di Giorgio Livas
La guerra in Ucraina ha portato i rapporti tra Russia e Germania al punto più basso dalla fine della Guerra fredda. Berlino considera Mosca una minaccia alla sicurezza europea, sostiene Kiev e ha progressivamente smantellato gran parte dei presupposti economici della propria Ostpolitik. Da Mosca, la Germania viene vista come uno dei principali sostenitori europei della linea di confronto con la Russia.
Eppure, sotto la durezza delle dichiarazioni pubbliche, il dialogo non è del tutto scomparso: le ambasciate restano operative e Berlino non esclude, in prospettiva, un ritorno a rapporti costruttivi con Mosca. Non è una contraddizione. Essere avversari non significa smettere di parlarsi, soprattutto in un rapporto segnato da una lunga storia di equilibrio e conflitto tra Germania, Europa e Russia.
Prima dell’unificazione del 1871 la Germania era un mosaico di Stati. La Prussia fu il principale motore dell’unificazione, ma anche dopo la nascita dell’Impero rimasero differenze profonde tra le varie componenti territoriali e politiche.
Dentro questa storia si può riconoscere una tensione ricorrente: da una parte l’orientamento occidentale, legato soprattutto alla Francia e alle potenze marittime; dall’altra una tradizione centro-orientale nella quale la Prussia attribuì a lungo alla Russia un’importanza particolare.
Non è una divisione geografica rigida e non esiste una linea continua che colleghi ogni fase della storia tedesca. Ma come chiave di lettura può essere utile.
Prussia e Russia combatterono insieme contro Napoleone e l’esercito prussiano di Blücher ebbe un ruolo decisivo a Waterloo. Qualche decennio più tardi fu Bismarck a trasformare il rapporto con San Pietroburgo in un elemento strutturale della politica estera tedesca.
Il cancelliere sapeva che la Germania non poteva permettersi di combattere contemporaneamente contro Francia e Russia. Da qui il complesso sistema di alleanze costruito dopo l’unificazione e, nel 1887, il Trattato di riassicurazione con l’Impero russo. Non c’era alcuna comunanza ideologica: c’era una convergenza di interessi. Berlino voleva evitare l’accerchiamento e mantenere un equilibrio continentale favorevole.
È una distinzione che tornerà più volte nella storia europea: cooperare con la Russia non significa necessariamente condividere il suo sistema politico.
La Prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica cambiarono tutto, ma non cancellarono la possibilità di un rapporto pragmatico tra Germania e Russia.
Nella Repubblica di Weimar esistevano ambienti militari, nazional-conservatori e nazionalbolscevichi che vedevano nell’Unione Sovietica un possibile interlocutore. Negli anni Venti Reichswehr e Armata Rossa svilupparono persino forme di cooperazione militare segreta.
Questo aiuta a leggere con maggiore precisione anche il Patto Molotov-Ribbentrop del 1939. Non fu il prodotto di una presunta affinità ideologica tra nazismo e stalinismo. L’accordo fu soprattutto una convergenza temporanea di interessi: non aggressione, calcolo strategico e divisione dell’Europa orientale in sfere d’influenza attraverso i protocolli segreti.
L’ideologia non basta a spiegare perché, nel 1939, Berlino e Mosca decisero di accordarsi.
Il 1945 produsse una frattura ancora più profonda. La Germania occidentale entrò nel sistema americano e nella NATO, costruendo contemporaneamente con la Francia il nucleo politico dell’integrazione europea. La Germania orientale fu invece inserita nel sistema sovietico.
La Repubblica federale trovò così una formula particolare: limitare la propria potenza nazionale attraverso l’integrazione europea, senza rinunciare al proprio peso economico e politico.
La riunificazione del 1990 riaprì inevitabilmente la questione della potenza tedesca. In diverse capitali europee esisteva il timore di una Germania nuovamente troppo forte. Margaret Thatcher e François Mitterrand guardarono con preoccupazione alla riunificazione, mentre Helmut Kohl e George H.W. Bush lavorarono per ancorarla definitivamente all’Occidente.
Anche la nascita dell’euro può essere letta, almeno in parte, dentro questo processo. Sarebbe però semplicistico dire che la moneta unica fu creata soltanto per «contenere» la Germania. Fu il risultato di molteplici fattori, ma contribuì certamente a legare la potenza economica tedesca a un progetto europeo più ampio.
La Germania riuscì a trasformare questo vincolo in una fonte di forza. Il passaggio dal marco all’euro non ne cancellò il peso economico. Berlino imparò, piuttosto, a esercitarlo dentro le istituzioni europee.
Parallelamente si sviluppava l’altro pilastro della politica tedesca: la Ostpolitik.A partire dalla fine degli anni Sessanta, Bonn cercò di ridurre le tensioni con l’Est attraverso il dialogo e gli scambi economici. Dopo la fine della Guerra fredda, questa impostazione si estese alla Russia. Energia russa, industria tedesca e commercio internazionale formarono un modello che sembrava offrire a Berlino crescita economica e stabilità strategica.
Il sistema iniziò a incrinarsi nel 2014 e crollò con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.La Germania ha progressivamente rinunciato alla dipendenza dal gas russo. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel settembre 2022 ha rappresentato il simbolo più evidente di questa rottura. Le indagini tedesche hanno successivamente portato all’incriminazione di cittadini ucraini accusati di avere avuto un ruolo nell’operazione, ma il quadro delle responsabilità politiche resta oggetto di controversia.
Anche con la Cina il vecchio modello è diventato più difficile da sostenere. Pechino resta un partner economico, ma è allo stesso tempo un concorrente industriale e strategico.
La guerra ha quindi colpito due pilastri della precedente strategia tedesca: l’energia russa e la convinzione che una forte interdipendenza economica (anche con la Cina) potesse ridurre i rischi politici.
La risposta è il riarmo.
Non si tratta più di un progetto astratto. La spesa militare europea è aumentata rapidamente e la Germania è tra i Paesi che stanno accelerando maggiormente. Friedrich Merz ha annunciato l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 3,5% del Pil entro il 2029.
Il dato più interessante non è soltanto quantitativo. Berlino sta discutendo quale ruolo debba avere una Germania nuovamente capace di esercitare una significativa potenza militare.
Qui entra in scena Karl Kaiser, storico esponente dell’euroatlantismo tedesco e per circa trent’anni alla guida della Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik, la DGAP.
Kaiser sostiene che la Germania diventerà «per la terza volta nella sua storia la potenza militare dominante nell’Europa occidentale». Ma proprio per questo indica tre condizioni. La nuova forza tedesca «non deve mai cadere nelle mani dell’AfD». La leadership di Berlino deve essere «integrata nelle strutture europee». E, nonostante la necessità di una maggiore autonomia europea, il «grande progetto dell’Occidente» e la solidarietà delle democrazie devono rimanere il riferimento fondamentale della politica tedesca.
La frase più significativa è forse quella sulla «pericolosa negazione della realtà della potenza», che secondo Kaiser in Germania starebbe diminuendo.
Il problema, dunque, non è più se la Germania debba tornare a essere una potenza militare. Il dibattito riguarda soprattutto come utilizzare quella potenza e dentro quale sistema di alleanze.
È proprio qui che diventano interessanti le analisi provenienti dalla Russia.
Ivan Timofeev, direttore generale del Russian International Affairs Council, invita a non descrivere l’attuale situazione come una guerra mondiale già in corso. Parla piuttosto di «una serie di crisi e conflitti di intensità variabile», avvertendo però che uno scontro tra due grandi potenze, anche accidentale, potrebbe avere conseguenze globali.
Dimitri Trenin, presidente del RIAC ed ex direttore del Carnegie Moscow Center, insiste sulla necessità per Mosca di mantenere una politica estera capace di sfruttare le divisioni tra Stati Uniti ed Europa, sostenendo partner e alleati ma «preservando nel contempo libertà d’azione».
È la logica della politica «multivettoriale»: la Russia non vuole essere semplicemente il componente subordinato di un blocco guidato da Pechino o da chiunque altro.
Trenin arriva a sostenere che, in caso di escalation tra Washington e Cina, Mosca dovrebbe sostenere Pechino politicamente ed economicamente, ma «non ha motivo di partecipare direttamente al conflitto».
Anche Timofei Bordachev, direttore di programmi al Valdai Club, rifiuta una lettura puramente bipolare. Sergei Poletaev, cofondatore del progetto Vatfor, osserva che «anche la Russia ha bisogno di tenere a bada la Cina». Non tutto, dunque, viene ridotto allo schema Russia-Cina contro l’Occidente.
Questo vale soprattutto per l’Europa.
Timofeev sostiene che la «finestra sull’Europa» aperta da Pietro il Grande non sia necessariamente chiusa per sempre. La Russia ha ancora bisogno di modernizzazione e il rapporto con l’Asia, per quanto fondamentale, non cancella l’importanza del continente europeo.
Trenin parla della possibilità di una futura «instaurazione di relazioni pragmatiche con almeno alcuni Stati basate sui principi di buon vicinato». E ricorda una realtà elementare: «la geografia, a differenza della politica, non può essere cambiata».
In questo scenario la Germania assume un significato particolare.
Bordachev l’ha indicata come possibile perno di una futura trasformazione dei rapporti europei. Il vecchio partenariato energetico con Mosca aveva contribuito al modello economico tedesco e, secondo l’analista russo, un eventuale riavvicinamento potrebbe modificare anche gli equilibri tra Berlino e l’Europa orientale.
Non significa che Mosca si aspetti un’imminente riconciliazione. Significa qualcosa di più semplice: la Germania continua a essere considerata uno degli Stati attraverso cui potrebbe passare una futura ridefinizione dell’ordine europeo.
Anche Sergei Lavrov ha parlato della necessità di una «architettura di sicurezza continentale aperta a tutti gli Stati eurasiatici e che rifletta l’odierna realtà multipolare», lasciando aperta la prospettiva di una futura partecipazione europea.
È una prospettiva molto distante da quella di Kaiser. Per l’analista tedesco, la potenza di Berlino deve essere inserita nelle strutture europee e restare ancorata all’Occidente. Per una parte dell’analisi strategica russa, invece, una Germania più forte e più autonoma potrebbe diventare un elemento capace di modificare gli equilibri del continente.
In questo quadro l’AfD non è semplicemente una parentesi della politica interna tedesca.
All’interno dell’AfD emerge una linea politica che mette in discussione la dipendenza strategica da Washington, almeno per il momento congelata dal minore interesse americano a spingere sul confronto con la Russia, ma anche dall’insofferenza verso i vincoli posti dai partner europei. Il fatto che l’AfD non abbia messo in discussione il riarmo tedesco è, da questo punto di vista, un elemento significativo.
È una frattura che ha precedenti nella storia tedesca. In diverse epoche, gruppi politici e strategici hanno considerato il rapporto con la Russia sulla base dell’interesse nazionale, senza che fosse necessaria una comunanza ideologica.
È proprio questa la chiave. La questione non è stabilire se Russia e Germania «si assomiglino». Non si assomigliano. La questione è capire se possano, in determinate condizioni, trovare interessi convergenti.
Kaiser vede nella possibile conquista del potere da parte dell’AfD un rischio per l’ordine europeo e occidentale. Mosca, invece, guarda con interesse alla disponibilità del partito al dialogo.
Due letture opposte della stessa trasformazione: il ritorno della Germania come potenza.
Una prospettiva che, indipendentemente da chi governi a Berlino, allarma le principali cancellerie europee: da Varsavia a Parigi, fino a L’Aia, il timore è che una Germania nuovamente assertiva possa cambiare gli equilibri del continente
La Russia è diventata un «nemico necessario» per Berlino: il confronto con Mosca giustifica il ritorno della potenza militare tedesca. Ma quando il ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski sostiene che, in caso di attacco, Varsavia e i suoi alleati potrebbero sconfiggere rapidamente la Russia, il messaggio riguarda anche Berlino: la Germania non sarà una potenza solitaria nell’Unione. Mosca conosce queste fratture e può provare a sfruttarle
La storia aiuta a capire perché. Bismarck aveva cercato un’intesa con la Russia per evitare l’accerchiamento tedesco. La Repubblica di Weimar aveva mantenuto rapporti pragmatici con l’Unione Sovietica. La Ostpolitik aveva trasformato il dialogo economico in uno strumento di stabilizzazione. La Germania riunificata aveva poi costruito una parte importante della propria forza economica proprio sull’interdipendenza con l’Est.
Quel modello è finito. Il problema geopolitico, però, resta: come collocare una Germania nuovamente potente dentro l’equilibrio europeo?