4 Novembre 2026

Geopolitica

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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/03/polinesia-francese-trionfo-storico-per-il-partito-indipendentista-di-moetai-brotherson/ Per la prima volta nella storia, il partito indipendentista ha ottenuto la maggioranza dei seggi nel parlamento di Papeete. Il suo leader Moetai Brotherson sarà il nuovo presidente del territorio composto da cinque arcipelaghi. La Polinesia Francese è una collettività d’oltremare della Repubblica Francese che gode di ampia autonomia per le questioni di politica interna, ma che resta dipendente dalla madrepatria in materia di politica estera e difesa. Composta da cinque arcipelaghi per un totale di 118 isole, di cui 76 abitate, la Polinesia Francese ha sempre visto un duro confronto politico tra la linea autonomista, che però prevede la permanenza del legame con Parigi, e quella indipendentista. Nel 2013, le Nazioni Unite hanno inserito il possedimento francese dell’Oceano Pacifico nell’elenco dei territori da decolonizzare, ma la Francia ha finora rifiutato di riconoscere la decisione delle Nazioni Unite e respinge l’impegnarsi in un processo sotto la supervisione delle Nazioni Unite. In passato, gli indipendentisti hanno occupato la presidenza in diverse occasioni, in particolare con il loro leader storico Oscar Temaru, ma sempre nell’ottica di un’alternanza a rotazione con gli autonomisti. Mai, infatti, gli indipendentisti avevano avuto un consenso tale da poter imporre la propria linea senza scendere a compromessi con altri partiti. Questo fino alle elezioni di aprile, tenutesi su due turni il 16 e il 30, che hanno regalato una storica vittoria al partito Tāvini Huiraʻatira (“Servire il Popolo”) erede del Front de Libération de la Polynésie (FLP). Nella nuova legislatura gli indipendentisti avranno a disposizione ben trentotto seggi sui 57 che compongono l’emiciclo di Papeete, una solida maggioranza assoluta rispetto ai partiti indipendentisti, ed un ragguardevole balzo rispetto ai soli otto deputati uscenti. Di conseguenza, il leader indipendentista Moetai Brotherson, erede designato del capo carismatico Oscar Temaru, occuperà la presidenza a partire dal 12 maggio, data ufficiale dell’inizio del suo mandato. La principale forza di opposizione, invece, sarà Tāpura Huiraʻatira (“Lista del Popolo”), il partito del presidente uscente Édouard Fritch, che disporrà di quindici seggi. A questi va aggiunto l’unico scranno conquistato dal leader di Amuitahiraʻa o te Nunaʻa Maohi (“Unione del Popolo Maohi”), il novantunenne Gaston Flosse, che prima del secondo turno ha suggellato un’alleanza con Fritch nel tentativo di contrastare gli indipendentisti. Presente in parlamento anche un’altra formazione autonomista, A here ia Porinetia (“Io Amo la Polinesia”), nata da una scissione di Tāpura Huiraʻatira, che ha eletto tre rappresentanti. In seguito alla pubblicazione dei risultati, il presidente eletto, Moetai Brotherson, ha detto che probabilmente nominerà una maggioranza di donne quando formerà il suo governo, dopo aver confermato che Eliane Tevahitua sarà la vicepresidente. Dal canto suo, lo sconfitto Fritch ha affermato che, nonostante la vittoria degli indipendentisti, la maggioranza dei polinesiani francesi è favorevole all’autonomia, visto che il partito vincitore ha ottenuto “solo” il 44% delle preferenze. Di fronte alle accuse di Fritch di voler creare il caos, Brotherson ha risposto che i risultati delle elezioni mostrano che le persone non si sono fatte ingannare, sapendo che l’indipendenza non avverrà la prossima settimana. In qualità di presidente eletto, il leader indipendentista ha affermato che rappresenterà tutto il popolo e cercherà un dialogo con la Francia...
di Pepe Escobar FONTE ARTICOLO: La de-dollarizzazione entra nel vivo (thecradle.co) Il dollaro USA è essenziale per la proiezione del potere globale degli Stati Uniti. Ma nel 2022, la quota del dollaro tra le valute di riserva è scivolata dieci volte più velocemente della media degli ultimi due decenni. È ormai dato accertato che lo status del dollaro USA come valuta di riserva globale si stia erodendo. Quando i media occidentali iniziano ad attaccare seriamente la narrativa sulla de-dollarizzazione del mondo multipolare, si capisce che il panico a Washington è ormai pienamente diffuso. I numeri: la quota del dollaro nelle riserve globali era del 73% nel 2001, del 55% nel 2021 e del 47% nel 2022. Il dato fondamentale è che l’anno scorso la quota del dollaro è scivolata 10 volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi due decenni. Ora non è più inverosimile prevedere una quota globale del dollaro di appena il 30% entro la fine del 2024, in coincidenza con le prossime elezioni presidenziali statunitensi. Il momento decisivo – l’effettiva causa scatenante della caduta dell’egemone – è stato nel febbraio 2022, quando oltre 300 miliardi di dollari di riserve estere russe sono state “congelate” dall’Occidente collettivo e ogni altro Paese del pianeta ha iniziato a temere per i propri depositi di dollari all’estero. In questa mossa assurda, però, c’è stato un po’ di sollievo comico: l’UE “non riesce a trovare” la maggior parte di essi. Secondo il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov, oltre il 70% degli accordi commerciali tra Russia e Cina utilizza, adesso, il rublo o lo yuan. Russia e India stanno commerciando il petrolio in rupie; meno di quattro settimane fa, Banco Bocom BBM è diventata la prima banca latinoamericana ad iscriversi come partecipante diretto al Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), che è l’alternativa cinese allo SWIFT, il sistema di messaggistica finanziaria guidato dall’occidente. La cinese CNOOC e la francese Total hanno firmato il loro primo commercio di GNL in yuan attraverso lo Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange. L’accordo tra Russia e Bangladesh per la costruzione della centrale nucleare di Rooppur aggirerà, anch’esso, il dollaro USA. Il primo pagamento di $ 300 milioni sarà in yuan, ma la Russia cercherà di far passare i prossimi in rubli. Il commercio bilaterale della Russia e della Bolivia ora accetta transazioni in Boliviano. Questo è estremamente pertinente, considerando che la spinta di Rosatom è una parte cruciale dello sviluppo dei depositi di litio in Bolivia. In particolare, molti di questi scambi coinvolgono paesi BRICS – e oltre; almeno 19 nazioni hanno già chiesto di aderire al BRICS+, la versione estesa della principale istituzione multipolare del XXI secolo, i cui membri fondatori sono Brasile, Russia, India e Cina e, poi, Sud Africa. I ministri degli esteri di questi cinque paesi inizieranno a discutere le modalità di adesione per i nuovi membri in un prossimo vertice che si terrà a giugno a Città del Capo. Allo stato attuale, i BRICS, sono già più rilevanti per l’economia globale rispetto ai...
di Agenzia di Stampa Reuters FONTE ARTICOLO: South Korea, Indonesia central banks agree to promote local currency transactions – CNA (channelnewsasia.com) Le banche centrali della Corea del Sud e dell’Indonesia hanno firmato martedì un memorandum d’intesa con cui si impegnano a cooperare al fine di promuovere l’uso delle loro valute nazionali per le transazioni bilaterali, come le transazioni in conto corrente e gli investimenti diretti. Le due banche centrali, in una dichiarazione congiunta, hanno affermato che la cooperazione aiuterà le imprese a ridurre i costi di transazione e l’esposizione ai rischi di cambio, consentendo la quotazione diretta del tasso di cambio tra il won coreano e la rupia indonesiana nel commercio interbancario. L’accordo è stato firmato dai governatori delle due banche centrali a margine della riunione dei ministri delle finanze dell’ASEAN+3 e dei governatori delle banche centrali che si è tenuto a Incheon, in Corea del Sud.
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/01/lesorbitante-privilegio-del-dollaro-e-il-suo-lento-declino/ L’imposizione del dollaro come valuta di scambio internazionale ha rappresentato la principale leva del dominio economico degli Stati Uniti. Tuttavia questo “esorbitante privilegio” è destinato ad un lento ma inesorabile declino. Prima di divenire presidente della Repubblica Francese, Valéry Giscard d’Estaing occupò a lungo l’incarico di ministro delle Finanze, attraversando quattro governi diversi nei periodi 1962-1966 e 1969-1974. Fu allora che coniò l’espressione “esorbitante privilegio”, riferendosi al ruolo del dollaro come valuta di scambio internazionale, elemento che secondo la sua visione aveva rappresentato il principale fondamento del dominio economico degli Stati Uniti su scala planetaria. In effetti, il fatto che gli Stati Uniti siano riusciti ad imporre la propria valuta nazionale come elemento di scambio tra quasi tutti i Paesi, ha conferito a Washington un potere senza precedenti nella storia economica mondiale. Per decenni, gli USA hanno avuto nelle proprie mani il controllo del commercio internazionale, e non solo di quello degli stessi Stati Uniti con gli altri Paesi, ma persino degli scambi che avvenivano tra Stati terzi. Tutto questo, per intenderci, ha permesso anche a Washington di imporre in maniera efficace sanzioni ai Paesi che non si allineavano ai voleri dell’imperialismo nordamericano. Se i difensori dello status quo sottolineano come, ancora oggi, il dollaro statunitense venga utilizzato per l’83,71% degli scambi mondiali, è anche vero che fino a pochi anni fa questa stessa cifra era ben superiore al 90%, dimostrando come sia in corso una lenta ma inesorabile erosione dell’esorbitante privilegio sottolineato da Giscard d’Estaing. Tale declino sta avvenendo perché sempre più Paesi hanno deciso consapevolmente di affrancarsi dal dominio statunitense, scegliendo di utilizzare valute come yuan e rubli per i propri scambi. “Per molto tempo, spinta dall’approccio “America First”, la Fed ha utilizzato lo status del dollaro USA come valuta chiave internazionale per alleviare i problemi economici negli Stati Uniti a scapito degli interessi di altri Paesi, il che ha seriamente influenzato la stabilità finanziaria ed economica del mondo”, ha analizzato l’economista cinese Lian Ping sulle pagine del Global Times. “Ciò che è ancora più preoccupante è che gli Stati Uniti hanno intensificato gli sforzi per trasformare l’egemonia del dollaro in un’arma geopolitica, ricorrendo spesso a sanzioni e altre misure sconsiderate. In questo contesto, molti Paesi hanno iniziato a esplorare la dedollarizzazione e cercano di sbarazzarsi dell’egemonia del dollaro”. Al momento, sono 85 i Paesi che hanno accordi bilaterali o multilaterali che prevedono la sostituzione del dollaro con valute alternative per gli scambi internazionali. Il caso più noto è certamente quello degli scambi bilaterali tra Russia e Cina, che oramai vengono quasi completamente effettuati con l’uso delle valute nazionali, anche per via delle sanzioni imposte contro la Russia. Anche altri Paesi, come il Brasile, l’Argentina e l’Arabia Saudita hanno accettato di effettuare gli scambi bilaterali con la Cina in yuan, mentre sono in corso le contrattazioni con la Thailandia. Inoltre, alcune macroregioni, come quella dell’ASEAN, che include alcune delle principali economie emergenti del mondo, stanno lavorando per sostituire il dollaro con le proprie valute locali. “Le regole politiche ed economiche globali costruite dagli Stati Uniti stanno...
di Manlio Dinucci FONTE ARTICOLO: RESEAUVOLTAIRE In pochi mesi la ribellione contro l’impero americano si è tradotta in fatti: nel 2022 la quota del dollaro nelle riserve mondiali è scesa al 47%. La segretaria al Tesoro, Janet Yellen, si è vista costretta a dichiarare: «nel tempo, l’uso che facciamo delle sanzioni finanziarie collegate al ruolo del dollaro può rappresentare un rischio, possono scalzare l’egemonia della nostra moneta». Mentre il segretario USA alla Difesa Austin convoca in Germania il “Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina” per fornire sempre più armi a Kiev e alimentare la guerra in Europa, il ministro degli Esteri russo Lavrov è in visita in Brasile, Venezuela, Nicaragua e Cuba. In America Latina, che gli USA considerano il loro “cortile di casa”, sta nascendo un progetto che, sviluppandosi, minerebbe le fondamenta del potere economico statunitense nella regione. Brasile e Argentina hanno stretto un accordo per creare una nuova moneta comune da usare al posto del dollaro negli scambi commerciali tra i due paesi e altri paesi latino-americani. In Brasile Lavrov ha incontrato il presidente Lula, che chiede esplicitamente “la fine del dominio commerciale del dollaro”. Lo stesso obiettivo viene enunciato nel comunicato sul partenariato strategico tra Brasile e Cina, emesso al termine della visita del presidente Lula a Pechino: “Brasile e Cina hanno concordato di rafforzare gli scambi in valute locali.” I due paesi, facenti parte dei BRICS, hanno anche concordato di promuovere congiuntamente la Nuova Banca per lo Sviluppo, la principale istituzione finanziaria dei BRICS alternativa alla Banca Mondiale dominata dagli USA. Anche negli scambi commerciali tra Cina e Russia, raddoppiati nel giro di un anno, vengono usate le rispettive monete al posto del dollaro. Lo stesso criterio viene usato negli accordi che la Cina conclude con un numero crescente di paesi eurasiatici nel quadro della Nuova Via della Seta. Di fronte alla crescente ribellione all’impero del dollaro, pilastro del predominio dell’Occidente, i ministri degli Esteri |del G7, riunitisi in Giappone, rispondono con un vero e proprio comunicato di guerra: annunciano altre sanzioni alla Russia e intimano alla Cina e ad altri paesi di “cessare l’assistenza alla guerra russa, o subiranno gravi costi.” E mentre gli Stati Uniti e i loro alleati schierano crescenti forze, anche nucleari, contro la Cina, i ministri degli Esteri del G7 avvertono la Cina di “astenersi da minacce e uso della forza”.
di Andrea Puccio | occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/22/la-russia-vendera-le-proprie-risorse-energetiche-solo-in-valute-nazionali/ Cercare di abbandonare l’uso del dollaro statunitense nelle transazioni internazionali è diventata la priorità per le economie di molti paesi che non intendono più dipendere dai capricci del paese nord americano. Tra le nazioni in prima linea nel cercare vie diverse per regolare le proprie negoziazioni senza l’uso del dollaro troviamo la Russia e la Cina. La prima cerca di eludere le numerosi sanzioni a lei applicate dopo l’inizio della guerra in Ucraina dai paesi occidentali, la seconda invece teme che il prossimo paese a su cui si abbatterà la scure di Washington sia proprio Pechino e per questo, viste le esperienze passate, cerca in tutti i modi di allontanarsi dal dollaro. La Russia sta passando alle valute nazionali per il pagamento delle risorse energetiche, ha detto il Vice Primo Ministro Alexander Novak. Parlando ai media, Novak ha spiegato che lo yuan e il rublo sono molto richiesti e nel prossimo futuro la Federazione intende abbandonare del tutto l’euro e il dollaro. “La tendenza è cambiata molto sulla riduzione dell’uso di dollari o euro. Visti gli attuali problemi nelle transazioni con queste valute, nei nostri regolamenti ci stiamo muovendo solo verso le valute nazionali, lo yuan è richiesto qui, il rublo è richiesto”, ha detto, riferisce Sputnik. Abbandonare il dollaro ed iniziare i commerci nelle proprie valute nazionali è la tendenza attuale di tutti quei paesi che non hanno più intenzione di sottostare alle politiche economiche imposte dagli Stati Uniti. Sono già molti i paesi che commerciano con le proprie valute nel mondo ed il conflitto tra Russia ed Ucraina, a causa delle sanzioni applicate a Mosca, ha accelerato questo processo di dedollarizzazione. “Questa tendenza continuerà, i nostri colleghi stanno già pagando il gas in yuan in Cina, in parte anche il petrolio. Anche i pagamenti vengono effettuati in rubli. Continueremo a migliorare questi regolamenti reciproci nelle valute nazionali”, ha aggiunto Novak, il quale considera molto alto l’interesse attuale nei confronti delle risorse energetiche russe, motivo per cui sarebbe necessario creare meccanismi per i regolamenti, che possono essere solo in valute nazionali.
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di Fabio Massimo Parenti Dialogo, duro lavoro e negoziazione La Cina continua inesorabilmente la sua opera diplomatica internazionale avendo come stella polare la risoluzione dei conflitti, la pacificazione delle relazioni internazionali e la stabilizzazione regionale. E’ in questo quadro che va inserita la telefonata intercorsa tra i presidenti Xi e Zelensky. Si tratta dello stesso approccio perpetuato in Medio Oriente, al fine di mediare la storica riappacificazione tra Iran e Arabia Saudita dopo anni di tensioni e guerre regionali. Se in questo ultimo caso, la mediazione pragmatica di Beijing ha già ottenuto il risultato del cessate il fuoco in Yemen (una delle peggiori guerre del secolo dove sauditi ed iraniani si trovavano su fronti opposti), sembra che ci siano speranze concrete anche per un possibile riavvicinamento tra Arabia Saudita e Siria. In questi due casi, quello ucraino e quello mediorientale, così come per altre questioni e tensioni con paesi confinanti, la Cina ha sempre dato la priorità al dialogo costante e alla negoziazione. La telefonata tra Xi e Zelensky non va ridotta dunque ad un semplice espediente diplomatico e di facciata, ma va intesa nell’essenza della cultura diplomatica cinese, volta a sostenere la costruzione di un destino comune dell’umanità sulla base dei principi di reciprocità, rispetto e uguaglianza tra i popoli. La Cina ha mantenuto la propria neutralità nella crisi russo-ucraina, senza sostenere militarmente nessuna delle parti in conflitto, ed ha proposto un documento guida per avviare un processo concreto di negoziazione: un documento che ha incontrato l’interesse sia di Mosca che di Kyev. A tutti gli effetti e dopo più di un anno dall’inizio della guerra, la Cina viene riconosciuta dalle parti in campo come il paese più affidabile, capace di ribadire principi fondamentali per trovare una soluzione a medio termine: come ad esempio la centralità della Carta delle Nazioni Unite, la valutazione, su base paritaria, delle varie preoccupazioni di sicurezza nazionale, nonché la necessità di sostenere il dialogo al fine di evitare una catastrofe nucleare senza vincitori. Il prossimo passo di Beijing sarà, come annunciato, l’invio del rappresentante cinese per gli affari eurasiatici al fine di approfondire i dettagli della discussione politica e sostenere l’avvio di un nuovo e più efficace tavolo negoziale. Se anche le altre potenze, ancora troppo coinvolte nel conflitto, sostenessero questi sforzi di dialogo in qualità di “parti terze”, il processo di risoluzione del conflitto potrebbe dispiegarsi con maggiore celerità.
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di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/28/limperialismo-subalterno-della-germania-di-scholz/ Grande sconfitta della seconda guerra mondiale, la Germania si trova in una posizione molto particolare: principale potenza economica in Europa, ma non abbastanza forte dal punto di vista militare e della politica estera. L’assetto mondiale odierno, come noto, deriva in gran parte dall’esito della seconda guerra mondiale. I cinque principali vincitori (Stati Uniti, Unione Sovietica – poi Federazione Russa -, Cina, Francia e Regno Unito) hanno goduto di indubbi vantaggi e di grande prestigio internazionale negli ultimi ottant’anni, fatto suggellato dall’ormai anacronistico diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Al contrario, i principali Paesi sconfitti (Germania, Giappone e Italia) hanno pagato il fio del nazifascismo con una posizione di subalternità sotto molti aspetti, sebbene siano stati nel complesso riabilitati come membri del consesso delle nazioni. Limitandoci al caso della Germania, dopo la cosiddetta “riunificazione” – in realtà un Anschluss, ovvero l’annessione della Germania orientale da parte di quella occidentale – a Berlino è stato dato campo libero in materia economica, tanto che la Germania unita ha presto guadagnato il ruolo di prima potenza del continente sotto questo punto di vista. I tedeschi hanno goduto di questa situazione soprattutto dopo l’adozione della moneta unica, che ha dato alla Germania un indubbio vantaggio nei confronti di quei Paesi che in precedenza avevano una valuta debole, come la Lira italiana. Tuttavia, il primato economico non ha garantito alla Germania un ruolo altrettanto importante in campo militare e in politica estera. Da questo punto di vista, dunque, Berlino resta ancora limitata dall’esito del conflitto mondiale. Al contrario, la Francia dispone di un netto vantaggio rispetto al resto dei Paesi dell’Unione Europea, potendo contare su uno degli eserciti meglio equipaggiati al mondo, nonché sul proprio arsenale atomico (unico Paese dell’Unione Europea, dopo l’uscita del Regno Unito). Inoltre, grazie alla sua eredità coloniale, Parigi dispone di una grande sfera d’influenza nel continente africano, e di punti d’appoggio disseminati su tutto il pianeta. Limitata nella sua politica militare ed estera, la Germania si è ridotta sempre più a giocare un ruolo di potenza subalterna agli Stati Uniti in questi ambiti. Se, in occasione dell’invasione dell’Iraq nel 2003, l’allora cancelliere socialdemocratico, Gerhard Schröder, si schierò coraggiosamente contro l’attacco ingiustificato al Paese mediorientale, oggi il suo presunto erede, Olaf Scholz, non sembra avere le forze per fare altrettanto. Sebbene il cancelliere abbia avuto qualche slancio di politica estera indipendente, come nel caso della sua visita in Cina, il suo governo non sembra condividere tale posizione, nonstante i continui atti di bullismo da parte di Washington (vedi attentato al Nord Stream). Insomma, la Germania si trova in una posizione subalterna, e nel suo governo convivono posizioni totalmente atlantiste con altre che invece vorrebbero vedere Berlino smarcarsi dal dominio dell’ingombrante “alleato”. Proprio per questo, il governo Scholz sembra voler perseguire una politica di forte riarmo attraverso sotterfugi come l’incorporamento dell’esercito olandese all’interno della Bundeswehr, l’esercito federale tedesco. Secondo il sito German Foreign Policy, “Berlino utilizza la cooperazione asimmetrica con L’Aia per colmare le lacune di capacità militare nazionale, per posizionarsi come una...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/04/27/largentina-paghera-le-importazioni-dalla-cina-in-yuan/ L’Argentina pagherà le importazioni dalla Cina in yuan e non in dollari: altro piccolo passo verso la dedollarizzazione dell’economia mondiale. Un altro paese, l’Argentina, inizierà a commerciare con la Cina in yuan e e non in dollari. Il ministro dell’economia argentino, Sergio Massa, ha annunciato mercoledì un accordo con la Cina che gli permetterà di pagare le importazioni provenienti da Pechino in yuan.Di fronte alle scarse riserve di dollari e agli scarsi raccolti a causa della siccità, il paese sudamericano ha attivato lo ‘swap’ di valute per lo scambio bilaterale.Secondo il funzionario, l’Argentina pagherà importazioni equivalenti a 1,04 miliardi di dollari in aprile e 790 milioni di dollari in maggio nella valuta cinese invece di usare il dollaro statunitense come concordato in precedenza.Secondo Massa, “dopo un accordo con diverse aziende”, il governo ha riprogrammato lo strumento di pagamento per queste importazioni provenienti dalla Cina, in yuan e non in dollari, Questo permetterà all’Argentina di ridurre la sua dipendenza dal dollaro. L’accordo è stato firmato al Palacio de Hacienda di Buenos Aires, con la presenza dell’ambasciatore cinese in Argentina, Zou Xiaoli, e banchieri e uomini d’affari del gigante asiatico. Il Ministro dell’Economia argentino era accompagnato dal suo gabinetto e dal presidente della Banca Centrale (BCRA), Miguel Pesce, riferisce RT. “Questo migliora la prospettiva delle riserve nette dell’Argentina. Ci dà più libertà e ci aggiunge capacità di funzionamento dalla BCRA, in questi giorni in cui abbiamo dovuto prendere la decisione di intervenire di fronte a coloro che, pensando di non avere capacità economica come stato, hanno speculato e sovraspeculato”, ha detto il ministro. Massa ha fatto riferimento all’escalation del dollaro parallelo o ‘blue’ che è stata registrata negli ultimi giorni. La valuta statunitense che opera al di fuori dei canali bancari è salita da 400 a 490 pesos in poco più di una settimana, e mercoledì è scesa a 475 dopo l’intervento del governo, che ha venduto obbligazioni e riserve per frenare l’aumento. Martedì il presidente Alberto Fernández ha incolpato “la destra” per aver diffuso voci con lo scopo di destabilizzare i cambi e poi incassare i guadagni, danneggiando “il risparmio degli argentini e delle argentine”. Di fronte al complesso contesto internazionale del 2022 per il sistema economico e finanziario globale, diversi paesi hanno scelto di iniziare un processo di ‘dedollarizzazione’ e rafforzamento delle proprie valute nazionali iniziando ad usarle nei commerci bilaterali.  In America Latina, il Brasile è stato il primo paese ad adottare questa strategia economica all’inizio di quest’anno, quando ha aperto la strada promuovendo l’uso dello yuan per le operazioni commerciali con i suoi principali partner, sfidando il dominio della valuta statunitense. Nel mezzo della disputa tra Stati Uniti e Cina per conquistare i mercati nella regione, il governo di Luiz Inácio Lula da Silva ha fatto progressi nei negoziati di scambio commerciale e investimenti con il gigante asiatico abilitando pagamenti direttamente in real brasiliani e yuan cinesi. L’Argentina, che oggi ha deciso di iniziare a pagare le sue importazioni in yuan,...