3 Novembre 2026

Geopolitica

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di Pavel Zarifullin FONTE ARTICOLO: Volontà e Bellezza: verso il centenario degli Sciti 1917-1918 – IdeeAzione Sciismo Lo sciismo è un’iniziativa culturale e sociale che afferma l’origine dei russi e di altri popoli dell’Eurasia dai leggendari nomadi sciti. Lo sciismo proclama tra i suoi seguaci qualità fondamentali come l’attività, la mobilità, la passionalità, la volontà e la nobiltà. Le radici dello sciismo risalgono alla comunità degli “Sciti”, che nel 1916-19 riuniva i narodniki russi e i principali scrittori e poeti dell’età d’argento. La raccolta “citi è stata una pietra miliare della letteratura russa e ha influenzato la formazione dell’ideologia dell’eurasiatismo. Gli sciti vedevano la Rivoluzione russa del 1917 come un movimento popolare messianico antiborghese. Politicamente, lo sciismo è socialismo + eurasiatismo. 100 anni agli “Sciti” 100 anni fa (o già 101 anni fa), in Russia veniva pubblicata una raccolta che ha dato il via a una catena di eventi culturali e politici successivi e divenne di per sé un fattore importante (o come è oggi di moda dire – “punto di riferimento”) della prosa e della poesia russa. Si tratta della raccolta Gli Sciti. I due volumi pubblicati nel 1917 e all’inizio del 1918, Gli Sciti, che sono diventati un tesoro della cultura russa dell’età d’argento grazie ai contributi di Yesenin, Belyi, Klyuyev, Prishvin, Remizov e altri noti autori, non sono mai stati ristampati da allora. Il motivo è la partecipazione, da un lato, di autori che si trovavano in esilio (Shestov); dall’altro, di autori legati all’opposizione ideologica ai bolscevichi (Ivanov-Razumnik). Oggi, per la prima volta in oltre un secolo, siamo in grado di ripubblicare queste rarità, che un tempo erano facilmente disponibili solo nei grandi depositi di libri. Sicuramente sarà di grande aiuto per tutti gli specialisti (filologi, filosofi, storici del pensiero sociale), impegnati professionalmente nel lavoro con l’Età d’Argento, così come per il vasto pubblico di lettori interessati alla storia della letteratura russa, alla cultura e alla posizione di scrittori e poeti durante la Prima guerra mondiale e la rivoluzione del 1917. Il centenario della Rivoluzione russa ha scatenato accesi dibattiti sul passato e sul futuro della nostra cultura e identità. La ripubblicazione dei famosi Sciti contribuirà certamente a dare alla nostra società una valutazione più accurata ed equilibrata dei grandi e tragici eventi di cento anni fa. Dopotutto, gli “sciti” e le idee dello sciismo nel 1917 e 1918 hanno fatto davvero una grande impressione sui nostri contemporanei! Suite Scythian Tutto è iniziato con la musica. La Sacra Primavera (musica di Stravinskij, libretto e “disegno” di Roerich) fu rappresentata a Parigi nel 1913. È stato presentato dall’inedito e leggendario impresario Diaghilev. Il balletto non è stato rappresentato in Russia, ma il clamore suscitato dalla prima sugli Champs-Élysées, conclusasi con un grandioso scandalo, è stato grande. Stravinskij, Roerich e Diaghilev, culturalmente attenti, tirarono fuori da Oblivion antichi riti pagani, terrificanti usanze sacrificali e un arcaicismo attraente e spaventoso. In Russia, molti avrebbero voluto rispondere e solo due potevano farlo. Il giovane e ambizioso compositore Sergei Prokofiev e il suo amico,...
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://www.lacittafutura.it/esteri/la-corea-del-sud-ammette-i-suoi-crimini-in-vietnam Come gli statunitensi, anche i sudcoreani si sono macchiati di gravi crimini di guerra in Vietnam. Per la prima volta, un tribunale sudcoreano ha riconosciuto le responsabilità di Seoul nei massacri di civili nel conflitto vietnamita. Sebbene non sia noto al grande pubblico, la Repubblica di Corea, meglio nota come Corea del Sud, ebbe un ruolo al fianco degli Stati Uniti nel corso del conflitto in Vietnam. Fedele alleato di Washington in Asia, Seoul aveva a sua volta ricevuto il sostegno del governo del Vietnam del Sud nel corso della guerra di Corea (1950-1953). I primi soldati sudcoreani vennero inviati in Vietnam nel settembre del 1964, su decisione del generale Park Chung-hee, che aveva assunto la presidenza nel 1961, e vi rimasero fino al marzo del 1973. Come i loro alleati statunitensi, anche i sudcoreani si sono macchiati di gravi crimini contro la popolazione civile vietnamita. Nel 1972, osservatori provenienti dal Paese nordamericano pubblicarono un rapporto nel quale accusavano i coreani di aver condotto 45 massacri nelle sole province di Quảng Ngãi e Quảng Nam. Secondo una dichiarazione rilasciata dal generale dei marine statunitensi Rathvon M. Tompkins, i sudcoreani erano soliti radere completamente al suolo qualsiasi villaggio vietnamita nel quale si fossero imbattuti. Il generale Robert E. Cushman Jr. aggiunse che gli stessi statunitensi – che pure non erano estranei a pratiche di questo tipo – incontrarono difficoltà nel tenere a bada la furia distruttrice dei sudcoreani. Secondo fonti vietnamite, sarebbero oltre 9.000 i civili uccisi dai sudcoreani nel corso del conflitto, numeri confermati dalla Korea-Vietnam Peace Foundation, una fondazione nata nel 2015 per aumentare la consapevolezza della responsabilità storica della Corea del Sud nella guerra del Vietnam. Fino agli anni ’90, la Repubblica di Corea ha completamente negato qualsiasi crimine commesso negli oltre otto anni di permanenza dei propri contingenti in Vietnam. A partire dall’ultimo decennio del XX secolo, la storica sudcoreana Ku Su-jeong, specializzata in storia del Vietnam, ha iniziato a pubblicare nel suo Paese documenti che provavano inconfutabilmente le colpe e i crimini commessi dai sudcoreani nel corso del conflitto. In seguito agli studi della professoressa Ku, alcuni veterani di guerra coreani hanno testimoniato ammettendo l’esistenza dei massacri che i vietnamiti avevano denunciato sin dagli anni ’60. Solo di recente, il governo di Seoul ha istituito il Tribunale del popolo sui crimini di guerra delle truppe sudcoreane durante la guerra del Vietnam. Sebbene siano passati oramai diversi decenni, gli organismi giudiziari sudcoreani hanno recentemente emesso un’importante sentenza che prova anche dal punto di vista giuridico le responsabilità di Seoul. Proprio lo scorso 7 febbraio, il tribunale ha imposto al governo della Repubblica di Corea il pagamento dell’equivalente di quasi 24.000 dollari ad una donna vietnamita la cui famiglia venne sterminata dalle truppe sudcoreane. La donna in questione si chiama Nguyễn Thị Thanh, ed è una delle poche sopravvissute del massacro dei villaggi di Phong Nhất e Phong Nhị, situati nella provincia centrale di Quảng Nam, nei quali i coreani uccisero più di settanta persone nel 1968. Thanh, allora bambina, racconta che i soldati sudcoreani uccisero tutta la sua famiglia davanti ai suoi occhi, e che anche lei rimase ferita nel corso...
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di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: RUSSIA TODAY Costruendo più basi militari intorno a Pechino, Washington potrebbe creare una minaccia, non contenerla. Gli Stati Uniti hanno stretto un accordo con le Filippine che garantisce loro l’accesso a quattro basi militari aggiuntive, colmando, così, un divario critico nella strategia di accerchiamento militare della Cina. Come notato dalla BBC, le basi sono “un pezzo chiave di proprietà immobiliare che offrirebbe un posto per monitorare i cinesi nel Mar Cinese Meridionale e intorno a Taiwan“. Questo tassello completa un “arco intorno alla Cina” composto dalla presenza americana a Taiwan, in Giappone e in Corea del Sud. Dett così diventa ironico il modo in cui gli Stati Uniti e i media occidentali continuano a inquadrare Pechino come la minaccia principale in questa regione. Gli Stati Uniti stanno perseguendo una strategia per accerchiare militarmente e contenere la Cina, e sono determinati ad aumentare notevolmente la loro presenza nell’Asia-Pacifico attraverso una serie di alleanze multilaterali e bilaterali. Incluso l’accordo raggiunto nelle Filippine, paese che occupa una posizione geostrategica critica sul Mar Cinese Meridionale, nell’immediato meridione di Taiwan. Per quanto i suoi leader possano volerlo negare, la sua particolare posizione geografica fa in modo che che la nazione dell’arcipelago, una volta colonia degli Stati Uniti, alla fine non può evitare di essere coinvolta in un conflitto USA-Cina. La storia in molti modi, si ripete. Le Filippine e altri territori associati, infatti, furono il trampolino di lancio in cui l’America si costrinse a diventare una potenza del Pacifico. La guerra ispano-americana al crepuscolo del 19° secolo vide gli Stati Uniti annettere territori che un tempo facevano parte dell’impero globale della prima età moderna della Spagna, tra cui le Filippine. L’America vedeva queste isole come un passaggio fondamentale per le rotte marittime più redditizie e importanti del mondo. Le Filippine sono esistite come colonia americana prima di ottenere finalmente l’indipendenza nel 1946, dopodiché hanno agito come piattaforma militare statunitense nel corso della guerra fredda, un baluardo dell’anticomunismo in Asia. Per certi versi, il mondo è cambiato. Mentre gli Stati Uniti hanno mantenuto un trattato di difesa con Manila, ma non vi stazionano più la forza globale che avevano una volta nel paese. Allo stesso modo, però, le Filippine non vedono più la Cina come un avversario comunista della Guerra Fredda a somma zero, ma la vedono, invece, come un partner commerciale ed economico vitale. Tuttavia, gli Stati Uniti apprezzano lo sfruttamento del conflitto geopolitico per coinvolgere gli altri paesi e costringerli a schierarsi. A partire dal Pivot to Asia sotto l’amministrazione Obama, gli Stati Uniti hanno perseguito un accerchiamento militare della Cina che ha portato Pechino a rispondere militarizzando il Mar Cinese Meridionale, scatenando, così, nuovamente controversie vecchie di decenni e che, ovviamente, adesso la mettono in contrasto con i paesi vicini, comprese le Filippine. Mentre Manilla negli ultimi anni è stata attenta a non far arrabbiare la Cina, i leader del paese hanno camminato sulle uova per mantenere un equilibrio tra la ricerca di legami più stretti con Pechino e il...
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A cura di Paolo Marcenaro FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/10/lambasciatore-fu-cong-le-relazioni-cina-europa-hanno-un-futuro-brillante/ L’ambasciatore Fu Cong, capo della missione cinese presso l’Unione europea, ha pubblicato un articolo intitolato “Le relazioni Cina-Europa hanno un futuro promettente” sul numero di febbraio della rivista La Chine au Présent. Di seguito la traduzione completa di Paolo Marcenaro. Attualmente, il mondo sta vivendo cambiamenti che non si vedevano da un secolo. Le relazioni Cina-Europa assumono un significato ancora maggiore. Si può anche dire che la loro evoluzione influenzerà ampiamente la direzione dello sviluppo del mondo. La Cina ha sempre attribuito grande importanza alle relazioni con l’Europa. Il presidente cinese Xi Jinping ha sottolineato che la Cina e l’Europa sono due grandi forze per mantenere la pace nel mondo, due grandi mercati per promuovere lo sviluppo comune e due grandi civiltà per promuovere il progresso umano. Sono onorato di essere l’ambasciatore cinese presso l’Unione europea (UE) e, allo stesso tempo, sento profondamente il peso delle mie responsabilità. Non esiste alcun conflitto di interessi fondamentale tra Cina ed Europa Pochi mesi fa si è svolto con successo il 20° Congresso del Partito Comunista Cinese. Il messaggio più importante che il Congresso ha trasmesso al mondo è stato che le politiche interne ed estere della Cina avrebbero mantenuto la loro continuità e stabilità. Il Congresso ha chiarito che la Cina si atterrà all’economia di mercato socialista, proseguirà la sua politica di riforma e apertura e la sua politica estera di indipendenza e pace, e continuerà a promuovere la prosperità e lo sviluppo comuni per tutti i Paesi. Ciò costituisce una solida base e un quadro generale per la politica della Cina nei confronti dell’Europa. La visita in Cina del Presidente del Consiglio europeo è stato un altro evento importante prima del mio insediamento. Il presidente Xi Jinping e il presidente Charles Michel hanno avuto uno scambio molto approfondito su una serie di questioni e hanno raggiunto un importante consenso. Le posizioni delle due parti hanno molti punti in comune ed entrambe le parti hanno mostrato la loro volontà di far progredire le relazioni Cina-UE. Questo è molto importante e mi rassicura, perché ora so molto meglio come portare avanti le relazioni bilaterali. Non esiste alcun conflitto di interessi fondamentale tra Cina ed Europa. In effetti, le due parti hanno molto in comune. Sono economicamente molto complementari ed entrambe sostengono un mondo equilibrato e multipolare, impegnandosi per il multilateralismo. Le due parti svolgono una buona cooperazione su importanti questioni globali e regionali. L’esempio più recente è la 15ma Conferenza delle Parti (COP15) della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica. Lo stesso vale per la questione nucleare iraniana, nella quale sono stato molto coinvolto prima di assumere l’incarico. Questi sono esempi che dimostrano che la Cina e l’Europa hanno cooperato su molte questioni importanti e continueranno a farlo in futuro. Direzioni prioritarie per il futuro Da quando sono entrato in carica, ho pensato molto al lavoro da fare. In linea di principio, gli orientamenti prioritari del mio lavoro si concentrano su quattro aree principali: Primo, continuare e rilanciare i contatti e...
di Antonio Albanese FONTE ARTICOLO: AGCNEWS.EU Stando a Bloomberg: «Nonostante l’accesa retorica sulla sicurezza nazionale a Washington e i discorsi sul “disaccoppiamento” nei circoli politici, le due principali economie mondiali rimangono saldamente intrecciate». Si fa riferimento al commercio bilaterale Cina Usa che si conclude nel 2022 con un indice assai elevato. Il mancato disaccoppiamento è probabilmente una buona notizia per la Cina, ma una notizia ancora migliore per il mercato americano. Il disaccoppiamento non farebbe bene a nessuno dei due paesi, riporta AT. Significherebbe l’opposto dell’integrazione economica: cioè gli americani dovrebbero smettere di acquistare prodotti manifatturieri dalla Cina. Ma questo è in contrasto con i dati reali del commercio bilaterale, dove nonostante l’aggiunta di una tariffa d’importazione al prezzo al dettaglio, il pubblico americano non può acquistare abbastanza prodotti Made in China. Questa è la realtà ad oggi. Affinché gli Stati Uniti non acquistino dalla Cina, gli americani dovrebbero produrre gli stessi prodotti in America. Donald Trump voleva far rientrare le aziende americane negli Stati Uniti, ma l’idea fallì per una serie di motivi. La produzione di beni ha lasciato gli Stati Uniti decenni fa, prima per le “quattro tigri” come Taiwan e Hong Kong e poi per la Cina continentale. Le competenze di base necessarie alla linea di produzione non sono più presenti in America da molti decenni e non possono essere sostituite da un giorno all’altro su richiesta. Negli States alcuni lamentano la scarsa lungimiranza di Washington per non aver elaborato una politica industriale che incoraggiasse il mantenimento della produzione di prodotti di uso corrente, come giocattoli, televisori, personal computer o telefoni cellulari. In realtà, la maggior parte della colpa è da attribuire alla costante fede dell’America nel capitalismo, come da copione scritto da Wall Street basato sulle multinazionali. Le multinazionali vanno dove i costi di produzione sono più bassi e vendono dove il profitto è più alto. L’ interesse nazionale non figura nelle loro discussioni in sala riunioni. Joe Biden non ha avuto il coraggio di rimuovere i dazi sulle importazioni dalla Cina, e Washington ha demonizzato a tal punto la Cina che Biden non ha voluto rischiare l’ammorbamento nei confronti di Pechino. Tuttavia, riportare l’industria manifatturiera negli States non è così semplice: innanzitutto, la scala salariale americana farebbe aumentare i costi di produzione, forse fino al 50% per i semiconduttori; nel caso di prodotti di fascia alta, la produzione necessita anche di una catena di fornitura completa di parti e componenti, che dovrebbe essere trapiantata da qualche parte. Quindi, Biden fa leva sui sussidi per invogliare le multinazionali straniere, di qualsiasi paese tranne la Cina, a trasferire i loro stabilimenti negli Stati Uniti. Le aziende europee trovano allettanti queste prospettive. Le loro economie nazionali devono far fronte alla penuria e all’inflazione a causa della guerra in Ucraina e trovano attraente la stabilità e il mercato americano. Proprio come le loro controparti americane, le aziende europee devono la loro fedeltà agli azionisti. Ma attirare le multinazionali europee negli Stati Uniti significa sottrarre posti di lavoro ai loro Paesi...
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di Ali Reza Jajali In Iran è tornata la calma dopo alcuni mesi di disordini e sommosse dovute formalmente alla vicenda della morte di Mahsa Amini che nel settembre scorso era deceduta dopo essere stata fermata dalla “Polizia per la sicurezza morale”, una sezione speciale delle forze dell’ordine che si occupa del rispetto delle norme islamiche legate all’etica pubblica e al buon costume, soprattutto riguardo all’abbigliamento (sia maschile, che femminile). Anche se le inchieste effettuate sia dagli enti governativi che da organizzazioni autonome non hanno dimostrato la presenza di lesioni sul corpo della Amini – l’inchiesta governativa ha affermato che la morte è avvenuta per problemi celebrali dovuti a precedenti operazioni chirurgiche, come dimostrato anche dalle telecamere a circuito chiuso del commissariato di polizia, grazie alle quali si vede l’improvviso collasso della giovane donna – i media internazionali hanno subito puntato il dito contro le autorità della Repubblica Islamica, accusando il Governo di Teheran di ledere i diritti civili e le libertà individuali delle donne iraniane, le quali non vorrebbero più vivere in base ai dettami della legge religiosa. Secondo tali mezzi di informazione i metodi utilizzati dalle forze di sicurezza non sarebbero degni di un Paese democratico, visto che le donne che non rispettano in toto l’obbligo di portare il velo islamico vengono trattate alla stregua di criminali comuni e condotti presso le sedi della polizia per ulteriori controlli, anche se normalmente le persone fermate vengono rilasciate. Inoltre, una volta iniziati i disordini, il Governo iraniano è stato accusato di aver contrastato con eccessiva durezza le proteste disarmate della popolazione, portando il Paese al caos per circa due mesi con un numero elevato di vittime (secondo alcune fonti non governative sarebbero morte centinaia di persone nelle proteste). D’altro canto le fonti governative hanno rigettato tale versione dei fatti, in primo luogo promettendo la riforma della “Polizia per la sicurezza morale”, che di fatto non è più stata attiva da settembre a oggi, affermando inoltre che le proteste non hanno avuto una matrice pacifica e anzi spesso i manifestanti hanno utilizzato metodi violenti come il lancio di bottiglie incendiarie e l’uso di armi da fuoco e oggetti contundenti di vario tipo. Per quanto riguarda poi il numero delle vittime, il Governo di Teheran ha affermato che una parte consistente delle vittime sarebbero membri della polizia e forze di pubblica sicurezza legate allo Stato. Senza dimenticare il fatto che gruppi separatisti nell’ovest e nell’est dell’Iran hanno approfittato del caos per portare attacchi armati alle sedi delle istituzioni aumentando così il numero dei morti. Inoltre, anche l’ISIS ha colto l’occasione per attaccare il Paese grazie ad un attentato rivendicato ufficialmente dall’organizzazione terrorista fondamentalista presso un luogo di culto sciita a Shiraz nell’Iran meridionale, attacco che ha provocato la morte di alcuni pellegrini iraniani. A parte le versioni opposte fornite dal Governo e dagli oppositori, quello che è stato il dato rilevante dei disordini degli ultimi mesi in Iran è stata la partecipazione marginale della popolazione comune alle rivolte. Anche nei video...
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di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: IDEEAZIONE.COM Vi ringrazio per l’invito e per l’opportunità di parlare in qualità di rappresentante della filosofia e del pensiero bielorussi, che fanno ovviamente parte del pensiero comune russo o addirittura eurasiatico. Viviamo in un unico spazio culturale e non ci sono confini linguistici e mentali tra di noi. Vorrei introdurre l’argomento del mio intervento e delineare la prima tesi. A mio parere, l’operazione speciale che la Russia sta conducendo in Ucraina è paragonabile a quegli eventi epocali che vari ricercatori chiamano rotture o sfondamenti, cioè conquiste rivoluzionarie che segnano svolte epocali nella storia russa. Ognuna di queste svolte ha un nome proprio. L’emergere dell’Antico Stato russo, il periodo precedente e successivo all’invasione mongola è chiamato periodo della Santa Russia. È in questo periodo che si formano i principali ideologemi legati all’adozione dell’Ortodossia, alla diffusione dell’identità russa, alla sua comprensione da parte di scribi, autorità e altre persone. Poi arriva l’epoca di Mosca come Terza Roma. In questo periodo Mosca si sente un vero regno ortodosso, un’arca in un mondo ostile. Quando intorno ci sono cattolici e Stati islamici, Mosca diventa una stella guida per tutti gli ortodossi. Con l’inizio dell’era di Pietro il Grande e la fondazione di San Pietroburgo, nasce una sorta di forma occidentalizzata di Stato russo, nota come Impero russo. Nel 1917, la Russia affronta la fase successiva, la rottura o la svolta. È l’Unione Sovietica, il progetto messianico rosso che doveva estendersi all’intero pianeta. Il culmine di questo progetto è l’estensione russa al di là del pianeta, cioè la realizzazione delle idee del cosmismo introdotte nella filosofia russa nel XIX secolo da Nikolai Fedorov. Esse sono state attuate solo nella seconda metà del XX secolo dallo Stato sovietico. A mio avviso, il 24 febbraio 2022 segnerà la stessa pietra miliare nella formazione dello Stato russo. Non so come si chiamerà quest’epoca. Non sarà l’Unione Sovietica. Saranno richiesti altri termini e altre parole. Dobbiamo capire che non si tratta solo di ripristinare le terre perdute. Si tratta di una richiesta di riorganizzazione globale. Una riorganizzazione che né la Russia, né i suoi alleati, né il mondo nel suo complesso saranno in grado di affrontare senza una trasformazione radicale. Che i rappresentanti dell’establishment politico e la maggioranza della popolazione russa lo capiscano o meno, io credo che sia vero. È compito dei filosofi comprendere la portata epocale e globale di ciò che sta accadendo. Da tutto questo emergerà una Russia storica, grande e multiforme, con una qualità completamente nuova. Quello che sta accadendo ora sul territorio dell’ex Ucraina è una lotta per acquisire questa qualità. Le acquisizioni territoriali cambieranno la geopolitica della Russia. Le aree meridionali e costiere aggiungeranno un certo potere. Lo stesso accadrà dal punto di vista demografico. Circa dieci o quindici milioni di persone che condividono la cultura russa e parlano la lingua russa, anche se un po’ stupefatti, garantiranno comunque un grande aumento della popolazione. Nella sfera intellettuale, nuovi pensatori emergeranno da questa guerra globale e da questa...
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/08/la-cina-promuove-lo-sviluppo-del-tibet-con-4-000-km-di-ferrovie/ Il governo di Pechino e il governo regionale prevedono di costruire 4.000 km di linee ferroviarie per promuovere lo sviluppo della Regione Autonoma dello Xizang (Tibet) entro il 2025. Di seguito la traduzione dell’articolo pubblicato il 7 febbraio dal Global Times. La Regione Autonoma dello Xizang (Tibet), nella Cina sudoccidentale, prevede di completare la costruzione di un totale di 4.000 chilometri di linee ferroviarie entro il 2025, secondo quanto previsto dal 14° piano quinquennale (2021-25) e dai piani della rete ferroviaria a medio e lungo termine recentemente rilasciati dall’autorità della regione autonoma. Secondo i piani, la sezione tra Ya’an nella provincia del Sichuan, nella Cina sudoccidentale, e la città di Nyingchi, nello Xizang, della ferrovia Sichuan-Tibet, la sezione tra Xigaze e il lago Pelku nello Xizang della ferrovia Xinjiang-Tibet e la sezione dalla contea di Bomi al lago Ranwu della ferrovia Yunnan-Tibet saranno operative entro il 2025. Sarà completata l’elettrificazione della sezione dalla città di Golmud nella provincia del Qinghai della Cina nordoccidentale alla città di Lhasa nello Xizang della ferrovia Qinghai-Tibet. La ricostruzione a doppio binario della sezione tra il lago Pelku e Hotan nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang sulla ferrovia Xinjiang-Tibet e sulla ferrovia Lhasa-Nyingchi dovrebbe essere completata. La costruzione della ferrovia nella contea di Gyirong, nella prefettura di Xigaze, dovrebbe iniziare entro il 2025. Secondo il piano, le risorse turistiche uniche dello Xizang dovrebbero attrarre più turisti dalla Cina e dall’estero con viaggi di passeggeri ferroviari nella regione autonoma che dovrebbero raggiungere i 5,62 milioni entro il 2025 e circa 9,68 milioni entro il 2035. In termini di merci, si prevede che la quantità di merci da esportare raggiungerà gli 1,09 milioni di tonnellate e le merci in arrivo su rotaia raggiungeranno i 10,29 milioni di tonnellate entro il 2025. A partire dal 2035, l’esportazione delle merci raggiungerà gli 1,79 milioni di tonnellate e la quantità di merci in arrivo raggiungerà i 13,04 milioni di tonnellate. Il piano mostra anche che entro il 2035 la rete ferroviaria totale dello Xizang raggiungerà i 5.000 chilometri o più, inclusi 1.000 chilometri di linee ferroviarie a doppio binario. Con Lhasa come centro, la rete coprirà tutte le regioni amministrative a livello di prefettura e città dell’area, e fornirà un comodo accesso allo Xinjiang, al Qinghai, al Sichuan, allo Yunnan e ad altre province vicine, nonché ai principali porti terrestri lungo il confine. Lo Xizang prevede inoltre di costruire un corridoio ferroviario internazionale verso l’Asia meridionale per aprire il canale ferroviario internazionale tra la Cina e i paesi dell’Asia meridionale. Limitata dall’ambiente naturale e dalla tecnologia ingegneristica, la costruzione della ferrovia nello Xizang è iniziata in ritardo con solo tre linee ferroviarie attualmente in funzione. Considerata “la strada del cielo”, la ferrovia Qinghai-Tibet, messa in funzione nel luglio 2006, ha posto fine alla storia dello Xizang senza treni. L’apertura della ferrovia Lhasa-Xigaze nel 2014 e della ferrovia Lhasa-Nyingchi nel 2021 ha costituito la struttura principale della rete ferroviaria dello Xizang, insieme alla sezione Golmud-Lhasa della ferrovia Qinghai-Tibet. Alla fine del 2021, lo Xizang aveva in...
Mentre la Rand Corporation, centro studi vicinissimo al Pentagono, afferma che un “armistizio” o un “compromesso politico” con la Russia è “la massima priorità” perché la vittoria sul campo è “altamente improbabile” e per gli Stati Uniti “le conseguenze negative di una guerra lunga saranno gravi”, il vicepresidente del consiglio di sicurezza della Russia ed ex presidente Medvedev afferma che in Ucraina non ci sarà nessun armistizio o compromesso. Proprio oggi si registra una dichiarazione estremamente interessante: il capo della repubblica cecena Ramzan Kadyrov, uno dei principali falchi russi, afferma che “la missione militare speciale finirà prima della fine dell’anno. I paesi europei dovranno ammettere di aver sbagliato, l’Occidente si inginocchierà e, come sempre, i paesi europei dovranno cooperare con la Federazione Russia in tutte le sfere. Non dovrebbe esserci e non ci sarà mai un’alternativa a questo”, mentre Putin i giorni scorsi ha dichiarato che “: in un modo o nell’altro la sovranità verrà restituita all’Europa. A quanto pare ci vuole un po’ di tempo”. Nelle nuove frontiere intereuropee, ovvero nei due blocchi est-ovest che si sono creati in Europa e nella situazione di vera e propria guerra, la Russia ha voltato le spalle all’Europa o vuole paradossalmente ancora integrarsi con l’Europa? Che cosa accadrebbe all’Europa se non partecipasse ai progetti di integrazione eurasiatica? Ne parliamo in questa intervista a MARCO GHISETTI Redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, responsabile dell’ “Area anglosassone” presso il “Centro Studi Eurasia e Mediterraneo” e direttore della collana “I classici della geopolitica” presso Anteo Edizioni, dove tra l’altro è stato appena tradotto e pubblicato per la prima volta in italiano questo testo della geopolitica tedesca: “Il blocco continentale. Mitteleuropa – Eurasia – Giappone”. Conduce CARLO SAVEGNAGO
di Andrea PuccioFONTE ARTICOLO: IL CONFLITTO TRA RUSSIA ED UCRAINA HA ACCELERATO LA DEDOLLARIZZAZIONE DELL’ECONOMIA | OCCHI SUL MONDO Zoltan Pozsar, stratega e amministratore delegato della banca svizzera Credit Suisse, sulle pagine del Financial Times rileva, tra le altre cose, che il conflitto in corso tra Ucraina e Russia sta accelerando il processo di dedollarizzazione dell’economia globale.  L’Amministratore Delegato di Credit Suisse rileva che attualmente i surplus commerciali di Russia, Cina e Arabia Saudita hanno raggiunto livelli record ma le eccedenze non vengono più convertite nei tradizionali attivi di riserva in dollari. Invece del dollaro, questi Paesi investono principalmente in oro e materie prime e realizzano anche investimenti geopolitici. L’eccedenza residua è detenuta in depositi bancari in forma liquida per garantirne il pronto utilizzo. Una delle tendenze economiche  che il conflitto tra Ucraina e Russia a causato è senza dubbio l’accelerazione della dedollarizzazione dell’economia mondiale. Questo processo oramai inarrestabile era già iniziato anni fa ma gli ultimi eventi lo hanno senza dubbio accelerato.  Inoltre, la de dollarizzazione è fondamentalmente accelerata da tre tendenze principali:  i pagamenti in valute nazionali riducono notevolmente il ruolo del dollaro come valuta mondiale,   le valute digitali delle banche centrali permetteranno di effettuare transazioni senza utilizzare l’infrastruttura del sistema finanziario occidentale e   le riserve impiegate in titoli del debito pubblico statunitense sono in calo. La fiducia nel dollaro come moneta di riserva dei paesi emergenti e di quelli che non si sono allineati alle politiche di Washington con il passare degli anni è sempre più affievolita. In particolare molti paesi temono che le loro riserve detenute presso le banche o nel debito pubblico statunitense da un momento all’altro, per il mutamento delle condizioni politiche, possono essere congelate e gettare quindi il paese in gravi difficoltà economiche. In questo gli esempi non mancano, ricordo che al Venezuela sono stati  congelati presso le banche statunitensi diversi miliardi di dollari ed altrettanti miliardi in  riserve d’oro si trovano bloccate presso la Banca d’Inghilterra, alla Federazione russa, dopo l’inizio del conflitto, sono stati congelate riserve  per almeno 300 miliardi di dollari. Dopo l’arrivo dei talebani al governo dell’Afganistan l’amministrazione statunitense ha congelato 9 miliardi di dollari mettendo sul lastrico il nuovo governo. Insomma se da un momento all’altro una nazione assume una posizione politica diversa da quella degli Stati Uniti. per sanzionarla e farla desistere dalla loro scelta sovrana su un determinato argomento, rischia di vedersi congelare gli attivi. Per questo molti paesi stanno diversificando gli investimenti per tutelare i propri attivi. La creazione di nuove piattaforme per le transazioni internazionali e la scelta di molti paesi di commerciare con le proprie monete sta mettendo in serio pericolo il ruolo egemone del dollaro nelle transazioni internazionali. Come non ricordare la decisione dell’Arabia Saudita di iniziare a vendere il proprio petrolio alla Cina in yuan oppure i tentativi di commercio della  Russia con   Iran e Turchia usando le  proprie monete nazionali. Quindi, se da un lato si voleva, con la guerra contro la Russia, isolare il paese...