di Giulio Chinappi La visita del pretendente al trono iraniano in Italia risulta alquanto inopportuna e suscita dubbi circa quale sia la posizione italiana nei confronti della Repubblica Islamica. In questi giorni, Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah Mohammed Reza Pahlavi, detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979, si trova a Roma per una visita di due giorni insieme alla consorte, la principessa Yasmine Pahlavi. Secondo la versione ufficiale, la visita del pretendente al trono iraniano, oggi cittadino statunitense, sarebbe volta a promuovere la visione di un Iran “laico e democratico” per il futuro. La visita di Reza Ciro Pahlavi nel nostro Paese appare alquanto inopportuna, poiché rischia di creare un incidente diplomatico con il governo legittimo della Repubblica Islamica dell’Iran. I monarchici iraniani, infatti, considerano il sedicente principe come il legittimo erede al trono, fatto naturalmente smentito dalla storia, visto che nel 1979 fu lo stesso popolo iraniano a votare, attraverso un referendum, per la fine della monarchia e l’instaurazione della repubblica, con una percentuale plebiscitaria. Il fatto che Reza Ciro Pahlavi si rechi in visita “ufficiale” in Italia dovrebbe suscitare non pochi interrogativi circa la posizione ufficiale del governo italiano nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. Storicamente, l’Italia ha sempre mantenuto rapporti con il governo di Tehrān, e ad oggi rappresenta il principale partner commerciale ed economico dell’Iran nell’Unione Europea. Andrebbe dunque spiegato se, improvvisamente, l’Italia non stia decidendo di sostenere le fazioni monarchiche contro il governo della Repubblica Islamica. Oltretutto, Pahlavi giunge in Italia dopo una discussa visita in Israele, evento che chiaramente ha fatto ulteriormente salire la tensione già alta tra l’Iran e l’entità sionista. Non a caso, la visita di Pahlavi in Israele ha avuto luogo poco dopo che l’Iran e l’Arabia Saudita hanno riavviato le loro relazioni diplomatiche con la mediazione della Cina, cambiando gli equilibri della regione mediorientale, e mettendo a repentaglio i piani di destabilizzazione orditi da Washington e Tel Aviv. Il governo dell’estrema destra sionista, guidato da Benjamin Netanyahu, del resto, non nasconde le sue reali intenzioni di provocare un cambio di regime in Iran: dobbiamo dunque concludere che anche l’Italia cova questo stesso piano? Nella giornata di ieri, 26 aprile, Reza Ciro Pahlavi ha tenuto un convegno dal titolo “Una visione laica e democratica per l’Iran del domani”, evento nel quale è intervenuto, tra gli altri, anche Roberto Bagnasco, capogruppo Forza Italia in commissione Difesa della Camera dei deputati, ovvero un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Secondo la versione del comunicato ufficiale, “il principe Pahlavi da oltre 43 anni si batte per la democrazia in Iran, per la separazione della religione dal governo dello Stato, per le libertà individuali, per la difesa dei diritti umani e per la coesistenza pacifica con le altre nazioni mediorientali”. Come al solito, questo genere di comunicati necessita una traduzione di significato per comprenderne il senso reale. Un Iran “laico e democratico”, nel linguaggio di costoro, significa un Iran completamente genuflesso ai dettami delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti, come quello che stava costruendo il padre del sedicente principe. Pahlavi, del resto, possiede...
Geopolitica
di Collettivo Shaoshan ripreso da Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/18/il-pil-cinese-nel-primo-trimestre-del-2023-aumenta-al-di-sopra-delle-aspettative/ Il prodotto interno lordo della Cina nel primo trimestre del 2023 aumenta ad un ritmo che nessuno si aspettava confermando il buono stato dell’economia del paese del dragone. Mentre in occidente si continuano a spendere miliardi di dollari per sostenere L’Ucraina dalle parti di Pechino, che si è sempre dichiarato neutrale, l’economia viaggia a gonfie vele smentendo tutte le cassandre che ipotizzavano il crollo cinese. Infatti in occidente prevedevano una catastrofe economico-finanziaria ma invece il PIL Cinese nel Primo Trimestre del 2023 ha registrato una crescita del 4,5%, superando ogni previsione. Secondo i dati ogni indice di Produzione Industriale è positivo, e – con il lancio di Grandi Progetti Infrastrutturali, il Partito Comunista Cinese prevede un’ulteriore accelerazione e crescita nel Secondo Trimestre, come affermato dall’Economista Lian Ping. Con la crescita della Produzione Industriale (+3,9% su base annua a marzo) sono cresciuti anche gli investimenti nella costruzione di infrastrutture (+8,8% rispetto all’anno precedente). L’Industria High-Tech, uno dei fiori all’occhiello della Cina, ha mostrato un solido slancio, con un aumento degli investimenti del 16%, con l’obiettivo di raggiungere l’Auto-Sufficienza in ambito Tecnologico. Auto-Sufficienza, ma anche “fiducia in se stessi”, questa è la nuova Linea Guida del Partito Comunista Cinese per il futuro della Cina. Il Reddito Disponibile Pro-Capite è aumentato del 5,1% su base annua in termini nominali. Più nello specifico, il reddito pro capite nelle Aree Urbane è aumentato del 4%, mentre nelle Aree Rurali del 6,1%. Con la crescita del Reddito Pro-Capite, sono aumentate anche le vendite dei beni di consumo, registrando un +5,8% su base annua nel Primo Trimestre, le vendite al dettaglio sono aumentate del 10,6% su base annua. Infine, a differenza che nei paesi occidentali dove ogni anno gli investimenti pubblici diminuiscono drasticamente, il Governo Cinese ha aumentato gli investimenti nella Sanità Pubblica del 21,6% rispetto all’anno precedente e nell’Istruzione del 6,2% rispetto al 2022.
Dal generale (2s) Daniel Schaeffer, ex addetto alla difesa in Thailandia, Vietnam e Cina, membro del think tank Asia21-Futuribles (www.asie21.com) FONTE ARTICOLO: https://www.asie21.com/2023/02/13/taiwan-washington-reussira-t-il-a-pousser-pekin-a-la-faute/ (Nota: questo articolo non ha tenuto conto dell’ipotesi accademica secondo cui la Corea del Nord avrebbe colto l’occasione offerta da una situazione confusa derivante dallo scoppio di un conflitto militare sino-taiwanese per attaccare la Corea del Sud e lanciare bordate di missili verso il Giappone e gli Stati Uniti Stati. Quale plausibilità?). Rapporto Non appena è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina, la stampa internazionale e nazionale ha automaticamente tracciato un parallelo con la questione della Repubblica di Cina, quella di Taiwan, di fronte alla Repubblica popolare cinese (RPC). La trasposizione intellettuale fa gola a causa di una situazione che in vari punti appare simile a quella che oppone la Russia all’Ucraina, con sullo sfondo l’appoggio americano a Kiev come a Taipei. La cosa migliore è uscire da queste analogie e limitarsi al teatro dell’Estremo Oriente, che è già abbastanza complicato poiché le tensioni tra belligeranti in prima linea non si limitano alla sola questione dell’isola di Taiwan, delle sue dipendenze e dello stretto, ma anche al suo intero ambiente rappresentato dai mari della Cina meridionale, orientale e delle Filippine sul lato dell’Oceano Pacifico. Tutto è inseparabile. Perché tali nefasti presagi in tutto l’estremo oriente marittimo, la cui situazione generale è ufficialmente ritenuta “stabile” da Pechino, un’iperbole che tenderebbe a far credere che nella regione regni la pace? In verità, se c’è stabilità, sta nelle tensioni permanenti e nelle preoccupanti incertezze su una transizione comunista verso un atto di guerra contro Taiwan, un possibile intervento americano per contrastarla, l’addestramento al conflitto in Giappone e nelle Filippine, vittime parziali di danni collaterali, e persino la Corea del Sud e gli altri paesi dell’ASEAN come contraccolpo. E, oltre a ciò, a causa dell’insistenza di alcuni Paesi che invocano un più forte coinvolgimento della NATO nell’Indo-Pacifico, si sta delineando il rischio per la Francia, essa stessa membro dell’organizzazione ma anche potenza regionale, di scivolamento verso un conflitto che non è nei suoi interessi. In ogni caso, l’epicentro della tensione si trova proprio a Taiwan e nel suo vicino ambiente marino, una grande questione globale tra la Repubblica Popolare Cinese e l’America. Taiwan, una questione politica È prima di tutto una questione politica, più per la Cina che per gli Stati Uniti. Pechino ha fatto della riunificazione, o unificazione secondo alcuni esegeti, una questione di principio. Con questa scelta semantica, questi ultimi sembrano dimenticare che nel 1683 Formosa entrò definitivamente in seno a una Cina imperiale sotto il dominio dei Manciù, questi “barbari” del nord che riuscirono a insediare il loro potere sul trono imperiale Han in seguito ad un’invasione riuscita nella primavera del 1644, contro una dinastia Ming in perdita del “mandato del Cielo”. Questa appartenenza di Taiwan alla Cina fu peraltro ammessa da tutti gli Stati che, dal 1964, Francia prima, e poi Stati Uniti, Giappone, tra gli altri, riconobbero ufficialmente la RPC e la portarono, il 25 ottobre 1971,...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/03/12/i-paesi-del-brics-superano-in-termini-di-pil-il-g7/ Le sanzioni economiche sono una delle armi preferite dall’occidente per tentare di piegare i paesi che non sottostanno alle direttive loro imposte in campo politico ed economico ma come appare sempre più chiaro i risultati ottenuti sono del tutto negativi. Le nazioni a cui gli Stati Uniti e i paesi a loro assoggettati, come l’Unione Europea, applicano sanzioni sono numerosi ma i risultati di questa politica punitiva non sono quelli che ci si aspetterebbe. Infatti, come è oramai noto, le sanzioni non fermano la crescita economica del paese che le subisce. Esistono poi i paradossi dove le sanzioni si ritorgono contro chi le promuove, come nel caso della Federazione Russa, sanzionata abbondantemente per l’invasione in Ucraina. In questo caso sono proprio le economie dei paesi europei a subirne le conseguenze mentre Mosca quasi non se ne accorge. Uno dei provvedimenti presi contro la Federazione Russa è anche l’embargo sulla vendita di prodotti petroliferi raffinati come il gasolio. Questo ha fatto sì che molti paesi tra cui l’Arabia Saudita hanno enormemente aumentato l’importazione di diesel per poi rivenderlo proprio a noi che applichiamo tale divieto. Un bell’affare non c’è che dire. La Federazione Russa ha aumentato le esportazione verso Riad sia direttamente che con trasferimenti in alto mare da una petroliera all’altra, denominati ship to ship. Il boom di esportazioni di gasolio russo verso l’Arabia Saudita è iniziato dopo il 5 febbraio. data in cui è iniziato il divieto di importazione nell’Unione Europea dei prodotti raffinati russi. Una volta ricevuto il gasolio russo le raffinerie saudite raffinano ulteriormente i prodotti e di fatto lo rendono nuovamente vergine e pronto per essere venduto sui mercati europei. Prima dell’inizio dell’embargo sui prodotti raffinati russi l’Unione Europea importava dalla Federazione Russa 600 mila barili al giorno. adesso le importazione di questi prodotti dall’Africa e dall’Asia è notevolmente aumentata. Anche paesi nord africani come Algeria e Tunisia hanno aumentato notevolmente le loro importazione di diesel russo che poi finisce nei distributori di gasolio in Europa. Intanto il Ministero del Petrolio iraniano ha annunciato che il paese ha raggiunto il livello massimo di esportazione di petrolio dal 2018, anno in cui gli Stati Uniti hanno applicato sanzioni al paese persiano. Il Ministro del Petrolio Yavad Oyi ha dichiarato che l’Iran ha esportato nell’ultimo anno 86 milioni di barili di petrolio in più rispetto all’anno precedente e 198 milioni di barili in più rispetto al 2020. Ha continuato affermando che ciò è stato possibili nonostante le numerose sanzioni applicate al suo paese dai soliti Stati Uniti. Secondo quanto affermato dalla Casa Bianca nel 2018 le sanzioni avrebbero dovuto azzerare le esportazioni di greggio dall’Iran, ma come è oramai evidente a tutti le sanzioni non servono per bloccare le economie dei paesi sottoposti a tali provvedimenti. Anche le esportazioni di gas sono aumentate del 15 per cento nel corso dell’ultimo anno, secondo quanto comunicato da Yavad Oyi, riporta Hispan TV. Nel 2022 la produzione media di greggio iraniano, secondo i dati...
di Silk Road Briefing FONTE ARTICOLO: https://www.silkroadbriefing.com/news/2023/04/17/pakistan-drops-us-dollar-euro-to-trade-with-china-in-rmb-yuan/ Il professor Ahsan Iqbal, Ministro pakistano per la pianificazione, lo sviluppo e le iniziative speciali, ha dichiarato che il Pakistan è un sostenitore di lunga data degli sforzi intrapresi dalla Cina per espandere l’uso del renminbi (RMB) come valuta globale. La Cina ha intensificato il sostegno per la compensazione e il regolamento in RMB nel suo commercio estero, in particolare con i Paesi della Belt and Road Initiative, con il Pakistan che è stato uno dei principali Paesi a utilizzare il RMB per il regolare il commercio internazionale. “Stiamo promuovendo transazioni in RMB per grandi progetti nell’ambito del CPEC come il progetto Main Line 1, progetto di quasi 9 miliardi di dollari. Stiamo cercando di strutturare il suo accordo in RMB e stiamo già lavorando con società cinesi che hanno grandi progetti con transazioni effettuate in RMB”. Il Pakistan ha già firmato un memorandum d’intesa (MoU) con la Cina per facilitare l’uso del RMB nel commercio e negli investimenti bilaterali. L’accordo tra Cina e Pakistan fornisce una piattaforma per i due Paesi al fine di favorire legami economici più stretti e insieme promuovere il commercio e gli investimenti utilizzando il RMB.
di Stefano Vernole I legislatori uzbeki hanno recentemente concordato di tenere un referendum su una nuova costituzione che consentirebbe in particolare al presidente Shavkat Mirziyoyev di candidarsi per un terzo mandato. La camera bassa del parlamento uzbeko, lo scorso 10 marzo ha fissato il 30 aprile 2023 come data per il referendum, con 132 voti a favore; due parlamentari si sono astenuti e tre non hanno partecipato alla votazione. Stando ai sondaggi, gli emendamenti hanno molte possibilità di essere approvati nel referendum dalla maggioranza degli elettori che approvano evidentemente il nuovo corso del Paese. Il progetto estende anche la durata di un mandato presidenziale da cinque a sette anni (quello attuale di Mirziyoyev termina nel 2026). Secondo i legislatori, gli emendamenti cambieranno poco meno di due terzi della Costituzione, con il numero di articoli nel documento che salirà da 128 a 155. La bozza dichiara inoltre che l’Uzbekistan sarà “uno Stato sociale”, quasi triplicando gli obblighi dello Stato verso i cittadini (dall’istruzione alla sanità) e garantendo maggiormente gli investitori stranieri. Negli anni scorsi, la presidenza Mirziyoyev si è già distinta per una serie di incentivi all’acquisto di alloggi popolarti a basso costo. L’Uzbekistan è il cuore dell’Asia centrale e della Nuova Via della Seta, da questo Paese dipendono la stabilità e la prosperità dell’intera regione. Con quasi 35 milioni di abitanti e una crescita demografica di circa 1 milione di persone all’anno, dotato di un esercito moderno e combattivo, il suo processo riformistico dovrebbe rappresentare una garanzia di sicurezza per l’intera Eurasia1. Il 13 aprile 2023 i Ministri degli Esteri della Repubblica Popolare Cinese, della Federazione Russa, della Repubblica Islamica del Pakistan e della Repubblica Islamica dell’Iran hanno tenuto a Samarcanda, nella Repubblica dell’Uzbekistan, il secondo incontro informale sull’Afghanistan. I Ministri hanno ribadito il rispetto per la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Afghanistan e il sostegno al principio “a guida afgana e di proprietà afgana” per determinare il futuro politico e il percorso di sviluppo del Paese2. Sul fronte economico, le modifiche costituzionali mirano a sostenere la concorrenza leale, la protezione della proprietà privata e lo sviluppo di un clima favorevole agli investimenti e agli affari. Pechino, in particolare, ha chiesto che inizi la costruzione di un progetto ferroviario Cina-Kirghizistan-Uzbekistan il prima possibile, in quanto offrirebbe un percorso terrestre alternativo alle merci cinesi per raggiungere il Medio Oriente e l’Europa. Le riforme costituzionali sulla proprietà della terra dovrebbero quindi aumentare la domanda di investimenti nei trasporti e nelle infrastrutture. Gli emendamenti proposti eliminano la descrizione del Karakalpakstan come “sovrano” ed aboliscono il suo diritto alla secessione dall’Uzbekistan tramite referendum se si determina che non è “conforme alla Costituzione e alle leggi della Repubblica dell’Uzbekistan, alla Costituzione e alle leggi della Repubblica del Karakalpakstan”, aggiungendo che una persona che è membro dell’Oliy Majlis (Parlamento dell’Uzbekistan) non può essere contemporaneamente membro del Consiglio Supremo del Karakalpakstan3. Il referendum del 30 aprile sarà il terzo referendum nella storia dell’Uzbekistan indipendente e scendendo nei dettagli possiamo notare che la modifica costituzionale si propone...
di Stefano Vernole Grazie al Press Tour organizzato dal Ministero del Turismo e dell’Eredità Culturale della Repubblica dell’Uzbekistan e alla collaborazione dell’Agenzia Italia Unica Events abbiamo potuto scoprire i progressi realizzati dal Paese a partire almeno dal dicembre 2016, quando l’attuale Presidente Shavkat Mirziyoyev venne eletto la prima volta1. Mirziyoyev ha inaugurato una politica di apertura del Paese sia rispetto ai vicini che a livello internazionale e il turismo rappresenta uno dei settori di punta del rinnovato soft power uzbeko (oltre 6 milioni di visitatori nel 2022 ma con una netta prevalenza di turisti russi, circa 20 volte più degli europei). Durante il periodo della pandemia con le frontiere chiuse, l’Amministrazione presidenziale ha deciso di aiutare economicamente quanti volevano costruire nuove infrastrutture turistiche e consigliato ad ogni singola destinazione di implementare un proprio festival internazionale per attrarre il turismo giovanile. La capitale, Tashkent, ci è apparsa subito una città molto più moderna rispetto al previsto, caratterizzata da ampi viali e provvista di telecamere per garantire la sicurezza dei cittadini. Il complesso monumentale Khazrati-Imam si trova nel cuore della città vecchia, sopravvissuta al più forte terremoto del 1966, ed è stato costruito vicino al luogo di sepoltura del primo imam di Tashkent, Kaffal ash Shashi, che era uno studioso e una figura religiosa. Il complesso è costituito dalla moschea Tillya Sheikh, dal mausoleo di Abu Bakr Kaffal Shashi, dalla madrasa di Barak Khan e dall’Istituto islamico Imam al-Bukhari. Qui si trova una biblioteca per i visitatori, dove è conservato un gran numero di letterature manoscritte orientali, così come il Corano del terzo Khalif – Osman che è conservato separatamente, scritto nel VII secolo. Questo antico libro sacro è piuttosto grande ed è composto da 353 fogli di pergamena. Il libro è stato portato in Uzbekistan durante il periodo di Amir Temur e gli scienziati russi che lo hanno studiato ne hanno confermato l’autenticità. Un altro complesso architettonico a Tashkent degno di nota è quello dedicato al nobile mentore di tutti gli artigiani Suzuk-ota. Quest’uomo era conosciuto in tutta la città e anche oltre, famoso per i suoi talenti, la capacità di radunare la gente e le azioni benefiche che suscitavano grande rispetto tra i residenti locali. Il complesso è costituito da una moschea e da un mausoleo costruiti durante il regno di Amir Temur nel 1392. Nel 2019 ha avuto luogo un’importante ristrutturazione di questo edificio religioso. Davvero di notevole fattura è il Museo statale della storia dei Temuridi (meglio conosciuto come il Museo Amir Temur), inaugurato a Tashkent nel 2006 nel cuore della città e visitato da oltre 100.000 persone ogni anno. Amir Temur, famoso statista e comandante militare, è nato nel villaggio di Khoja Ilgar, vicino a Shahrisabz. Era il figlio di Taragai, un membro della famiglia Barlas. Fin da giovane Temur ha combattuto in varie guerre, imparando il sistema amministrativo. Ha governato un vasto impero per oltre 30 anni, creando un vasto Stato e condizioni favorevoli per lo sviluppo dell’economia. Il Museo conta su più di 3.000...
di Andrea Puccio | www.occhisulmondo.info Janet Yellen, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, e Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, iniziano a rendersi conto che le sanzioni economiche applicate alla Russia mettono in pericolo l’egemonia del dollaro. Sembra proprio che anche agli alti livelli si stiano rendendo conto, anche se non ci voleva una laurea ad Harvard, che le sanzioni economiche applicate dall’occidente per strozzare l’economia russa mettono in serio pericolo l’egemonia del dollaro a livello internazionale. Nella sorprendente dichiarazione del segretario al Tesoro americano Janet Yellen, concessa durante un’intervista alla CNN, in cui afferma che “LE SANZIONI ALLA RUSSIA METTONO A RISCHIO L’EGEMONIA DEL DOLLARO”, appare chiaro che a Washington iniziano a temere che la loro moneta perda quella egemonia che per decenni ha permesso agli Stati Uniti il monopolio dell’economia. Alle parole del Segretario di Stati degli Stati Uniti si aggiungono poi quelle di Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea, che durante il suo discorso fatto oggi al Council on Foreign Relations a New York in cui ammette che lo status del dollaro come moneta internazionale non è più scontato. La Lagarde nel suo discorso ha sottolineato che “Stiamo assistendo a una frammentazione dell’economia globale in due blocchi concorrenti attorno a USA e Cina” e che “Il periodo del dopoguerra, caratterizzato dal dominio globale del dollaro, relativa continuità dell’offerta, inflazione sotto controllo grazie all’azione delle banche centrali, è finito”. “La frammentazione mette a nudo i limiti della globalizzazione. “Gli Stati Uniti dipendono completamente dalle importazioni di almeno 14 minerali critici. L’Europa dipende dalla Cina per il 98% della sua fornitura di terre rare. Il numero di aziende che ha regionalizzato la propria catena di approvvigionamento è quasi raddoppiato a circa il 45% rispetto a un anno fa””, continua la presidente della BCE. La sua analisi sulla situazione attuale prosegue dicendo che “Durante la Pax Americana dopo il 1945, il dollaro USA è diventato la riserva globale e la valuta di transazione più usata, poi affiancato dall’euro. Ma negli ultimi decenni la Cina ha aumentato di oltre 130 volte il suo commercio bilaterale di merci con i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo ed è diventata il principale esportatore mondiale. Parallelamente in quei paesi è aumentata la quota di riserve di renminbi”. “Alcuni paesi suggeriscono di voler aumentare la quota di renminbi cinesi o rupie indiane per i loro scambi commerciali. Parallelamente è aumentato anche l’accumulo di oro da parte di molte banche centrali. Cina e Russia stanno dando vita a propri sistemi di pagamento transfrontalieri alternativi allo SWIFT”. Aggiungo io: ovviamente per aggirare le sanzioni economiche e per non dipendere dal dollaro nelle loro transazioni, ma la Lagarde non lo dichiara per ovvi motivi. Quanto sta avvenendo a livello internazionale non indica che ci sia “un’imminente perdita di posizione dominante per il dollaro statunitense o l’euro” ma “che lo status di valuta internazionale non dovrebbe più essere dato per scontato”, cerca di rassicurare gli investitori Christine Lagarde ma forse sa benissimo che...
FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/23/la-visita-del-presidente-vo-van-thuong-rafforza-lamicizia-vietnam-laos/ Il neoeletto presidente vietnamita Võ Văn Thưởng ha scelto il vicino Laos per effettuare la sua prima visita ufficiale come massimo rappresentante della Repubblica Socialista. Il 10 aprile, il presidente vietnamita Võ Văn Thưởng, recentemente eletto alla massima carica della Repubblica Socialista, ha effettuato la sua prima visita ufficiale nelle vesti di capo di Stato, recandosi in Laos su invito del segretario generale del Partito Rivoluzionario del Popolo Lao e presidente della Repubblica Democratica Popolare del Laos Thongloun Sisoulith, accompagnato, tra gli altri, dal Ministro degli Affari Esteri Bùi Thanh Sơn e dal Ministro della Scienza e della Tecnologia Huỳnh Thành Đạt. La visita, secondo i comunicati ufficiali del Partito Comunista del Vietnam, mirava ad affermare la coerente politica dello Stato vietnamita di attribuire importanza e dare la massima priorità alla grande amicizia, alla solidarietà speciale e alla cooperazione globale tra i due Paesi. Inoltre, aveva l’obiettivo di rafforzare la fiducia reciproca e gli stretti legami tra i leader dei due Paesi e promuovere la cooperazione tra i due Stati e i due popoli. Nel suo incontro con il primo ministro Sonexay Siphandone, il leader vietnamita si è congratulato con il Laos per i suoi significativi risultati nello sviluppo nazionale ed ha espresso la convinzione che il Paese supererà le attuali difficoltà per portare a termine con successo la risoluzione del suo 11° Congresso nazionale del Partito e del 9° piano socio-economico di sviluppo per il periodo 2021 – 2025. Il leader del governo laotiano Sonexay Siphandone ha apprezzato molto la selezione del Laos da parte del suo ospite come prima destinazione da visitare come presidente del Vietnam, il che dimostra l’importanza che il Partito, lo Stato e il presidente vietnamiti attribuiscono alla grande amicizia, alla solidarietà speciale e alla cooperazione globale tra i due Paesi. Ha inoltre affermato che lui e il suo omologo vietnamita, Phạm Minh Chính, hanno seguito da vicino e promosso l’attuazione degli accordi dei paesi per garantire che i progetti di cooperazione raggiungano gli obiettivi. All’incontro, entrambi i leader hanno elogiato i notevoli risultati nella cooperazione bilaterale in tutti gli aspetti dopo oltre 60 anni di rapporti diplomatici e 45 anni dalla firma del Trattato di cooperazione e amicizia. Hanno convenuto di concentrarsi sull’attuazione degli accordi di cooperazione, compreso quello sul piano di cooperazione del 2023 tra i due governi, un altro sulla strategia di cooperazione Vietnam-Laos per il periodo 2021-2030 e l’accordo di cooperazione bilaterale per il periodo 2021-2025. Hanno inoltre apprezzato il completamento di molti progetti di cooperazione eccezionali, accettando di promuovere altri progetti chiave, creando un ambiente favorevole e trasparente per i legami di investimento, promuovendo la cooperazione nel campo dell’istruzione-formazione, della scienza, dell’innovazione e della trasformazione digitale, rafforzando i legami tra località vietnamite e laotiane, soprattutto di confine. I leader hanno inoltre convenuto di aumentare lo scambio di opinioni e il sostegno reciproco nei forum multilaterali, in particolare le Nazioni Unite, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN) e i meccanismi di cooperazione nella subregione del Mekong, tra cui l’Area di Sviluppo Triangolare Cambogia – Laos – Vietnam....
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/21/la-crescente-presenza-russa-in-america-latina/ Il viaggio del ministro Sergej Lavrov in America Latina ha rappresentato un’occasione per rafforzare i legami con tutti i Paesi del continente, e non solo quelli visitati, come dimostrano le dichiarazioni del presidente colombiano Petro, che ha rifiutato l’invio di armi in Ucraina. Si conclude oggi il viaggio che Sergej Lavrov, ministro degli Esteri della Federazione Russa, ha intrapreso in America Latina, visitando Brasile, Venezuela, Nicaragua e Cuba. Oltre a quelli dei quattro Paesi indicati, Lavrov ha avuto modo di incontrare i leader di altri importanti Stati della regione, rafforzando dunque i legami di Mosca con l’intero continente che, storicamente, gli Stati Uniti considerano il proprio “giardino di casa”. Nel corso del suo soggiorno a Caracas, infatti, Lavrov ha intrattenuto colloqui con il ministro degli Esteri della Bolivia, Rogelio Mayta, al quale ha rinnovato un invito rivolto al presidente di quel Paese, Luis Arce, di visitare la Russia: “Vorrei trasmettere i più cordiali saluti al presidente Arce dal presidente Putin. Il vostro presidente ha già ricevuto un invito a visitare la Russia quando ne avrà l’opportunità. Capisco che al momento siete impegnato con gli affari interni, ma, ogni volta che ci sarà la volontà, saremo lieti di accogliere il presidente“, ha detto il diplomatico russo. Successivamente, il ministro russo ha invitato il suo collega a discutere delle relazioni bilaterali e delineare i piani per il futuro. “Le parti hanno confermato l’attenzione al rafforzamento globale dei legami diversificati tra Russia e Bolivia. È stata prestata particolare attenzione agli aspetti chiave dell’espansione del dialogo politico bilaterale e della cooperazione negli affari internazionali. Sono state discusse le questioni della cooperazione nei settori del commercio, dell’economia e degli investimenti“, secondo una dichiarazione pubblicata mercoledì sul sito web del ministero degli Esteri russo. I due diplomatici hanno anche preso atto dell’impegno a “proteggere il ruolo centrale delle Nazioni Unite e i principi del diritto internazionale“, ha affermato il ministero, aggiungendo che “sono state menzionate le questioni relative allo sviluppo dei processi di integrazione nella regione dell’America Latina e dei Caraibi“. Sempre a Caracas, Lavrov ha incontrato anche il primo ministro Ralph Gonsalves, capo del governo di Saint Vincent e Grenadine, piccolo arcipelago caraibico. “Le due parti hanno sottolineato il rifiuto fondamentale della politica delle sanzioni unilaterali imposte in violazione dei principi e delle norme del diritto internazionale, hanno ribadito l’impegno a formare un mondo multipolare basato su un’autentica uguaglianza e sul reciproco rispetto degli interessi degli Stati“, secondo il comunicato del ministero moscovita. Lavrov e Gonsalves hanno discusso le prospettive per lo sviluppo delle relazioni bilaterali, nonché le questioni chiave dell’agenda internazionale e regionale. Successivamente, Lavrov è partito alla volta di Managua, dove ha incontrato i principali esponenti del governo del Paese centroamericano, compreso il presidente Daniel Ortega (in foto), in occasione della Giornata Nazionale della Pace, che cade il 19 aprile. Denis Moncada, ministro degli Esteri di quel Paese, ha accettato l’invito a visitare la Russia e ha rilasciato dichiarazioni ottimistiche circa il futuro delle relazioni bilaterali con Mosca. “Auguro pace, prosperità, benessere, stabilità a tutti i nostri amici nicaraguensi e sono convinto...