di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/20/cuba-miguel-diaz-canel-confermato-alla-presidenza/ Il voto del parlamento de L’Avana ha confermato Miguel Díaz-Canel alla massima carica della Repubblica di Cuba per un altro mandato quinquennale, mentre Esteban Lazo Hernández è stato rieletto alla presidenza dell’emiciclo. Il 19 aprile 2023, la decima legislatura dell’Asamblea Nacional del Poder Popular de Cuba (Assemblea Nazionale del Potere Popolare di Cuba), il parlamento unicamerale de L’Avana, si è riunita per la sua prima seduta al fine di eleggere il presidente della Repubblica e il presidente della camera stessa. Al termine delle votazioni, Alina Balseiro Gutiérrez, presidente della Commissione Elettorale Nazionale, ha annunciato la rielezione del deputato e primo segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista, Miguel Díaz-Canel Bermúdez, a presidente della Repubblica di Cuba per un secondo mandato consecutivo. Secondo il conteggio ufficiale, hanno votato i 462 deputati presenti, di cui 460 hanno emesso schede valide e due bianche. A favore di Díaz-Canel sono stati conteggiati 459 voti, pari al 97,66%. Allo stesso modo, il deputato e membro dell’Ufficio Politico del Partito, Salvador Valdés Mesa, è stato rieletto per occupare la carica di vicepresidente della Repubblica di Cuba, con 439 voti a favore, pari al 93,4%. Alina Balseiro Gutiérrez ha poi ratificato l’elezione di Esteban Lazo Hernández nel ruolo di presidente dell’Asamblea Nacional del Poder Popular de Cuba, organo che presiede ininterrottamente dal 2013, e del Consiglio di Stato. Nell’annunciare i risultati delle elezioni per la direzione del Parlamento nella sua X Legislatura, Balseiro Gutiérrez ha sottolineato che Ana María Mari Machado è stata eletta nel ruolo di vicepresidente del parlamento, mentre Homero Acosta Álvarez occuperà l’incarico di segretario. Oltre a Lazo Hernández, Machado e Acosta Álvarez, sono stati confermati altri otto membri del Consiglio di Stato, mentre i restanti dieci sono al loro primo mandato. Rivolgendosi all’assemblea legislativa, il presidente Díaz-Canel ha esordito congratulandosi con tutti gli eletti e ricordando la ricorrenza di quello che a Cuba viene chiamato il “Giorno della Vittoria”, con riferimento agli eventi del 19 aprile 1961, quando il popolo cubano respinse l’invasione della Baia dei Porci (Playa Girón), infliggendo la prima grande sconfitta all’imperialismo nelle Americhe. “Questa vittoria è così etica”, ha detto il capo di Stato, “che 62 anni dopo i vinti non hanno saputo perdonarci, ed è grazie a quella vittoria che oggi abbiamo insediato, per la decima volta, l’assemblea del popolo”. Il presidente ha affermato che quelli che hanno appena prestato giuramento come deputati sono lì per difendere gli interessi della maggioranza e non per chiedere di più o ricevere vantaggi per essere deputati, come accade in tanti Paesi che vantano un sistema democratico e multipartitico. “Cuba difende il Partito unico, garanzia di unità da quando José Martí fondò il Partito Rivoluzionario Cubano, perché è alla radice della nostra storia e perché non c’è confronto tra le forze di una piccola nazione che 200 anni fa fu dichiarata appendice e il potente vicino che l’aveva annessa“, ha aggiunto. Díaz-Canel ha ricordato che ancora oggi, “il potente vicino” – ovvero gli Stati Uniti – continua a tentare in tutti i modi di destabilizzare l’isola e...
Geopolitica
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/19/russia-e-venezuela-rafforzano-il-proprio-partenariato-strategico/ Dopo il Brasile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha visitato il Venezuela, un’occasione per rafforzare il partenariato strategico bilaterale e dare un nuovo slancio alla cooperazione in settori chiave, in particolare quello energetico. Terminata l’importante visita in Brasile, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha proseguito il suo viaggio lungo il continente latinoamericano con una tappa in Venezuela, dove ha incontrato il suo omologo Yván Gil Pinto, la vicepresidente Delcy Rodríguez e il presidente Nicolás Maduro. L’incontro tra i due ministri degli Esteri si è svolto presso la Casa Amarilla, nel centro storico di Caracas. In quest’occasione, il capo della diplomazia venezuelana ha sottolineato che la cooperazione bilaterale affronta vari aspetti come l’energia, l’agricoltura, l’istruzione, i trasporti, tra gli altri settori: “Abbiamo passato in rassegna la posizione di entrambi i Paesi, condividendo la visione di un mondo multipolare nella nuova geopolitica globale. Ricordiamo che la Federazione Russa e il Venezuela condividono tutti i principi della Carta delle Nazioni Unite“, ha detto Gil. Il rappresentante sudamericano ha anche affermato che i due ministri hanno aggiornato numerosi accordi bilaterali al fine di rafforzare il partenariato strategico russo-venezuelano: “Abbiamo firmato più di 300 accordi tra le due nazioni. Oggi con il ministro degli Esteri Lavrov abbiamo rivisto questi aspetti; abbiamo promesso di continuare ad avanzare in tutti gli aspetti che ho citato prima, specialmente in quello energetico, che è molto importante, ma anche in quelli finanziario, dell’interconnessione aerea e marittima, commerciale“, ha spiegato. “Il Venezuela è uno dei partner più affidabili al mondo, siamo uniti da vincoli di cooperazione strategica“, ha ribadito Lavrov. “Cooperiamo nell’arena internazionale e ci impegniamo a rispettare i nostri principi fondamentali di uguaglianza dei popoli e di non interferenza negli affari interni, e abbiamo posizioni simili sulla protezione del diritto dei popoli a determinare il proprio destino senza interferenze dall’esterno, senza ricatti e senza tentativi di influenza con mezzi illegittimi, a causa delle sanzioni che vengono applicate dall’Occidente“, ha aggiunto il diplomatico russo. Sia il Venezuela che la Russia sono stati vittime delle sanzioni unilaterali illegali che il governo degli Stati Uniti impone come mezzo coercitivo nei confronti dei Paesi non allineati con Washington. A tal proposito, Gil ha ribadito la ferma condanna di queste misure contro qualsiasi Paese. “Gli Stati Uniti hanno applicato una politica sistematica di attacco alla nostra economia, di soffocamento della nostra economia“, ha ricordato il ministro. “Continuiamo a insistere con gli Stati Uniti e l’Europa affinché tutte le sanzioni vengano revocate“. Lavrov, dal canto suo, ha condannato le politiche imperialiste che le potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, hanno a lungo portato avanti nel continente latinoamericano. Secondo il ministro russo, l’obiettivo delle potenze occidentali è quello di porre fine a “posizioni indipendenti nella vostra regione e in altre regioni del mondo, e lo capiamo molto bene, ecco perché è così importante unire i nostri sforzi per contrastare tentativi di ricatto, di illecite pressioni unilaterali“. Sergej Lavrov ha poi aggiunto che ci sono diversi Paesi che proteggono l’identità della loro regione e il...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/18/la-visita-di-lavrov-in-brasile-completa-il-triangolo-mosca-pechino-brasilia/ A poco tempo di distanza, tre eventi diplomatici di grande importanza hanno suggellato la nascita di un’intesa tra Russia, Cina e Brasile, confermando il nuovo corso della politica estera brasiliana sotto la presidenza di Lula. Prima la visita di Xi Jinping a Mosca, poi quella di Lula a Pechino, e infine il viaggio del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov nel Paese sudamericano: nel giro di un mese, questi tre eventi diplomatici hanno confermato la nascita di una solida intesa tra la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese e il nuovo Brasile di Luiz Inácio Lula da Silva. Una nuova importante spinta verso il multilateralismo, visto l’importante peso specifico della prima potenza latinoamericana, la cui politica estera sta prendendo una piega sempre più chiaramente antiegemonica e multipolarista. Lunedì, Sergej Lavrov è arrivato in Brasile, prima tappa del suo viaggio latinoamericano, che lo vedrà recarsi anche in Venezuela, Nicaragua e Cuba. Giunto a Brasilia, il capo della diplomazia russa è stato ricevuto dal suo omologo Mauro Vieira. Il ministro brasiliano ha affermato che l’elezione del presidente Lula ha contribuito a dare una nuova spinta alle relazioni bilaterali con Mosca, come dimostra il rapporto ufficiale sulla politica estera russa del 2023, approvato lo scorso 31 marzo dal presidente Vladimir Putin: “Il fatto che il documento del 2023 menzioni il Brasile separatamente e non come membro del MERCOSUR e dei BRICS, come nel documento del 2016, mostra il peso specifico del nostro Paese, in particolare dopo l’elezione del presidente Lula, e il nostro percorso volto a riportare la politica estera del Brasile alle sue radici. Entrambi i nostri Paesi, infatti, svolgono un ruolo importante nella comunicazione internazionale. Inoltre, questo aspetto delle priorità di politica estera della Russia indica la natura matura delle relazioni bilaterali e rende chiaro che, come il Brasile, anche la Russia ritiene che i legami bilaterali siano cruciali per il sistema delle relazioni internazionali“, ha osservato il diplomatico. Da parte sua, Lavrov ha confermato il sostegno di Mosca alla candidatura di Brasilia per un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: “Come parte dei nostri sforzi congiunti per trovare un modo equo per riformare i meccanismi e le istituzioni della governance globale, coopereremo strettamente nelle piattaforme delle Nazioni Unite, in particolare all’interno del Consiglio di sicurezza, di cui il Brasile è attualmente un membro non permanente. Oggi, abbiamo ribadito il nostro sostegno alla candidatura del Brasile per un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, e sosteniamo in questa direzione anche l’India e la necessità di soddisfare gli interessi del continente africano“, ha sottolineato Lavrov. Il ministro degli Esteri russo ha ricordato che il Brasile assumerà la presidenza del Gruppo dei 20 il prossimo anno, mentre alla Russia spetterà la presidenza dei BRICS. “In termini di coordinamento delle nostre attività di politica estera, questo crea una buona opportunità per vedere come potremmo trarre vantaggio da una situazione in cui tutti i membri dei BRICS fanno anche parte del G20 per garantire vantaggi reciproci. Inoltre, c’è anche un intero gruppo di membri del G20 che condividono la posizione...
Disponibile il libro La questione di Taiwan e la riunificazione pacifica della Cina, pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni e scritto Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole membri del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M). Prefazione di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. Per acquistare il libro Per beneficiare del 20% di sconto sui volumi del catalogo di Anteo Edizioni e di molti altri vantaggi, richiedi la tessera del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Descrizione del libro Secondo un recente rapporto presentato dal Pentagono al Congresso, la Cina rappresenta “la sfida sistemica più significativa per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e per una comunità internazionale libera e aperta”, sottolineando un approccio militare “sempre più coercitivo” da parte di Pechino nella regione Indo-Pacifico.Come sempre, gli Stati Uniti rimangono maestri nell’attribuire agli altri le proprie intenzioni, seppure in questa occasione fatichino a trovare un terreno globalmente condiviso per attuare i loro piani di dominio. La collocazione geopolitica di Taiwan conserva un’importanza vitale in relazione alle vie essenziali del traffico marittimo, attraverso cui vengono trasportati greggio e altre materie prime verso la Repubblica Popolare Cinese: in caso di conflitto, per gli USA diverrebbe essenziale tagliare o rallentare le forniture di petrolio a Pechino. Taiwan possiede inoltre una posizione geografica strategica globale sulla rotta commerciale marittima che collega l’Asia orientale al Sud-est asiatico e al Canale di Suez.L’amputazione di Taiwan rappresenta per la Cina una “ferita aperta” e la sua riunificazione alla madrepatria segnerebbe la conclusione definitiva della guerra civile sfociata nella nascita della Repubblica Popolare Cinese; questa è la ragione per cui la diplomazia di Pechino l’ha definita “una linea rossa” nei suoi rapporti con Washington.Il libro scritto da tre ricercatori del CeSEM analizza inoltre la questione di Taiwan cercando di rispondere ad alcune domande: la Cina ha dalla sua parte il diritto storico e quello internazionale? Quali sono i legami economici tra l’Isola e la Cina continentale? La formula un Paese e due sistemi è ancora valida?Risposte urgenti, finché una soluzione pacifica è ancora possibile.
Disponibile il libro Xinjiang: Storia e Sviluppo, pubblicato per i tipi di Anteo Edizioni e scritto Marco Costa, Andrea Turi e Stefano Vernole membri del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSE-M). Prefazione di Liu Kan, Console Generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. Per acquistare il libro Per beneficiare del 20% di sconto sui volumi del catalogo di Anteo Edizioni e di molti altri vantaggi, richiedi la tessera del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo Descrizione del libro Considerato “il cuore dell’Eurasia”, lo Xinjiang (in cinese Nuova Frontiera) è con i suoi 1.660.000 chilometri quadrati di superficie – oltre cinque volte l’Italia – la più estesa divisione amministrativa della Cina. Ha fatto parte dell’Impero fin dai tempi remoti e la presenza cinese vi risale alla Dinastia Han (202-220 d.C.).Le difficili condizioni climatiche e geografiche della regione complicano lo sfruttamento delle ingenti risorse energetiche del suo sottosuolo, petrolio e gas naturale innanzitutto, ma anche immensi giacimenti di minerali e di carbone.Soprattutto dallo Xinjiang parte o passa un corridoio di iniziative commerciali e condotte di idrocarburi che lo collegano agli alleati della Repubblica Popolare Cinese quali la Russia, alcune Repubbliche dell’Asia Centrale e il Pakistan. Per comprenderne appieno l’importanza geografica è sufficiente ricordare che sono almeno tre le rotte della Nuova Via della Seta destinate ad attraversarlo.Proprio a causa della sua importanza geopolitica è stato nel corso degli anni sottoposto ad un tentativo di destabilizzazione esterna condotto dalle nazioni atlantiche, il pretesto è stato la presenza di una minoranza uigura. In realtà, dalla nascita della Repubblica Popolare Cinese ad oggi ha conosciuto uno sviluppo demografico imponente (la politica del “figlio unico” – oggi abolita in tutto il Paese – non è mai stata applicata alle minoranze) e un decollo economico straordinario grazie agli ingenti capitali investiti da Pechino nella regione.Il libro affronta perciò la questione dello Xinjiang sotto vari aspetti, chiarendo inequivocabilmente le politiche decennali attuate dalla Repubblica Popolare Cinesi nell’area e la strumentalizzazione della minoranza uigura compiuta dall’Occidente.
di Andrea Puccio | occhisulmondo.info FONTE ARTICOLO: LULA SI SCAGLIA CONTRO IL FMI ED IL DOLLARO | OCCHI SUL MONDO In occasione della investitura di Dilma Rousseff come presidente della Banca di Sviluppo dei BRICS il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è scagliato contro il Fondo Monetario Internazionale e contro l’egemonia del dollaro. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva si è scagliato contro il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e le altre istituzioni finanziarie internazionali per aver imposto le loro regole ai paesi in via di sviluppo, così come ha criticato l’uso diffuso del dollaro, che, secondo lui, minaccia il futuro dell’umanità, e ha esortato la creazione di una moneta unica del blocco BRICS. “Perché tutti i paesi hanno bisogno di fare il loro commercio sostenuto dal dollaro? Perché non possiamo commerciare con le nostre monete? Chi ha deciso che fosse il dollaro?” ha affermato Lula oggi durante la cerimonia di investitura di Dilma Rousseff come presidente della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) del BRICS, composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. “Abbiamo bisogno di una moneta che trasformi i paesi in una situazione più pacifica, perché attualmente dobbiamo correre dietro al dollaro per esportare”, ha continuato il presidente. Ha anche sottolineato che l’NBD è un’alternativa al FMI, poiché, a differenza di quest’ultimo, non impone condizioni o altri requisiti per prestare denaro. “Non spetta a una banca soffocare l’economia di una nazione come il FMI sta facendo ora con l’Argentina, come ha fatto con il Brasile per così tanto tempo e come ha fatto con i paesi del terzo mondo”, ha detto il presidente brasiliano aggiungendo che “Nessun sovrano può lavorare con un coltello in gola perché ha dei debiti”. “Quando il Fondo Monetario Internazionale o qualsiasi altra istituzione presta a un paese del terzo mondo, la gente si sente nel diritto di comandare, di amministrare i conti di quelle nazioni, come se fossero i loro ostaggi”, ha continuato Lula. A questo proposito, ha esortato il nuovo presidente del NBD a “prestare denaro per aiutare i paesi in via di sviluppo e non soffocarli”, poiché molti già “accumulano debiti impagabili” con le agenzie internazionali tradizionali. La banca del BRICS “rappresenta molto per chi sogna un nuovo mondo”, ha scritto in seguito in un thread su Twitter. “Non è giusto che finiamo il XXI secolo come abbiamo iniziato il XX secolo, con i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. “È intollerabile che, su un pianeta che produce abbastanza cibo per soddisfare i bisogni dell’umanità, milioni di uomini, donne e bambini non abbiano niente da mangiare. È inaccettabile che l’avidità di una piccola minoranza metta a rischio la sopravvivenza dell’umanità”, ha fatto notare Lula nel suo discorso riferendosi alle condizioni di molti paesi che non dispongono di cibo per la loro popolazione. Lula ha sottolineato che la Nuova Banca di Sviluppo ha tutte le condizioni per diventare una grande banca del Sud Globale, che rifiuta le “catene delle condizionalità” dell’Occidente e che...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/17/il-sudan-verso-una-nuova-scissione/ Il nuovo conflitto interno che si sta sviluppando in Sudan rappresenta la continuazione della travagliata storia del Paese, che già nel 2011 ha subito la scissione del Sudan del Sud. Il Sudan, come altri Paesi africani, non è altro che una creazione dei colonizzatori occidentali, in questo caso gli inglesi, che nelle loro suddivisioni non hanno tenuto conto dei criteri riguardanti le popolazioni che abitavano quei territori. Infatti, il Sudan era un nome utilizzato per indicare i possedimenti britannici a sud dell’Egitto; del resto, lo stesso nome Sudan deriva dall’espressione araba Bilād al-Sūdān, ossia “Paese degli uomini neri”, per distinguere quelle popolazioni dagli egiziani, di carnagione più chiara, ma non ci dice nulla sulle differenze etniche, linguistiche e religiose esistenti all’interno di quegli “uomini neri”. Questa situazione ha portato a numerose tensioni nel corso dei decenni, scaturite in alcuni casi in veri e propri conflitti, come nel caso della guerra del Darfur, una regione occidentale del Sudan in cui dal 2003 sono emersi movimenti indipendentisti in contrasto con il governo centrale, portando ad un bilancio di oltre 700.000 morti secondo le Nazioni Unite. Nel 2011, invece, fu la parte meridionale del Paese a staccarsi, ottenendo l’indipendenza con il nome di Sudan del Sud, ad oggi lo Stato più giovane al mondo tra quelli riconosciuti dalle Nazioni Unite. Nel 2019, dopo quasi trent’anni di governo, il presidente ʿOmar al-Bashīr fu stato costretto ad abbandonare la guida del Paese a seguito delle ingenti proteste popolari e dell’appoggio dato dall’esercito ai manifestanti. Nell’aprile del 2019, dunque, ha avuto inizio il periodo di transizione sotto la guida del Consiglio militare di transizione, poi ribattezzato Consiglio Sovrano del Sudan, e del suo presidente Abdel Fattah al-Burhan, che molti considerano come capo di Stato de facto del Sudan. Una situazione già molto difficile, precipitata il 15 aprile, quando hanno avuto inizio i combattimenti tra l’esercito regolare e le forze paramilitari denominate Rapid Support Forces (RSF), create da al-Bashīr nel 2013, che hanno coinvolto la capitale Khartoum e altre città del Paese. Le RSF hanno affermato di avere preso il controllo del palazzo presidenziale, della residenza del capo dell’esercito, della stazione televisiva di Stato e degli aeroporti di Khartoum, della città settentrionale di Merowe, e dello Stato del Darfur Occidentale con la sua capitale El Fasher, notizie smentite dall’esercito regolare. La causa scatentante dei combattimenti risiederebbe tensioni sulla proposta di integrazione delle RSF nell’esercito. Il disaccordo ha ritardato la firma di un accordo sostenuto a livello internazionale con i partiti politici sulla transizione verso la democrazia. Inoltre, la rivalità tra l’esercito regolare e le forze paramilitari ha acuito lo scontro tra i rispettivi leader, il già citato generale Abdel Fattah al-Burhan, comandante dell’esercito sudanese, e il generale Mohamed Hamdan Dagalo, capo delle RSF. La situazione nel Paese africano sembra al momento destinata a degenerare in una guerra civile, che potrebbe mettere ulteriormente a repentaglio l’unità dello Stato sudanese. Questo getta ulteriore scompiglio in una regione del mondo che certo non brilla per stabilità, visto che anche lo stesso Sudan del...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/16/fuga-di-documenti-segreti-del-pentagono-teorie-contrastanti/ In queste ore si stanno sviluppando teorie contrastanti circa la fuga dei documenti segreti del Pentagono, dalle possibili conseguenze negative per le relazioni estere degli USA fino alla possibilità che si tratti solo di una montatura ordita da Washington. Nei giorni scorsi sono avvenute due fughe di documenti riservati riguardanti il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e le agenzie di intelligence del Paese – la National Security Agency, la CIA e il National Reconnaissance Office. Il caso è subito diventato noto al grande pubblico con il nome di Pentagon Leaks. La prima fuga di notizie, avvenuta all’inizio di aprile, riguarda principalmente le attività militari dell’Ucraina. Sebbene i documenti non rivelino piani di battaglia specifici, valutano comunque la situazione al 1º marzo e contengono informazioni sulle spedizioni di armi, nonché mappe con informazioni sulla posizione, il numero e il movimento delle forze dell’Ucraina, degli Stati Uniti dei loro alleati, insieme ad altre informazioni di intelligence. L’8 aprile è stata segnalata una seconda fuga di notizie contenente un’altra serie di documenti che, oltre all’Ucraina, riguardano anche i Paesi occidentali, il Medio Oriente e l’Estremo Oriente. Tra le principali rivelazioni a fare scalpore, quella secondo la quale almeno dodici gruppi di combattimento ucraini, ciascuno composto da 4.000 a 5.000 soldati, sarebbero in fase di addestramento negli Stati Uniti e in altri Paesi della NATO. I documenti dimostrano anche il pessimo stato delle forze armate ucraine, oramai sfiancate da oltre un anno di combattimenti. Secondo gli USA, infatti, l’Ucraina esaurirà i missili di difesa aerea di fabbricazione sovietica entro il 23 maggio, e le difese aeree ucraine sarebbero in grado di resistere solo a due o tre ulteriori ondate di attacchi. Altra notizia che ha fatto scalpore, anche se in realtà si trattava di un segreto di Pulcinella, quella dello spionaggio ai danni dei leader alleati. In particolare, gli USA avrebbero monitorato il presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj, che avrebbe ordito un attacco diretto alla regione russa di Rostov. Inoltre, gli Stati Uniti effettuano intercettazioni che riguardano anche il governo sudcoreano, i servizi segreti israeliani e altri Paesi “amici”, al punto che il New York Times ha affermato che la fuga di notizie ha complicato le relazioni tra gli Stati Uniti e i loro alleati, perché Washington spia non solo la Russia ma anche i suoi stessi alleati. Secondo il Washington Post, lo scalpore destato al Pentagono e la pronta reazione del governo dimostrerebbe l’autenticità dei documenti. Al contrario, l’Ucraina afferma che i documenti diffusi sarebbero stati artefatti, ma la CNN ha smentito la tesi di Kiev, appurando che la fuga di notizie ha costretto l’esercito ucraino a cambiare i suoi piani. Reuters, dal canto suo, ha riferito che potrebbe essere la fuga di dati più significativa dai tempi delle pubblicazioni di WikiLeaks. In un primo momento, da parte russa, il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha commentato solamente che Mosca “non ha alcun dubbio che gli Stati Uniti e la NATO siano direttamente o indirettamente coinvolti nel conflitto tra Russia e Ucraina“, fatto ampiamente confermato dai documenti. Su questo caso sono emerse numerose teorie contrastanti,...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/04/14/xi-jinping-la-cina-non-seguira-il-sentiero-della-modernizzazione-occidentale/ In occasione della visita d’ispezione nella provincia del Guandong, il presidente Xi Jinping ha sottolineato le caratteristiche della modernizzazione cinese e le sue differenze rispetto alla modernizzazione occidentale. Di seguito la traduzione dell’articolo del Global Times. Il presidente cinese Xi Jinping ha sottolineato che la Cina rimarrà ferma nell’approfondire in modo completo le riforme e nell’espandere l’apertura dagli standard elevati, sottolineando anche che la modernizzazione cinese è essenzialmente diversa dalla modernizzazione occidentale, che ha caratteristiche come la polarizzazione e il saccheggio, come riportato dall’agenzia stampa Xinhua giovedì. Durante il suo giro di ispezione nella provincia del Guangdong della Cina meridionale, una grande potenza economica e pioniere nella riforma e nell’apertura della Cina, Xi, segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, si è anche concentrato sullo sviluppo di alta qualità. Durante la visita a un centro di ricerca e sviluppo di Guangzhou Automobile Group Co, Xi ha affermato che la modernizzazione cinese si basa sulla realtà e sulle condizioni del Paese e ha obiettivi, piani e strategie chiari. La modernizzazione cinese è essenzialmente diversa dalla modernizzazione occidentale, ha affermato, aggiungendo che la Cina non percorrerà il percorso della modernizzazione occidentale – con caratteristiche che includono polarizzazione e saccheggio – in quanto tale percorso non porta da nessuna parte, secondo Xinhua. Nel caso degli Stati Uniti, la modernizzazione occidentale si basa su risorse e talenti provenienti da tutto il mondo ed è spesso costruita sul saccheggio delle risorse di altri Paesi, e la modernizzazione occidentale significa poter abusare della sua autorità nel mercato mondiale, che tratta come proprio, Li Youhuan, ricercatore presso l’Università di finanza ed economia del Guangdong, ha dichiarato martedì al Global Times. “In termini di punti di partenza e obiettivi finali, ci sono differenze essenziali tra la modernizzazione cinese e la modernizzazione occidentale“, ha affermato Li. Costui ha osservato che la modernizzazione cinese si concentra sia sui mercati nazionali che internazionali e persegue uno sviluppo comune e una prosperità comune per il mondo intero. Durante il giro di ispezione, il primo dopo le due sessioni nazionali concluse a marzo, Xi ha anche sottolineato l’importanza del settore manifatturiero e dell’innovazione locale. Mercoledì, Xi ha visitato la base produttiva di LG Display a Guangzhou e GAC Aion New Energy Automobile Co, dove ha appreso degli sforzi locali per promuovere l’apertura di alto livello e lo sviluppo di alta qualità del settore manifatturiero, e su come le imprese stanno promuovendo l’innovazione e la costruzione di marchi di proprietà, ha riferito Xinhua giovedì. Xi ha sottolineato non solo la direzione di sviluppo dell’industria automobilistica e dell’industria manifatturiera cinese, ma anche la direzione principale dello sviluppo di alta qualità del Guangzhou Automobile Group, Zeng Qinghong, capo del Partito e presidente del Guangzhou Automobile Group, ha dichiarato in una riunione aziendale mercoledì, secondo una dichiarazione che la società ha inviato giovedì al Global Times. Zeng ha affermato che la società raggiungerà risolutamente il controllo indipendente delle tecnologie di base, creerà un marchio automobilistico nazionale, costruirà un’impresa di livello mondiale e svolgerà le proprie responsabilità e nuove azioni nella promozione della modernizzazione cinese, secondo la dichiarazione....
di Fabio Massimo Parenti Lo scorso 27 febbraio si aperta a Ginevra, in Svizzera, la 52a sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU che si protrarrà sino al prossimo 4 aprile. Si tratta del primo appuntamento (febbraio/marzo) del 2023, che prevede, come di consueto, altre due sessioni (giugno/luglio e settembre/ottobre). Durante il Segmento di Alto Livello, che ha avviato il dibattito, tra i vari rappresentanti governativi nazionali è intervenuto anche il Segretario di Stato americano Antony Blinken, che ha ribadito la posizione dell’Amministrazione Biden in materia di diritti umani, affrontando in particolare le presunte atrocità commesse dalla Russia nella sua “brutale guerra” contro l’Ucraina. Blinken, tuttavia, ha colto l’occasione anche per puntare nuovamente il dito contro la Cina, accusandola per l’ennesima volta di commettere “crimini contro l’umanità” nei confronti dei “musulmani uiguri ed altre persone di minoranze etniche nello Xinjiang”. Si tratta in realtà di un vecchio refrain, utilizzato da almeno vent’anni dal governo statunitense (e da fondazioni e organizzazioni ad esso riconducibili), al di là del colore politico delle diverse amministrazioni di volta in volta alle redini della Casa Bianca, che è però tornato prepotentemente d’attualità con la strumentalizzazione che il suo predecessore, il repubblicano Mike Pompeo, ne ha fatto negli ultimi due anni di Amministrazione Trump, utilizzando i rapporti dell’antropologo tedesco Adrian Zenz, mai stato nello Xinjiang in tutta la sua vita, e di altri studiosi occidentali, immediatamente recepiti da Stati Uniti e Unione Europea, pur senza verifiche. Secondo l’accusa, a partire dal 2016, la Cina avrebbe internato arbitrariamente moltissimi cittadini di etnia uigura, maggioranza relativa nella popolazione dello Xinjiang, utilizzando il pretesto della lotta al terrorismo islamista e al separatismo etnico. In realtà, come molti dati mostrano, e come anche numerosi rappresentanti di Paesi a maggioranza musulmana hanno potuto constatare nelle loro missioni diplomatiche in loco, il presunto genocidio etnico e culturale del popolo uiguro, denunciato per trent’anni dagli attivisti Rebiya Kadeer e Dolqun Isa, emigrati molti anni fa negli Stati Uniti, non è mai esistito. “Nessun paese è titolato a comportarsi da giudice in materia di diritti umani e questi non dovrebbero mai essere utilizzati come pretesto per inserirsi negli affari interni di altri paesi o per bloccare lo sviluppo di altri paesi”, ha risposto nel suo intervento in videoconferenza il ministro degli Esteri cinese Qin Gang, che ha proseguito: “I propositi e i principi della Carta delle Nazioni Unite dovrebbero essere osservati da tutti, e gli scambi e la cooperazione in materia di diritti umani dovrebbero essere portati avanti sulla base dell’eguaglianza e del rispetto reciproco. I tentativi da parte di alcuni di politicizzare, usare come arma o strumentalizzare le questioni relative ai diritti umani dovrebbero essere respinti”. Ormai da diversi anni, Pechino, in risposta a decenni di ingerenze, boicottaggi e tentativi di destabilizzazione (Hong Kong, Taiwan, Tibet e Xinjiang), pubblica un rapporto sulla situazione dei diritti umani negli Stati Uniti, individuando, dati alla mano, una situazione tutt’altro che invidiabile in quella che si autodefinisce come la più grande democrazia al mondo. Nel rapporto...