di Ivelina Dimitrova Il Kazakistan, l’ex Repubblica Sovietica, nono Paese per estensione territoriale a livello mondiale – grande quasi quanto l’intera Europa ma con una popolazione di soli 19 milioni di abitanti, che si espande in Asia centrale in prossimità di tre delle più grandi potenze mondiali di oggi (la Federazione Russa, la Cina e l’India), ha attraversato all’inizio di quest’anno, turbolenze politiche segnate da violenza e insicurezza, eventi senza precedenti negli ultimi 30 anni della sua era post-sovietica. Una breve descrizione dei recenti accadimenti è utile al fine di analizzare quanto avvenuto e, soprattutto, individuare le ragioni che stanno alla base dell’insorgenza. Tutto ha avuto inizio lo scorso 2 gennaio, quando la popolazione, esasperata dall’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, è scesa in strada, prima nelle città di Aktau e Zhanaozen, situate nella regione occidentale del paese ricca di petrolio (la Junior zhuz zona); in seguito le proteste si sono estese alla vecchia capitale Almaty. Il malcontento inizialmente ha avuto motivazioni economiche connesse con la disapprovazione popolare per l’aumento del prezzo del carburante, ma si è rapidamente trasformato in politico, a causa dello scontento accumulatosi negli anni contro la corruzione e il nepotismo; ciò in quanto, nonostante il Paese sia molto ricco di risorse naturali, inclusi petrolio e gas, la gente comune non beneficia della ricchezza derivante dallo sfruttamento di queste risorse naturali. La gestione di queste risorse e i connessi grandi investimenti esteri, attratti soprattutto negli ultimi quindici anni, sono sotto il controllo della classe politica dirigente che, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’indebolimento delle posizioni economiche e politiche di Mosca, ha operato e mantenuto una posizione di bilanciamento nei rapporti con la Russia e con le potenze occidentali. Il dissenso ha portato in piazza la gente comune, scontenta per l’ingiustizia, ma poi si è trasformato in violenza con similitudini con le rivoluzioni colorate e la primavera araba. Si sono probabilmente sfruttati la rabbia e il malcontento della popolazione che spontaneamente avvia una protesta e poi inizia le violenze quando tra i manifestanti si inseriscono provocatori spesso militari o ex militari ben preparati e armati, che non hanno nulla a che fare con i manifestanti. Nel caso del Kazakistan, il locale Ministero dell’Interno ha riferito che alcuni dei partecipanti violenti non erano cittadini kazaki. Questi agitatori, molti dei quali erano addirittura armati, si sono scontrati con la polizia e di conseguenza si sono avuto numerosi decessi. Le informazioni governative parlano di agenti di polizia decapitati nelle strade di Almaty: un famoso musicista e regista chiamato “il padre dell’hip hop kazako” Saken Bitayev è stato ucciso da colpi di arma da fuoco durante le violente proteste mentre alcuni saccheggiatori cercavano di bloccare la sua autovettura; banche e negozi sono stati depredati; tra le vittime ci sarebbero stati, tra gli altri, anche bambini. Il 5 gennaio è stato riferito che i manifestanti avessero preso il controllo dell’aeroporto di Almaty e tutti i voli sono stati temporaneamente cancellati. Gli insorgenti hanno appiccato il fuoco a una residenza...
Crisi
A cura della Redazione Cesem Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i prezzi del petrolio sono rapidamente precipitati sotto la soglia di 50 dollari al barile. La causa principale è dovuta al forte rallentamento della produzione industriale e delle stime di crescita economica della Cina (il FMI ne ha tagliato le previsioni di crescita nel 2020 dal 6% al 5,6%), principale acquirente della domanda energetica globale (13% del totale, di cui 47% dall’Arabia Saudita e 9% dalla Russia) così come alle ripercussioni che una eventuale recessione cinese potrebbe avere sulle prospettive dell’intera economia mondiale: nel 2019 il valore degli scambi commerciali di Pechino con gli Stati che partecipano al progetto della Nuova Via della Seta ammontavano a 9,27 trilioni di yuan (1,34 trilioni di dollari). Per far fronte al crollo dei prezzi l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’OPEC, ha fatto pressione per una riunione tecnica il 4 febbraio a Vienna a cui, nei piani di Riyadh, sarebbe dovuta seguire una assemblea ministeriale di emergenza del cartello, mirata a esplorare la possibilità di tagli concordati alla produzione per spingere in alto i prezzi. La riunione tecnica aveva infatti proposto tagli complessivi da 600 mila barili di petrolio. L’esigenza di tali tagli deriva dal fatto che la maggior parte dei produttori del cartello hanno budget statali non in grado di garantire stabilità e pareggio di bilancio a prezzi così bassi, a cominciare dalla stessa Arabia Saudita, il cui “punto di pareggio” (break-even) secondo l’FMI si aggira intorno agli 80 dollari. A frustrare gli obiettivi sauditi si sono però presentati i dubbi della Russia, che pur non facendo parte formalmente dell’OPEC dal 2017 è legata all’Arabia Saudita da un accordo per tenere sotto controllo la produzione globale attraverso un sistema di tagli concordati: il cosiddetto OPEC Plus. Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’Opec Plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio e ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Oggi sembra perciò finita la sua storia e il comune interesse dei suoi membri a tenere a bada il prezzo del petrolio dopo il crollo di inizio 2015; esso fu voluto per una decisione improvvisa, del giovane erede al trono Mohammed bin Salman (divenuto noto al mondo con l’acronimo MBS), che mirava a riconquistare quote di mercato e a danneggiare mortalmente l’industria dello shale oil americano. Quest’ultima aveva infatti la colpa di aver rivoluzionato la tecnologia estrattiva facendo rapidamente diventare gli Stati Uniti, da primo importatore, a maggiore produttore (e presto esportatore) mondiale. I rischi delle estrazioni di petrolio e gas con la tecnica della “fratturazione idraulica” (fracking) sono però molteplici. La non perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi può causare l’inquinamento delle falde acquifere, che tipicamente si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre il metano, che è un potente gas serra, può trovare vie di fuga in atmosfera. Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere...
Il giorno sabato 17 novembre, alle ore 16 presso il Centro d’Arte Medardo Rosso – Circolo Arci – Centro di Poesia Cultura e Arte di Via Firenze, 3 Montecavolo (RE) si terrà la presentazione del libro CRISI, CROLLO E RINASCITA DEL SOCIALISMO scritto da Gianbattista Cadoppi e pubblicato da Anteo Edizioni. L’autore del libro discuterà con Ugo Boghetta dell’Associazione Rinascita! Per un Italia Sovrana e Socialista! e con Selena Prodi presidente del C.C. del Partito Comunista Italiano. Seguirà intervallo musicale con il polistrumentista Pierpaolo Curti Nel 1968 inizia la “Primavera di Praga”. Per tanti in Occidente e in Oriente una speranza in un “socialismo dal volto umano”. Per i partiti comunisti occidentali un’alternativa sia al socialismo reale sia al capitalismo. Per i riformatori dell’Europa Orientale una risposta alla stagnazione economica e alla scarsa partecipazione democratica e popolare in quelle che dovevano essere per l’appunto le “democrazie popolari”. Per i circoli NATO un tentativo di sovversione quasi riuscito. Per i dirigenti dell’URSS e dei paesi dell’Europa Orientale un esperimento degno di nota trasformatosi in una minaccia geopolitica per il Patto di Varsavia. Quest‘ultimo punto di vista, ignorato al tempo dai media mainstream, viene ripresentato in questo libro in modo approfondito con un documento originale. A cinquant’anni di distanza si può ipotizzare un giudizio complessivo su quell’esperienza, sui problemi che ha sollevato e su come tali sfide siano state affrontate ed eventualmente superate nelle esperienze successive, in particolare quella cinese.
Stefano Vernole, in rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, è stato invitato a tenere una relazione presso la Cátedra Francisco Villamartín de estudios de Seguridad y Defensa URJC – CESEDEN (Centro superiore di studi della Difesa) di Madrid (SPAGNA) il 27 gennaio 2017. Titolo dell’intervento: “Rifugiati e migranti nel Mediterraneo. Geopolitica di una crisi” (Modulo IV). In allegato il programma completo del seminario permanente, organizzato in collaborazione con L’Università Re Juan Carlos di Madrid. Programma
Articolo tratto da ANUARI DEL CONFLICTE SOCIAL 2014 Resumen Negli ultimi trent’anni una delle principali caratteristiche nell’economia mondiale è stata l’aumento esplosivo delle transazioni finanziarie e al tempo stesso un abbassamento per quanto concerne gli standard di protezione sociale dei lavoratori e la qualità dei servizi pubblici in generale. Gli operatori economici sono i protagonisti dell’attuale modello politico democratico, ma non sono in grado di controllarne l’evoluzione. La crisi economica iniziata nel 2008 è stata accompagnata da una crisi della democrazia rappresentativa in cui il neoliberismo ha imposto un modello economico che dipende sempre meno dalle politiche governative e sempre di più dalle logiche del mercato. Questo sistema non riconosce confini e tenta di imporsi a livello globale. attualmente i cosiddetti nuovi movimenti sociali sembrano essere gli unici suoi avversari. La posta in gioco è il futuro dello Stato sociale Abstract: Some of the aspects of globalization have been the explosive growth of financial flows and a decrease in the levels of employment protection and tin he quality of public services. Traders are the protagonists of globalization but does not control its evolution. The economic crisis started in 2008 is accompanied by a crisis of representative democracy. Neoliberalism imposes a model that relies less and less on government policies. The system does not recognize borders and tries to impose and consolidate around the world. New social movements seem to be the only ones to oppose this system. Is at stake is the future of our society. INTRODUZIONE Tra i termini più utilizzati, abusati e fraintesi nel discorso politica-economico rientrano certamente le parole democrazia e liberalismo. È opinione comune che la democrazia sia sempre e inevitabilmente, anche se con gradi diversi, di tipo liberale. Probabilmente, come ha spiegato il filosofo italiano Norberto Bobbio, per capire la democrazia, a differenza di tutte le forme di governo autocratico, l’unico modo sarebbe quello di considerarla come una forma di governo caratterizzata da un insieme di regole di base che determinano chi ha l’autorità di prendere decisioni collettive e con quali procedure (Bobbio, 2006: 54-58). D’altro canto, è evidente che certe libertà, ad esempio i cosiddetti “diritti inviolabili” dell’individuo sono necessarie per il corretto esercizio del potere democratico. Bobbio ritiene che le disposizioni costituzionali che attribuiscono tali diritti non siano regole vere e proprie; piuttosto esse costituiscono i principi propedeutici allo sviluppo della stessa democrazia. Quindi lo Stato liberale non rappresenta semplicemente il corso storico, ma anche il fondamento giuridico dello Stato democratico. Lo Stato liberale e lo Stato democratico sono interdipendenti, nel senso che alcune libertà per il corretto esercizio del la democrazia risultano necessarie e indispensabili al potere democratico per garantire l’esistenza e la persistenza delle libertà fondamentali (Bobbio 2006: 60). Infatti, a ben vedere, prima del XVIII secolo, gli Stati non erano né liberali né democratici; nel XIX secolo l’Europa ha avuto alcuni Stati democratici ed altri liberali e allo stato attuale, nella stessa zona, convivono paesi liberali ed altri democratici. (Bobbio e Pierandrei 1981: 12). Per di più, uno...
Di Giacomo Gabellini Da uno studio condotto dal prestigioso istituto francese di analisi Xerfi emerge un dirompente rovesciamento delle condizioni economiche interne all’Eurozona, del tutto sufficiente ad imprimere una brusca accelerata al processo di disintegrazione dell’euro. Il dato cruciale messo in risalto all’interno del documento è infatti rappresentato dall’impressionante cambio di paradigma varato dalla Germania, che nell’arco di appena 12 mesi è riuscita a rivoltare in maniera radicale il proprio export. Nel primo semestre del 2013, il 65% circa delle esportazioni tedesche veniva assorbito dai Paesi membri dell’Unione Europea, di cui il 36% dalle nazioni che aderiscono all’Eurozona, mentre ad appena un anno di distanza il 74% circa dell’export tedesco veniva realizzato al di fuori dei confini europei. L’incremento delle esportazioni tedesche all’esterno del “vecchio continente” è stato pari a 70 miliardi di euro (su 131 miliardi dal 2007), a fronte di una contrazione di 77 miliardi all’interno dell’Unione Europea. Il che è naturalmente dovuto alla caduta della domanda interna in tutti i Paesi dell’Eurozona, imputabile alle sostanziali terapie d’urto imposte dalla cosiddetta “troijka” dietro il pungolo di Berlino. (Figura 1. Saldo commerciale tedesco) Va tuttavia sottolineato il fatto che la “fetta” di esportazioni tedesche all’interno dell’Unione Europea sia rimasta inalterata al 22% per oltre dieci anni, mentre le quote francese, britannica e italiana sono costantemente diminuite a fronte dell’avanzata dei Paesi dell’Europa orientale e delle nazioni gravitanti attorno all’orbita tedesca (come l’Olanda). (Figura 2. Ripartizione delle esportazioni) In compenso, la Germania ha aumentato il volume delle importazioni dai Paesi membri dell’Unione Europea (79 miliardi di euro), per effetto della netta divaricazione tra la sua crescita e la recessione che attanaglia tutti gli altri Stati concorrenti. (Figura 3. Import-export tedesco) Il che significa che la Germania ha orientato l’intera costruzione politico-economica europea al completo servizio delle proprie necessità, mentre gli altri Paesi hanno subito una progressiva marginalizzazione che li ha di fatto trasformati in fornitori a basso prezzo (per via della compressione salariale legata alle misure d’austerità) della componentistica e di merci dallo scarso o nullo valore aggiunto per conto della potenza industriale dominante. L’arretramento costante di Francia, Gran Bretagna e Italia – chiaramente testimoniato dal crollo del mercato intra-UE (rispettivamente dal 13 al 9%, dal 10 al 6% e dal 9 al 7%) –, strettamente connesso alle rigidità e alla “forza” della moneta unica, ha generato un forte malcontento in seno alle popolazioni, favorendo l’avanzamento di movimenti euro-scettici e dichiaratamente ostili al consolidamento della costruzione (come il “Movimento 5 Stelle” o l’“United Kingdom Indipendence Party”). Ma anche all’interno della stessa Germania sono sorti malumori – dimostrati, tra le altre cose, dal discreto successo ottenuto dai “Piraten” –, causati dal massiccio trasferimento di ricchezza nazionale verso i Paesi europei più in difficoltà, che in caso di consolidamento dell’Unione Europea (incomprensibilmente – o forse no – ambito da quasi tutti i governi europei) vincolerebbe Berlino a versare annualmente una cifra quantificabile in circa 80 miliardi di euro (pari al 3% circa del Prodotto Interno Lordo...
Il Cesem ha organizzato la conferenza per indagare sulla crisi economica Europea, a Milano sabato 17 novembre alle ore 15.30. Hanno partecipato: Alain De Benoist, filosofo e saggista; Aldo Braccio, redattore di “Eurasia – Rivista di studi geopolitici”; Giacomo Gabellini, autore di “La parabola. Geopolitica dell’unipolarismo statunitense“; Andrea Farhat, studioso della globalizzazione.
Le ragioni del disastro economico e la ricostruzione del progetto comunitario Il fallimento dell`Euro è una morte annunciata: l’unione valutaria europea non ha una solida base di istituzioni politiche e statali e il governo di diciassette Paesi è affidato a una Banca. E le conseguenze sono oggi visibili a tutti. L`Unione europea è il frutto di un progetto continentale di pace e cooperazione tra popoli e Stati. Ma la Guerra Fredda prima e la Globalizzazione poi hanno deragliato questo processo verso un quadro di competizione sfrenata. Si è prodotta una frattura profonda tra i Paesi dell`Europa del Nord e occidentali e quelli dell`Europa centrale e del Sud risolvibile solo con una rigenerazione del progetto stesso. Il baratro è vicino ma si può ancora evitare. Bruno Amoroso – tra i primi economisti ad aver annunciato il profilarsi del dissesto economico del Vecchio continente nel suo saggio Euro in bilico – e Jesper Jespersen, tra i massimi esperti scandinavi di politiche economiche keynesiane, individuano le cause e i responsabili di questo fallimento, indicando le ragioni delle attuali divisioni sulle politiche e sulle proposte economiche avanzate in questa fase storica. Un testo di alta caratura che espone in modo chiaro quali siano le soluzioni alternative percorribili per evitare una crisi profonda e rilanciare un processo di unione monetaria sostenibile e allargato a tutti i Paesi membri. Castelvecchi Rx Pag.180 – Euro 16.50 Bruno Amoroso Esperto di economia internazionale e dello sviluppo. È stato a lungo allievo di Federico Caffè. È docente Emerito dell`Università di Roskilde in Danimarca. Titolare della cattedra Jean Monnet sulla coesione sociale dell`Unione europea e la cooperazione economica con altri Paesi e meso regioni. È presidente del Centro Studi Federico Caffè. Tra le pubblicazioni più importanti ricordiamo: Europa e Mediterraneo (2000), Persone e comunità: gli attori del cambiamento (con S. G. y Paloma) (2007), Per il bene comune (2009), I Mezzogiorno d`Europa (2010), Euro in bilico (2011), Federico Caffè. Le riflessioni della stanza rossa (2012). Jesper Jespersen Professore di economia politica dell`Università di Roskilde in Danimarca. È tra i più noti macroeconomisti keynesiani scandinavi. Membro della Commissione Danese per l`Euro, della Commissione Alternativa per la Riforma del Welfare, ed è presidente della Rete degli economisti keynesiani. Presentazione del libro a Roma, Lunedì 5 novembre, ore 17,30 sarà presente Bruno Amoroso Intervengono Anna Cinzia Bonfrisco, Stefano Fassina, Vincenzo Formisano, Paolo Longobardi, Giulio Sapelli, modera Giuseppe De Lucia Lumeno Lunedì 5 novembre, ore 17,30 Associazione Nazionale fra le Banche Popolari Piazza Venezia, 11 (V piano) – Roma
Nello sforzo di affrontare la questione geoeconomica Europea in maniera adeguata è necessario organizzare le istituzioni senza conflitti di interessi, siano essi ideologici, economici o altro. Specialmente per scongiurare interventi di attori estranei alla zona europea, istituzionali (si parla di un pericoloso prestito proveniente da Washington) o privati è bene affrontare alla radice la struttura Comunitaria; per tali motivi proponiamo un’introduzione alla questione sollevata dal CEO. Corporate Europe Observatory ha chiesto che il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi lasci il ‘Gruppo dei Trenta’, un club di banchieri centrali e amministratori delegati di banche private. Qui esploreremo il perché e il motivo per cui la reazione della BCE è inadeguata. I metodi della lobby finanziaria La crisi finanziaria del 2008 avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme. Per molti anni al settore finanziario privato è stato permesso di definire l’agenda per la regolamentazione finanziaria, negli Stati Uniti così come in Europa. E’ finita in un disastro. Come misura precauzionale, è di vitale importanza che politici e banchieri centrali prendano distanza dalla lobby finanziaria. Il gruppo dei Trenta è un simbolo di come ciò non venga fatto. Cos’è il Gruppo dei Trenta? Il Gruppo dei Trenta è un club-organizzazione i cui membri sono i banchieri centrali ed i banchieri di spicco di grandi banche private, come Goldman Sachs, JP Morgan e UBS. E’ stato istituito per discutere di regolamentazione bancaria globale – e per influenzare la legislazione. Un gruppo di pressione – non solo un think tank Il gruppo dei 30 funge da importante interfaccia tra private bankers e banchieri centrali. Non è solo un luogo per discutere di politica in materia bancaria, il suo scopo dichiarato è quello di avere un impatto sulla regolamentazione globale. In diverse occasioni, il Gruppo si è espresso a favore di proposte che sono molto simili alle posizioni avanzate dalle grandi banche private. Questo comprende la regolazione di complicati strumenti finanziari (derivati) e le norme sui requisiti patrimoniali delle banche. Draghi è un membro Mario Draghi ha fatto avanti e indietro tra il mondo delle banche pubbliche e private. In precedenza è stato membro del Gruppo dei Trenta quando lavorava per Goldman Sachs, banca di investimenti di Wall Street. Ora partecipa alle attività come presidente della Banca centrale europea. Il Gruppo dei Trenta emette regolarmente relazioni su questioni controverse, e il suo portavoce (Jacob Frenkel, JP Morgan) è un partecipante ansioso nel dibattito sulla normativa finanziaria e parla spesso in nome del Gruppo dei Trenta. Reputazione banca, indipendenza e conflitti di interesse La Banca centrale europea dovrebbe essere vigile per ogni minaccia alla sua reputazione e indipendenza. La banca rischia di essere screditata se il personale di alto livello ha conflitti di interesse. Corporate Europe Observatory pensa che l’appartenenza di Mario Draghi del Gruppo dei Trenta viola le regole proprie della banca e ha chiesto alla BCE una spiegazione adeguata. La Banca non ha dato una spiegazione del genere e si è rifiutata di riconoscere il problema. La denuncia In considerazione della posizione...
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