4 Novembre 2026

Geopolitica

taiwan
di Fabio Massimo Parenti L’ambiguità strategica statunitense verso la provincia cinese di Taiwan conferma la natura aggressiva ed irresponsabile di Washington. Il viaggio negli Stati Uniti, tutt’ora in corso, della governatrice taiwanese Tsai Ing-wen ha inevitabilmente scatenato la reazione di Pechino, che ha deciso di lanciare una speciale operazione congiunta di pattugliamento e ispezione nella parte centrale e settentrionale dello Stretto di Taiwan della durata di sette giorni. L’annuncio dell’incontro a Los Angeles con il portavoce della Camera dei Rappresentanti USA, il repubblicano Kevin McCarthy, è bastato per sollevare un nuovo vespaio di polemiche ad otto mesi di distanza dalla visita a Taipei della democratica Nancy Pelosi, che all’epoca ricopriva lo stesso ruolo. Si tratta della seconda provocazione lanciata dalle forze indipendentiste dell’isola che, dopo aver subito una sonora sconfitta alle elezioni locali del 26 novembre scorso, ora cercano disperatamente di legittimarsi agli occhi della comunità internazionale. Gran parte del pianeta, tuttavia, va ormai in una direzione completamente diversa. Non è un caso se meno di due settimane fa l’Honduras, dopo decenni di esitazioni e pressioni esterne, ha finalmente deciso di recepire la Risoluzione ONU 2758 del 1971 e riconoscere la Repubblica Popolare Cinese come unico rappresentante della Cina a livello internazionale. Sono ora 182 i Paesi nel mondo ad aver aderito alla cosiddetta politica di Una sola Cina, una linea di principio fatta propria, almeno a parole, anche dagli Stati Uniti già dal primo gennaio 1979 sulla base del secondo comunicato congiunto Cina-USA discusso nei mesi precedenti tra Deng Xiaoping e Jimmy Carter, che andò così ad affiancarsi al precedente, concluso nel 1972 tra Mao Zedong e Richard Nixon. Tre anni più tardi, durante l’Amministrazione Reagan, le parti siglarono un terzo comunicato congiunto che, tra i vari punti, affrontava in modo specifico la questione della vendita di armamenti al governo dell’isola. Le promesse statunitensi di ridurre, sia in termini quantitativi che qualitativi, le forniture militari a Taiwan sino a raggiungere una “soluzione definitiva” non sono mai state mantenute. Nel corso degli ultimi quarant’anni, infatti, il Congresso e i presidenti statunitensi hanno autorizzato la vendita di tipologie sempre più sofisticate di armamenti, in volumi anche molto elevati. Nell’attuale situazione internazionale, a dir poco incandescente per le vicende europee, mediorientali e latino-americane, gli Usa lavorano ancora una volta a favore della destabilizzazione, cercando di ingenerare sempre nuovi focolai di scontro. Un atteggiamento che non può trovare alcuna giustificazione. Malgrado l’assistenza militare di un paese straniero ad un’entità territoriale separatista non riconosciuta rappresenti una palese violazione del diritto internazionale, la Casa Bianca continua a gettare benzina sul fuoco con il malcelato scopo di preparare la prossima grande crisi internazionale. Con il Taiwan Policy Act, il progetto di legge approvato l’anno scorso dalla Commissione Affari Esteri, in attesa del passaggio in Senato, è chiara l’intenzione dell’establishment statunitense di approntare un corposo piano di supporto politico-militare a Taiwan da qui al 2027. Nel frattempo, tuttavia, Tsai Ing-wen, alla guida della Coalizione Pan-Verde (centrosinistra), attualmente al comando dell’isola, dovrà affrontare le forche caudine della...
Dalai_Lama_in_2012_02-removebg-preview
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/13/le-menzogne-del-dalai-lama-smentite-dagli-accademici-cinesi/ In seguito all’incidente riguardante il Dalai Lama che ha destato scalpore in tutto il mondo, gli esperti cinesi hanno smentito le giustificazioni del leader del Buddhismo tibetano, mettendo in risalto il suo ruolo politico che mette a repentaglio l’unità della Repubblica Popolare Cinese. Di seguito la traduzione dell’articolo del Global Times. Il Dalai Lama ha suscitato un enorme clamore pubblico dopo che il video di lui che bacia un bambino sulle labbra e poi chiede al ragazzo di “succhiargli la lingua” durante un evento nel nord dell’India è diventato virale e ha suscitato ampie critiche, con molti internauti che hanno condannato l’azione come inappropriata Gli esperti hanno affermato che mostrare la lingua agli altri potrebbe essere un modo tradizionale per salutare le persone nella regione cinese dello Xizang (Tibet), ma chiedere alle persone di succhiarsi la lingua non è affatto una forma accettata di etichetta. L’incidente sarebbe avvenuto a fine febbraio in un tempio a Dharamshala. Il Dalai Lama in seguito si è scusato. In una dichiarazione di lunedì, l’ufficio del Dalai Lama ha dichiarato di “essere dispiaciuto” per l’incidente e di “desiderare scusarsi con il ragazzo e la sua famiglia, così come con i suoi numerosi amici in tutto il mondo, per il dolore che le sue parole possono aver causato“. In un video diventato virale, il ragazzo si è avvicinato a un microfono dell’evento e ha chiesto al Dalai Lama: “Posso abbracciarti?“. Il Dalai Lama ha detto al ragazzo di salire sulla piattaforma dove era seduto. Facendo un cenno alla sua guancia, si sente dire “prima qui“, dopodiché il bambino lo bacia e lo abbraccia. Il Dalai Lama ha trattenuto il ragazzo, dicendo “penso anche qui” e poi gli ha piantato un bacio sulle labbra. “E succhiami la lingua“, ha detto poi il Dalai Lama, tirando fuori la lingua, fronte contro fronte con il ragazzo. Mentre il video si diffondeva su Internet, l’atto di Dalai è stato ampiamente condannato da molti internauti, che lo hanno definito “inappropriato“, “scandaloso” e “disgustoso“. “Sua Santità spesso prende in giro le persone che incontra in modo innocente e scherzoso, anche in pubblico e davanti alle telecamere“, si legge nella nota. Alcuni media occidentali hanno cercato di minimizzare la volgarità di un tale atto del Dalai Lama. Citando l’Institute of East Asian Studies presso l’Università della California, Berkeley, la CNN ha riferito che tirare fuori la lingua è un segno di rispetto o accordo ed è stato spesso usato come saluto nella cultura tradizionale tibetana. Hu Zhiyong, un ricercatore presso l’Istituto di relazioni internazionali dell’Accademia delle scienze sociali di Shanghai, ha sottolineato che chiedere ad altri di succhiarsi la lingua per mostrare cortesia non è affatto un’usanza nello Xizang, e che tale retorica è essenzialmente un tentativo di coprire l’orrendo comportamento del Dalai Lama. Il Dalai Lama ha cercato di presentarsi come una figura vicina al popolo, ma lo scopo è mantenere la sua influenza e raggiungere l’obiettivo di dividere il Paese, avvertono gli esperti. Secondo la CNN, in risposta all’incidente, un gruppo per i diritti dei...
yemen
L’arrivo della delegazione saudita in Yemen potrebbe porre fine al lungo conflitto che imperversa nel Paese da quasi nove anni. Un nuovo successo della diplomazia cinese, che lo ha patrocinato attraverso l’accordo tra Arabia Saudita e Iran. FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/12/la-pace-in-yemen-sara-un-nuovo-successo-della-diplomazia-cinese/ La guerra civile dello Yemen ha avuto inizio nel settembre 2014, eppure si tratta di un conflitto di cui i mass media occidentali si sono a mala pena accorti nel corso di questi nove anni. La causa del divampare della guerra furono le tensioni tra le forze degli Houthi (piu correttamente al-Ḥūthiyyūn), fedeli all’ex presidente – ormai deceduto – ‘Ali ‘Abd Allah Saleh e sostenute dall’Iran, e il governo del suo successore, ʿAbd Rabbih Manṣūr Hādī, appoggiato invece dall’Arabia Saudita. Questa situazione ha portato alla nascita di due governi paralleli, con la capitale Ṣanʿāʾ sotto il controllo dei filoiraniani, ed i filosauditi costretti all’esilio dopo aver perso il controllo dei loro territori. La guerra civile yemenita va dunque inserita nel contesto dello scontro tra le potenze regionali per l’influenza sul Medio Oriente e sul mondo musulmano, in particolare l’Arabia Saudita, Paese faro dell’Islām sunnita, e l’Iran, che invece rappresenta il punto di riferimento degli sciiti. Lo storico accordo tra i due Paesi, raggiunto nelle ultime settimane grazie alla preziosa mediazione della Cina, ha posto le basi per quella che sembra essere una possibile conclusione definitiva del conflitto, rappresentando un nuovo successo per la diplomazia della Repubblica Popolare sotto la guida di Xi Jinping. Senza l’intervento cinese, infatti, la prospettiva della pace per lo Yemen sarebbe rimasta molto lontana. Domenica 9 aprile, una delegazione saudita si è recata nella capitale yemenita per negoziare una potenziale nuova tregua con gli Houthi, evento che rappresenta di fatto un riconoscimento del governo di Ṣanʿāʾ, posizione che, prima dell’accordo con l’Iran, sarebbe stata impossibile da sostenere per Riyadh. Mahdi al-Mashat, attuale leader del Consiglio Politico Supremo, ha ricevuto la delegazione dei funzionari sauditi, guidata dall’ambasciatore Mohammed Al-Jaber. Anche i media occidentali più obiettivi non hanno potuto far altro che riconoscere il ruolo della Cina nella oramai più che probabile risoluzione della questione yemenita: “L’arrivo della delegazione arriva circa un mese dopo che la Cina ha contribuito a mediare un riavvicinamento a sorpresa tra l’Arabia Saudita e l’Iran. Tale accordo ha alimentato le speranze di progressi per porre fine al conflitto nello Yemen che ha causato centinaia di migliaia di vittime e ha innescato quella che le Nazioni Unite hanno definito la peggiore crisi umanitaria del mondo”, si legge su France 24. Solo tre giorni prima, i rappresentanti diplomatici di Iran e Arabia Saudita si erano nuovamente incontrati a Pechino impegnandosi a lavorare insieme per portare “sicurezza e stabilità” in Medio Oriente. Una fonte del governo yemenita, parlando all’AFP in condizione di anonimato, ha detto sabato che i sauditi e gli Houthi avevano concordato in linea di principio una tregua di sei mesi per aprire la strada a tre mesi di colloqui per stabilire una “transizione” di due anni per il Paese. A tal proposito, l’analista saudita Hesham Alghannam ha affermato che l’apparente slancio diplomatico è un segno che il riavvicinamento saudita-iraniano...
russia
FONTE: The Concept of the Foreign Policy of the Russian Federation – The Ministry of Foreign Affairs of the Russian Federation (mid.ru) APPROVED by Decreeof the President of the Russian FederationNo. 229, March 31, 2023 THE CONCEPT of the Foreign Policy of the Russian Federation I. General provisions 1. This Concept is a strategic planning document which provides a systemic vision of the national interests of the Russian Federation in the domain of foreign policy, basic principles, strategic goals, major objectives and priority areas of the Russian foreign policy. 2. The Concept is based on the Constitution of the Russian Federation, generally recognized principles and norms of international law, international treaties of the Russian Federation, federal laws, other statutes and regulations of the Russian Federation governing foreign policy activities of the federal authorities. 3. The Concept specifies certain provisions of the National Security Strategy of the Russian Federation and takes into account basic provisions of other strategic planning documents pertaining to international relations. 4. More than a thousand years of independent statehood, the cultural heritage of the preceding era, deep historical ties with the traditional European culture and other Eurasian cultures, and the ability to ensure harmonious coexistence of different peoples, ethnic, religious and linguistic groups on one common territory, which has been developed over many centuries, determine Russia’s special position as a unique country-civilization and a vast Eurasian and Euro-Pacific power that brings together the Russian people and other peoples belonging to the cultural and civilizational community of the Russian world. 5. Russia’s place in the world is determined by its significant resources in all areas of living, its status of a permanent member of the United Nations Security Council, participant in the leading intergovernmental organizations and associations, one of the two largest nuclear powers, and the successor (continuing legal personality) of the Union of Soviet Socialist Republics (USSR). Russia, taking into account its decisive contribution to the victory in World War II and its active role in shaping the contemporary system of international relations and eliminating the global system of colonialism, is one of the sovereign centres of global development performing a historically unique mission aimed at maintaining global balance of power and building a multipolar international system, as well as ensuring conditions for the peaceful progressive development of humanity on the basis of a unifying and constructive agenda. 6. Russia pursues an independent and multi-vector foreign policy driven by its national interests and the awareness of its special responsibility for maintaining peace and security at the global and regional levels. Russian foreign policy is peaceful, open, predictable, consistent, and pragmatic and is based on the respect for universally recognized principles and norms of international law and the desire for equitable international cooperation in order to solve common problems and promote common interests. Russia’s attitude towards other states and interstate associations is contingent on the constructive, neutral or unfriendly character of their policies with respect to the Russian Federation. II. Today’s world: major trends and prospects for development...
iran-arabia-saudita
di Dr Adnan Abu Amer FONTE ARTICOLO: SAUDI-IRAN DEAL RAISES ISRAELI WORRIES AND CONCERNS (independentpress.cc) L’accordo raggiunto per migliorare le relazioni tra Riyadh e Teheran non è soltanto una questione che riguarda le due nazioni direttamente interessate o un accordo che avvantaggia l’intera regione, ma è un qualcosa di pari importanza per gli affari interni di Israele. Personaggi politici, sostenitori di parte i media israeliani stanno tutti discutendo degli effetti di un tale accordo che pone fine al tentativo di Tel Aviv di isolare l’Iran; Netanyahu aveva precedentemente dichiarato che, una volta tornato in carica come Primo Ministro, avrebbe lavorato per mantenere questo isolamento. Tuttavia, l’alleanza che Israele e Stati Uniti hanno tentato di stringere contro Teheran sta scemando a seguito di quanto avvenuto pochi giorni fa grazie alla mediazione cinese. Allo scopo di isolare la Repubblica Islamica, Tel Aviv e Washington, infatti, avevano lavorato per costruire una struttura regionale basata su intelligence, sicurezza e cooperazione economica con gli stati del Golfo, culminata negli accordi di normalizzazione con questi ultimi. Tuttavia, nonostante questo, non è mai stato raggiunto l’obiettivo finale, vale a dire l’accettazione da parte dei sauditi di aver legami con Israele – il culmine è da trovarsi nel rifiuto di Riyadh dei visti d’ingresso per una delegazione israeliana invitata a una conferenza delle Nazioni Unite. Senza che Pechino sia nemica aperta di Israele, l’accordo saudita-iraniano serve anche a ricordare a Israele il sostegno storico della Cina alla causa dei palestinesi. Dal punto di vista israeliano, questo accordo è visto come un tentativo cinese di calmare la rabbia iraniana derivante dalla denuncia della sua politica nucleare; ciò significa che Pechino sta ricercando un equilibrio tra gli arabi e l’Iran. Dicono che nessuno può ballare a due matrimoni contemporaneamente, ma sembra che i cinesi siano in grado di farlo – almeno fino a quando la musica si ferma a uno di questi, o ad entrambi. Il conflitto con gli Stati Uniti – trasformatosi in una nuova guerra fredda – è la massima priorità della Cina; Israele deve essere consapevole che presentandosi come una nazione in crisi, la Cina sarà spronata a sostenere i suoi nemici – che sono anche nemici di Washington – con più vigore; Israele probabilmente pagherà un prezzo che supererà il costo del conflitto sino – statunitense. L’Iran è emerso dall’ombra quando ha cominciato a fornire alla Russia droni per aiutare Mosca nel conflitto in Ucraina; ciò ha fatto seguito alla firma di numerosi accordi di cooperazione tra Cina e Iran, alcuni dei quali hanno un impatto diretto sulla sicurezza tecnologica di Israele. Il recente accordo che pone fine alle ostilità con l’Arabia Saudita rende l’Iran un attore geopolitico continentale che capace di spingersi oltre i confini del Medio Oriente e consentendogli di beneficiare delle tecnologie che la Cina avrebbe promesso di fornirgli, come, ad esempio, l’accesso ai suoi grandi satelliti spia. Ciò solleva seri interrogativi sulla sicurezza nazionale di Israele. Invece di trovare una risposta adeguata a questo scenario, le parti israeliane stanno usando l’accordo...
vietnam
di Guilio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://www.lacittafutura.it/esteri/il-vietnam-respinge-i-rapporti-degli-stati-uniti-sui-diritti-umani Il governo vietnamita respinge i tentativi di politicizzare la questione dei diritti umani da parte degli Stati Uniti, che si arrogano il diritto di emettere giudizi sul resto della comunità internazionale. Da tempo, gli Stati Uniti utilizzano il pretesto dei diritti umani a fini politici per giustificare la propria aggressività in politica estera, come dimostra la cosiddetta “esportazione della democrazia” a suon di “bombe umanitarie”. Anche quando non sono volti a preparare un’azione armata, i rapporti sui diritti umani che Washington si arroga il diritto di stilare circa tutti gli altri Paesi del mondo sono sempre volti a screditare l’operato di governi che non seguono il vangelo del neoliberismo e della democrazia borghese. Anche il Vietnam è recentemente caduto vittima dei rapporti sui diritti umani di Washington, ma le autorità del Paese asiatico non sono rimaste in silenzio di fronte alle ingerenze della potenza imperialista nordamericana. Il ministero degli Esteri di Hà Nội ha messo una nota ufficiale per respingere il rapporto, definendo le informazioni contenute nel documento “imprecise” e affermando che la parte vietnamita è aperta a discutere la questione. “Il Vietnam si rammarica di vedere che il rapporto annuale sui diritti umani del Dipartimento di Stato americano per il 2022 contiene commenti privi di obiettività e basati su informazioni inesatte sulla situazione del Vietnam“, ha affermato Phạm Thu Hằng, vice portavoce del ministero degli Affari Esteri. Hằng ha affermato che la posizione coerente del Vietnam è quella di proteggere e rafforzare i diritti umani: “I diritti umani fondamentali sono riconosciuti nella Costituzione del Vietnam e sono protetti e promossi sia dai documenti legali che dalle pratiche effettive“. La rappresentante diplomatica ha aggiunto che gli esseri umani sono il motore centrale dell’innovazione e dello sviluppo del Paese, e che il governo vietnamita si sforza solo di migliorare la vita del popolo. “Il Vietnam è sempre disposto a scambiare idee direttamente e apertamente, nello spirito di cooperazione, con gli Stati Uniti sulle questioni [in cui i due Paesi] hanno divergenze, al fine di promuovere la comprensione e contribuire allo sviluppo del partenariato globale dei due Paesi“, ha concluso. I grandi sforzi del Vietnam nell’ambito dei diritti umani sono riconosciuti dalla comunità internazionale, come dimostra l’elezione del Paese al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHCR) per il mandato 2023-2025. In occasione dell’elezione dello scorso ottobre, la Repubblica Socialista ha ricevuto 145 voti favorevoli, venendo eletta come rappresentante del continente asiatico insieme a Bangladesh, Kirghizistan e Maldive. In quell’occasione, gli analisti avevano affermato che l’elezione del Vietnam rappresentava una testimonianza della posizione e della reputazione del Paese, che viene costantemente rafforzata e migliorata nell’arena internazionale. Inoltre, il Vietnam aveva ottenuto un seggio presso lo stesso organismo anche nel periodo 2014-2016. Lo scorso 28 febbraio, il vice primo ministro Trần Lưu Quang è intervenuto alla 52ma sessione ordinaria dell’UNHCR, affermando che la Dichiarazione universale dei diritti umani (UDHR) e la Dichiarazione e il programma d’azione di Vienna (VDPA) sui diritti umani sono solide strutture per la comunità internazionale per rafforzare congiuntamente la consapevolezza e l’azione per promuovere e proteggere i diritti umani, e che molti importanti...
siria
di Luca Pingitore “Ammorbidisci il tuo passo. Mi sembra che la superficie della Terra non sia altro che i corpi dei morti, Cammina lentamente nell’aria, per non calpestare i resti dei servi di Dio.” Lo scriveva circa mille anni fa il poeta arabo siriano Abu al-Ala al-Maʿarri. Un passo estrapolato da una delle sue opere che, seppur concepito in una accezione diversa, risulta oggi drammaticamente reale. Soprattutto per il fatto di trovarci al suo cospetto in una Siria ancora in guerra. L’antico sarcofago di marmo che conserva le sue spoglie da secoli resiste intatto alla furia della distruzione quasi nascosto da un albero secolare che sembra averlo preservato dalle macerie che giacciono tutto intorno. Siamo a Maarrat Al Numan, il paese natale del poeta. Anzi in quel poco che oramai resta della sua cittadina. E’ particolare come pochi anni dopo la dipartita del letterato questo luogo abbia subìto una prima tragica pagina di storia, conosciuta come il “massacro di Maarrat al Numan” perpetrato dai crociati diretti verso la Terrasanta, ed oggi dopo un migliaio di anni è nuovamente flagellato da una guerra moderna. Il fragore dei nostri passi su calcinacci, frammenti di vetro, ferraglia, polvere, erbacce è assordante. Piccoli crepitii che diventano tuoni rimbombanti nei nostri stomaci. Corpi di persone morte per fortuna non ce ne sono più ma spontaneamente ammorbidiamo i nostri passi e camminiamo leggeri per rispetto a quello che fino ad una decina di anni fa erano queste strade: la vita. Il nostro viaggio da Aleppo a Lattakia prevede la ridiscesa obbligata quasi fino ad Hama. Non si può tagliare passando dalla città di Idlib. La provincia in questione è diventata una sorta di riserva per i miliziani dell’Isis, formazione Al Nusra nello specifico, e di decine di altri gruppi appartenenti a quella galassia fondamentalista. Sconfitti nel loro intento principale, quello di rovesciare il Governo siriano in carica ed instaurare un regime improntato sul fondamentalismo estremizzato in luogo dell’antica pacifica convivenza tra etnie e confessioni religiose, è rimasto il problema della ricollocazione dei combattenti. Nessun Paese d’origine ha accettato di rimpatriarli, neppur in maniera coatta traducendoli nelle maglie della propria giustizia. Una presenza troppo ingombrante dal punto di vista politico che in alcuni casi avrebbe potuto dare adito anche a recondite ammissioni e troppo pericoloso dal punto di vista della sicurezza sociale. Un efferato combattente mercenario lo è per sempre e può imbracciare quindi qualsiasi causa. Per soldi o per ideali. L’accordo non scritto, per coloro che non sono riusciti ad esfiltrare verso altri campi di battaglia quali l’area del Donbass, lo Yemen, la Regione del Tigrè nel Corno d’Africa o altre zone calde già ai limiti del subbuglio armato, è stato quello di chiuderli nella provincia di Idlib. Chiusi però fino ad un certo punto, considerato l’indicibile passaggio di merci dalla retrostante frontiera turca ma anche di rifornimenti provenienti dalla Siria stessa tramite strane triangolazioni di spregiudicati oligarchi medio-orientali. L’autostrada M5, la principale arteria che collega Damasco ad Aleppo, nel suo tratto nord appunto da...
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Il Tashkent International Investment Forum è una piattaforma di dialogo su larga scala per l’intera regione dell’Asia centrale, che consente di presentare il potenziale di investimento dell’Uzbekistan alle comunità internazionali di investimenti e affari.Il Forum ha lo scopo di attrarre leader di grandi investimenti esteri, organizzazioni finanziarie ed economiche e aziende interessate all’integrazione nel mercato in via di sviluppo dinamico dell’Uzbekistan. Il Tashkent International Investment Forum offre l’opportunità diEsplorare i nuovi sviluppi nell’ambiente imprenditoriale del paese e aiuta a plasmare e partecipare attivamente allo sviluppo della prossima generazione di imprenditori dell’Uzbekistan; Identificare ed eseguire progetti specifici sfruttando la massiccia costruzione di infrastrutture logistiche che germoglia da iniziative regionali, compresi i progetti di infrastrutture per le rotte commerciali eurasiatiche; Ottenere una comprensione completa del programma di liberalizzazione economica del governo; Approfondire la comprensione dei principali progetti di IDE e delle misure di privatizzazione; Rete con la leadership aziendale, finanziaria e governativa del paese e della regione limitrofa; Servire da trampolino di lancio per l’accesso ai mercati dell’Asia centrale. Sito internet ufficiale del Forum: https://iift.uz
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di Andrea Puccio | occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/02/03/chi-minaccia-la-pace-mondiale/ In nome della democrazia e del rispetto delle libertà dei popoli gli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale hanno intrapreso numerose azioni belliche in mezzo mondo. Spesso parliamo delle guerre e dei bombardamenti eseguiti dagli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale in giro per il mondo ma essendo talmente numerosi non li ricordiamo tutti. L’ambasciata cinese a Mosca ci viene in aiuto rinfrescandoci la memoria pubblicando l’elenco delle azioni intraprese da Washington per garantire il rispetto della democrazia e le libertà dei popoli. L’Ambasciata cinese a Mosca ha pubblicato la lista degli Stati bombardati dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale in nome della “democrazia” e della “difesa dei diritti e delle libertà dell’uomo”: Corea e Cina 1950-53 Guatemala 1954 Indonesia 1958 Cuba 1959-61 Guatemala 1960 Congo 1964 Laos 1964-73 Vietnam 1961-73 Cambogia 1969-73 Guatemala 1967-1969 Grenada 1983 Libano 1983, 1984 Libia 1986 El Salvador 1980 Nicaragua 1980 Iran 1987 Panama 1989 Iraq 1991 Kuwait 1991 Somalia 1993 Bosnia 1994, 1995 Sudan 1998 Afghanistan 1998 Jugoslavia 1999 Yemen 2002 Iraq 1991-2003 Yemen 2009, 2011 Iraq 2003-2015 Libia 2011, 2015 Siria 2014-2015 Nell’elenco figurano 27 stati ed alcuni hanno avuto la fortuna di vedere i loro cieli solcati dai velivoli statunitensi in diverse occasioni come il Guatemala, Cuba, Iraq ed altri. Ricordatevi sempre chi minaccia la pace mondiale: sicuramente non la Cina e la Russia.
nowruz
di Ministero Affari Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran Nowruz è un festival che si celebra da migliaia di anni. È una festa che piace alle persone di fedi diverse e, come tale, può assumere ulteriori interpretazioni attraverso la lente della religione. Nowruz è in parte radicato nella tradizione religiosa dello zoroastrismo. Tra le altre idee, lo zoroastrismo sottolinea concetti ampi come l’opera corrispondente del bene e del male nel mondo e la connessione degli umani alla natura che non contraddiceva le credenze islamiche e di conseguenza aiutava gli iraniani a fare Pensieri islamici allineati con le loro antiche tradizioni.