di Tatiana Medvedev ARTICOLO ORIGINALE È uscito un nuovo libro dell’economista Sergey Glazev, “L’incidente ucraino: dall’aggressione americana alla guerra mondiale”. Il corrispondente della rivista russa “La Cultura” ha parlato con l’autore e ha cercato di comprendere gli intrecci della geopolitica mondiale, i meccanismi della crisi economica e le sue vie d’uscita. Cultura: Secondo Lei, cosa succederà adesso nel mondo? Glazev: Stiamo vivendo una crisi strutturale dell’economia mondiale legata al cambiamento dei modi tecnologici di produzione, che si realizza attraverso la corsa agli armamenti, la militarizzazione e la guerra. Negli anni 70-80 del secolo scorso una simile guerra aveva avuto un carattere freddo. Gli Stati Uniti, avendo sviluppato una corsa agli armamenti universale, sono diventati il fulcro dell’informazione tecnologica. Quella superiorità tecnologica li ha fatti crescere a un tasso stabile del 25% all’anno – fino a poco tempo fa – che ha portato allo sviluppo dell’intera economia e fornito del necessario gli Stati Uniti. In precedenza, un’analoga trasformazione strutturale ha richiesto 30 anni – attraverso la militarizzazione dei principali paesi europei – e ha portato all’incubo della seconda guerra mondiale. Ora siamo di nuovo approssimativamente nella stessa situazione. Cultura: la leadership mondiale passa dagli Stati Uniti ai paesi di Asia, Giappone, Corea del Sud, Cina. Perché loro? Glazev: Il sistema educativo di cui si gode oggi in Cina e che, prima, si è goduto in Giappone e Corea, a causa dell’efficienza e del modo in cui è organizzata l’organizzazione dell’attività umana, supera di gran lunga il sistema americano del capitalismo oligarchico, in cui ora c’è un deprezzamento delle gigantesche masse di capitale attraverso le bolle finanziarie. Il passaggio da un ciclo secolare di accumulazione a un altro ( esiste una teoria così nota a riguardo) nella storia è sempre stato accompagnato da guerre. Inoltre, i paesi emergenti hanno cercato di non parteciparvi e ciò ha alimentato la possibilità di una rottura. Come regola generale, le guerre hanno contrapposto il vecchio potere egemonico e una parte della periferia mondiale. Nel primo ciclo secolare di accumulazione, nel XVII secolo – XVIII, la Spagna stava combattendo contro l’Inghilterra e la leadership passò ai Paesi Bassi. Nel secondo ciclo (XIX secolo) fu il tempo delle guerre napoleoniche, il colpo di stato contro la Russia e l’ascesa dell’Inghilterra. Il terzo ciclo ( secolo ХХ ): due guerre mondiali, con grandi perdite per Germania e Russia, hanno elevato gli Stati Uniti. Cultura: E adesso? Glazev: Ora abbiamo la stessa sceneggiatura geopolitica. Gli americani devono vincere una guerra per preservare l’egemonia nel mondo, poiché non hanno possibilità nella competizione con la Cina. Le due guerre mondiali hanno condizionato i flussi di capitali, le tecnologie e la mentalità dell’Europa secondo i desideri degli Stati Uniti, diventando una forza trainante per l’elevazione del capitalismo americano. Seguendo questo percorso tradizionale, gli americani sponsorizzano i nazisti ucraini e formano il regime terroristico russo anti – in Ucraina. Cultura: È difficile presentare Ucraina e Russia come nemici… Glazev: Questa è la tattica degli americani. L’Ucraina — come parte del mondo russo — non può essere seriamente percepita...
ucraina
di Ivelina Dimitrova Il 21 settembre il presidente russo si è rivolto alla nazione, per seconda volta dopo l’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina, annunciando una parziale mobilitazione nazionale a partire dallo stesso giorno. In realtà, i discorsi alla nazione dell’uomo forte del Cremlino segnano sempre eventi e notizie importanti da comunicare. Come il discorso di febbraio che ha segnato l’inizio dell’operazione militare in Ucraina. La notizia di oggi non è una sorpresa, ma un evento aspettato per una serie di motivi. Nell’ultimo mese le forze ucraine hanno iniziato una controffensiva e sono riuscite a riprendere il controllo di territori importanti nella regione di Kharkiv, la loro controffensiva nella regione strategica di Kherson non ha ottenuto i risultati sperati ma a Kharkov le forze russe sono state costrette a ritirarsi. Questa sequenza di eventi ha causato un notevole malcontento in Russia, sia nella società che nell’élite al potere. Dei leader come il presidente ceceno Ramzan Kadyrov hanno chiesto una risposta più dura agli eventi in corso. Allo stesso tempo, la notizia di una parziale mobilitazione militare arriva subito dopo l’annuncio che in quattro regioni – Donetsk, Luhansk, Zaporozhye e Kherson avrà luogo un referendum dal 23 al 27 di settembre per l’annessione alla Federazione Russa. Kiev ha promesso una risposta dura e, al fine di mantenere le proprie posizioni ed i territori conquistati, Mosca ha dovuto cercare maggiori riserve interne. Un fatto interessante da notare è che le regioni in cui avrà luogo il referendum sono quelle in cui Mosca si è impegnata maggiormente ed è riuscita a resistere a tutte le controffensive di Kiev. Questi territori sono di importanza strategica in quanto collegano la terraferma russa alla Crimea e tagliano l’accesso di Kiev al mar d’Azov, limitando al contempo notevolmente anche il suo accesso alle coste del Mar Nero, come si evince dalla mappa sottostante. Ecco i punti principali del discorso di mezz’ora di Putin alla nazione che meritano attenzione in quanto esso segna una nuova fase delle attività militari: Il discorso di Putin era rivolto a tutte le nazionalità che convivono all’interno della “grande Russia storica”. Si fa nuovamente riferimento ai confini storici dell’Impero russo, che Putin vuole ripristinare, visto che nel discorso con cui ha annunciato l’inizio dell’operazione militare lui è stato piuttosto critico nei confronti dell’URSS e di alcuni suoi leader, come Lenin, accusandoli della situazione attuale. La mobilitazione militare è stata definita come necessaria per proteggere l’integrità territoriale e la sovranità dello Stato che sono state definite “a rischio”. L’Ucraina non è stata nominata direttamente come nemico, anzi, si è fatto riferimento solo al regime di Kiev. Per la situazione attuale è stata accusata “l’élite occidentale” che, secondo Putin, “a tutti i costi e con tutti i mezzi cerca di mantenere la sua posizione di supremazia, bloccando lo sviluppo dei centri indipendenti”. Nel discorso l’Occidente collettivo è stato anche accusato di aver continuamente cercato di “indebolire e distruggere la Russia stessa”. Sono state anche avanzate accuse relative al fatto che l’Occidente ha sostenuto gruppi...
di Daria Platonova Dugina Traduzione di Alessandro Napoli, articolo pubblicato su NEMICI DEL SISTEMA Gli eventi delle ultime settimane hanno messo in luce gli assi di nuove alleanze geopolitiche e ricostruito completamente la mappa geopolitica del mondo. Così, lo spazio dell’Europa, situato tra il polo dell’Eurasia e quello degli USA (la civiltà del mare) e facendo parte di un’ampia zona, che in geopolitica è chiamata “Rimland” (“terra dell’arco”) ha finalmente perso la sua sovranità (e anche prima, in gran parte virtuale, piuttosto potenziale, che reale) e orientamento al continentalismo. Tutta l’Europa oggi è atlantista. Il geopolitico Nicholas Spykman notò nel 1942 che proprio l’instaurazione del controllo su questo arco del “Rimland” (che comprende l’Europa, la Turchia, l’Iran, i paesi dell’Asia meridionale fino alla Cina e all’Indonesia) è la chiave della vittoria degli Stati Uniti nella battaglia per il dominio del mondo. Analizzando le reazioni al conflitto, si può notare che una parte significativa del Rimland si è ora spostata su una posizione (atlantica) più ferma, ma ciò porterà al predominio globale degli Stati Uniti o a un ridisegno della mappa geopolitica del mondo? Sullo sfondo delle consistenti accuse statunitensi di aggressione russa, seguite molto prima dell’inizio dell’operazione speciale russa, l’UE si è ovviamente radicalizzata, i rappresentanti dei paesi europei hanno iniziato ad accusare la Russia di imperialismo e ad imporre sanzioni su tutto, dalla cooperazione economica, ai viaggi aerei agli eventi sportivi, fino al divieto di partecipazione dei gatti agli eventi internazionali. Al blocco della “condanna” e del sostegno delle sanzioni si sono aggiunti anche i Paesi che si sono costituiti per cooperare con gli Stati Uniti sia nel continente africano (Ghana, Liberia), sia in Medio Oriente (Israele, Kuwait, Libano, Libia) e in Asia (Separatisti di Taiwan, Giappone, Corea del Sud). In generale, questi paesi, secondo i modelli geopolitici, sono proprio i componenti della fascia costiera che circonda la Russia (“Heartland”) da Ovest, Sud e Sud-Est. Ed erano questi paesi che erano una priorità per gli Stati Uniti come roccaforti per la costruzione di una rete di basi militari nei loro territori. Tuttavia, alle sanzioni si aggiungono quasi esclusivamente i paesi della NATO e i paesi vicini dell’UE, nonché quei paesi che erano comunque alleati degli Stati Uniti, principalmente nell’Asia orientale. Gli Stati Uniti hanno ottenuto il maggior successo in Europa, dove è sorta la questione di accettare la Finlandia e la Svezia precedentemente neutrali nella NATO. Allo stesso tempo, un certo numero di paesi ha espresso sostegno alle azioni del presidente russo o ha dimostrato di comprendere la situazione geopolitica, definendo gli Stati Uniti il principale colpevole della guerra. Questi spazi, se si caratterizza la situazione da un punto di vista geopolitico, hanno scelto di collaborare con il continentalismo. Lo svolgimento dell’operazione speciale della Federazione Russa e l’analisi delle reazioni ad essa hanno mostrato: riorientamento dell’UE verso gli USA, seguendo l’agenda globalista; attivazione dell’influenza globalista nella zona del Rimland; la presenza di alleati in America Latina (Venezuela, Nicaragua, Cuba), che significa la formazione di un polo decentralizzato dell’”Heartland”; stretto sostegno...
Intervista a Lucien Cerise a cura di Observateur Continental Lucien Cerise, ricercatore in ingegneria sociale, risponde alle domande di Observateur Continental sulla NATO in occasione della nuova edizione del suo libro sulla guerra ibrida della NATO in Ucraina. Come valuta le differenze della guerra ibrida della NATO tra il 2017 e oggi in Ucraina? Lucien Cerise: L’esercito russo ha deciso di spostare i termini del dibattito lanciando un’operazione convenzionale, simmetrica e a porte aperte, ponendo così fine alla guerra ibrida della NATO in Ucraina. La guerra ibrida si basa essenzialmente su forze per procura, o “proxy“, paramilitari e terroristiche, false rivoluzioni o “rivoluzioni colorate” che sono però veri colpi di stato, armi non convenzionali, biologiche o di altro tipo, furtività, astuzia, segretezza, bugie, complicità mediatica e militarizzazione dei civili, a volte a loro insaputa. L’esercito russo ha deciso di porre fine a questa forma subdola e indiretta di guerra lanciata in Ucraina dal 2013 e alla rivoluzione colorata Euromaidan. Da parte sua, la NATO continua con gli imbrogli, con una messa in scena morbosa come quella di Boutcha o sull’Isola dei Serpenti, e l’uso dei civili come scudi umani o “attori di crisi”. Cosa segna l’intervento russo in Ucraina per la globalizzazione sulla scacchiera geopolitica? L’Occidente non è più al centro della scacchiera. Una pagina nella storia del mondo sta girando. La NATO non fa più paura, perché vediamo le sue deboli capacità reali di fronte a un esercito serio. George Bush Sr. annunciò nel 1992 l’avvento del nuovo ordine mondiale dopo la caduta dell’URSS. Questa parentesi è durata circa trent’anni. Perché i media occidentali chiedono ai francesi di sostenere l’Ucraina? I media occidentali sono militarizzati per svolgere operazioni psicologiche rivolte al grande pubblico. Le reti di azione clandestina della NATO – quelle che una volta si chiamavano reti Gladio – integrano due tipi di agenti operativi: sul terreno, ci sono paramilitari e terroristi (Daesh, al-Qaeda, reggimento Azov, ecc.), mentre nei media, ci sono reti di agenti dormienti civili, giornalisti ed esperti di televisione, la cui missione è sostenere il morale delle truppe, in modo da creare un sostegno popolare per questi paramilitari e terroristi presentandoli come vittime. In Siria, i media ci hanno chiesto di sostenere gli islamisti, noti come “ribelli moderati”. In Ucraina, i media stanno cercando di creare empatia per i gruppi combattenti neonazisti, minimizzando i loro riferimenti a Hitler e al III Reich. Gli Spin Doctor della NATO – come un certo Jamie Shea, che si è distinto nel 1990 per aver trasformato l’opinione pubblica occidentale a favore del bombardamento dell’ex Jugoslavia – stanno ancora manovrando per far sì che le popolazioni alimentate forzatamente con discorsi sui diritti umani accettino di uccidere civili senza motivo. I media fanno quindi parte dell’apparato militare impegnato a fabbricare il consenso occidentale alla guerra, ma anche all’economia di guerra che ne deriva. La privazione e il razionamento devono essere accettati. L’intervento russo in Ucraina è solo un pretesto. Prima del 24 febbraio 2022, lo storytelling, la costruzione da parte della narrazione mediatica...
di Paolo Rada Tra i mali dell’Occidente moderno non possiamo non annoverare tutte quelle ideologie/ correnti di pensiero, etat d’esprit per dirla con le parole di Renè Guenon, che a partire dalla fine dell’ecumene medievale si sono implementate in Europa e hanno, in modo più o meno diffuso, infettato, contagiato tutto il globo terrestre. Con la locuzione di “Occidente moderno” non intendiamo solamente un luogo geografico, ma una sorta di luogo dello “spirito”, anzi sarebbe forse meglio dire un luogo dell’ “anti spirito”: infatti se l’Occidente moderno coincide geograficamente con l’Europa Occidentale e di cui, guarda caso, sebbene il caso non esista, l’Ucraina rappresenta il suo punto più estremo verso Oriente, però abbraccia anche il Giappone, la Corea del Sud, l’Australia e la Nuova Zelanda. Gli Stati Uniti d’America, insieme al Canada li possiamo annoverare quali propaggini occidentali dell’Europa sino al 1945: da quella data, fatidica ed emblematica assisteremo in poi, ad una sorta di principio dei vasi comunicanti, per cui ora è l’Europa Occidentale ad essere la propaggine orientale degli Stati Uniti d’America. Tra le ideologie che hanno concorso alla distruzione dell’Europa Tradizionale, imperiale, ghibellina, sacrale, merita, sicuramente, un posto primario il concetto di nazione che sfocerà in quel cataclisma di sangue e orrore che sarà la Rivoluzione Francese, per poi divenire ideologia politica con i termini “nazionalismo”, “auto determinazione dei popoli”, “sciovinismo”, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Il nazionalismo suddetto sarà la copertura ideologica che concorrerà a produrre il risorgimento italiano, e le rivoluzioni borghesi che in tutto l’Ottocento tenteranno di scalfire l’alleanza tra il trono e l’altare, ciò che rimaneva dell’Europa autocratica e tradizionale. E’ interessante notare come il nazionalismo, contrapposto al concetto di impero, si formerà, quasi sempre negando l’altrui identità e ponendosi in contrapposizione con un altro nazionalismo, con un altro popolo, un altro Stato, un’altra etnia. Il nazionalismo italiano risorgimentale e novecentesco, almeno sino alla Prima Guerra Mondiale si formerà infatti con l’elogio, parossistico e parodistico, di un’anima mediterranea e latina contrapposta ad un’anima tedesca, continentale. Si parlerà dei popoli germanici quali nemici storici dell’Italia. Il fascismo, una volta assurto al potere, manterrà questa impostazione di fondo (basti pensare alla politica di italianizzazione/colonizzazione forzata del Sud Tirol) nonostante nella seconda metà degli anni Trenta si schierò, si alleò con la Germania. Sempre per rimanere in ambito italico il neofascismo, soprattutto quello istituzionale, rappresentato dal Movimento Sociale Italiano, farà della difesa dell’”italianità” del Sud Tirol uno dei propri cavalli di battaglia. Nell’agire politico, quasi sempre, in tutto il corso della storia recente la visione nazionalistica porterà alla negazione dell’identità di quelle popolazioni, che viventi all’interno dello Stato di appartenenza, per storia, per cultura, per tradizione non si riconoscevano nell’identità propugnata dai nazionalisti. Si andrà dalla proibizione di parlare la propria lingua, la negazione del bilinguismo, la riscrittura della storia in cui tutto ciò che non fa parte della supposta e fittizia – molto spesso creata ex novo da piccole minoranze borghesi – identità nazionale verrà ad essere assimilata a un qualcosa...
di Matteo Pistilli “La guerra della Russia contro l’Ucraina potrebbe trasformarsi nella peggiore crisi energetica del mondo dagli anni ’70, afferma un importante storico dell’economia (Daniel Yergin ndr)” su Business Insider, 4 marzo. ‘La peggiore crisi dalla seconda guerra mondiale’: la Germania si prepara all’embargo russo sul gas”, Financial Times, 21 aprile “Minaccia di una carenza di cibo ‘apocalittica’, afferma il governatore della Banca d’Inghilterra”: Sydney Morning Herald, 17 maggio “Quarantanove milioni di persone in 43 paesi a un passo dalla carestia, l’allarme del Segretario generale nel briefing al Consiglio di sicurezza sui conflitti e la sicurezza alimentare“, Nazioni Unite , 19 maggio Sul settimanale economico statunitense Forbes, in un articolo del 26 maggio (1), Tilak Doshi (Università di Singapore) ha elencato questi pareri, fra i più significativi e rilevanti, riguardo le sanzioni inflitte alla Russia. L’autore definisce queste sanzioni “l’attacco economico più completo e senza precedenti a una nazione sovrana nella storia recente”. Nel descriverle ne sottolinea l’enormità: espropriazione della metà delle riserve valutarie della Banca Centrale russa detenute offshore (650 miliardi di dollari), blocco dell’accesso al sistema di pagamenti SWIFT. L’obiettivo perseguito dai sanzionatori è né più né meno “devastare l’economia russa”, e chiaramente un cambio di regime: “Putin must go” ha affermato il Presidente Biden, e l’evergreen neoconservatore Lindsey Graham, presente alla conferenza di Monaco del 2015 dove gli Usa già boicottarono il dialogo a favore delle armi, ha incredibilmente auspicato l’assassinio di Putin per mano di un novello Colonnello Stauffenberg (membro dell’opposizione “nazionalbolscevica” o meglio rivoluzionaria conservatrice, al nazionalsocialismo). Doshi fa notare che dopo un’iniziale crollo, il Rublo si è affermato come “la valuta con la migliore performance mondiale rispetto al dollaro nel 2022” e il taglio del tasso di interesse dal 17% al 14% della Banca centrale, sommato all’alto livello della spesa al dettaglio in bar e ristoranti, confermano tale analisi. Mosca ha presto risposto alle “sanzioni finanziarie shock and awe” (interessante parallelismo con il “colpisci e terrorizza” che ha castigato l’Iraq nel 2003) producendo un’incomprensibile protesta dei Paesi UE che hanno parlato di violazione contrattuali per la richiesta di pagamento in rubli del gas: lo stesso autore di Forbes, pare incredulo su come sia stato possibile per questi stessi Paesi non considerare violazioni contrattuali le mastodontiche espropriazioni della ricchezza russa messe in atto precedentemente. La Russia non è come Cuba, la Corea del Nord, l’Iran o il Venezuela, colpite duramente dalle solite sanzioni statunitensi. Parliamo di uno spazio enorme, del terzo esercito più grande al mondo (nucleare), Mosca è centrale elettrica ed esportatrice globale; Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph la definisce “una superpotenza delle materie prime a tutto spettro, meno vulnerabile alle sanzioni rispetto alla stessa Europa“. Si ricordi per inciso che è la terza produttrice mondiale di grano (dopo Cina e India e subito prima gli Stati Uniti), ma prima esportatrice dello stesso, a pari merito, non stupisca, degli Stati Uniti. La Russia ha ben presto sostituito la parte mancante delle esportazioni del petrolio verso l’Europa (in Europa si cerca comunque di...
di Evgeny Pashentsev Articolo originale in lingua inglese pubblicato sul sito MODERN DIPLOMACY Secondo le dichiarazioni ufficiali della Federazione Russa, l’operazione militare speciale cin Ucraina mira sia a “smilitarizzare” che a “denazificare” il Paese. Questa operazione viene eseguita in un grande Stato dotato di un’industria nucleare sviluppata, un esercito abbastanza potente (il più grande in Europa al di fuori di Russia e Turchia) e un’elevata potenza di fuoco (22° posto nel mondo secondo la classifica della forza militare del 2022 (Global Firepower, 2022)). Uno degli obiettivi primari dell’operazione è garantire la sicurezza delle strutture atomiche ucraine durante l’operazione militare. Ciò che aumenta significativamente il rischio, tuttavia, è il fatto che le vecchie centrali elettriche dell’Ucraina – piene di reattori, sistemi di raffreddamento, turbine ed altri componenti chiave – richiedono un’attenta manutenzione e monitoraggio, operazioni che, ovviamente, possono essere interrotte durante la guerra (Skibba e Barber, 2022).Oggi ci sono quattro centrali nucleari in funzione in Ucraina, con 15 unità di potenza e una capacità installata totale di 13.835 MW – il 26,3% della capacità totale di tutte le centrali in Ucraina (Uatom, 2021). Gli impianti nucleari ucraini sono stati progettati per avere una vita operativa di 30 anni. Sfortunatamente, questa durata è già stata superata da 12 unità; l’Ispettorato statale per la regolamentazione nucleare dell’Ucraina (Gosatomregulirovaniya) ne ha esteso la durata di 10-20 anni (My.Ua, 2021).Questa decisione ha sollevato interrogativi inquietanti da più parti. Il 25 gennaio, un mese prima dell’inizio delle ostilità, presso la centrale nucleare di Khmelnytsky, l’unità n. 1 è stata spenta a causa “dell’attivazione del trasformatore di blocco di protezione differenziale, seguita dall’attivazione della protezione del reattore“. L’unità è stata messa in funzione nel lontano 1988 e la sua vita operativa doveva terminare nel 2018. Lo stesso giorno, l’unità 4 della centrale nucleare di Zaporizhzhya – a cui prevista vita operativa di questa unità è terminata nel 2020 (Infox, 2022) – è stata spenta per poter procedere all’eliminazione delle “perdite di gas dal turbogeneratore“. Sembra evidente che le autorità ucraine abbiano ignorato i crescenti rischi derivanti dall’utilizzo di vecchie apparecchiature nelle centrali nucleari. Nel corso delle operazioni militari, ci sono anche rischi molto concreti che le strutture atomiche possano essere danneggiate da un missile vagante o da un proiettile di artiglieria. Mentre gli esperti occidentali ritengono che l’esercito russo non prenderebbe di mira deliberatamente una centrale nucleare, un errore accidentale potenzialmente disastroso – che potrebbe danneggiare milioni di ucraini e anche i vicini russi – non è da escludere. “Questo è certamente qualcosa per cui, penso, i russi farebbero uno sforzo per evitare che succeda, non solo perché non vogliono contaminare il Paese che stanno cercando di occupare, ma anche perché l’Ucraina ha bisogno dell’elettricità prodotta da quegli impianti”, afferma Ed Lyman , scienziato della sicurezza globale presso l’Union of Concerned Scientists e coautore del libro Fukushima: The Story of a Nuclear Disaster (Skibba and Barber, 2022). Senza ombra di dubbio, visto anche il perdurare delle ostilità, Ucraina e Russia non sono interessate al verificarsi di una nuova Chernobyl...
di Giulio Chinappi Ding Yifan e Shi Junqi, ricercatori dell’Istituto Taihe di Pechino, hanno pubblicato un articolo che analizza la dipendenza energetica dell’Europa ed in particolare la cooperazione energetica tra Stati Uniti e Unione Europea alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina. Di seguito la traduzione dell’articolo. Introduzione Durante il viaggio del presidente degli Stati Uniti Joe Biden in Europa, gli Stati Uniti e la Commissione Europea hanno raggiunto un accordo per condurre una cooperazione energetica strategica, volta a raggiungere l’indipendenza dai combustibili fossili russi, ed è stata istituita una task force congiunta sulla sicurezza energetica per definire i parametri di cooperazione. L’attuale cooperazione energetica strategica USA-UE è ancora ostacolata da fattori quali l’inerzia commerciale del gas naturale, la capacità di gas naturale liquefatto (GNL) degli Stati Uniti e le differenze all’interno degli Stati membri dell’UE. Tuttavia, la volontà politica dimostrata dagli Stati Uniti e dalla Commissione Europea ha destabilizzato la cooperazione energetica UE-Russia e ha creato implicazioni di vasta portata per le strategie energetiche, industriali e monetarie dell’UE. 1. L’UE potrebbe diventare dipendente dall’energia degli Stati Uniti Dopo la fine della Guerra Fredda, l’UE ha preso l’iniziativa di avviare la cooperazione energetica con la Russia. Dietro la mossa c’era una politica energetica e di sicurezza razionale: l’UE era già il più grande importatore di energia della Russia e quindi la Russia non ha minacciato la sicurezza dell’UE. Di conseguenza, le possibili minacce alla sicurezza poste dall’est sono state ulteriormente alleviate e l’UE avrebbe potuto destinare ingenti spese finanziarie, altrimenti utilizzate per la difesa nazionale, a un ulteriore sviluppo economico. A differenza delle importazioni dal Medio Oriente, le importazioni di energia russe hanno offerto sia costi inferiori sia una migliore stabilità dell’approvvigionamento, il che ha rafforzato la competitività internazionale dell’economia europea. In altre parole, la cooperazione energetica UE-Russia ha contribuito a gettare le basi per l’autonomia strategica dell’UE. Nonostante le pressioni degli Stati Uniti, l’ex cancelliera tedesca Angela Merkel ha portato avanti il progetto del gasdotto Nord Stream 2 per aumentare la fornitura stabile di gas naturale direttamente dalla Russia e aggirare Polonia e Ucraina, entrambe suscettibili all’influenza degli Stati Uniti. Non solo gli Stati Uniti hanno disapprovato l’attuazione dell’autonomia strategica da parte dell’UE, ma hanno attivamente cercato opportunità per interrompere la cooperazione energetica UE-Russia. Negli ultimi anni, gli Stati Uniti hanno venduto petrolio e gas di scisto all’UE con il pretesto di “rafforzare la sicurezza energetica europea“, oscurando la loro vera agenda di costringere l’energia russa a uscire dal mercato dell’UE. Attualmente, l’energia russa occupa una quota di mercato maggiore dell’energia statunitense nel mercato dell’UE. Nel 2021, l’UE aveva importato dalla Russia 155 miliardi di metri cubi di gas naturale, costituiti da 140 miliardi di metri cubi di gas naturale da gasdotti e 15 miliardi di metri cubi di GNL, pari al 45% delle sue importazioni totali di gas naturale. Anche se il volume totale delle esportazioni di GNL degli Stati Uniti nell’UE ha raggiunto un nuovo massimo nello stesso periodo, raggiungendo un totale di 22 miliardi di metri cubi, questa rappresentava solo il 6% delle importazioni totali di gas naturale dell’UE. Tuttavia,...