soggetto a gravi rischi di eventi sismici la Turchia deve rispondere a questi due imperativi vitali dopo il disastroso terremoto del febbraio 2023 (anno del centenario della fondazione della Repubblica, iniziato così tragicamente). Una nuova fortissima (magnitudo 6,4) scossa registrata ad Antakya (Antiochia) il 20 febbraio ha purtroppo ricordato che lo sciame sismico è virulento e destinato a protrarsi, anche se sperabilmente in misura decrescente. Il terremoto del 6 febbraio si è manifestato in due diverse faglie, rendendo la situazione ancora più tragica e imprevista: la prima faglia orientata da nordest a sudovest, per effetto della spinta da sud della placca arabica, che ha determinato uno spostamento di oltre tre metri del blocco anatolico; la seconda orientata da est a ovest, con angolo acuto rispetto alla prima. La discussione si è comprensibilmente accesa su quanto poteva essere e non è stato fatto per scongiurare o almeno mitigare una tragedia di queste proporzioni (ricordiamo: circa 40.000 vittime solo in Turchia a fine febbraio, senza cioè tenere il conto della gravissima situazione siriana, con le sue migliaia di vittime). Le autorità turche, e anche il mondo scientifico turco e quello internazionale, pongono l’accento sull’assoluta eccezionalità degli eventi, sottolineando che a poche ore di distanza fra l’una e l’altra si sono verificate due scosse di immane potenza sulle due diverse linee di faglia: una cosa mai vista prima. Il professore di geofisica ed esperto di terremoti riconosciuto internazionalmente Övgün Ahmet Ercan afferma che “non c’è mai stato al mondo un terremoto di questo tipo”. Il professore Edwin Nissen, dell’Università di Victoria, in Canada, sostiene che si sia trattato di uno “tra i cinque più grandi terremoti mai verificatasi”. Sembra pertanto giusto riconoscere l’eccezionalità dell’evento di fronte alla quale probabilmente qualsiasi intervento umano sarebbe risultato inadeguato. Tuttavia resta da chiedersi se in Turchia opportune ed efficaci misure di prevenzione del rischio fossero state prese: parliamo qui di Turchia e non di Siria, in cui la situazione tragica determinata da anni di aggressione internazionale e di sanzioni contro quella martoriata nazione ha di fatto impedita ogni misura di protezione del territorio. Dopo il tragico terremoto del 1999 – quasi 20.000 in quell’occasione furono le vittime – in Turchia fu introdotta una normativa antisismica che è stata concretamente attuata solo in parte. L’arresto di diverse decine di costruttori edili subito dopo il terremoto del 6 febbraio lascia presagire la realtà di edificazioni costruite senza rispetto degli standard antisismici e senza efficaci controlli da parte degli enti pubblici preposti; al 25 febbraio risultano oltre 600 le persone indagate, di cui quasi 200 già in carcere. Molte case e palazzi edificati senza strutture portanti in cemento armato, cattiva qualità del calcestruzzo, tondini di acciaio troppo sottili, risparmio sui costi, queste le denunce provenienti da più parti che si sommano a quelle provenienti dall’Unione delle camere degli ingegneri e degli architetti turchi (Türk Mühendis ve Mimar Odaları Birliği) in merito alla costruzione dell’aeroporto di Hatay...
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/25/russia-turchia-importante-colloquio-tra-putin-ed-erdogan/ In un colloquio telefonico, i due leader hanno parlato della crisi ucraina, dell’assistenza alle vittime del terremoto e dell’approvvigionamento energetico e alimentare del continente europeo e dell’intero pianeta. Il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, ed il presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, hanno tenuto venerdì un colloquio telefonico nel quale hanno affrontato i più importanti temi del momento, come la crisi ucraina, l’assistenza alle vittime del terremoto che ha colpito la Turchia, e le strategie per garantire l’approvvigionamento energetico e alimentare del continente europeo attraverso l’applicazione degli accordi di Istanbul. “I leader hanno avuto uno scambio di opinioni sulla situazione dell’Ucraina nel contesto delle valutazioni di principio messe a nudo dal presidente russo nel suo recente discorso sullo stato della nazione. Particolare attenzione è stata rivolta all’attuazione degli accordi di Istanbul sull’esportazione di grano ucraino e l’esportazione di prodotti agricoli e fertilizzanti russi. I presidenti hanno sottolineato la necessità di un’attuazione in buona fede della seconda parte del “pacchetto”, riguardante la rimozione degli ostacoli per le corrispondenti forniture dalla Russia ai Paesi più poveri“, si legge nella nota stampa rilasciata dal Cremlino. A tal proposito, è bene ricordare cosa prevedono gli accordi di Istanbul. Lo scorso 22 luglio, è stato firmato dalle parti in causa un pacchetto di documenti per risolvere il problema dell’approvvigionamento di cibo e fertilizzanti sui mercati europei e globali per una durata di 120 giorni. In particolare, la Russia e l’Ucraina si sono impegnate a garantire e esportazioni di grano dai porti di Odessa, Čornomors’k e Južne, attualmente sotto il controllo delle truppe di Kiev. In vista della scadenza degli accordi, prevista per il 19 novembre, il 17 novembre gli stessi sono stati prorogati per ulteriori 120 giorni. Secondo il ministero degli Esteri russo, l’accordo verrà automaticamente prorogato alla sua nuova scadenza se nel frattempo non vi saranno state obiezioni da parte di nessuna delle parti (Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite). Inoltre, la Russia e le Nazioni Unite hanno firmato un memorandum in cui si prevede che le Nazioni Unite adotteranno misure per revocare varie restrizioni sulle esportazioni di prodotti agricoli e fertilizzanti russi sul mercato globale. Nonostante gli accordi, la Russia ha ripetutamente sottolineato la mancata attuazione di diverse disposizioni previste dagli stessi, comprese quelle che prevedono l’esportazione di grano, fertilizzanti e prodotti alimentari in generale verso i Paesi più poveri. Nel caso in cui questa situazione dovesse permanere, la Russia potrebbe obiettare contro il rinnovo degli accordi, che scadranno a marzo, in quanto la parte ucraina non sta garantendo l’esportazione dei prodotti russi, mettendo ulteriormente a repentaglio l’approvvigionamento alimentare di molti Paesi. In seconda battuta, “i leader hanno discusso degli aspetti pratici di ulteriori forniture di fonti energetiche russe e della costruzione della centrale nucleare di Akkuyu“, secondo quanto affermato dal servizio stampa del Cremlino. La centrale nucleare di Akkuyu, la prima centrale nucleare in Turchia, è in costruzione sulla base dell’accordo intergovernativo russo-turco del 12 maggio 2010. Secondo le previsioni, la centrale nucleare soddisferà fino al 10% della domanda di elettricità della Turchia, e...
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di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: ideeazione.com A mio avviso, l’operazione speciale che la Russia sta attualmente conducendo in Ucraina è paragonabile a quegli eventi epocali che diversi ricercatori chiamano breakthrough, ossia conquiste rivoluzionarie che segnano svolte epocali nella storia russa. Ognuna di queste svolte ha un nome proprio. L’emergere dell’Antico Stato russo, il periodo precedente e successivo all’invasione mongola è chiamato periodo della Santa Russia. È allora che si formano i principali ideologemi associati all’adozione dell’Ortodossia, alla diffusione dell’identità russa e alla sua comprensione da parte di scribi, autorità e altri. Poi arriva l’epoca di Mosca come Terza Roma. In questo periodo Mosca si sente un vero regno ortodosso, un’arca in un mondo ostile. Quando intorno ci sono cattolici e Stati islamici, Mosca diventa la stella guida per tutti gli ortodossi. Con l’inizio dell’era di Pietro il Grande e la fondazione di San Pietroburgo, emerge una sorta di forma occidentalizzata di Stato russo, nota come Impero russo. Nel 1917 la Russia si trovò ad affrontare la fase successiva, la prossima svolta o rottura. Si trattava dell’Unione Sovietica, un progetto messianico rosso che si sarebbe diffuso in tutto il pianeta. Il culmine di questo progetto è l’estensione della Russia oltre il pianeta, cioè la realizzazione delle idee del cosmismo portate nella filosofia russa nel XIX secolo da Nikolai Fedorov e sono state realizzate solo nella seconda metà del XX secolo dallo Stato sovietico. A mio avviso, il 24 febbraio 2022 segnerà la stessa pietra miliare nella formazione dello Stato russo. Non so come si chiamerà quest’epoca. Non sarà l’Unione Sovietica. Saranno richiesti altri termini e parole. Dobbiamo capire che non si tratta solo di ripristinare le terre perdute. È una richiesta di riorganizzazione globale. Una riorganizzazione che né la Russia, né i suoi alleati, né il mondo in generale saranno in grado di affrontare senza una trasformazione fondamentale. Che l’establishment politico e la maggioranza della popolazione russa lo capiscano o meno, io credo che sia vero. È compito dei filosofi comprendere la portata epocale e globale di ciò che sta accadendo. La Russia storica, grande e multiforme emergerà da tutto questo in una qualità completamente nuova. Ciò che sta accadendo ora sul territorio dell’ex Ucraina è una lotta per l’acquisizione di questa qualità. Le acquisizioni territoriali cambieranno la geopolitica della Russia. Le aree meridionali e costiere aggiungeranno un certo potere. Lo stesso accadrà dal punto di vista demografico. Circa dieci o quindici milioni di persone che condividono la cultura russa e parlano la lingua russa, anche se saranno un po’ stordite, costituiranno comunque un aumento significativo della popolazione. Nella sfera intellettuale, nuovi pensatori emergeranno da questa guerra globale e da questa operazione speciale per trovare nuovi termini per questa epoca, un nuovo linguaggio per il futuro. L’impulso che la Russia trarrà dalla conclusione positiva dell’operazione speciale è quello di trasformare il Paese. La Russia non solo si occuperà dei suoi confini occidentali, dell’Ucraina e di alcuni conflitti locali in Occidente, ma segnerà il suo ritorno trionfale come grande potenza in Eurasia....
a cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/24/la-cina-propone-dodici-punti-per-la-pace-in-ucraina/ Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento in dodici punti intitolato “La posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina“, in cui vengono proposti dodici punti necessari per garantire la pace. Di seguito la traduzione integrale. Rispettare la sovranità di tutti i Paesi. Il diritto internazionale universalmente riconosciuto, compresi gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, deve essere rigorosamente osservato. La sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di tutti i Paesi devono essere efficacemente sostenute. Tutti i Paesi, grandi o piccoli, forti o deboli, ricchi o poveri, sono membri uguali della comunità internazionale. Tutte le parti dovrebbero sostenere congiuntamente le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali e difendere l’equità e la giustizia internazionali. Dovrebbe essere promossa un’applicazione paritaria e uniforme del diritto internazionale, mentre i doppi standard devono essere respinti. 2. Abbandonare la mentalità della guerra fredda. La sicurezza di un Paese non dovrebbe essere perseguita a spese di altri. La sicurezza di una regione non dovrebbe essere raggiunta rafforzando o espandendo i blocchi militari. I legittimi interessi e preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi devono essere presi sul serio e affrontati adeguatamente. Non esiste una soluzione semplice a un problema complesso. Tutte le parti dovrebbero, seguendo la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, e tenendo presente la pace e la stabilità a lungo termine del mondo, contribuire a creare un’architettura di sicurezza europea equilibrata, efficace e sostenibile. Tutte le parti dovrebbero opporsi al perseguimento della propria sicurezza a scapito della sicurezza altrui, prevenire il confronto tra blocchi e lavorare insieme per la pace e la stabilità nel continente eurasiatico. 3. Cessare le ostilità. Il conflitto e la guerra non giovano a nessuno. Tutte le parti devono rimanere razionali ed esercitare moderazione, evitare di alimentare il fuoco e aggravare le tensioni e impedire che la crisi si deteriori ulteriormente o addirittura sfugga al controllo. Tutte le parti dovrebbero sostenere la Russia e l’Ucraina nel lavorare nella stessa direzione e riprendere il dialogo diretto il più rapidamente possibile, in modo da ridurre gradualmente la situazione e raggiungere infine un cessate il fuoco globale. 4. Riprendere i colloqui di pace. Dialogo e negoziazione sono l’unica soluzione praticabile alla crisi ucraina. Tutti gli sforzi volti a una soluzione pacifica della crisi devono essere incoraggiati e sostenuti. La comunità internazionale dovrebbe rimanere impegnata nel giusto approccio per promuovere i colloqui per la pace, aiutare le parti in conflitto ad aprire la porta a una soluzione politica il prima possibile e creare le condizioni e le piattaforme per la ripresa dei negoziati. La Cina continuerà a svolgere un ruolo costruttivo in questo senso. 5. Risolvere la crisi umanitaria. Tutte le misure atte ad alleviare la crisi umanitaria devono essere incoraggiate e sostenute. Le operazioni umanitarie dovrebbero seguire i principi di neutralità e imparzialità e le questioni umanitarie non dovrebbero essere politicizzate. La sicurezza dei civili deve essere efficacemente tutelata e devono essere...
globo
A cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Il Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato la carta concettuale dell’Iniziativa di Sicurezza Globale, proposta dal presidente Xi Jinping all’intera comunità internazionale per affrontare congiuntamente le questioni di sicurezza transnazionali. Di seguito la traduzione integrale del documento. I. Contesto La questione della sicurezza riguarda il benessere dei popoli di tutti i Paesi, l’elevata causa della pace e dello sviluppo nel mondo e il futuro dell’umanità. Oggi, il nostro mondo, i nostri tempi e la nostra storia stanno cambiando come mai prima d’ora e la comunità internazionale si trova di fronte a molteplici rischi e sfide raramente visti prima. I punti caldi della sicurezza regionale continuano a divampare, i conflitti e le turbolenze locali si verificano frequentemente, la pandemia di COVID-19 persiste, l’unilateralismo e il protezionismo sono aumentati in modo significativo e le minacce alla sicurezza tradizionali e non tradizionali sono intrecciate. Il deficit in termini di pace, sviluppo, sicurezza e governance sta crescendo e il mondo si trova ancora una volta a un bivio della storia. Questa è un’era piena di sfide. È anche piena di speranza. Siamo convinti che le tendenze storiche di pace, sviluppo e cooperazione vantaggiosa per tutti siano inarrestabili. Sostenere la pace e la sicurezza nel mondo e promuovere lo sviluppo e la prosperità globali dovrebbero essere l’obiettivo comune di tutti i Paesi. Il presidente cinese Xi Jinping ha proposto la Global Security Initiative (Iniziativa di Sicurezza Globale, GSI), invitando i Paesi ad adattarsi al panorama internazionale in profondo cambiamento in uno spirito di solidarietà e ad affrontare le complesse e intersecate sfide alla sicurezza con una mentalità vantaggiosa per tutti. La GSI mira a eliminare le cause profonde dei conflitti internazionali, migliorare la governance della sicurezza globale, incoraggiare gli sforzi internazionali congiunti per portare maggiore stabilità e certezza a un’era volatile e mutevole, e per promuovere una pace durevole e lo sviluppo nel mondo. II. Concetti e principi fondamentali 1. Rimanere impegnati nella visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile. Nel 2014, il presidente Xi Jinping ha inaugurato una nuova visione per una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, che è stata ampiamente riconosciuta e sostenuta dalla comunità internazionale. L’essenza di questa nuova visione della sicurezza è sostenere un concetto di sicurezza comune, rispettando e salvaguardando la sicurezza di ogni Paese; un approccio olistico, mantenendo la sicurezza sia nei domini tradizionali che in quelli non tradizionali e migliorando la governance della sicurezza in modo coordinato; un impegno alla cooperazione, a garantire la sicurezza attraverso il dialogo politico e il negoziato pacifico; e alla ricerca di una sicurezza sostenibile, risolvendo i conflitti attraverso lo sviluppo ed eliminando il terreno fertile per l’insicurezza. Riteniamo che la sicurezza sarà saldamente stabilita e sostenibile solo quando sarà sostenuta da moralità, giustizia e idee giuste. 2. Rimanere impegnati a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale di tutti i Paesi. L’uguaglianza sovrana e la non ingerenza negli affari interni sono i principi fondamentali del diritto internazionale e le norme più fondamentali che...
cuba
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Mentre la propaganda antisocialista di tutto il mondo accusa Cuba di non essere un Paese democratico, l’isola caraibica vanta il sistema di democrazia popolare più originale, complesso e genuino del mondo. “I valori che difendiamo sono molto sacri, sono molto alti, sono molto potenti, sono i valori della Patria, sono i valori della Rivoluzione, sono i valori del Socialismo, sono i valori della giustizia, sono i valori dell’uguaglianza, sono i valori della dignità e dell’onore dell’uomo. Questi valori hanno un peso enorme“ – Fidel Castro La propaganda occidentale, anticubana e antisocialista da sempre, ci ha abituati alle critiche nei confronti di Cuba e del suo sistema politico ed economico, al punto che in molti, anche nella sedicente sinistra, vi sono caduti con tutte le scarpe. Le critiche mosse all’isola caraibica sono generalmente molto banali, ma volte a confermare quei bias che nei Paesi occidentali vengono inculcati nelle menti dei cittadini sin dai primi anni di scuola. Ad esempio, la presenza di un solo partito – il Partito Comunista Cubano – viene considerata la prova principale per dimostrare l’assenza di democrazia a Cuba – o in altri Paesi socialisti. Secondo la visione della democrazia borghese occidentale, dunque, il multipartitismo sarebbe in sé una garanzia di democrazia. Eppure, la realtà ci dice che molti Paesi vantano sistemi politici con due o più partiti, eppure pochi di essi possono fregiarsi di essere in qualche modo democratici. Negli Stati Uniti, ad esempio, abbiamo due partiti che si disputano il potere, eppure la loro linea in materia di politica economica e di politica estera resta nei fatti sempre la stessa, visto che si tratta di due partiti che difendono gli interessi della classe dominante, mentre l’esito finale delle elezioni viene deciso dai miliardi spesi e sprecati in campagna elettorale, piuttosto che dai programmi. Nei Paesi europei, a lungo tempo il multipartitismo ha quanto meno garantito una certa rappresentanza delle classi subalterne nei parlamenti nazionali, pensiamo ad esempio al Partito Comunista Italiano, che, pur essendo perennemente escluso dal potere per mezzo della conventio ad excludendum, e pur non essendo scevro da errori e aporie, per quasi cinque decenni si è fatto portatore delle istanze dei lavoratori italiani, raggiungendo risultati non trascurabili. Nelle democrazie borghesi, dunque, il multipartitismo può essere un fattore positivo se questo garantisce quanto meno la rappresentanza nelle istituzioni della classe lavoratrice. Oggi, tuttavia, anche in Europa si assiste ad un multipartitismo di facciata, che al limite rappresenta le diverse correnti interne alla classe dominante, sul modello di quello statunitense, mentre propaganda mediatica, soglie di sbarramento e retorica del “voto utile” fanno il resto per eliminare i partiti più combattivi dai parlamenti. Al contrario, nelle democrazie socialiste come Cuba questo criterio non può essere preso in considerazione. Cuba è un Paese dove le classi subalterne hanno già fatto e vinto la propria rivoluzione, per cui il multipartitismo diventa superfluo. Il ruolo del PCC gode della legittimazione popolare, e sia il Partito che il governo si fanno portatori delle istanze del popolo cubano. “Cuba non può essere misurata sotto questo...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/02/17/i-brics-consolideranno-la-discesa-del-dollaro/ L’accordo tra le Banche Centrali di Russia e Iran, firmato formalmente il 29 gennaio, che collega i loro sistemi di trasferimento interbancario, cambia le carte in tavola sotto più punti di vista. Tecnicamente, d’ora in poi 52 banche iraniane che già utilizzano il SEPAM, il sistema di telecomunicazione interbancario iraniano, si collegheranno con 106 banche che utilizzano lo SPFS, l’equivalente russo del sistema di messaggistica bancaria occidentale SWIFT. Oltre a Russia e Iran, anche Russia e Cina stanno cercando da anni di interfacciare i loro sistemi di messaggistica bancaria. Il CBIBPS (Cross-Border Inter-Bank Payments System) cinese è considerato di prim’ordine. Il problema è che Washington ha minacciato direttamente di espellere le banche cinesi da SWIFT se si interconnettono con le banche russe. Il successo di SEPAM-SPFS potrebbe consentire a Pechino di rischiare il tutto per tutto – soprattutto ora, dopo la durissima guerra dei semiconduttori e la grottesca farsa del palloncino. In termini di sovranità, è chiaro che la Cina non accetterà restrizioni da parte degli Stati Uniti su come muovere i propri fondi. Parallelamente, i BRICS nel 2023 approfondiranno lo sviluppo di un sistema di pagamenti finanziari reciproci e di una propria valuta di riserva. Ci sono non meno di 13 candidati confermati che desiderano entrare a far parte dei BRICS+, comprese le medie potenze asiatiche come Iran, Arabia Saudita e Indonesia. Tutti gli occhi saranno puntati sul fatto se – e come – gli Stati Uniti, indebitati per oltre 30 trilioni di dollari, minacceranno di espellere i BRICS+ da SWIFT. È indicativo ricordare che il rapporto debito/PIL della Russia è solo del 17%. Quello della Cina è del 77%. Gli attuali BRICS senza la Russia sono al 78%. I BRICS+, compresa la Russia, potrebbero avere una media del 55%. Una forte produttività in futuro verrà da un BRICS+ sostenuto da una valuta basata sull’oro e/o sulle materie prime e da un sistema di pagamento diverso che escluda il dollaro USA. Una forte produttività non verrà di certo dall’Occidente collettivo, le cui economie stanno entrando in un periodo di recessione. In mezzo a tanti sviluppi intrecciati e a tante sfide, una cosa è certa. L’accordo SEPAM-SPFS tra Russia e Iran potrebbe essere solo il primo segnale del movimento delle placche tettoniche nei sistemi bancari e di pagamento globali. Benvenuti a uno, due, mille sistemi di messaggistica di pagamento. E benvenuti alla loro unificazione in una rete globale. Naturalmente ci vorrà del tempo. Ma questo treno finanziario ad alta velocità ha già lasciato la stazione. Fonte: Istituto Italia Brics – www.italiabrics.it
asean-association-southeast-asian-nations-260nw-1519413266
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://www.lacittafutura.it/esteri/per-un%e2%80%99asean-pi%c3%b9-coesa-e-allargata Il primo ministro vietnamita Phạm Minh Chính ha visitato in questi giorni Singapore e Brunei per aumentare la coesione dell’ASEAN, e ha sostenuto l’ingresso ufficiale di Timor Est nell’associazione. Questa settimana, il primo ministro vietnamita Phạm Minh Chính ha effettuato due importanti visite nei due Stati membri più piccoli dell’ASEAN, Singapore e Brunei. L’obiettivo del viaggio era quello di manifestare la politica coerente di dare priorità alle relazioni con i Paesi vicini e l’ASEAN, come stabilito al 13° Congresso Nazionale del Partito Comunista del Vietnam, secondo quanto commentato dal nuovo vice ministro degli Esteri, Đỗ Hùng Việt. I leader politici vietnamiti non visitavano Singapore da cinque anni, e Brunei da ben sedici anni. Per quanto riguarda Singapore, inoltre, la visita ha aperto una serie di eventi che celebrano il 50° anniversario dei rapporti diplomatici bilaterali e il 10° anniversario del partenariato strategico. Nel corso degli anni, anche nel contesto dei complicati sviluppi della pandemia di COVID-19, le relazioni Vietnam-Singapore hanno continuato a svilupparsi positivamente. Nonostante l’impatto della pandemia, il fatturato del commercio bilaterale nel 2022 ha raggiunto più di 9 miliardi di dollari, con un aumento del 10,1% rispetto al 2021. In qualità di membri del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership (CPTPP) e del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), Vietnam e Singapore hanno cercato di sfruttare efficacemente i vantaggi che gli accordi di libero scambio di nuova generazione apportano, contribuendo alla ripresa economica di ciascun Paese, nonché dell’intera regione. Ad oggi, Singapore è al secondo posto tra i Paesi che investono maggiormente in Vietnam, con 3.095 progetti di investimento attualmente vigenti in 51 delle 63 province vietnamite, per un capitale sociale totale di 70,8 miliardi di dollari. Allo stesso tempo, il Vietnam ha 140 progetti di investimento a Singapore, con un capitale sociale totale di oltre 586 milioni di dollari, concentrandosi su scienza e tecnologia, vendita all’ingrosso e al dettaglio, informazione e comunicazione. I due Paesi hanno anche un progetto comune, quello dei parchi industriali Vietnam-Singapore (VSIP): attualmente ne esistono dodici, distribuiti in nove città e province vietnamite, per un totale di circa 300.000 posti di lavoro creati e di 17,6 miliardi di dollari di investimenti. Il 9 febbraio, Phạm Minh Chính ha incontrato la presidente della città-Stato, Halimah Yacob. Esprimendo la loro soddisfazione per lo sviluppo dinamico dei legami Vietnam-Singapore in varie aree, i due leader hanno concordato di approfondire i pilastri della cooperazione, in particolare in politica, economia, difesa nazionale e sicurezza, istruzione e formazione di alta qualità, scambi di persone, turismo, iniziative di connettività marittima, nonché nuovi campi della quarta rivoluzione industriale. Hanno convenuto di cooperare in modo da garantire il ruolo centrale e la posizione comune dell’ASEAN sulle questioni regionali e globali, compresa la questione del Mare Orientale, nonché di rispettare pienamente la Dichiarazione sulla condotta delle Parti nel Mare Orientale (DOC), verso il raggiungimento di un Codice di condotta pratico ed efficace nel Mare Orientale (COC) in linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982. Per quanto riguarda Brunei, i due Paesi hanno celebrato il 30° anniversario delle relazioni diplomatiche nel 2022, con contatti bilaterali a tutti i livelli e meccanismi di cooperazione mantenuti in modo...
Siria 2
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/17/togliere-immediatamente-tutte-le-sanzioni-alla-siria/ Il dramma terremoto è andato a sommarsi a quello della guerra nella martoriata Siria. L’unica possibile risposta è l’eliminazione di tutte le sanzioni unilaterali e illegali imposte dagli Stati Uniti. Tra il 5 e il 6 febbraio, la Turchia e la Siria sono state colpite da uno dei terremoti più devastanti degli ultimi anni, al punto che al momento il bilancio del tutto provvisorio parla di almeno 42.000 morti, 85.000 feriti e oltre cinque milioni di sfollati. Tuttavia, anche di fronte al dramma, il doppio standard occidentale si è manifestato in tutto il suo orrore, offrendo un’ampia copertura mediatica a quanto accaduto in Turchia ed ignorando quasi del tutto la Siria. Secondo le Nazioni Unite, la Siria si trova ufficialmente in uno stato di guerra ininterrotto dal luglio del 2011, con un bilancio di oltre 306.000 civili morti e circa 600.000 decessi totali. Un conflitto, è bene ricordarlo, fomentato dall’imperialismo occidentale che ha sovvenzionato le cosiddette “primavere arabe” in tutta la regione, e in particolare i gruppi terroristici che hanno devastato la Siria. Inoltre, il Paese mediorientale è vittima delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti, con l’unico scopo di esasperare la popolazione nella speranza di provocare la caduta del governo di Baššār Ḥāfiẓ al-Assad. Con una guerra in corso da dodici anni, un’economia strozzata dalle sanzioni e l’ulteriore distruzione dovuta al terremoto, senza dimenticare la pandemia di Covid-19, la Siria si trova oggi in uno stato critico al quale l’unica risposta umana può essere la fine definitiva delle sanzioni, non la sospensione fittizia annunciata dall’amministrazione di Washington. Infatti, gli Stati Uniti hanno ufficialmente sospeso le sanzioni per sei mesi e solamente per le transazioni relative alla fornitura di assistenza in relazione al terremoto. Tuttavia, nella realtà, la fornitura di assistenza resta molto difficile a causa dello stesso sistema di sanzioni, e gli occidentali non si stanno affatto prodigando in favore della popolazione siriana. “La Siria chiede a tutti i Paesi e le organizzazioni internazionali che hanno sostenuto il popolo siriano nelle sue prove e tribolazioni causate dal devastante terremoto e nella sua continua lotta contro il terrorismo, a chiedere la rimozione del blocco disumano e illegale che è stato imposto al popolo siriano incondizionatamente“, ha affermato il ministero degli Esteri di Damasco subito dopo il terremoto. “La Siria chiede agli Stati Uniti di cessare immediatamente, senza alcuna condizione o eccezione, le misure coercitive unilaterali imposte al popolo siriano“, si legge nella dichiarazione, rimasta inascoltata. Tra i Paesi che storicamente maggiormente si spendono per la causa siriana figura certamente la Cina, che da tempo ha denunciato l’utilizzo smisurato dell’arma delle sanzioni da parte degli Stati Uniti. “Esortiamo il governo degli Stati Uniti a mettere da parte i calcoli geopolitici, a revocare immediatamente tutte le sanzioni unilaterali illegali contro la Siria e a smettere di creare artificialmente disastri umanitari“, ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin. La Cina, insieme alla Russia, alla Bielorussia, al Vietnam e ad altri Paesi non allineati a Washington, ha immediatamente offerto il proprio sostegno tanto alla Turchia quanto...
droghe
A cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/16/la-crisi-della-droga-negli-usa-dallavidita-di-big-pharma-al-fallimento-del-governo/ Il Global Times sta pubblicando una serie di articoli che esaminano i diversi aspetti del caos sociopolitico ed economico negli Stati Uniti. Di seguito la traduzione della prima puntata della serie. Il problema dell’abuso di droghe negli Stati Uniti – una spina nel fianco della società statunitense da lungo tempo – è diventato più grave negli ultimi anni nel Paese insieme a un numero crescente di giovani che si rivolgono alla droga a causa della diminuzione delle opportunità economiche e dell’apparente morte del così detto “American Dream“, hanno detto gli analisti. Le statistiche hanno mostrato che il 12% dei tossicodipendenti mondiali proviene dagli Stati Uniti, tre volte la proporzione della popolazione statunitense rispetto a quella del mondo, secondo un rapporto pubblicato dal ministero degli Esteri cinese. Esperti hanno dichiarato al Global Times che il radicato problema della droga negli Stati Uniti riflette il fallimento degli Stati Uniti nella governance sociale. Nonostante l’impegno del governo degli Stati Uniti a risolvere il problema, finora non sono stati compiuti molti progressi, il che mette in luce la sua regolamentazione fallita su più sistemi e la sua incapacità di fornire una risposta efficace e completa. Il problema della droga negli Stati Uniti è causato da un’interazione tra interessi economici, gruppi di pressione, nonché fattori sociali e culturali, ha detto al Global Times un esperto di relazioni internazionali presso la Fudan University. Il problema della droga è il grande problema sistematico degli Stati Uniti. È difficile da risolvere. Gli Stati Uniti dovrebbero compiere maggiori sforzi come nazione e, allo stesso tempo, agire insieme ad altri Paesi. Invece di scaricare la colpa e fare accuse infondate contro altri Paesi, il che mina la cooperazione antidroga tra Cina e Stati Uniti, dovrebbero affrontare il proprio problema in modo diretto, hanno detto gli osservatori. Fenomeno prevalente Il National Center for Drug Abuse Statistics (NCDAS) degli Stati Uniti elenca otto categorie di droghe più comunemente utilizzate nel Paese: alcool, cannabis, cocaina, fentanil, oppioidi (riferiti principalmente a sostanze psicotrope sotto controllo), stimolanti soggetti a prescrizione, metanfetamine ed eroina. Il 46% dei tossicodipendenti statunitensi riferisce di avere esperienza nell’uso di cannabis e stimolanti prescritti, il 36% ha usato oppioidi e metanfetamine, il 31% ha usato stimolanti prescritti, il 15% ha usato eroina e il 10% ha usato cocaina. Darnell Turner, un giovane insegnante statunitense, ha dichiarato al Global Times che una buona percentuale di giovani intorno a lui fa uso di droghe, forse il 30% circa. “Normalmente usano solo marijuana, tuttavia alcuni, specialmente i miei amici del college, prendono droghe ancora più pesanti, come cocaina e acido. L’Adderall, una droga usata per migliorare l’attenzione e la concentrazione, è estremamente comune negli ambienti educativi“, ha detto, aggiungendo che l’uso ricreativo delle droghe non è limitato solo alle giovani generazioni. Molte persone anziane soffrono a loro volta di tossicodipendenza. “La maggior parte di loro prende droghe perché si annoia, o a causa della depressione causata dall’insicurezza economica. L’assunzione di droghe permette loro di attenuare il dolore della moderna società americana“, ha detto,...