Stefano Vernole, responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo (CeSEM) è intervenuto a Madrid al seminario tal titolo Paz, Seguridad y Defensa: una necesidad permanente presso la Cátedra Francisco Villamartín de estudios de Seguridad y Defensa URJC – CESEDEN (Centro superiore di studi della Difesa) di Madrid (SPAGNA) il 27 gennaio 2017, organizzato in collaborazione con L’Università Re Juan Carlos di Madrid. Il testo dell’intervento di Stefano Vernole a Madrid
Mese: Gennaio 2017
Il 14 gennaio, data storica del 25° anniversario di fondazione delle Forze Armate della Repubblica dell’Uzbekistan e della Giornata dei difensori della Patria, il presidente Shavkat Mirziyoyev, Comandante Supremo delle Forze Armate si è congratulato con i militari. 1. Nel suo discorso, ha reso omaggio alla memoria del grande statista e uomo politico, già Primo Presidente della Repubblica dell’Uzbekistan, Islam Karimov, il cui nome è legato alla nascita delle Forze Armate del paese. Il 14 gennaio 1992 tutte le unità militari di stanza sul territorio del nostro paese sono state poste sotto la giurisdizione della Repubblica dell’Uzbekistan. In quel difficile periodo, il primo presidente, ha detto con sicurezza che “il Popolo dell’Uzbekistan è degno successore dei suoi grandi antenati e la sua storia, sarà in grado di costruire un esercito capace di garantire la sicurezza del Paese”. Oggi ci sono tutte le ragioni per affermare che in un storicamente breve periodo, è stato creato un esercito nazionale in grado di proteggere l’indipendenza e l’integrità territoriale del paese, capace di garantire l’inviolabilità dei suoi confini, e la vita pacifica della nostra gente. Nel corso di 25 anni, secondo la strategia adottata così come il Concetto della sicurezza nazionale e la Dottrina della Difesa, tenendo conto di una valutazione reale sugli scenari di un possibile teatro di guerra, valutando le esperienza straniere, è stato costituito l’esercito nazionale, non numeroso, mobile, ben armato e con un morale alto. Nelle condizioni difficili di formazione dello stato, quando quasi su tutto il territorio dell’ex Unione Sovietica erano in corso vari conflitti a fuoco, le Forze Armate della Repubblica dell’Uzbekistan sono diventate un garante affidabile dell’indipendenza della nostra Patria, della vita tranquilla della gente e del suo benessere, così come del successo di riforme democratiche. È stata sviluppata una strategia ampiamente ponderata, di lungo termine per la formazione coerente e di riforma dell’esercito nazionale, inclusa la realizzazione di: Distretti militari; Regioni di confine; Gruppi di forze pronte al combattimento; Truppe per le missioni domestiche e Forze Speciali in grado di risolvere missioni di combattimento complesse. Si è formato un efficace sistema di controllo militare, e un meccanismo di coordinamento e cooperazione delle varie truppe e tipi delle Forze Armate. È stata rinnovata fondamentalmente il sistema di formazione, riqualificazione e formazione avanzata del personale militare. Nei primi anni di indipendenza, i nostri ufficiali dell’esercito nazionale rappresentavano solo il 0,6% del totale del personale militare, esistevano solo tre scuole militari con le tre specializzazioni militari per la formazione degli ufficiali. A seguito del lavoro effettuato sono stati creati tre nuovi istituti militari d’istruzione superiore e una base multidisciplinare dell’organizzazione formativa per i cadetti. L’Accademia delle Forze Armate, fondata nel 1995, ha avuto un ruolo speciale nella risoluzione dei maggiori problemi per la formazione degli ufficiali di alto livello, nella ricerca di condotta e di sviluppo nel campo della strategia della difesa. Una grande attenzione è stata dedicata anche alla formazione di base dei sottoufficiali del nostro esercito. La loro formazione viene svolta nelle scuole di formazione per...
L’origine. Dal 2011 ad oggi, la crisi siriana è stata l’epicentro delle cronache a livello internazionale; un conflitto che ha causato circa 400.000 vittime e l’abbandono della propria casa da parte di 11.000 abitanti. Durante le Primavere Arabe – espressione con la quale si fa riferimento all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel 2011, le cui immagini da metà gennaio vennero trasmesse anche in Siria, assieme ai successi che avevano ottenuto in Tunisia e in Egitto – a Deraa, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di adolescenti viene arrestato e maltrattato per aver scritto su alcuni muri di una scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”e “E’ il tuo turno, dottore” (messaggio rivolto al presidente Assad, laureato in oftalmologia). In seguito a tale evento numerose persone si riuniscono a Damasco, ad Aleppo e a Deraa per manifestare in modo pacifico, ma a causa delle provocazioni esterne (1) si trasformano ben presto in proteste e a seguire in scontri armati, scatenando così una vera guerra civile. Cominciano a svolgersi anche manifestazioni a sostegno di Assad, mentre il governo guidato da Naji al-Otari si dimette. Deraa viene circondata dalle forze armate siriane e la città viene occupata dall’esercito alla fine del mese di aprile. Il 14 aprile viene formato un nuovo governo guidato dal primo ministro AdelSafar, e il 21 aprile viene revocato lo stato di emergenza, il quale era stato imposto nel 1963 dal colpo di stato baathista. Assad concede una serie impressionante di riforme ma l’Occidente non vuole sentire ragioni (2). Il 9 maggio l’Unione Europea impone un blocco economico sulle armi e ordina sanzioni contro la Siria, ma non contro Bashar al-Assad. Per la prima volta si parlerà di crimini contro l’umanità: il regime di Damasco viene accusato con l’intento di utilizzarli per sopprimere le proteste. Nel luglio del 2012 viene fondato il FSA, l’Esercito Siriano libero, col fine di liberare la Siria da Bashar al-Assad. Nel mese di settembre nasce l’SNC, il Consiglio Nazionale Siriano, dove vengono eletti i suoi 140 membri a Istanbul. A novembre la Lega Araba sospende la Siria; più tardi si presenta il Fronte al-Nusra, la milizia islamista legata ad al-Qaeda – dichiarata organizzazione terroristica dagli USA –, e ciò porta alla conquista del 40% del territorio siriano per mano dell’opposizione. Ad agosto del 2013, l’ONU, conferma l’utilizzo di armi chimiche – gas nervino – a Ghouta, nel Damasco, dove Assad lo autorizza a distruggerle (accordo tra USA e Russia). A gennaio del 2014 i miliziani dello Stato islamico (ISIS) sfruttano il caos nel paese e fondano la loro base a Raqqa. L’ONU dal canto suo apre dei tavoli con tutti gli attori nazionali e non nazionali che partecipano al conflitto, ma gli accordi derivanti non reggono e falliscono rapidamente. A settembre nasce la coalizione internazionale contro l’ISIS, istituita dagli Stati Uniti a guida statunitense e supportata anche da vari Paesi che vi partecipano. L’ISIS prosegue l’anno 2015 conquistando altri vari territori rivendicando il suo...
Una “meravigliosa e strana immobilità”: la Cina nelle riflessioni di Giacomo Leopardi a cura della prof.ssa Roberta Cavazzuti La conferenza si terrà sabato 21 gennaio alle ore 10,30 nell’aula magna dell’Università per la Terza Età in via Cardinal Morone 35 a Modena L’evento si inserisce nel ciclo di iniziative dal titolo Il magnanimo vecchio e il giovane favoloso, dedicato al rapporto tra la famiglia Leopardi e Modena L’ingresso è libero
di Deborah Garofalo Il tema del velo islamico attraversa da decenni il dibattito delle società Occidentali come di quelle Mediorientali. Tutt’oggi, quel pezzo di stoffa, abito in uso tra le donne musulmane, interseca questioni sociali, politiche e teoretiche fra le più questionate: la libertà di culto, la condizione della donna, la possibilità negata di autoindentificarsi. La differenziazione dei veli. L’abbigliamento delle donne musulmane è stato spesso oggetto di accese dispute in Occidente dove è stato preso come segno di riconoscimento dell’oppressione femminile di cui si calunnia la religione di Maometto. Alcuni paesi cattolici sono scandalizzati dalla copertura totale del volto con il velo, nonostante – secondo un attuale sondaggio – sono pochissimi i paesi islamici in cui il burqa è ritenuto il tipo di indumento più appropriato per le donne. In realtà la maggior parte preferisce il tipo di velo che copre solamente i capelli. L‘Institute for Social Research della University of Michigan ha effettuato una statistica sul tale questione ad alcuni paesi a maggioranza musulmana: Turchia, Egitto, Tunisia, Libano, Pakistan, Arabia Saudita ed Iraq. Il velo non è un elemento al singolare, le tipologie note sono principalmente cinque, ciascuna fortemente legata all’area di appartenenza geografica della donna che ne riflette la cultura e l’aspetto puramente religioso. Quello usato dalla maggioranza delle musulmane è l’Hijab, il velo che copre il capo e al massimo il collo, lasciando scoperto il viso. A seguire lo Chador, usato in maggior misura in Iran, un largo mantello nero che copre il capo e le spalle giungendo fino ai piedi, ma lasciando scoperto il volto. La al Amira, un velo bianco intorno al volto. Il Niqab, usato in Arabia Saudita e paesi limitrofi, copre il viso e presenta una fessura all’altezza degli occhi. Infine il Burqa, tipico dell’Afghanistan, un ampio telo di colore azzurro che copre tutto il corpo, compreso il viso e gli occhi ove è applicato un tessuto traforato. Il velo: una prigione di tela? Il velo, secondo la donna musulmana, ti identifica e reincarna la concezione «Io sono musulmana, mi identifico come tale e sono fiera di esserlo». Come ogni espressione culturale, anche il velo islamico non si presta a un’unica e superficiale lettura; solitamente gli viene attribuito un significato tridimensionale: visivo, secondo il quale il velo sottrae qualcosa allo sguardo; spaziale, il velo separa e stabilisce una soglia; etico – morale (appartenente alla sfera religiosa), ciò che si trova al didietro del velo appartiene all’ambito del proibito. Ma è vero che i musulmani identificano il velo in un obbligo coranico? Esaminiamo i versetti ai quali essi fanno riferimento: «O Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese», «E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni» (Corano, XXXIII, 59; XXIV, 31). Molteplici sono le interpretazioni date a...
Tibet fra geopolitica e nuova via della seta. di Gianbattista Cadoppi Per anni gli Stati Uniti hanno usato i separatisti tibetani come arma geopolitica per esercitare pressioni sulla Cina. Sulla carta il nuovo presidente americano Donald Trump dovrebbe essere meno interventista e non interferire negli affari delle altre nazioni. In realtà le prime mosse sembrano in tutt’altra direzione. La conversazione con la presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha interrotto una tradizione diplomatica di lunga data degli Stati Uniti e ha suscitato le proteste cinesi. Addirittura Trump ha annunciato di voler usare la questione delle due Cine come aperta arma di ricatto per ottenere vantaggi nei rapporti commerciali con il gigante asiatico. Le spinte che si fanno avanti nel Congresso a tale proposito sono assai bellicose. Ci sono proposte di ritorsioni contro la Cina e addirittura contro chi ne appoggia le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale (esclusa Taiwan) in base alle delibere di un tribunale che gli americani non riconoscono. Si ventilano persino sanzioni contro chi minaccia l’autonomia di Hong Kong dopo che Joshua Wong, il giovane leader studentesco, è andato a fare lobbying tra i più retrivi Cold Warriors presenti nel Congresso USA. Forse però la proposta più grave è quella dei congressisti repubblicani affinché il presidente neoeletto incontri il Dalai Lama. Cosa per altro non nuova tra i presidenti americani. Tutti i politici europei sono sensibili al fascino del Premio Nobel per la Pace e dato l’astio di Trump contro i musulmani non è detto che si possa giocare pure la carta dello scontro diretto tra buddismo e Islam, come sta avvenendo in Birmania e anche in Tailandia. Occorre rammentare la lunga storia del Programma tibetano della CIA. Washington si è sempre proposta di accentuare le tensioni etniche attraverso l’incoraggiamento del separatismo in Cina. I documenti della CIA declassificati nel 1998 fanno luce sulle operazioni segrete degli Stati Uniti nella Regione Autonoma del Tibet (TAR) negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo. I sostenitori del Dalai Lama al Congresso, come il repubblicano Sensenbrenner, amano chiamare questi avvenimenti “protesta pacifica”. In realtà si trattò di una palese attività di spionaggio e sabotaggio appoggiato dalla CIA. Il programma della CIA tibetano, cominciato concretamente nel 1956, si basa sulle promesse e gli impegni del governo americano con il Dalai Lama tra il 1951 e il 1956. Il programma era costituito da propaganda, operazioni paramilitari e spionaggio, opportunamente coordinate e supportate dalla CIA. Gli Stati Uniti e i propri alleati in Occidente hanno sempre armato ogni movimento separatista contro i loro rivali geostrategici. La lunga serie d’interventi comprende l’appoggio ai Fratelli della Foresta nei paesi baltici, ai separatisti ucraini, spesso ex collaboratori dei nazisti, contro l’Unione Sovietica nel primo dopoguerra, fino all’appoggio all’UCK contro la Serbia. Il sostegno ai movimenti separatisti come quello tibetano ha in gran parte lo scopo di applicare una pressione geopolitica. L’India fu utilizzata come piattaforma di appoggio per il separatismo tibetano fino al momento della guerra di confine del 1962. Probabilmente fu la stessa India di Indira...
Stefano Vernole, in rappresentanza del Centro Studi Eurasia Mediterraneo, è stato invitato a tenere una relazione presso la Cátedra Francisco Villamartín de estudios de Seguridad y Defensa URJC – CESEDEN (Centro superiore di studi della Difesa) di Madrid (SPAGNA) il 27 gennaio 2017. Titolo dell’intervento: “Rifugiati e migranti nel Mediterraneo. Geopolitica di una crisi” (Modulo IV). In allegato il programma completo del seminario permanente, organizzato in collaborazione con L’Università Re Juan Carlos di Madrid. Programma