10 Luglio 2026

Federazione Russa

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di Ivelina Dimitrova Il 21 settembre il presidente russo si è rivolto alla nazione, per seconda volta dopo l’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, annunciando una parziale mobilitazione nazionale a partire dallo stesso giorno. In realtà, i discorsi alla nazione dell’uomo forte del Cremlino segnano sempre eventi e notizie importanti da comunicare. Come il discorso di febbraio che ha segnato l’inizio dell’operazione militare in Ucraina. La notizia di oggi non è una sorpresa, ma un evento aspettato per una serie di motivi. Nell’ultimo mese le forze ucraine hanno iniziato una controffensiva e sono riuscite a riprendere il controllo di territori importanti nella regione di Kharkiv, la loro controffensiva nella regione strategica di Kherson non ha ottenuto i risultati sperati ma a Kharkov le forze russe sono state costrette a ritirarsi. Questa sequenza di eventi ha causato un notevole malcontento in Russia, sia nella società che nell’élite al potere. Dei leader come il presidente ceceno Ramzan Kadyrov hanno chiesto una risposta più dura agli eventi in corso. Allo stesso tempo, la notizia di una parziale mobilitazione militare arriva subito dopo l’annuncio che in quattro regioni – Donetsk, Luhansk, Zaporozhye e Kherson avrà luogo un referendum dal 23 al 27 di settembre per l’annessione alla Federazione Russa. Kiev ha promesso una risposta dura e, al fine di mantenere le proprie posizioni ed i territori conquistati, Mosca ha dovuto cercare maggiori riserve interne. Un fatto interessante da notare è che le regioni in cui avrà luogo il referendum sono quelle in cui Mosca si è impegnata maggiormente ed è riuscita a resistere a tutte le controffensive di Kiev. Questi territori sono di importanza strategica in quanto collegano la terraferma russa alla Crimea e tagliano l’accesso di Kiev al mar d’Azov, limitando al contempo notevolmente anche il suo accesso alle coste del Mar Nero, come si evince dalla mappa sottostante. Ecco i punti principali del discorso di mezz’ora di Putin alla nazione che meritano attenzione in quanto esso segna una nuova fase delle attività militari: Il discorso di Putin era rivolto a tutte le nazionalità che convivono all’interno della “grande Russia storica”. Si fa nuovamente riferimento ai confini storici dell’Impero russo, che Putin vuole ripristinare, visto che nel discorso con cui ha annunciato l’inizio dell’operazione militare lui è stato piuttosto critico nei confronti dell’URSS e di alcuni suoi leader, come Lenin, accusandoli della situazione attuale. La mobilitazione militare è stata definita come necessaria per proteggere l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato che sono state definite “a rischio”. L’Ucraina non è stata nominata direttamente come nemico, anzi, si è fatto riferimento solo al regime di Kiev. Per la situazione attuale è stata accusata “l’élite occidentale” che, secondo Putin, “a tutti i costi e con tutti i mezzi cerca di mantenere la sua posizione di supremazia, bloccando lo sviluppo dei centri indipendenti”. Nel discorso l’Occidente collettivo è stato anche accusato di aver continuamente cercato di “indebolire e distruggere la Russia stessa”. Sono state anche avanzate accuse relative al fatto che l’Occidente ha sostenuto gruppi...
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Intervista a Lucien Cerise a cura di Observateur Continental Lucien Cerise, ricercatore in ingegneria sociale, risponde alle domande di Observateur Continental sulla NATO in occasione della nuova edizione del suo libro sulla guerra ibrida della NATO in Ucraina. Come valuta le differenze della guerra ibrida della NATO tra il 2017 e oggi in Ucraina? Lucien Cerise: L’esercito russo ha deciso di spostare i termini del dibattito lanciando un’operazione convenzionale, simmetrica e a porte aperte, ponendo così fine alla guerra ibrida della NATO in Ucraina. La guerra ibrida si basa essenzialmente su forze per procura, o “proxy“, paramilitari e terroristiche, false rivoluzioni o “rivoluzioni colorate” che sono però veri colpi di stato, armi non convenzionali, biologiche o di altro tipo, furtività, astuzia, segretezza, bugie, complicità mediatica e militarizzazione dei civili, a volte a loro insaputa. L’esercito russo ha deciso di porre fine a questa forma subdola e indiretta di guerra lanciata in Ucraina dal 2013 e alla rivoluzione colorata Euromaidan. Da parte sua, la NATO continua con gli imbrogli, con una messa in scena morbosa come quella di Boutcha o sull’Isola dei Serpenti, e l’uso dei civili come scudi umani o “attori di crisi”. Cosa segna l’intervento russo in Ucraina per la globalizzazione sulla scacchiera geopolitica? L’Occidente non è più al centro della scacchiera. Una pagina nella storia del mondo sta girando. La NATO non fa più paura, perché vediamo le sue deboli capacità reali di fronte a un esercito serio. George Bush Sr. annunciò nel 1992 l’avvento del nuovo ordine mondiale dopo la caduta dell’URSS. Questa parentesi è durata circa trent’anni. Perché i media occidentali chiedono ai francesi di sostenere l’Ucraina? I media occidentali sono militarizzati per svolgere operazioni psicologiche rivolte al grande pubblico. Le reti di azione clandestina della NATO – quelle che una volta si chiamavano reti Gladio – integrano due tipi di agenti operativi: sul terreno, ci sono paramilitari e terroristi (Daesh, al-Qaeda, reggimento Azov, ecc.), mentre nei media, ci sono reti di agenti dormienti civili, giornalisti ed esperti di televisione, la cui missione è sostenere il morale delle truppe, in modo da creare un sostegno popolare per questi paramilitari e terroristi presentandoli come vittime. In Siria, i media ci hanno chiesto di sostenere gli islamisti, noti come “ribelli moderati”. In Ucraina, i media stanno cercando di creare empatia per i gruppi combattenti neonazisti, minimizzando i loro riferimenti a Hitler e al III Reich. Gli Spin Doctor della NATO – come un certo Jamie Shea, che si è distinto nel 1990 per aver trasformato l’opinione pubblica occidentale a favore del bombardamento dell’ex Jugoslavia – stanno ancora manovrando per far sì che le popolazioni alimentate forzatamente con discorsi sui diritti umani accettino di uccidere civili senza motivo. I media fanno quindi parte dell’apparato militare impegnato a fabbricare il consenso occidentale alla guerra, ma anche all’economia di guerra che ne deriva. La privazione e il razionamento devono essere accettati. L’intervento russo in Ucraina è solo un pretesto. Prima del 24 febbraio 2022, lo storytelling, la costruzione da parte della narrazione mediatica...
A cura di Readovka Negli ultimi anni molti dei soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Marco Ghisetti, redattore della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, editore di “Anteo Edizioni” e collaboratore del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, ha espresso le seguenti osservazioni ad un giornalista dell’agenzia giornalistica russa Readovka. https://readovka.world/news/105637 Come sta reagendo alla crisi ucraina la società italiana? Ci sono persone in Italia che si oppongono all’invio di armi all’esercito ucraino? Innanzitutto, bisogna tener presente che il popolo italiano generalmente si interessa poco di politica, in particolare modo quella straniera. Fatta questa precisazione, inizialmente gli italiani furono colti di sorpresa dall’inizio dell’intervento militare russo in Ucraina e speravano che una soluzione pacifica potesse essere trovata il prima possibile. Ciò non significa che tifassero per l’uno o per l’altro schieramento, ma semplicemente che speravano che Russi e Ucraini si sedessero al tavolo delle trattative e stipulassero un accordo che, sebbene magri non definitivo, potesse per lo meno metter fine allo spargimento di sangue. Tuttavia, mano a mano che i combattimenti continuavano, e mano a mano che sia l’Unione Europea che il governo italiano fecero scelte politiche con l’obbiettivo non già di aiutare a cercare una soluzione pacifica, bensì di prolungare la guerra e favorire una parte specifica dello schieramento, la società italiana ha generalmente preso le distanze dall’operato del governo. Infatti, all’inizio si sperava che l’Italia potesse ricoprire il luogo del terzo super partes, in maniera piuttosto simile a quanto fatto dalla Turchia. È per questa ragione che la società italiana è, complessivamente, contro l’invio di armi. Un buon esempio di ciò è fornito dai lavoratori dell’aeroporto internazionale di Pisa, i quali, lo scorso marzo, smisero di lavorare allorquando scoprirono che ciò che stavano caricando sugli aerei consisteva in materiale bellico, non già in materiale non militare volto all’aiuto della popolazione civile. La medesima cosa vale per le sanzioni, le quali, oltre a danneggiare il ruolo dell’Italia nel mondo, danneggiando direttamente l’economia italiana e il benessere economico degli italiani. La guerra delle sanzioni ha delle ripercussioni sui cittadini italiani? Indubbiamente. E ciò perché le piccole e medie imprese italiane, che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, ne sono direttamente colpite. L’economia italiana è un’economia di trasformazione: compra risorse naturali e le trasforma in qualcos’altro. Le imprese italiane, non potendo più comprare le economiche risorse naturali russe, faticano a rimanere competitive sul mercato. Inoltre, negli ultimi anni innumerevoli soci commerciali dell’Italia sono stati o distrutti (Jugoslavia, Libia, Iraq) o posti sotto regime sanzionatorio (Russia, Iran, Siria), danneggiando ulteriormente l’economia italiana. Ciò mette a rischio la vera e propria sopravvivenza di queste aziende, favorendo però allo stesso tempo le grandi multinazionali e le grandi corporazioni straniere che intendono assorbire le fette di mercato che le morenti piccole e medie imprese abbandonano. Si può presumere che, quando le risorse naturali già stoccate finiranno (più o meno nel periodo autunnale), il peso delle sanzioni si farà sentire ancora di più:...
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a cura di Giulio Chinappi Jorge Heine, già ministro e ambasciatore del Cile in Cina, nonché professore presso la Boston University, ha pubblicato un articolo sull’approccio alla guerra in Ucraina tra le pagine del TI Observer, rivista online dell’Istituto Taihe di Pechino. Di seguito la traduzione completa. Il fatto che un certo numero di Paesi, siano essi “democrazie” o “autocrazie”, abbiano assunto una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina, mostra che la principale frattura emersa in questa occasione è stata quella tra il il Nord e il Sud del mondo. In questo contesto, il concetto di “non allineamento attivo” torna ad essere un argomento caldo di discussione. Come funziona come opzione di politica estera e quali sono le sue ramificazioni e implicazioni per un sistema internazionale in evoluzione? La guerra in Ucraina è un punto di svolta negli affari mondiali. Essendo lo scontro più sanguinoso in Europa dalla seconda guerra mondiale, e senza una fine in vista, ha riportato gli orrori della guerra in un continente dove molti pensavano di esserseli lasciati alle spalle. Tra la distruzione, le morti e le sofferenze umane trasmesse in tutto il mondo attraverso i telegiornali da una terra che è al centro della massa continentale eurasiatica, “l’isola del mondo”, nell’espressione di Halford Mackinder, i commentatori hanno visto un lato positivo: “Il ritorno dell’Occidente” [1]. Con questo intendono l’unità di intenti e volontà comune mostrata dalla NATO e da altri membri della coalizione egemonica guidata dagli Stati Uniti, come Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud, nel sostenere l’Ucraina. Ne è emblematica la rapidità con cui il Congresso degli Stati Uniti ha approvato un pacchetto da 40 miliardi di dollari in aiuti principalmente militari all’Ucraina. Lo stesso vale per altri massicci trasferimenti di armi pesanti dai Paesi europei all’Ucraina. Dopo quelli che molti hanno percepito come i dubbi del presidente Trump sulla saggezza dell’impegno degli Stati Uniti nei confronti della NATO, questo ha portato nuova energia e determinazione a un’alleanza occidentale che negli ultimi anni si era fatta notare più per i suoi litigi interni che per qualsiasi altra cosa. Meno convincenti, tuttavia, sono affermazioni più grandiose fatte circa gli effetti della guerra in Ucraina sull’ordine mondiale. Sostenere, come alcuni hanno sostenuto, che la guerra abbia portato alla ribalta la frattura tra democrazia e autoritarismo come quella principale nel mondo di oggi, non è corretto. Alcune delle più grandi democrazie del mondo, come l’India, il Brasile, l’Indonesia, il Sudafrica e il Messico, hanno assunto una posizione diligentemente neutrale nei confronti della guerra. Infatti, se sommiamo i Paesi che non si sono schierati con l’Occidente su questo tema, rappresentano più della metà della popolazione mondiale. Negli ultimi anni si è verificato un riavvicinamento tra India e Stati Uniti. Il primo ministro Modi e il presidente Trump andavano d’accordo e si sono scambiati visite in rapida successione. Il premier Modi ha anche visitato la Casa Bianca, invitato dal presidente Biden a prendere parte al primo vertice del Quadrilateral Security Dialogue (il Quad) nel 2021. L’India è al centro della...
Vladimir PutinTraduzione di Mark Bernardini Il XXV Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo si svolge in un momento difficile per l’intera comunità mondiale, in cui l’economia, i mercati e gli stessi principi del sistema economico globale sono sotto attacco. Molti legami commerciali, produttivi e logistici, che in precedenza erano stati interrotti dalla pandemia, stanno ora attraversando nuove sfide. Inoltre, concetti chiave per gli affari come reputazione aziendale, inviolabilità della proprietà e fiducia nelle valute mondiali sono stati completamente minati. Minati, sfortunatamente, dai nostri partner in Occidente, e ciò è stato fatto intenzionalmente, per motivi di ambizione, per preservare illusioni geopolitiche superate. Oggi presenterò il nostro – quando dico “nostro”, intendo la leadership russa – il mio punto di vista sulla situazione in cui si trova l’economia globale. Mi soffermerò in dettaglio su come la Russia stia agendo in queste condizioni e come stia pianificando il suo sviluppo in un ambiente in dinamica evoluzione. Un anno e mezzo fa, parlando al forum di Davos, ho sottolineato ancora una volta che l’era dell’ordine mondiale unipolare è finita – voglio iniziare con questo, non c’è modo di farne a meno – è finita, nonostante tutti i tentativi conservarlo, conservarlo con ogni mezzo. I cambiamenti sono un corso naturale della storia, poiché la diversità di civiltà del pianeta, la ricchezza delle culture è difficile da combinare con modelli politici, economici e di altro tipo, modelli che qui non funzionano, modelli che siano brutalmente, senza alternative, imposti da un centro. Il difetto sta nell’idea stessa, secondo la quale ce n’è uno, seppur un potere forte con una cerchia ristretta di Stati approssimativi o, come si suol dire, ammessi ad esso, e tutte le regole degli affari e delle relazioni internazionali, quando necessarie, sono interpretate esclusivamente nell’interesse di questo potere, funziona in una direzione, il gioco va in una direzione. Un mondo basato su tali dogmi è decisamente insostenibile. Gli Stati Uniti, dopo aver dichiarato la vittoria nella Guerra Fredda, si sono dichiarati i messaggeri del Signore sulla terra, che non hanno obblighi, ma solo interessi, e questi interessi sono dichiarati sacri. Non sembrano notare che negli ultimi decenni si sono formati nuovi potenti centri sul pianeta e sono sempre più forti. Ciascuno di essi sviluppa i propri sistemi politici e istituzioni pubbliche, attua i propri modelli di crescita economica e, naturalmente, ha il diritto di proteggerli, di garantire la sovranità nazionale. Si tratta di processi oggettivi, di cambiamenti tettonici veramente rivoluzionari nella geopolitica, nell’economia globale, nella sfera tecnologica, nell’intero sistema delle relazioni internazionali, dove è in forte crescita il ruolo di Stati e regioni dinamici e promettenti, i cui interessi non possono più essere ignorati. Ripeto: questi cambiamenti sono fondamentali, cardini e inesorabili. Ed è un errore credere che il tempo dei cambiamenti turbolenti possa, per così dire, stare fuori, aspettare, che presumibilmente tutto tornerà alla normalità, tutto sarà come prima. Non lo sarà. Tuttavia, sembra che le élite dominanti di alcuni Stati occidentali siano proprio in questo tipo di illusione. Non vogliono notare...
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di Marc Vandepitte Strategic Thinkers Who Warned for NATO Expansion – Global ResearchGlobal Research – Centre for Research on Globalization Uno degli aspetti più affascinanti della guerra in Ucraina è il gran numero di eminenti pensatori strategici che da anni avvertono che questa guerra sarebbe imminente se avessimo continuato su questa strada. Elenchiamo le più importanti di queste avvertenze. George Kennan, architetto della Guerra Fredda, nel 1998: “Penso che sia l’inizio di una nuova guerra fredda. Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo. Nessuno stava minacciando nessun altro. Ovviamente ci sarà una brutta reazione da parte della Russia, e poi [gli espansori della NATO] diranno che vi abbiamo sempre detto che è così che sono i russi, ma questo è semplicemente sbagliato“. Henry Kissinger, ex Segretario di Stato statunitense, nel 2014: “Se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra, dovrebbe fungere da ponte tra di loro. L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere solo un paese straniero. Anche famosi dissidenti come Aleksandr Solzhenitsyn e Joseph Brodsky hanno insistito sul fatto che l’Ucraina fosse parte integrante della storia russa e, in effetti, della Russia. L’Ucraina non dovrebbe aderire alla NATO“. John Mearsheimer, uno dei massimi esperti di geopolitica negli Stati Uniti, nel 2015: “La Russia è una grande potenza e non ha alcun interesse a consentire agli Stati Uniti e ai loro alleati di prendere un grosso pezzo di proprietà immobiliare di grande importanza strategica sul confine occidentale e incorporarlo in Occidente. Questo non dovrebbe sorprendere gli Stati Uniti d’America poiché tutti voi sapete che abbiamo una dottrina Monroe. La dottrina Monroe dice che l’emisfero occidentale è il nostro cortile e nessuno da una regione lontana è autorizzato a spostare forze militari nell’emisfero occidentale. Ricordate come siamo diventati completamente pazzi all’idea che i sovietici mettessero forze militari a Cuba. Questo è inaccettabile. Nessuno mette forze militari nell’emisfero occidentale. Ecco di cosa tratta la dottrina Monroe. Riuscite a immaginare tra 20 anni una potente Cina che formerà un’alleanza militare con Canada e Messico e sposterà le forze militari cinesi sul suolo canadese e messicano e noi stiamo semplicemente lì a dire, questo non è un problema? Quindi nessuno dovrebbe sorprendersi del fatto che i russi siano rimasti apoplettici all’idea che gli Stati Uniti mettano l’Ucraina sul lato occidentale del libro mastro. […] Ma non abbiamo fermato i nostri sforzi per rendere l’Ucraina parte dell’Occidente. L’Occidente sta guidando l’Ucraina lungo la via dell’inferno e il risultato finale è che l’Ucraina sarà distrutta […] Quello che stiamo facendo è, in effetti, incoraggiare quel risultato. Se pensiamo che queste persone a Washington (e la maggior parte degli americani) abbiano problemi a trattare con i russi, non puoi credere a quanti problemi avremo con i cinesi“. Jack F. Matlock, l’ultimo ambasciatore degli Stati Uniti in Unione Sovietica, nel 1997: “L’espansione...
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di Giulio Chinappi Cosa stanno cercando di nascondere gli Stati Uniti in Ucraina? Perché è stato dato l’ordine di distruggere tutto prima dell’arrivo dei russi? Perché gli USA non lasciano entrare gli esperti internazionali dell’OMS nei propri laboratori? Nell’articolo di ieri abbiamo avuto modo di parlare dei laboratori biologici statunitensi presenti in Ucraina, la cui esistenza è stata definitivamente provata dopo l’entrata dell’esercito russo nel Paese confinante. Tuttavia, molte domande restano ancora senza risposta, soprattutto in seguito alle scomposte reazioni da parte di Washington. Cosa stanno cercando di nascondere gli Stati Uniti? Come provato dai documenti ritrovati e pubblicati dall’esercito russo, subito dopo il lancio dell’operazione speciale di Mosca in Ucraina i laboratori hanno ricevuto l’ordine di distruggere tutto il materiale in loro possesso, ufficialmente per evitare che questo finisse nelle mani della Russia. Ad esempio, il documento che ordina la distruzione di tutti i campioni presenti nel laboratorio di Charkiv data del 25 febbraio, ovvero un giorno dopo il lancio dell’operazione speciale russa, ma un altro documento riguarda addirittura il laboratorio di L’viv, nell’estremo ovest del Paese, ben distante dall’attuale fronte. Perché tutta questa fretta? Il documento riguardante il laboratorio di Charkiv indica la distruzione di campioni di ben sedici batteri differenti, tutti piuttosto comuni e nessuno dei quali ritenuto particolarmente pericoloso. Allora perché affrettarsi a distruggerli? In fondo, si tratta di batteri già noti agli scienziati russi, e non particolarmente utili come armi biologiche. Non vogliamo sposare teorie cospirazioniste, tuttavia viene il dubbio che il documento non riporti tutto, oppure che i nomi utilizzati indichino in realtà batteri artificialmente modificati e dunque diversi da quelli presenti in natura. Diverso il discorso per quanto riguarda il laboratorio di L’viv, dove ufficialmente venivano studiati agenti patogeni pericolosissimi, come quelli che provocano peste, antrace e brucellosi. Secondo le informazioni del ministero della Difesa russo, a Leopoli sono state distrutte 232 scatole contenenti l’agente patogeno della leptospirosi, 30 della tularemia, 10 della brucellosi e cinque della peste. Resta poi da capire cosa contengono gli altri circa trenta laboratori di questo tipo presenti sul territorio ucraino, ma interamente gestiti dall’esercito statunitense attraverso l’agenzia militare DTRA (Defense Threat Reduction Agency). Igor Kirillov, capo delle truppe russe di protezione NRBC (nucleare, radiologica, biologica e chimica) ha fatto notare che, dalla ripresa del progetto statunitense in Ucraina dopo il colpo di Stato del 2014, il Paese ha registrato l’aumento incontrollabile dell’incidenza di infezioni come rosolia, difterite e tubercolosi, mentre l’Ucraina ha addirittura raggiunto la seconda posizione tra i Paesi maggiormente colpiti dal morbillo in tutto il mondo, alle spalle solamente del Madagascar, con statistiche neppure comparabili a quelle degli altri Paesi europei. Secondo Kirillov, sebbene alcuni laboratori avessero funzioni “normali” come monitorare la situazione biologica di alcune aree, altri effettuavano ricerche su agenti patogeni che possono essere trasformati in armi biologiche specifiche per regione, hanno focolai naturali e possono essere trasmessi all’uomo, fatto che conferma quanto riportato sin dal 2013 dai rapporti del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Служба безпеки України – СБУ; Služba Bezpeky Ukrayïny – SBU), che abbiamo citato nel nostro precedente articolo....
Putin
di Pepe Escobar Gli Stati Uniti non avrebbero dovuto colpire l’orso russo. Ora l’orso è completamente sveglio: dopo l’Ucraina, è probabile che i russi facciano piazza pulita dei belligeranti stranieri che si aggirano nel Mediterraneo orientale e nel Mar Nero. Ecco cosa succede quando un branco di iene cenciose, sciacalli e minuscoli roditori colpisce l’Orso: nasce un nuovo ordine geopolitico a una velocità mozzafiato. Da una drammatica riunione del Consiglio di Sicurezza russo a una lezione di storia delle Nazioni Unite tenuta dal presidente russo Vladimir Putin, dalla successiva nascita dei Baby Twins – le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk – fino all’appello delle repubbliche separatiste a Putin affinché intervenisse militarmente per espellere le forze di bombardamento e ucraine sostenute dalla NATO dal Donbass, il processo che si è messo in modo è stato senza soluzione di continuità ed eseguito a velocità mozzafiato. La goccia (nucleare) che (quasi) ha fatto traboccare il vaso – e lo ha costretto a fare un balzo – è stata il presidente comico/ucraino Volodymy Zelensky, che, di ritorno dalla Conferenza sulla sicurezza di Monaco intrisa di russofobia, evento dove è stato salutato come un Messia, ha sostenuto che il memorandum di Budapest del 1994 dovrebbe essere rivisto e l’Ucraina dovrebbe essere dotata di armi nucleari. Sarebbe l’equivalente di avere un Messico nucleare a sud dell’Egemone. Putin ha immediatamente capovolto la responsabilità di proteggere (R2P): un costrutto americano inventato per lanciare guerre è stato adattato per fermare un genocidio al rallentatore nel Donbass. Prima è arrivato il riconoscimento dei Baby Twins, la decisione di politica estera più importante di Putin da quando ha inserito i jet russi nello spazio aereo siriano nel 2015. Questo è stato il preambolo per la prossima svolta: una “operazione militare speciale… mirata alla smilitarizzazione e alla denazificazione dell’Ucraina“, come lo ha definito Putin. Fino all’ultimo il Cremlino ha cercato di affidarsi alla diplomazia, spiegando a Kiev gli imperativi necessari per prevenire tuoni heavy metal: riconoscimento della Crimea come russa; abbandonare qualsiasi progetto di adesione alla NATO; negoziare direttamente con i Baby Twins – un anatema per gli americani dal 2015; infine, smilitarizzare e dichiarare neutrale l’Ucraina. Gli amministratori di Kiev, prevedibilmente, non avrebbero mai accettato il pacchetto, poiché non hanno accettato il pacchetto principale che conta davvero, che è la richiesta russa di “sicurezza indivisibile”. La consequenza, quindi, è divenuta inevitabile. In un lampo, tutte le forze militari ucraine tra la cosiddetta linea di contatto e i confini originali degli oblast di Donetsk e Luhansk sono state riqualificate come un esercito di occupazione nei territori alleati della Russia che Mosca aveva appena giurato di proteggere. Esci – o altro Il Cremlino e il Ministero della Difesa russo non stavano bluffando. Al termine del discorso di Putin con cui annunciava l’operazione, in una sola ora i russi hanno decapitato con missili di precisione tutto ciò che contava per l’esercito ucraino: aviazione, marina, aeroporti, ponti, centri di comando e controllo, l’intera flotta di Bayraktar, i droni turchi in dotazione all’esercito di...
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di Giulio Chinappi Vladimir Čižov, ambasciatore russo presso l’Unione Europea, ha rilasciato una lunga intervista pubblicata il 25 febbraio sul sito EurActiv. Il diplomatico ha affrontato numerose tematiche d’attualità legate alle operazioni militari russe in Ucraina. Ex viceministro degli Esteri della Federazione Russa, Vladimir Čižov è un diplomatico di lungo corso che dal 2005 ricopre l’incarico di ambasciatore russo presso l’Unione Europea. Nell’intervista realizzata dal giornalista bulgaro Georgi Gotev per EurActiv e pubblicata da questo portale il 25 febbraio, Čižov ha affrontato le tematiche più scottanti del momento, ribadendo la posizione russa sulle operazioni militari in Ucraina e smentendo le accuse provenienti dal mondo occidentale. Quando sente parlare di “invasione dell’Ucraina”, Čižov ribadisce immediatamente: “Questa non è un’invasione. È un’operazione militare speciale di applicazione della pace”. Ad alcuni questa espressione può ricordare la retorica utilizzata dagli imperialisti occidentali per giustificare le proprie guerre umanitarie in giro per il mondo, con però la sostanziale differenza che la Russia è intervenuta in difesa della popolazione russa della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) e della Repubblica Popolare di Doneck (RPD) e solo su richiesta dei governi dei due Paesi, non in continenti remoti senza che nessuno lo abbia chiesto, come invece sono soliti fare gli Stati Uniti e i loro alleati. “In realtà, quello che stanno facendo le forze armate russe è sostenere il contrattacco delle milizie delle due repubbliche del Donbass ora riconosciute. Che hanno intrapreso un grande sforzo militare, perché dopo otto anni di continui bombardamenti da parte delle forze armate ucraine, e soprattutto da parte di quei cosiddetti battaglioni nazionalisti volontari, evidentemente la loro pazienza è venuta meno”, ha ribadito l’ambasciatore. Čižov ha anche affermato che la Russia sta compiendo uno sforzo di “denazificazione” dell’Ucraina, come già ribadito da numerosi esponenti del governo di Mosca: “[I nazisti sono] quelli che marciano con il saluto nazista, quelli che girano per Kiev e altre città con i ritratti dei criminali nazisti, come Stepan Bandera, il cui compleanno è stato proclamato festa nazionale”, spiega il diplomatico. La Russia accusa anche l’Ucraina di perpetrare un genocidio nei confronti delle minoranze che abitano il Paese, in particolare nei confronti della popolazione di lingua ed etnia russa. “Il numero delle vittime delle operazioni militari ucraine in questi otto anni indica chiaramente che ci sono state più di una dozzina di migliaia di civili morti in conseguenza di ciò”, spiega Čižov. In effetti, ci si dimentica troppo spesso che in Ucraina la guerra è in corso ininterrottamente dal colpo di Stato del 2014, e che l’intervento russo ha rappresentato solamente una reazione ad otto anni di persecuzioni perpetrate dai governi di Kiev e dalle forze paramilitari neonaziste, sostenute neanche troppo velatamente dalle potenze occidentali. Secondo l’ambasciatore, la politica applicata dall’Ucraina nei confronti della popolazione russa corrisponde perfettamente alla definizione di genocidio data dal diritto internazionale. “In realtà, l’esercito russo non è lì per iniziare la guerra, è lì per porre fine alla guerra”. In pochi, poi, sanno che l’attuale governo ucraino trama anche di realizzare la bomba atomica utilizzando le conoscenze ereditate dall’Unione Sovietica. Questo rappresenterebbe una violazione del Memorandum di Budapest del 5 dicembre 1994, con...
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di Giulio Chinappi Il presidente Vladimir Putin ha ufficialemente firmato i decreti che riconoscono l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk e della Repubblica Popolare di Doneck Dopo le insistenti richieste formulate in modo trasversale dalla Duma di Stato, e con particolare enfasi dal Partito Comunista della Federazione Russa (Коммунистическая партия Российской Федерации, КПРФ; Kommunističeskaja partija Rossijskoj Federacii, KPRF), il presidente Vladimir Putin ha finalmente firmato i decreti che riconoscono l’indipendenza della Repubblica Popolare di Lugansk (RPL) e della Repubblica Popolare di Doneck (RPD), i due territori che si erano autoproclamati indipendenti già nel 2014, in seguito al colpo di Stato in Ucraina. Per coloro che hanno la memoria corta, il colpo di Stato che ha avuto luogo in Ucraina nel febbraio 2014, con la conseguente deposizione del presidente legittimo Viktor Janukovyč, portò successivamente alla nascita di un governo nazionalista antirusso, che impose forti restrizioni e pesanti disciminazioni alla popolazione di etnia e lingua russa. Fu allora che, il 7 aprile, la Repubblica Popolare di Doneck dichiarò unilateralmente la propria indipendenza, seguita, il 12 maggio, dalla Repubblica Popolare di Lugansk. In precedenza, l’11 marzo, anche la Repubblica Autonoma di Crimea aveva proclamato l’indipendenza, per poi entrare a far parte della Federazione Russa in seguito all’esito del referendum organizzato il 16 marzo. Dopo aver firmato i due decreti, Putin ha anche chiesto all’Assemblea Federale di sostenere questa decisione e quindi di ratificare i trattati di amicizia e mutuo soccorso con entrambe le repubbliche. Nell’annunciare questa decisione, il presidente ha espresso fiducia nel sostegno dei cittadini russi e di tutte le forze patriottiche nel paese, riporta l’agenzia stampa russa TASS. Successivamente, Putin ha incontrato i leader della RPD e della RPL, rispettivamente Denis Pušilin e Leonid Pasečnik, e ha firmato con loro i trattati di amicizia, cooperazione e mutuo soccorso tra la Russia e le due repubbliche. Questi trattati implicano la possibilità di un intervento diretto di Mosca nel caso in cui il governo ucraino passasse all’invasione armata dei territori delle due repubbliche. La cerimonia si è svolta nella Sala di Santa Caterina del Cremlino, che ha ospitato la riunione del Consiglio di sicurezza russo. In precedenza, il presidente federale russo si era già lasciato andare ad alcuni commenti che facevano presagire questa decisione. “I negoziati sul Donbass sono in corso già da otto anni, ma questo processo è arrivato a un punto morto”, aveva detto Putin sempre di fronte al Consiglio di sicurezza. La soluzione pacifica alla questione del Donbass doveva essere basata sugli Accordi di Minsk concordati nel febbraio 2015, che prevedevano cessate il fuoco, ritiro delle armi, amnistia, ripresa dei legami economici e una profonda riforma costituzionale in Ucraina. Tuttavia il governo ucraino, al di là delle parole, non ha mai fatto nulla per attuare gli accordi. La decisione del presidente russo è stata una conseguenza anche dalla minaccia di un eventuale ingresso dell’Ucraina nella NATO. “Se la Russia deve affrontare una minaccia come l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza del Nord Atlantico, alla NATO, allora le minacce al nostro Paese aumenteranno di molte volte“, ha detto Putin, ricordando l’articolo 5 del Trattato “secondo il quale è chiaro che tutti i Paesi dell’alleanza devono combattere...