Dal Sito di Anteo Edizioni Scritto tra il 1939-’40 e pubblicato nel 1941 durante uno dei più profondi cambiamenti nella politica mondiale contemporanea, Il blocco continentale rimane uno dei testi di geopolitica più conosciuti e controversi. In esso il padre della geopolitica tedesca Karl Haushofer dà forma alle proprie speranze circa l’unificazione europea a guida tedesca e la costruzione, insieme alle altre potenze eurasiatiche e mediante una consapevole politica dello spazio, di un ordine mondiale tellurocratico alternativo rispetto a quello oceanico delle potenze marittime anglosassoni. Gli indirizzi del blocco continentale non morirono sotto le macerie della Seconda Guerra Mondiale, ma riecheggiano ancora oggi, tra le molteplici stanze della geopolitica, nel conflitto tra multipolarismo e unipolarismo, dove il centro di potenza europeo e la prospettiva, da taluni auspicata e da talaltri paventata, dell’affermarsi di un nuovo blocco continentale non hanno affatto perduto la loro importanza. COLLANA CLASSICI (A cura di Marco Ghisetti, responsabile Area Anglosassone del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo) La geopolitica (da grego γῆ gê, terra, e πολιτική politikḗ, politica) studia l’attore politico all’interno dello spazio geografico. La collana “Classici” offre al lettore i testi degli autori che hanno gettato le basi, i fondamenti dell’edificio della geopolitica contemporanea, le fonti del pensiero da cui da ormai più di un secolo autori e statisti si abbeverano per comprendere e muoversi all’interno dell’odierno mondo internazionale. Attraverso la lettura ed il confronto con i testi ormai diventati classici è infatti possibile individuare non solo i fiumi della storia dietro all’evoluzione storica dei nostri tempi, ma anche le stelle polari che guidano tuttora le rotte solcate e le azioni degli odierni attori politici e, quindi, comprendere le future evoluzioni dello spazio politico globale. Se infatti è vero che il futuro ha radici profonde, allora non solo ogni tipo di approfondita comprensione delle dinamiche internazionali, ma anche ogni efficace azione politica che voglia caratterizzarsi per essere una efficace piattaforma di cambiamento non può prescindere dalla conoscenza della tradizione geopolitica. COMPRA IL LIBRO K. Haushofer – “Il Blocco Continentale. Mitteleuropa – Eurasia – Giappone”, Anteo Edizioni
Geopolitica
di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano FONTE ARTICOLO: Scenari Internazionali Circa due settimane fa, la Cina ha presentato una sua proposta in dodici punti per una soluzione politica del conflitto in corso in Ucraina. Già respinta da Stati Uniti e vertici NATO prima ancora che fosse ufficialmente presentata, ed al momento ritenuta inattuabile anche da Mosca, che pure la considera meritevole di essere approfondita, la linea di Pechino è fin’ora l’unica, all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, a tenere in considerazione le esigenze di entrambe le parti belligeranti. Per conoscere meglio il punto di vista del gigante asiatico, ospitiamo qui di seguito un intervento in esclusiva di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. La crisi in Ucraina si protrae da un anno e la guerra tra Russia e Ucraina continua ad aggravarsi, con ripercussioni che si diffondono in tutto il mondo. Pur non essendo parte in causa in questo conflitto, la Cina ha promosso attivamente i colloqui di pace e una soluzione politica. Non molto tempo fa, ha pubblicato un documento di posizione proponendo una soluzione pacifica che affronti sia i sintomi che le cause profonde, perché la Cina si è sempre preoccupata della sicurezza mondiale, in quanto la sicurezza è un prerequisito per lo sviluppo ed una comunità di sicurezza umana è indivisibile. A tal fine, in occasione del primo anniversario dell’Iniziativa per la Sicurezza Globale, proposta dal Presidente Xi Jinping alla cerimonia di apertura della Conferenza annuale 2022 del Forum di Boao per l’Asia, il 21 febbraio la Cina ha pubblicato ufficialmente il documento concettuale dell’Iniziativa per la Sicurezza Globale, spiegando i concetti e i principi fondamentali dell’Iniziativa, identificando le priorità, le piattaforme e i meccanismi di cooperazione e dimostrando il senso di responsabilità della Cina per la salvaguardia della pace nel mondo e la sua ferma determinazione a difendere la sicurezza globale. Il documento concettuale dell’Iniziativa ne chiarisce ulteriormente i concetti e i principi fondamentali: la visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile fornisce una guida concettuale; il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale di tutti i Paesi è la premessa fondamentale; l’adesione agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite è il punto di riferimento primario; prendere sul serio le legittime preoccupazioni di tutti i Paesi in materia di sicurezza è un principio importante; risolvere pacificamente le differenze le controversie tra i Paesi attraverso il dialogo e la consultazione è una scelta obbligata; mantenere la sicurezza nei domini tradizionali e non tradizionali è un requisito intrinseco. I sei impegni di cui sopra sono interconnessi e si rafforzano a vicenda, e costituiscono un insieme organico di unità dialettica. Allo stesso tempo, il documento concettuale incarna un approccio distintivo orientato all’azione, concentrandosi sui seguenti aspetti: sostenere il ruolo centrale delle Nazioni Unite nella governance della sicurezza; promuovere il coordinamento e le solide interazioni tra le grandi potenze; facilitare la risoluzione pacifica delle questioni più scottanti attraverso il dialogo; affrontare le sfide tradizionali e non tradizionali della...
Dalla presentazione del libro pubblicata sul sito di AGA Editrice Nell’introdurre Geopolitica di Carlo Terracciano (AGA Editrice, 2020) abbiamo segnalato come, in Italia, la geopolitica – che negli anni ’30-’40, con Giorgio Roletto e Ernesto Massi, aveva conosciuto la sua epoca d’oro – fosse caduta nell’oblio, persino ostracizzata perché ritenuta “scienza nazifascista”: fu appunto Carlo Terracciano, nei primi anni ’80, a riportarla in auge, quanto meno negli ambienti culturali non conformi all’ideologia dominante; e solo nel 1993, con la rivista “Limes” fondata da Lucio Caracciolo, il tema della geopolitica viene portato all’attenzione di un pubblico un po’ più vasto. Oggi, a partire dal conflitto in Ucraina, non c’è media che non la tratti con una caterva di sedicenti esperti che affollano redazioni della carta stampata e della TV. Anche nella Russia sovietica la geopolitica, considerata una scienza “borghese” e persino “fascista”, era misconosciuta, diversamente dall’Inghilterra e dagli USA dove invece, fin dai suoi esordi, la geopolitica ha potuto contare su scuole e accademie. Anzi, proprio negli Stati Uniti la geopolitica è stata alla base delle speculazioni ideologiche dei principali influencer culturali e politici del totalitarismo demoliberale: basti pensare a Zbigniew Brzezinski e soprattutto a Henry Kissinger, che proprio sulle basi di una sua visione geopolitica ha fondato i princìpi per l’assetto del Nuovo Ordine Mondiale a partire dalla fine degli anni Sessanta fino a tutti gli anni Ottanta. Sarà sempre sulla base di una precisa visione geopolitica che la concezione di ordine mondiale statunitense verrà riformulata, aprendo la strada alle guerre in Serbia, Iraq, Afghanistan, Libia e Siria subito dopo aver “normalizzato” il Sud America (a cominciare da Panama con il noto affaire Noriega) e aver dato nuovo impulso alla strategia NATO, investita di una rinnovata missione che ha la Cina, dopo la Russia, come obiettivo di “normalizzazione”. Lo si deve proprio ad Aleksandr Dugin, a partire dagli anni Novanta, se la geopolitica ha potuto essere conosciuta e diventare materia cardine del dibattito culturale in Russia: questo testo che presentiamo ai lettori italiani, ne costituisce l’incipit. Prima di allora, il nulla o quasi. Un testo che ha ben presto travalicato i confini nazionali, un testo che è «sopravvissuto a molte ristampe ed è stato fonte di un oceano di imitazioni e di veri e propri plagi (…), ed è stato tradotto in molte lingue (turco, arabo, georgiano, rumeno, spagnolo ecc.)», un testo che nella «sua traduzione in turco nei primissimi anni 2000 ha avuto un enorme impatto sul pensiero strategico e politico di quel Paese», come annota Aleksandr Dugin nella sua Postfazione (qui a pag. 655, Postfazione che si raccomanda al Lettore di leggere in anteprima per meglio inquadrare e contestualizzare questa edizione italiana). I media occidentali – quelli italiani in particolare – presentano Aleksandr Dugin come il consigliere di Putin, una sorta di Rasputin del Terzo Millennio, con il palese intento di mostrificare tanto l’uno quanto l’altro, assegnando così a Dugin un’importanza negativa relativamente a quella che per loro è una nefasta posizione politico-ideologica della nuova Russia: Dugin, alla fine, sarebbe, secondo...
Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo offre la possibilità agli studenti che necessitano di acquisire i crediti derivanti da stage per la conclusione del proprio percorso di studi di effettuare le ore previste dal tirocinio presso la nostra associazione. Il tirocinio si svolgerà in forma prevalentemente a distanza. Per ogni studente verrà stilato un piano di lavoro volto all’acquisizione di metodologie e strumenti di analisi e commento nell’ambito della geopolitica e, in senso più ampio, delle relazioni internazionali. Ogni studente avrà un tutor che lo aiuterà nel lavoro. Lo studente che deciderà di attivare il proprio tirocinio presso il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo riceverà in omaggio la tessere della nostra associazione. Per informazioni, scrivere una mail ad uno dei seguenti indirizzi: presidenza@cese-m.eucpeurasia@gmail.com Il Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, quindi, offre la possibilità di compiere stage formativi, principalmente in modalità di telelavoro, attraverso i quali i candidati potranno approfondire diverse conoscenze ed acquisire esperienza nelle attività redazionali. Lo scopo del periodo di formazione è fornire al tirocinante la possibilità di fare ricerca nel campo desiderato, a seconda di propri interessi e capacità, producendo articoli che verranno pubblicati inizialmente sul sito informatico dell’associazione e occupandosi della revisione di testi, o svolgendo attività di ricerca o altre attività legate alla pubblicistica. Tutor specializzati seguiranno costantemente lo stagista, comunicandogli conoscenze, esperienze e materiali. Fuori dallo schema formale dei tirocini è inoltre prevista la possibilità di una collaborazione volontaria (non retribuita) durante la quale garantisce la stessa attività di tutoraggio e la possibilità di pubblicazioni, nonché un attestato di attività ed eventuali referenze.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com Mentre i media occidentali hanno celebrato il falso storico del “primo anniversario della guerra”, sono in realtà nove anni che il popolo ucraino è vittima delle politiche criminali del proprio governo, controllato dai burattinai occidentali e dalle milizie neonaziste. Tra il 18 e il 23 febbraio 2014 un colpo di Stato portava alla deposizione del legittimo presidente ucraino, Viktor Janukovyč, sostituito provvisoriamente da Oleksandr Turčynov. È in questo evento, fortemente sostenuto dalle potenze occidentali, che va ricercata l’origine della tragica situazione oggi vissuta dal popolo ucraino, che da nove anni vive in una situazione di guerra civile. Tale realtà, riconosciuta da qualunque analista con un minimo di cognizione di causa e dalla stessa Organizzazione delle Nazioni Unite, smentisce seccamente la propaganda occidentale, che negli scorsi giorni ha ripetuto in maniera ossessiva la retorica del “primo anniversario della guerra”, alimentando un vero e proprio falso storico. Potremmo dire, invece, che in effetti quello è stato il primo anniversario da quando gli occidentali si sono improvvisamente accorti della presenza di una guerra in Europa, dopo otto anni di colpevole silenzio da parte dei media e dei governi complici dei progetti criminali di Washington. Un anno, certamente, da quando la Russia, sotto il nome ufficiale di operazione militare speciale, è intervenuta nel conflitto ucraino a seguito dell’intensificarsi dei bombardamenti di Kiev sui territori del Donbass, che nel frattempo avevano dichiarato l’indipendenza sotto l’egida della Repubblica Popolare di Doneck e della Repubblica Popolare di Lugansk. “Il 24 febbraio 2022, la Russia ha lanciato l’operazione militare speciale in Ucraina e l’intera stampa occidentale ha urlato come un sol uomo per l’aggressione ingiustificata di Mosca contro il suo vicino. Come colpiti da amnesia, i media occidentali hanno completamente oscurato la guerra che dal 2014 sta devastando il Donbass, e soprattutto hanno chiuso un occhio sui bombardamenti dell’esercito ucraino prima dell’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina”, scrive la giornalista francese Christelle Néant sul portale Donbass-Insider. Da allora, i media occidentali non hanno fatto altro che propinare menzogne, censurando metodicamente qualsiasi forma di informazione che non coincidesse con la propaganda ucraino-statunitense, o tuttalpiù qualificandola come inaccettabile. Di fatto, i media occidentali si sono trasformati in un megafono della propaganda del governo di Kiev, portando addirittura i sedicenti difensori della democrazia ad elogiare l’operato di personaggi dichiaratamente neonazisti, come i membri del criminale battaglione Azov, mostrati nelle televisioni di tutta Europa ed etichettati come eroi che combattono per la libertà. Allo stesso tempo, la macchina mediatica si è mossa per gettare fango su tutto ciò che fosse russo, inventando crimini di guerra ed escludendo la Russia da ogni ambito sportivo e culturale, arrivando persino a censurare l’opera di Fëdor Dostoevskij, e suscitando in questo modo un vero e proprio sentimento di russofobia nell’opinione pubblica. “Se, prima del 24 febbraio 2022, la propaganda occidentale si accontentava di mantenere un colpevole silenzio sui bombardamenti regolari dell’esercito ucraino e sui crimini di guerra di Kiev, e accusava costantemente la Russia di non rispettare gli accordi di Minsk invece di indagare sul loro il mancato rispetto da parte dell’Ucraina, mentre...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/03/vietnam-vo-van-thuong-eletto-alla-presidenza-della-repubblica-socialista/ Il 2 marzo, il parlamento vietnamita ha votato per l’elezione di Võ Văn Thưởng come nuovo presidente della Repubblica Socialista a seguito delle dimissioni di Nguyễn Xuân Phúc. Võ Văn Thưởng, membro permamente della segreteria del Partito Comunista, è stato eletto presidente della Repubblica Socialista del Vietnam giovedì 2 marzo, diventando la persona più giovane a ricoprire la carica nella storia del Paese. Con il voto di 487 deputati su 488, l’Assemblea Nazionale ha approvato una risoluzione per affidare la massima carica dello Stato al 52enne, che porterà dunque a termine il mandato fino al 2026. Dobbiamo infatti ricordare che il mandato per il periodo 2021-2026 era stato inizialmente affidato a Nguyễn Xuân Phúc, il quale ha però rassegnato le proprie dimissioni lo scorso 18 gennaio, assumendosi la responsabilità per lo scandalo relativo ai voli di rimpatrio istituiti dal governo durante la prima fase della pandemia di Covid-19. In seguito alle dimissioni di Phúc, la vicepresidente Võ Thị Ánh Xuân aveva assunto la presidenza ad interim, per traghettare il Paese fino alla nomina del nuovo capo di Stato. Nel corso della cerimonia di giuramento, Võ Văn Thưởng si è impegnato a “rimanere completamente fedele al Paese, al popolo e alla Costituzione della Repubblica Socialista del Vietnam, e ad adoperarsi per compiere bene le missioni assegnate dal Partito Comunista, dallo Stato e dal popolo“. “Qualunque cosa sia buona per il popolo deve essere fatta al meglio delle nostre capacità; qualunque cosa non lo sia deve essere evitata“, ha detto il neoeletto presidente all’Assemblea Nazionale di Hà Nội. “Affinché il Vietnam abbia un’industria moderna e un reddito medio-alto e diventi un Paese sviluppato entro il 2045, i principi del marxismo-leninismo e dell’ideologia di Hồ Chí Minh devono essere utilizzati e sviluppati con l’obiettivo dell’indipendenza e del socialismo”, ha dichiarato Thưởng al cospetto dell’organo legislativo. Il nuovo presidente si è impegnato a continuare la lotta alla corruzione e a sviluppare in modo sostenibile i principi e l’ideologia, promuovendo al contempo l’innovazione nell’interesse del popolo e del Paese. Il neoeletto capo di Stato ha affermato di apprezzare e sostenere la volontà di ognuno di andare avanti e che si adopererà per creare un ambiente in cui tutti, in particolare i giovani, possano accedere in modo equo e trasparente alle opportunità di sviluppo e contribuire al Paese. Thưởng si è impegnato a proteggere la sovranità e l’integrità territoriale del Vietnam, nonché a mantenere la pace e la stabilità per il bene dello sviluppo, costruendo al contempo una forza armata popolare forte sotto tutti gli aspetti. Ha inoltre affermato che ciò contribuirà alla pace, alla cooperazione e allo sviluppo della regione e del mondo, rendendo il Vietnam un amico fidato e responsabile e un partner della comunità internazionale. Nato nella provincia meridionale di Vĩnh Long il 13 dicembre 1970, Võ Văn Thưởng è attualmente il membro più giovane del Politburo del Partito, il più alto organo decisionale del Paese, e anche il membro permanente più giovane della segreteria del Partito dal 1976. Tra il 2004 ed...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: giuliochinappi.wordpress.com La Germania si trova in una posizione molto difficile, costretta a scegliere tra i propri interessi nazionali e le politiche antirusse in nome della fedeltà all’atlantismo. All’interno del governo di Berlino emergono due tendenze opposte. Lo scorso 12 febbraio, il governo ha subito un duro colpo in occasione delle elezioni svoltesi a Berlino, dove il Partito Socialdemocratico di Germania (Sozialdemokratische Partei Deutschlands, SPD) ha patito una clamorosa sconfitta per mano degli storici rivali dell’Unione Cristiano-Democratica di Germania (Christlich Demokratische Union Deutschlands, CDU). Un risultato che non deve essere considerato come aneddotico, sebbene la formazione dell’amministrazione locale sia ancora in bilico tra i due partiti principali, ma che palesa un certo malcontento nei confronti del partito che attualmente detiene il controllo del governo federale sotto la guida del cancelliere Olaf Scholz. In tutta la Germania, infatti, sale il malcontento per la cattiva gestione della situazione internazionale da parte del governo teutonico, all’interno del quale emergono due tendenze contrapposte: la prima, quella guidata proprio da Scholz, che cerca di tenere conto degli interessi nazionali della Germania, legati anche ai buoni rapporti con la Russia e la Cina; la seconda, invece, che fa capo al ministro degli Esteri Annalena Baerbock, la quale propone la totale sottomissione agli ordini provenienti da Washington nel nome della fedeltà alla linea atlantista. Razionalmente, la linea proposta da Baebock significa il suicidio di quella che viene generalmente considerata come la prima economia del continente europeo, ma che ora mostra tutte le sue debolezze, vista la forte dipendenza energetica nei confronti della Russia. Le sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente collettivo a guida statunitense contro Mosca si sono rivelate un boomerang per tutta Europa, ma per Berlino in particolare. Secondo quanto riportato dall’Istituto dell’economia tedesca di Colonia, infatti, la Germania dovrebbe perdere ben 175 miliardi di Euro nel corso del 2023, pari al 4,5% dell’intero prodotto interno lordo tedesco, se la situazione dovesse restare quella attuale. L’aumento dei costi energetici, causato dall’interruzione dei flussi di gas provenienti dalla Russia, sta portando gravi conseguenze a tutte le aziende del Paese. Come riportato dal sito German Foreign Policy, la BASF, una delle più grandi compagnie chimiche al mondo, ha appena annunciato la chiusura definitiva di uno dei suoi due impianti di produzione di ammoniaca a Ludwigshafen, e questa viene considerata come la prima chiusura di un grande impianto industriale tedesco causata dalla guerra economica contro la Russia. La stessa BASF ha spiegato che i costi del gas naturale sono aumentati di due miliardi di euro nel 2022, nonostante una riduzione dei consumi di circa un terzo. I redattori di German Foreign Policy non possono che giungere alla logica conclusione che “le conseguenze della guerra economica occidentale contro la Russia stanno quindi accelerando il declino industriale dell’Europa”. In effetti, la produzione chimica in Europa è diminuita del 5,8% nel 2022, mentre a livello mondiale è aumentata del 2,2% grazie alla crescita significativa in Cina e negli Stati Uniti. Questo dimostra come le sanzioni antirusse siano in realtà figlie di un progetto ben calcolato da parte di Washington volto all’eliminazione dei principali...
di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: ReseauVoltaire Siamo non al primo ma al nono anniversario della guerra in Ucraina, scatenata nel febbraio 2014 con il colpo di stato sotto regia USA-NATO. Parlando da Varsavia, il presidente Biden promette di “essere a fianco del presidente Zelensky qualunque cosa accada”. Gli fa eco la presidente Meloni che, capovolgendo la posizione assunta nel 2014, assicura a Zelensky che “l’Italia sarà con voi sino alla fine”. Dichiarazioni inquietanti, data la reale possibilità che il conflitto sfoci in una guerra nucleare, che costituirebbe la fine non solo dell’Europa ma del mondo. L’Ucraina è in grado di produrre armi nucleari e sicuramente, a Kiev, c’è chi persegue tale piano. Lo conferma il New York Times: “L’Ucraina ha rinunciato a un gigantesco arsenale nucleare 30 anni fa. Oggi ci sono rimpianti”. Con la disgregazione dell’URSS nel 1991, l’Ucraina si è trovata in possesso del terzo arsenale nucleare più grande del mondo: circa 5.000 armi strategiche e tattiche. Sono state rimosse negli anni Novanta in base ad accordi tra Stati Uniti, Russia e Ucraina. Non è stata però rimossa la capacità tecnologica acquisita dall’Ucraina nel campo nucleare militare durante il confronto USA-URSS. “L’Ucraina – avverte il presidente Putin – intende creare proprie armi nucleari, e non si tratta di un semplice vanto. L’acquisizione di armi nucleari sarà molto più facile per l’Ucraina rispetto ad altri Stati, che stanno conducendo tali ricerche, soprattutto se Kiev riceverà un supporto tecnologico straniero. Non possiamo escludere questo. Se l’Ucraina acquisisce armi di distruzione di massa, la situazione nel mondo e in Europa cambierà drasticamente”. In quali mani sarebbero le armi nucleari ucraine, lo conferma il fatto che Zelenskyy ha appena conferito alla 10ª Brigata d’assalto ucraina “il titolo d’onore Edelweiss”: lo stesso nome e simbolo di una delle più feroci Divisioni naziste; la 1ª Divisione Edelweiss, che nel 1943 massacrò a Cefalonia oltre 5 mila soldati italiani che si erano arresi.
di Thierry Meyssan FONTE ARTICOLO: La sconfitta dell’Ucraina si va delineando, di Thierry Meyssan (voltairenet.org)TRADUZIONE di Rachele Marmetti È un segreto di pulcinella: il governo di Kiev sta perdendo militarmente di fronte alle forze armate russe, che avanzano senza fretta e costruiscono la difesa delle regioni in cui un referendum ha sancito l’adesione alla Federazione di Russia. Ma questa inesorabile realtà ne cela altre. Per esempio, che la Turchia, membro della Nato, sostiene la Russia e le fornisce componenti di armamenti. Non soltanto l’Alleanza Atlantica sta perdendo, ma mostra crepe al suo interno. Il futuro dell’Ucraina si sta delineando. Il conflitto oppone da un lato il governo di Kiev, che rifiuta di onorare la firma degli Accordi di Minsk, dall’altro la Russia, che intende far rispettare la risoluzione 2202 del Consiglio di Sicurezza che li ha ratificati. Da una parte uno Stato che rifiuta il diritto internazionale ed è sostenuto dagli Occidentali, dall’altra uno Stato che rifiuta le regole occidentali ed è sostenuto da Cina e Turchia. Come è accaduto che il presidente Volodymyr Zelensky, eletto per applicare gli Accordi di Minsk, si sia trasformato in nazionalista integralista [1], in difensore di fanatici eredi dei peggiori criminali del XX secolo? È un mistero. L’ipotesi più probabile è finanziaria: con la pubblicazione dei Paradise Papers è emerso che Zelensky possiede conti off-shore, nonché proprietà in Inghilterra e Italia. In realtà Zelensky non ha molto in comune con i nazionalisti integralisti. È un codardo. All’inizio della guerra è rimasto per diverse settimane nascosto in un bunker, probabilmente nella periferia di Kiev. Ne è uscito solo dopo che il primo ministro israeliano, Naftali Bennet, gli ha garantito di aver ricevuto da Putin l’impegno a non uccidere il presidente ucraino [2]. Da allora Zelensky fa il gradasso in video a ogni vertice politico e festival artistico occidentali. Come è accaduto che la Turchia, membro della Nato, si sia impegnata dalla parte della Russia? È più facile capirlo per chi ha seguito i tentativi di uccisione del presidente Recep Tayyip Erdogan da parte della CIA. Agli inizi Erdogan non era che un teppista di strada. Successivamente si è identificato in una milizia islamica che l’ha condotto ad avvicinarsi sia agli insorti afghani sia agli jihadisti russi d’Ichkeria. Solo dopo questo percorso è entrato in politica, nel senso classico del termine. Quando sosteneva i gruppi mussulmani antirussi era un agente della CIA. Come accade spesso, arrivato al potere ha visto le cose sotto un altro aspetto. Si è progressivamente staccato da Langley e si è messo al servizio del popolo turco. Però la sua evoluzione personale ha coinciso con i numerosi cambiamenti di strategia del Paese. La Turchia, che non ha mai digerito la caduta dell’Impero Ottomano, si è cimentata in diverse strategie: è candidata dal 1987 a entrare nell’Unione Europea; nel 2009, con Ahmet Davutoglu, ha pensato di ripristinare l’influenza ottomana. Passo dopo passo, Ankara ha immaginato di poter fondere l’obiettivo nazionale e il percorso personale del presidente e diventare patria dei Fratelli Mussulmani, nonché ripristinare il Califfato,...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/02/27/moldova-e-ucraina-stringono-la-transnistria-in-una-morsa-mortale/ La Transnistria, la repubblica indipendente filorussa, si trova in una situazione molto difficile a causa dell’ostilità congiunta dei due Paesi che la accerchiano, la Moldova e l’Ucraina. La Transnistria, ufficialmente Repubblica Moldava di Pridnestrovie, è uno stato indipendente de facto non riconosciuto dalla maggioranza della comunità internazionale, che considera il suo territorio come parte integrante della Repubblica di Moldova. In effetti, ad oltre trent’anni dalla dichiarazione d’indipendenza del 2 settembre 1990, la Transnistria ha ottenuto il riconoscimento unicamente da parte di altri governi che ne condividono la condizione di stati non riconosciuti dall’ONU, ovvero l’Ossezia del Sud, l’Abkhazia e la Repubblica dell’Artsakh, con le quali nel 2006 ha costituito la Comunità per la democrazia e i diritti delle nazioni. In questo momento, la Transnistria si trova al centro dell’attenzione della comunità internazionale, dopo che la Russia ha denunciato la possibile invasione di quel territorio da parte dell’esercito ucraino. In particolare, il ministero della Difesa russo ha affermato che Kiev starebbe tramando per inscenare una provocazione contro la Transnistria usando le sue forze armate regolari e l’unità neonazista del battaglione Azov. Il ministero ha inoltre affermato di seguire da vicino la situazione al confine tra Ucraina e Transnistria, e di essere pronto a reagire a qualsiasi cambiamento della situazione. La Moldova, dal canto suo, che considera la Transnistria come parte integrante del proprio territorio, si trova attualmente in una situazione politicamente difficile, viste le recenti dimissioni del primo ministro Natalia Gavrilița. Maia Sandu, presidente dell’ex repubblica sovietica, ha provveduto a nominare Dorin Recean a capo dell’esecutivo, mantenendo inalterato l’orientamento filoeuropeista dello stesso. Presentando il programma del suo gabinetto al parlamento, Recean ha chiesto il ritiro delle truppe russe dalla repubblica non riconosciuta della Transnistria e l’eliminazione dei depositi di armi presenti in quel territorio, pur sottolineando che avrebbe utilizzato mezzi diplomatici per raggiungere questi obiettivi. Il nuovo primo ministro dimentica forse che le forze di pace russe furono dispiegate nella zona delle operazioni di combattimento in Transnistria alla fine di luglio 1992 in base a un accordo sulla risoluzione pacifica del conflitto armato firmato anche dalla Moldova, dopo che un breve conflitto tra le parti aveva causato oltre mille vittime. Vitalij Ignat’ev, ministro degli Esteri della Transnistria, ha denunciato le strategie utilizzate dal governo della Moldova per boicottare i negoziati tra le due parti e per isolare la repubblica indipendente: “Chișinău non risparmia sforzi per distruggere le strutture negoziali che abbiamo e per creare nuovi problemi per eludere l’attuazione delle sue responsabilità”, ha detto il diplomatico alla rete Rossija-24. Secondo Ignat’ev, la Moldova sta ostacolando le importazioni di cibo e medicinali nella repubblica non riconosciuta, mentre il governo ha approvato degli emendamenti al codice penale che prevedono pene detentive da due a sei anni per “azioni volte a separare parti della Repubblica di Moldova“, chiaramente volte a punire i separatisti della Transnistria. La versione di Ignat’ev trova conferma anche nelle parole del vice ministro degli Esteri russo, Michail Galuzin, che ha affermato che attualmente la Transnistria si trova isolata a causa del blocco operato congiuntamente da Ucraina e Moldova....