di Giorgio Livas
La nuova architettura della deterrenza greca tra cooperazione con Israele, ruolo strategico di Cipro, disputa marittima e competizione con la Turchia.
La firma dell’accordo greco-israeliano per l’Achilles Shield, avvenuta il 31 agosto 2026, segna un passaggio rilevante nella trasformazione della postura strategica della Grecia. Il programma, dal valore di 3,035 miliardi di euro, prevede una struttura multilivello di difesa aerea, antimissile e antidroni. Non si tratta, però, di un accordo trilaterale con Cipro. Il suo significato va letto all’interno della più ampia rete di cooperazione fra Grecia, Repubblica di Cipro e Israele.
Questa rete nasce da un profondo mutamento degli equilibri regionali: la precedente collaborazione strategica fra Israele e Turchia ha lasciato spazio a una crescente convergenza fra Atene, Nicosia e Gerusalemme. In tale configurazione, Cipro costituisce al tempo stesso un punto di connessione geografica e una potenziale vulnerabilità. La controversia sulle acque territoriali greche, il casus belli turco del 1995 e la questione della continuità strategica fra Grecia e Cipro mostrano come la deterrenza non dipenda soltanto dalle capacità tecnologiche. A determinarne la credibilità concorrono anche fattori geografici, politici e giuridici.
L’Achilles Shield è formalmente un progetto bilaterale fra Grecia e Israele. L’accordo intergovernativo firmato a Tel Aviv prevede la realizzazione di una struttura integrata di difesa antiaerea, antiballistica e antidroni, comprendente sistemi israeliani quali David’s Sling, SPYDER e BARAK MX, radar MMR e un sistema nazionale unificato di comando e controllo.
Il programma coinvolge 19 imprese greche, con una partecipazione industriale nazionale superiore al 25%, pari a circa 750 milioni di euro. È prevista anche la creazione di una base produttiva in Grecia, con possibili prospettive di esportazione. L’intesa non riguarda quindi esclusivamente l’acquisizione di sistemi d’arma, ma comprende una più ampia componente industriale e tecnologica.
La portata strategica dell’accordo supera tuttavia il rapporto bilaterale fra Atene e Tel Aviv. La Grecia sta sviluppando una rete di capacità nella quale Israele rappresenta un partner tecnologico di primo piano, mentre Cipro occupa una posizione geografica centrale fra l’Egeo e il Levante. Non esiste, allo stato attuale, una difesa integrata Grecia-Cipro-Israele, né una garanzia collettiva assimilabile all’articolo 5 della NATO. Si sta piuttosto consolidando un livello crescente di interoperabilità attraverso accordi bilaterali, esercitazioni, addestramento, sistemi compatibili e consultazioni politiche e militari.
Il Joint Action Plan fra Grecia, Cipro e Israele per il 2026, sottoscritto nel dicembre 2025, comprende attività operative congiunte, addestramento delle forze speciali, incontri fra stati maggiori e consultazioni su questioni di interesse comune. Parallelamente, Atene e Tel Aviv hanno definito un programma militare bilaterale. La cooperazione si articola dunque su più livelli, senza tradursi formalmente in un’alleanza trilaterale.
Per comprendere l’attuale configurazione regionale è necessario considerare il suo rovesciamento storico. Negli anni Cinquanta e Sessanta Israele vedeva nella Turchia uno dei principali partner non arabi dell’area. L’intesa fra David Ben-Gurion e Adnan Menderes, insieme alla successiva collaborazione politico-militare, rientrava nella strategia periferica israeliana, elaborata per ridurre l’isolamento dello Stato ebraico in un ambiente regionale prevalentemente arabo.
Grecia e Cipro occupavano allora una posizione differente. La politica estera di Atene e, soprattutto, quella della Repubblica di Cipro sotto Makarios mantenevano rapporti significativi con il mondo arabo e con l’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Israele aprì la propria ambasciata a Nicosia nel 1961, mentre Cipro stabilì un’ambasciata a Tel Aviv soltanto nel 1994.
La guerra dello Yom Kippur del 1973 evidenziò questa distanza. Makarios negò agli Stati Uniti l’utilizzo delle installazioni cipriote per sostenere le operazioni contro Egitto e Siria, mentre la Grecia mantenne formalmente una posizione di neutralità. Tali episodi non esauriscono la complessità dei rapporti regionali, ma mostrano quanto fossero diverse le priorità strategiche dell’epoca.
La geometria geopolitica cominciò a cambiare soprattutto dopo la fine della Guerra fredda. Il deterioramento delle relazioni fra Israele e Turchia, culminato nella crisi della Mavi Marmara del 2010, si accompagnò alla progressiva convergenza fra Grecia, Cipro e Israele. L’ingresso della Repubblica di Cipro nell’Unione europea nel 2004, la delimitazione delle zone marittime e la scoperta di risorse energetiche offshore contribuirono a creare interessi comuni.
Il gas rappresentò un importante catalizzatore, ma non fu l’unica causa del riavvicinamento. La protezione delle infrastrutture offshore, la libertà di navigazione, le controversie sulle delimitazioni marittime e l’accesso ai mercati europei trasformarono gradualmente la cooperazione energetica in una questione di sicurezza regionale.
La centralità di Cipro deriva innanzitutto dalla sua posizione geografica. L’isola si trova all’intersezione fra Mediterraneo orientale, Levante, Anatolia ed Egitto. La sua collocazione la rende rilevante per le rotte che collegano il Mediterraneo al Mar Rosso e all’Oceano Indiano, oltre a conferirle un valore specifico nei rapporti con il Vicino Oriente.
Il peso strategico dell’isola è accresciuto dalla sua appartenenza all’Unione europea e dalla persistente divisione territoriale. La Repubblica di Cipro è membro dell’UE dal 2004, mentre l’isola rimane divisa dal 1974. Nella parte settentrionale Ankara mantiene una presenza militare e sostiene la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta soltanto dalla Turchia. Il Regno Unito conserva, a sua volta, le aree sovrane di Akrotiri e Dhekelia.
La questione cipriota non può quindi essere separata dalla competizione strategica nel Mediterraneo orientale. Nella prospettiva turca, Cipro riveste un’importanza che va oltre la tutela della comunità turco-cipriota. Il concetto di Yavru Vatan, traducibile come «Patria Figlia», riflette una visione dell’isola quale elemento avanzato della sicurezza e della proiezione marittima turca.
La scoperta dei giacimenti di Aphrodite e Leviathan ha aggiunto una dimensione economica alla competizione. Gli accordi fra Cipro, Israele ed Egitto hanno contribuito a creare una rete di interessi energetici nella quale l’Egitto, grazie alle proprie infrastrutture di liquefazione, rappresenta un collegamento potenzialmente più concreto con i mercati europei rispetto al progetto EastMed, che conserva soprattutto un valore geopolitico.
La cooperazione militare si è sviluppata in una fase successiva. L’acquisizione cipriota del sistema BARAK MX e l’intensificazione delle esercitazioni con Grecia e Israele indicano che la relazione non è più limitata al settore energetico. La sicurezza delle infrastrutture, la sorveglianza marittima e la possibilità di coordinare capacità operative hanno assunto un peso crescente.
È tuttavia sul piano marittimo che emerge la principale vulnerabilità della costruzione strategica.
La Grecia mantiene nell’Egeo un limite di sei miglia nautiche per le acque territoriali, mentre dal 2021 ha esteso da sei a dodici miglia il limite nel Mar Ionio. Atene considera tale facoltà un diritto sovrano riconosciuto dal diritto internazionale del mare.
La questione è resa particolarmente delicata dalla posizione turca. L’8 giugno 1995 la Grande Assemblea Nazionale turca adottò una dichiarazione in risposta alla possibilità di un’estensione greca a dodici miglia e autorizzò il governo ad adottare le misure ritenute necessarie. La diplomazia turca continua a collocare la questione nel quadro delle specificità dell’Egeo e conferma l’esistenza della decisione parlamentare del 1995.
Il nodo, pertanto, non consiste soltanto nel determinare se la Grecia disponga del diritto di estendere le proprie acque territoriali. Il problema strategico riguarda ciò che potrebbe accadere qualora l’esercizio di tale diritto entrasse in conflitto con le rivendicazioni turche.
È da questa prospettiva che assume rilievo la tesi dell’analista Yannos Charalambides, secondo cui Cipro potrebbe rappresentare il «tallone d’Achille» della deterrenza greca. In caso di crisi nell’Egeo, la questione decisiva sarebbe capire se un’aggressione contro Cipro produrrebbe automaticamente una risposta militare greca e quale posizione assumerebbe, in concreto, l’Unione europea.
L’argomento conduce a una domanda più ampia rispetto alla controversia sulle miglia nautiche: la rete di cooperazione oggi esistente è effettivamente in grado di garantire la continuità strategica fra Grecia e Cipro durante una crisi?
La risposta non può essere affidata soltanto all’acquisizione di nuovi sistemi d’arma. Una difesa multilivello come l’Achilles Shield accresce la capacità greca di proteggere il proprio territorio, ma non elimina la distanza geografica, le difficoltà delle linee di comunicazione o l’incertezza relativa alla volontà politica di intervenire in difesa di Cipro.
La percezione della minaccia non nasce esclusivamente dalle controversie giuridiche. A influenzarla contribuisce anche la comunicazione strategica turca.
Il 3 settembre 2022 Recep Tayyip Erdoğan si rivolse alla Grecia con le parole «Non dimenticate Smirne», aggiungendo che la Turchia avrebbe potuto «arrivare improvvisamente una notte». Il riferimento a Smirne richiamava direttamente la fase conclusiva della guerra greco-turca del 1919-1922 e conferiva alla dichiarazione una marcata dimensione storica.
Queste affermazioni non dimostrano, da sole, l’esistenza di un piano operativo di guerra. Costituiscono tuttavia un elemento della percezione strategica greca e contribuiscono a spiegare perché la modernizzazione militare di Atene venga presentata come uno strumento di deterrenza, e non soltanto come un processo di aggiornamento tecnologico.
La memoria storica assume un ulteriore rilievo nel settembre 2026, a pochi giorni dall’anniversario del pogrom di Istanbul del 6 e 7 settembre 1955 contro la comunità greca. Gli attacchi provocarono la distruzione di migliaia di abitazioni e attività commerciali e colpirono chiese, scuole e altre istituzioni della comunità greco-ortodossa.
Questo collegamento non deve essere trasformato in una spiegazione causale della politica contemporanea. La coincidenza temporale, tuttavia, aiuta a comprendere la profondità della memoria strategica greca e cipriota e il modo in cui gli eventi storici continuano a influenzare la percezione delle minacce.
L’Achilles Shield rappresenta più di un nuovo programma di difesa aerea. La sua architettura, che combina protezione contro aerei, missili balistici e droni, radar, comando e controllo e sistemi multilivello, risponde alla trasformazione della guerra contemporanea. I missili, i sistemi senza pilota, la guerra elettronica e le operazioni cibernetiche sono ormai componenti sempre più interconnesse dello stesso ambiente operativo.
La metafora di Achille contiene però un paradosso. Lo scudo rafforza la protezione del territorio nazionale; il «tallone» richiama invece la vulnerabilità che rimane al di fuori del perimetro della difesa immediata. Per Grecia e Cipro, questa vulnerabilità riguarda soprattutto la continuità strategica fra l’Egeo e l’isola.
In questo contesto, l’Unione europea dispone di uno strumento potenzialmente rilevante: l’articolo 42(7) del Trattato sull’Unione europea. La clausola stabilisce che, qualora uno Stato membro sia vittima di un’aggressione armata sul proprio territorio, gli altri Stati membri hanno l’obbligo di prestare aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione.
La disposizione non equivale automaticamente all’articolo 5 della NATO. La sua applicazione concreta dipende dalla natura della crisi, dalle decisioni politiche dei singoli Stati e dagli obblighi derivanti dalla loro appartenenza alla NATO o da eventuali posizioni di neutralità.
È proprio per questa ragione che la domanda sollevata da Charalambides merita attenzione: Atene e Nicosia potrebbero cercare una maggiore chiarezza politica europea sulle modalità di applicazione della clausola nel caso di un’aggressione contro Cipro.
La nuova rete di sicurezza del Mediterraneo orientale non è un’alleanza formale e non costituisce ancora un sistema comune di difesa. È piuttosto una struttura composta da elementi differenti: la cooperazione greco-israeliana, il partenariato fra Grecia, Cipro e Israele, i rapporti con l’Egitto, la presenza francese, l’appartenenza all’Unione europea, le infrastrutture britanniche e le capacità della NATO.
L’Achilles Shield ne rappresenta il componente tecnologico più avanzato, ma non necessariamente quello decisivo. La sua efficacia strategica dipenderà dalla capacità di collegare sistemi, forze, intelligence e infrastrutture. Soprattutto, sarà condizionata dalla volontà politica degli attori coinvolti.
Il paradosso è evidente: quanto più Grecia, Cipro e Israele rafforzano la propria cooperazione, tanto più la vulnerabilità cipriota diventa centrale. La questione non riguarda quindi soltanto la potenza dello scudo greco, ma la credibilità della cintura strategica che dovrebbe collegare Grecia e Cipro in caso di crisi.
Il Mediterraneo orientale sta attraversando una trasformazione della propria architettura di sicurezza. La Grecia ricerca una deterrenza più articolata, Israele una maggiore profondità e connettività regionale, Cipro sicurezza e sostegno europeo, mentre la Turchia continua a rivendicare una propria sfera d’influenza marittima.
Lo Scudo di Achille è il simbolo di questo cambiamento. Ma, come nella metafora omerica, la solidità dello scudo non elimina automaticamente il punto vulnerabile. Nel nuovo equilibrio del Mediterraneo orientale, quel punto rimane Cipro.