3 Novembre 2026

Geopolitica

di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/27/le-elezioni-in-kazakistan-respingono-ogni-tentativo-di-destabilizzazione/ Il presidente Qasym-Jomart Toqaev e gli osservatori internazionali hanno sottolineato il successo delle elezioni kazake, che pongono definitivamente fine ai tentativi di destabilizzazione in funzione antirussa dello scorso anno. Le elezioni legislative che si sono tenute in Kazakistan il 19 marzo hanno rappresentato l’ultimo atto di un ciclo che si era aperto con le proteste, anche violente, che avevano aperto l’anno 2022 nell’ex repubblica sovietica. Mentre molti commentatori stranieri si auguravano l’inizio di una “rivoluzione colorata” in funzione antirussa nel Paese dell’Asia centrale, il governo del presidente Qasym-Jomart Toqaev è riuscito a placare gli animi dei rivoltosi nel giro di pochi giorni, promettendo una riforma costituzionale, approvata nel successivo mese di giugno. Dopo le elezioni presidenziali di novembre, che hanno visto la conferma di Toqaev, ma con poteri più contenuti in base alla nuova carta costituzionale, i kazaki sono stati nuovamente chiamati alle urne per rinnovare la composizione della camera bassa dell’organo legislativo, denominata Májilis, ovvero “assemblea”, composta da 98 seggi più sette eletti dal Senato, la camera alta. I 98 scranni sono distribuiti in base ad un sistema elettorale misto, secondo il quale 69 di questi vengono assegnati con un sistema proporzionale e 29 con il metodo del first-past-the-post all’inglese. I risultati preliminari hanno visto la vittoria del partito di governo, recentemente ribattezzato Amanat (ovvero “impegno”), ma precedentemente noto come Nur Otan (“patria radiosa”). Amanat ha ottenuto il 53,90% delle preferenze, assicurandosi la maggioranza dei seggi distribuiti con il proporzionale e vincendo in ben 22 collegi uninominali su 29, con i restanti sette seggi che sono stati conquistati da candidati indipendenti. Secondo i risultati provvisori, comunque, sei partiti sui sette partecipanti avranno una rappresentanza parlamentare. Oltre ad Amanat, infatti, ottengono seggi Partito Patriottico Nazional-Democratico “Auyl” (10,90%), il Partito Respublica (8,59%), il Partito Democratico “Aq Jol” (8,41%), il Partito Popolare del Kazakistan (6,80%) e il Partito Socialdemocratico Nazionale (5,20%). “Le elezioni parlamentari tenutesi domenica in Kazakistan sono state condotte in conformità con le norme internazionali e la legislazione nazionale”, ha affermato il presidente dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, il bielorusso Aljaksandr Markevič. “Dobbiamo affermare, e lo abbiamo sottolineato nella nostra conclusione, che le elezioni si sono svolte in conformità con la legislazione della Repubblica del Kazakistan e con le norme internazionali“, ha affermato, aggiungendo che “non abbiamo riscontrato alcuna violazione della procedura di distribuzione delle schede elettorali, del posizionamento della pubblicità visiva, dell’organizzazione del processo di voto e del conteggio dei voti, come abbiamo sottolineato nella nostra conclusione del gruppo internazionale di osservatori“. Anche gli osservatori dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai hanno giudicato positivamente il processo elettorale kazako. “La Missione rileva che le elezioni anticipate dei deputati del Májilis e dei Mäslihat [i parlamenti locali, ndr] della Repubblica del Kazakistan hanno soddisfatto i requisiti della legislazione nazionale del Kazakistan e gli impegni internazionali del Paese. La Missione non ha rilevato alcuna violazione della legislazione nazionale che metta in discussione la legittimità delle elezioni. La Missione riconosce che le elezioni sono trasparenti, credibili e democratiche“, ha affermato il vice segretario generale Grigorij Logvinov. Il presidente Toqaev ha espresso un giudizio positivo sul processo elettorale e sul cammino che il Kazakistan sta...
cartina Regioni Kazakhstan (1)
di Stefano Vernole Se le elezioni tenutesi lo scorso 19 marzo in Kazakhstan hanno rafforzato stabilità del Paese e il nuovo corso intrapreso dopo i tragici eventi del gennaio 2022, un elemento di continuità è però rimasto nel passaggio di consegne da Nazarbayez a Tokayev: la tradizionale politica estera multivettoriale perseguita dall’indipendenza ad oggi1. La sua strategica collocazione geografica – tra i giganti russo e cinese e vicino ad aree instabili come Afghanistan e Medio Oriente – impone un’ampia diversificazione dei referenti esterni e lo stesso vale per lo sviluppo della sua economia. Vi è peraltro un legame preferenziale con la Russia per ragioni storiche, economiche e di vicinato (il confine terrestre tra i due Paesi è di oltre 7.000 km). Il Kazkahstan si è fatto promotore del progetto d’integrazione economica nell’area ex-sovietica che, dal 1 gennaio 2015, ha portato alla costituzione dell’Unione Economica Euroasiatica con Russia, Bielorussia, Armenia e Kyrgyzstan. I rappresentanti del Governo kazako non hanno mancato di chiarire il loro punto di vista, soffermandosi sugli stretti e storici rapporti tra Astana e Mosca in ambiti come quello militare (nucleare compreso) ed energetico. Tale legame non è però visto dal Kazakhstan in senso esclusivo; questa è la ragione per cui si cerca di diversificare i rapporti economici e si affrontano le varie questioni all’ordine del giorno alla luce del diritto internazionale, ad esempio non riconoscendo la dichiarazione di indipendenza delle Repubbliche di Donetsk e Lugansk e tutelando rigorosamente i propri confini statuali (la minoranza russa rappresenta circa il 25% del Paese e la lingua russa è riconosciuta ufficialmente). Ci sono più di 7.000 imprese in Kazakhstan con partecipazione di capitali russi e più di 3.000 joint ventures russo-kazake, una tendenza accentuatasi dopo il processo sanzionatorio euro-statunitense che ha colpito la Federazione Russa. Astana è conosciuta nel mondo diplomatico anche per i colloqui di pace relativi al conflitto siriano, ad essi il Kazakhstan partecipa solo dal punto di vista tecnico ma non politico (proprio per ribadire la propria neutralità sulle vicende siriane, così come avviene per la questione del Nagorno Karabakh), pur condividendone i cambiamenti positivi che possono derivarvi. Un secondo rapporto preferenziale è quello con la Cina, che dispone dei capitali necessari ad importanti investimenti e che rappresenta per Astana un esemplare esempio di cooperazione win-win2. In parallelo, il Kazakhstan ha negoziato un nuovo Accordo di Cooperazione e Partenariato rafforzato con l’Unione Europea, firmato nel dicembre 2015; la UE nel suo insieme rappresenta il primo investitore e il primo partner commerciale del Paese. Dal primo marzo 2020, inoltre, le relazioni commerciali tra l’UE e il Kazakhstan sono regolate dall’EPCA (Accordo Rafforzato di Partenariato e Cooperazione), il primo trattato del genere concluso tra l’Unione europea e una nazione dell’Asia Centrale. Rapporti economici molto rilevanti vi sono poi con Turchia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Paesi del Golfo Persico e Iran. Diverse sono le opportunità di internazionalizzazione che si aprono al Paese con la Nuova Via della Seta, iniziativa proposta dal Presidente cinese Xi Jinping nel 2013 e che vede...
xi-jinping
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: LA CITTA’ FUTURA Con la sua visita a Mosca, il presidente Xi Jinping ha dimostrato il sincero interesse della Cina per la fine delle ostilità in Ucraina e la costruzione di un mondo multipolare all’insegna della cooperazione. La visita di tre giorni tenuta dal presidente cinese Xi Jinping a Mosca ha rappresentato il primo vero passo concreto verso la soluzione della crisi ucraina. Dopo la pubblicazione, lo scorso mese, del documento intitolato La posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina, la Repubblica Popolare ha fatto seguire i fatti alle parole, mentre l’Occidente collettivo a guida statunitense continua a perorare la causa del conflitto armato. La visita diplomatica assume un’importanza ancora maggiore, in quanto primo viaggio all’estero di Xi Jinping dopo la sua elezione per un terzo mandato consecutivo alla guida del Paese. A seguito dell’incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin, la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa hanno rilasciato una dichiarazione congiunta firmata dai due leader, nella quale esprimono la propria posizione sempre più unitaria di fronte alla guerra ibrida condotta dall’imperialismo atlantista. Sulla questione ucraina, in particolare, le due parti hanno sottolineato che i colloqui rappresentano l’unica soluzione alla crisi, e hanno chiesto il rispetto delle preoccupazioni di sicurezza di tutti i Paesi nel risolvere la questione. La Russia, che per bocca di Putin ha espresso un giudizio positivo circa il piano di pace formulato dalla Cina, ha affermato di essere impegnata a riprendere i colloqui con il governo di Kiev il prima possibile. Naturalmente i due presidenti hanno anche affrontato questioni riguardanti i rapporti bilaterali, infatti la dichiarazione congiunta sottolinea l’accordo raggiunto per approfondire il partenariato strategico globale tra Mosca e Pechino. A tal proposito, Xi ha affermato che la Cina è pronta ad espandere la cooperazione con la Russia nei settori del commercio, degli investimenti, della catena di approvvigionamento, dei mega progetti, dell’energia e dell’alta tecnologia. “La fiducia reciproca di alto livello e le relazioni mature costruite tra i leader cinese e russo dimostrano che i legami bilaterali possono resistere agli impatti dei profondi cambiamenti che il mondo sta vivendo in questo momento”, ha commentato Li Haidong, professore presso l’Istituto di relazioni internazionali dell’Università Cinese degli Affari Esteri. Secondo l’analista cinese, le relazioni sino-russe hanno resistito anche alla prova della crisi ucraina, dimostrando la comune intenzione dei due Paesi di promuovere una maggiore democrazia nelle relazioni internazionali incentrate sul multipolarismo. Coerentemente con i principi teorici della propria politica estera, la Cina dimostra di essere pronta a svolgere un ruolo costruttivo nel promuovere la soluzione politica della crisi ucraina, poco dopo aver ottenuto un altro grande successo diplomatico, quello dello storico accordo tra Iran e Arabia Saudita. Oltretutto, la posizione della Cina è condivisa dalla maggioranza della comunità internazionale, composta da Paesi che oppongono la prosecuzione del conflitto e le politiche guerrafondaie del blocco atlantista: “La maggior parte dei paesi sostiene l’allentamento delle tensioni, sostiene i colloqui di pace ed è contraria ad aggiungere benzina sul fuoco. Un esame della storia mostra che i conflitti alla fine devono essere risolti attraverso il dialogo e la negoziazione”, secondo le parole pronunciate dallo stesso Xi Jinping. Al contrario della coerenza cinese,...
2134420
di Andrea Puccio – occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: WASHINGTON RISCHIA L’ISOLAMENTO PER IL RIFIUTO AL PIANO DI PACE CINESE | OCCHI SUL MONDO Il viaggio di Xi Jimping a Mosca ha rafforzato ulteriormente le relazioni diplomatiche ed economiche tra i due paesi. Non va sottovalutato, sul piano  politico, l’appoggio da parte di Putin al piano di pace che Pechino aveva presentato nei giorni scorsi per risolvere il conflitto in Ucraina e messo al centro dell’azione politica durante il summit tra i due capi di stato. Un progetto che aveva visto la contrarietà della Casa Bianca ed ovviamente anche quella della Nato e dell’Unione Europea. Ora Bloomberg riporta le dichiarazioni di un funzionario degli Stati Uniti che afferma che il totale rifiuto da parte della Casa Bianca del piano di pace cinese mette gli Stati Uniti in una condizione di possibile isolamento. Secondo il funzionario statunitense citato da Bloomberg,  che ha parlato a condizione di anonimato,, Washington ha paura che le proposte della Cina possano “mettere il paese nord americano all’angolo” se verranno rifiutate. Questo passo darebbe alla Cina un pretesto per sostenere di fronte ai paesi che sono stanchi del conflitto che gli Stati Uniti non sono interessati alla pace, ha sottolineato. Bonny Lin, un analista del Center for Strategic and International Studies, ha detto che se Washington rifiuta il piano di Pechino, la Cina probabilmente aumenterà la sua retorica che gli Stati Uniti si oppongono al cessate il fuoco e alla fine delle ostilità. “Ci saranno molti modi in cui la Cina cercherà di ribaltare tutto ciò che proviene dalla riunione Cina-Russia in modo da ritrae negativamente gli Stati Uniti”, ha detto. L’amministrazione di Joe Biden ha in più occasioni criticato il piano di pace di Pechino. Il coordinatore per le comunicazioni strategiche del Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Kirby, ha detto martedì che Washington aveva dubbi sull’imparzialità di Pechino nel conflitto ucraino. In precedenza, lunedì, Kirby ha dichiarato che gli Stati Uniti “sono preoccupati” per la probabilità che il presidente cinese Xi Jinping ribadisca la richiesta di un cessate il fuoco in Ucraina durante la sua visita a Mosca. Ha anche sottolineato che Washington si oppone al cessate il fuoco e a qualsiasi iniziativa di pace che i leader della Cina e della Russia possano promuovere. Il presidente Biden subito dopo la presentazione del documento cinese aveva affermato che il piano di pace proposto da Pechino non poteva essere condiviso perché piaceva a Putin, affermazione questa che non lasciava possibilità di nessuna apertura da parte di Washington. Le preoccupazioni di Bloomberg che gli Stati Uniti vengano isolati a causa della loro intransigenza nel non voler condurre alcun tipo di trattativa di pace da parte della maggioranza dei paesi mondiali che non appoggia le politiche statunitensi son reali e concrete. Un piano di pace proposto da un paese come la Cina che si è sempre distinta nel risolvere le questioni regionali in modo pacifico ha un peso rilevante in campo internazionale. Il successo nella mediazione tra...
argentina
di Tommaso Del Passo per AGCNEWS FONTE ARTICOLO: BRASILE. È tempo che l’Argentina entri nei BRICS (agcnews.eu) Il ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira ha dichiarato al sito Metrópoles che il suo paese vorrebbe che l’Argentina entrasse a far parte dei Brics, ma ha insistito sul fatto che una tale mossa dipenderà dal consenso degli altri membri del blocco (Russia, India, Cina e Sud Africa). Vieira è stato ambasciatore brasiliano a Buenos Aires tra il 2004 e il 2010. Di «allargamento dei Brics si è parlato, soprattutto sulla stampa. Prima di passare o meno alla fase di allargamento, dovremo affrontare una discussione consensuale tra i cinque Paesi che compongono il gruppo», ha detto Vieira, ripreso stavolta da MercoPress. «Dobbiamo vedere qual è la posizione di ognuno. Se questo dovesse andare avanti, con la posizione espansiva, il Brasile avrebbe dei candidati da sostenere. Ma, come ho detto, ci deve essere una decisione congiunta», ha aggiunto. Alla domanda se anche l’Iran entrerà a far parte dei Brics sarà nell’imminente incontro del presidente brasiliano Luiz Inàcio Lula Da Silva con il leader cinese Xi Jinping, Vieira ha insistito sul fatto che “soprattutto” riguarderà “l’Argentina”, che ha definito «un paese importante, un grande partner del Brasile, e un vicino strategico». «Si è già detto, in più di un’occasione, che l’Argentina sarebbe il candidato difeso dal Brasile in un eventuale allargamento dei Brics», ha aggiunto Vieira, il quale ha anche precisato che l’incontro tra Lula e Xi sarà soprattutto di tipo natura “bilaterale”. Quindi, l’adesione dell’Argentina dovrebbe essere “affrontata al prossimo vertice Brics” perché questo “problema non si adatta ora”. A luglio 2022, il governo argentino ha dichiarato di aver ricevuto il sostegno formale della Cina alla candidatura del paese a entrare a far parte del gruppo Brics che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, un blocco visto come un potente mercato emergente alternativa all’occidente. La Cina ha di gran lunga la più grande economia nel gruppo Brics, rappresentando oltre il 70% della sua potenza economica collettiva di 27,5 trilioni di dollari. L’India rappresenta circa il 13%, con Russia e Brasile che rappresentano circa il 7%, secondo i dati del Fmi. I paesi Brics rappresentano oltre il 40% della popolazione mondiale e circa il 26% dell’economia globale.
FONTE ARTICOLO: https://www.easternherald.com/2023/03/22/bolton-called-the-russia-china-alliance-a-real-problem-for-the-west/ Secondo John Bolton, ex consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, la creazione di un’alleanza russo-cinese rappresenta una seria minaccia per l’Occidente, che supera l’importanza del conflitto in Ucraina. In un’intervista al quotidiano britannico The Telegraph, pubblicata martedì sera sul sito web della testata, John Bolton ha affermato che Russia e Cina prendono sul serio questa alleanza che secondo lui potrebbe diventare un asse a cui mirano ad unirsi anche Iran e Corea del Nord. Bolton è convinto che l’Occidente dovrebbe prendere sul serio questa minaccia e iniziare a ripensare l’attuale concetto di deterrenza, soprattutto alla luce del fatto che la Cina sta diventando una minaccia sia nucleare che convenzionale. Bolton ha anche sottolineato che la NATO dovrebbe intensificare i suoi sforzi nei confronti della Federazione Russa. Bolton afferma, inoltre, che la Cina ha sostenuto la Russia sin dall’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, senza cercare di rimanere neutrale.  Crede che la Cina abbia molte opportunità di fornire assistenza militare alla Russia senza fornire direttamente armi: ciò può includere la vendita di armi alla Bielorussia o alla Corea del Nord – che verrebbero poi fornite alla Russia – nonché la fornitura di componenti per la creazione di armi e assistenza finanziaria. Bolton ha criticato le Nazioni Unite per il loro ruolo nella risoluzione del conflitto in Ucraina. Secondo lui, gli organi delle Nazioni Unite che prendono le decisioni politiche, infatti, non funzionano. In particolare, ritiene che lo stallo in seno al Consiglio di Sicurezza caratterizzante lera della Guerra Fredda – quando quell’organismo non aveva un ruolo importante – sia riapparso.
foto risultati elettorali Kazakhstan
di Stefano Vernole* Dopo i tragici eventi del gennaio 20221, domenica 19 marzo 2023 il Kazakhstan del Presidente Qasym-Jomart Tokayev ha chiamato il Paese ad esprimersi per la quarta volta in due anni, stavolta per rinnovare la camera bassa del parlamento, il Mäjilis, e le assemblee locali delle diciassette regioni della nazione, i maslikhats2. Sono stati apportati cambiamenti significativi al sistema elettorale rispetto alle precedenti elezioni a seguito degli emendamenti costituzionali dell’anno scorso. In particolare, è stato utilizzato per la prima volta dal 2004 un modello proporzionale-maggioritario, dove il 30 per cento dei membri Majilis è eletto nei collegi uninominali. La soglia per i partiti politici per ottenere seggi in parlamento è stata abbassata dal 7 al 5%. Due nuovi partiti che hanno partecipato alle elezioni (Respublica e Baytaq) hanno potuto registrarsi grazie alle regole semplificate per la registrazione dei partiti. Sei dei sette partiti che hanno partecipato alle elezioni hanno ricevuto voti sufficienti per superare la soglia del 5% richiesta per ottenere seggi in parlamento. Il partito di governo Amanat ha ottenuto la maggioranza con il 53,9% dei voti, il Partito democratico patriottico popolare di Auyl ha ricevuto il 10,9%, il partito Respublica – 8,59%, il Partito democratico Aq Jol – 8,41%, il Partito popolare del Kazakistan – 6,8% e il Partito nazionale socialdemocratico – 5,2 per cento. Baytaq ha ricevuto solo il 2,3%, il che significa che non avrà rappresentanti in parlamento. Circa il 3,9% degli elettori ha scelto l’opzione “contro tutti” al ballottaggio. Oltre 6,3 milioni di persone su oltre 12 milioni di persone aventi diritto hanno votato alle elezioni di Mazhilis e maslikhat (organo di rappresentanza locale), con un’affluenza alle urne superiore al 54%, seppure con percentuali inferiori nelle grandi città di Almaty (25,82% nonostante il dibattito politico sia qui solitamente più vivo che in altre regioni) e in parte ad Astana (42,41%) e Shymkent (45,46%). L’affluenza alle urne più elevata è stata rilevata nelle seguenti regioni: • Regione Kyzylorda: 67,21% • Regione di Zambyl: 65,23% • Regione di Kostanai: 65,1% • Regione del Kazakistan settentrionale: 65,25% • Regione del Kazakistan orientale: 64,15%. Anche i kazaki, che si trovano all’estero per vari motivi, hanno espresso la loro volontà. Per questo, presso le rappresentanze diplomatiche della Repubblica sono state organizzate 77 commissioni elettorali distrettuali del Kazakhstan in 62 Stati stranieri. Secondo il Ministero degli Esteri di Astana, il numero totale di elettori nei seggi stranieri ammontava a 12.132 persone. Compreso il sottoscritto (che ha partecipato come indipendente per conto del Centro Studi Eurasia Mediterraneo), erano presenti ben 793 osservatori provenienti da 41 Stati esteri e 12 organizzazioni internazionali. Per Sadi Jafarov, vice-segretario generale dell’Organizzazione degli Stati turchi, la missione dell’organizzazione è stata testimone di preparativi approfonditi per salvaguardare la volontà delle persone: “Le elezioni sono state trasparenti e competitive. La missione non ha rilevato alcuna violazione delle norme della legislazione”, ha affermato Jafarov. Alexander Markevich, membro dell’Assemblea parlamentare dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, ha sottolineato che le elezioni parlamentari “erano in linea con la legislazione...
di Alexey Dzermant FONTE ARTICOLO: Russia e Cina: ci sarà una nuova orda? – IdeeAzioneTraduzione a cura della Redazione di IdeeAzione La cosa più importante da notare dai colloqui tra i leader russi e cinesi è che l’era delle relazioni e delle alleanze occidentali-centriche è finita per la Grande Russia. È durata circa trecento anni. A quel tempo, la Russia si è quasi sempre affidata a una potenza europea e occidentale contro un’altra. Ora l’intero Occidente significativo è contro la Russia, che non ha alleati e non ne prevede. C’è quindi un riavvicinamento con la Cina e l’Iran. Ciò di cui gli eurasiatici hanno parlato a lungo è accaduto. Xi Jinping, durante il suo addio a Vladimir Putin, lo ha detto chiaramente: “C’è un cambiamento ora che non si verificava da cento anni. Quando siamo insieme, guidiamo questo cambiamento”. Ora, in questa nuova situazione, dovremo conoscere e capire meglio l’Est per essere alla pari con esso e non dissolverlo. Ma questo è un compito fattibile per i russi, un compito organico. Si sta delineando un’alleanza anti-occidentale a cui ovviamente si aggiungeranno, oltre a Russia e Cina, Bielorussia, Iran e Corea del Nord. Era molto allettante vedere in questo processo una ripetizione in una nuova forma e in nuove condizioni di ciò che è già stato in Eurasia – l’ulo mongolo, ma le analogie dirette non funzionano. La Russia moderna non dipende e non dipenderà dalla Cina come la Russia orientale dipendeva dall’Orda. La Russia ha un potenziale nucleare molto più potente della Cina e anch’essa ha bisogno di molto dalla Russia: non solo di risorse energetiche, ma anche di una frontiera settentrionale completamente coperta per potersi concentrare su Taiwan e sulla regione del Mar Cinese Meridionale. La dirigenza cinese è stata attenta a evitare i termini “alleanza” e “blocco” con la Russia per non evocare allusioni al confronto tra blocchi della Guerra Fredda, e la situazione attuale è effettivamente diversa – il precedente bipolarismo non prevarrà. Ma Xi Jinping dice ancora di più: “I legami sino-russi sono andati oltre le relazioni bilaterali e sono di importanza vitale per l’ordine mondiale moderno e per il destino dell’umanità”. E questa è la chiave per capire cosa siano realmente le relazioni tra Russia e Cina. Si può parlare della formazione di un doppio polo per bilanciare l’Occidente collettivo. Ciascun elemento di questo polo bilancia l’altro: la potenza economica della Cina corrisponde alla potenza militare strategica della Russia. Pertanto, ovviamente, Vladimir Putin non è Alexander Nevsky, che si recò nella capitale dell’ulo mongolo per ricevere l’etichetta di grande regno in Russia, né il compagno Xi è un grande Khan. La situazione è diversa, le parti cinese e russa dipendono l’una dall’altra, il che significa che sono alla pari, anche se c’è una differenza nella demografia e nel PIL. La narrativa secondo cui la Russia sta diventando un vassallo della Cina e Putin viene etichettato da Xi viene attivamente lanciata dai media occidentali per generare cinofobia in Russia e per giocare sui sentimenti nazionalisti....
democracy
A cura di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/03/22/lo-stato-della-democrazia-negli-stati-uniti-2022/ Come lo scorso anno, il ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese ha pubblicato un documento nel quale analizza le criticità della democrazia statunitense. Di seguito la traduzione completa del testo in italiano. I. Preambolo Nel 2022, il circolo vizioso di pretese di democraticità, politiche disfunzionali e una società divisa è continuato negli Stati Uniti. Problemi come la politica del denaro, la politica dell’identità, le fratture sociali e il divario tra ricchi e poveri sono peggiorati. Le malattie che affliggevano la democrazia americana hanno infettato profondamente le cellule della politica e della società statunitense e hanno rivelato ulteriormente il fallimento del governo degli USA e i suoi difetti istituzionali. Nonostante i crescenti problemi interni, gli USA hanno continuato a comportarsi con un senso di superiorità, puntando il dito contro gli altri, usurpando il ruolo di “docente di democrazia” e inventando e mettendo in scena la falsa narrativa di “democrazia contro autoritarismo”. Per servire gli interessi nientemeno che di sé stessi, gli Stati Uniti hanno agito per dividere il mondo in due campi tra quelle che hanno definito “democrazie e non-democrazie”, e hanno organizzato un’altra edizione del cosiddetto “Summit for Democracy” per verificare come vari Paesi si erano comportati per soddisfare gli standard statunitensi per la democrazia e per emettere nuovi ordini. Che si tratti di retorica altisonante o di manovre guidate da un’agenda nascosta, nessuno può nascondere i veri progetti degli Stati Uniti: mantenere la propria egemonia facendo politica di blocco e usando la democrazia come strumento per fini politici. Questo rapporto raccoglie una moltitudine di fatti, commenti dei media e pareri di esperti per presentare un quadro completo e reale della democrazia americana nel corso dell’anno. Ciò che rivelano è una democrazia americana nel caos interno e una scia di caos e disastri lasciati alle spalle mentre gli Stati Uniti spacciavano e imponevano la loro democrazia in tutto il mondo. Questo aiuta a rimuovere la facciata della democrazia americana per un maggior numero di persone in tutto il mondo. II. La democrazia americana in malattia cronica Gli Stati Uniti si rifiutano di riconoscere i molti problemi e le crisi istituzionali con cui si confronta la loro democrazia interna e affermano ostinatamente di essere il modello e il faro della democrazia per il mondo. Tale imperiosità perpetua i mali della loro democrazia e provoca terribili conseguenze per altri Paesi. 1. La democrazia americana in ulteriore declino Il funzionamento delle istituzioni democratiche americane può sembrare vivace come un circo, con politici di ogni genere che si esibiscono uno dopo l’altro. Ma per quanto chiassoso sia lo spettacolo, non può nascondere il letargo nell’affrontare i gravi problemi di lunga data. Le Monde fa notare che il 2022 è stato un anno di dubbi per la democrazia americana. Una guerra civile silenziosa ha messo radici negli Stati Uniti e riparare la democrazia danneggiata richiede un senso di nazione e interesse pubblico, entrambi attualmente carenti. Questo è triste per un Paese che da tempo si è proposto come modello. Nel 2022, il think tank svedese International Institute for Democracy and Electoral Assistance ha aggiunto gli Stati Uniti alla sua “lista di democrazie regressive”. Due anni dopo le rivolte del Campidoglio del 6 gennaio...
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: PRESSENZA INTERNAZIONAL PRESS AGENCY Pechino ha utilizzato un’apertura tanto attesa per minare l”ordine’ stabilito dominato dagli americani nella regione. La scorsa settimana, l’Arabia Saudita e l’Iran hanno annunciato un accordo di riferimento, mediato dalla Cina a Pechino, per ripristinare formalmente le relazioni diplomatiche. L’accordo ha visto i due rivali dell’arco settario mediorientale accettare di mettere da parte le loro differenze e di normalizzare i rapporti. Si tratta del primo accordo di questo tipo supervisionato dalla Cina che, così, si presenta come un Paese pacificatore dimostrando, inoltre, che il suo impegno ad avere buoni rapporti con tutti i paesi della regione non si basa solo sulla retorica delle buone intenzioni ma sulla sostanza concreta. Alcuni l’hanno descritto come un segno di un “cambiamento dell’ordine globale.” Per dirla in parole povere, è una brutta notizia per gli Stati Uniti e assesta un duro colpo alla quasi illimitata influenza geopolitica che Washington ha tenuto a lungo sulla regione attraverso le sue relazioni strategiche con paesi come l’Arabia Saudita. Inoltre, rovina efficacemente una campagna guidata dagli Stati Uniti volta a fare pressione e isolare l’Iran e, inoltre, ostacola gli sforzi statunitensi tesi a modellare la politica regionale a favore di Israele attraverso gli Accordi di Abraham. Non sorprende che i media occidentali stiano definendo un accordo mediato dai cinesi come una sfida all’ordine internazionale; ma che ordine è? La capacità degli Stati Uniti di dominare il Medio Oriente? Forse mediare la pace è una buona cosa. Politica estera americana in Medio Oriente Per mantenere questa posizione, gli Stati Uniti hanno da tempo bisogno di avversari al fine di perpetuare un dilemma di sicurezza e costringere, così, a fare affidamento su Washington in qualità di garante della sicurezza, il che è vantaggioso anche per il complesso militare-industriale statunitense. Queste politiche hanno accumulato decenni di guerre, insurrezioni e tentativi di cambio di regime. Tra i detrattori dell’agenda statunitense sono stati inclusi regimi arabisti rivoluzionari – come l’Iraq di Saddam Hussein e la Siria di Bashar Assad – gruppi terroristici come Al-Qaeda e ISIS e, naturalmente, la Repubblica islamica dell’Iran post-1979. È stato dopo che gli Stati Uniti hanno rinunciato al tentativo – fallito – di rovesciare Assad che i politici dell’amministrazione Trump hanno deciso di concentrarsi su Teheran, strappando la partecipazione degli Stati Uniti al Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) e imponendo al Paese un regime di sanzioni paralizzante. Per rappresaglia, l’Iran ha intrapreso una serie di conflitti per procura contro i partner statunitensi presenti nella regione, in particolare nello Yemen dove Teheran ha dato assistenza agli Houthi nella guerra contro il governo sostenuto dai sauditi, che hanno supervisionato i bombardamenti a tappeto delle regioni occupate. La politica cinese in Medio Oriente A differenza degli Stati Uniti, la politica della Cina in Medio Oriente è non interventista e assume un atteggiamento neutrale nei conflitti regionali, assumendo una posizione di rispetto per la sovranità nazionale. Tuttavia, questo non significa che Pechino non abbia alcun interesse per la regione. Man mano che la Cina cresce e si...