16 Giugno 2026

Stati Uniti d’America

Charles_Freeman
A cura di Andrea Turi Charles “Chas” Freeman era uno dei componenti della delegazione statunitense che visitò per la prima volta la Repubblica Popolare Cinese.Era il 1972, un mondo fa. Esperto conoscitore di Cina e dell’arte diplomazia e delle dinamiche politiche del proprio Paese, ha risposto alle domande del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo relative alle attuali relazioni tra Washington e Pechino ma non solo. Signor Freeman buongiorno, nel ringraziarLa per la sua disponibilità a rispondere alle mie domande, le pongo la prima: nel 1972, Lei faceva parte della delegazione statunitense al seguito del Presidente Nixon che si recava per la prima volta a Pechino. Quale è stata l’importanza di quell’evento per il suo Paese, per la Repubblica Popolare Cinese e per il mondo intero? Ha cambiato il mondo geopoliticamente in una volta. Sul lungo periodo ha facilitato il ripristino della ricchezza e del potere della Cina, ha contribuito a far crollare l’Unione Sovietica e ha aperto la strada a un diverso ordine internazionale. Che tipo di uomini erano i due presidenti Richard Nixon e Mao Zedong, e che rapporto si è stabilito tra i due dopo che si sono stretti la mano? Entrambi erano politici che erano saliti al potere attraverso manovre ideologiche, ma entrambi erano anche statisti che avevano riflettuto a lungo sulla geopolitica. L’incontro tra loro ha esteso la protezione americana alla Cina contro un’URSS predatoria che minacciava di agire contro la Cina sotto la “dottrina Brezhnev”. Ciò rappresentava il riconoscimento americano dell’importanza della Cina nella geopolitica globale e, d’altro canto, il riconoscimento cinese della sua vulnerabilità all’attacco sovietico. Questo fu senza dubbio un incredibile successo diplomatico per entrambe le parti. Ciò fu dovuto più al coraggio di Nixon, alla lucida analisi politica di Kissinger o alla volontà della Repubblica popolare cinese di uscire dall’isolamento internazionale? L’iniziativa fu di Nixon, accolta dopo lo scetticismo iniziale da Kissinger. È stato molto controverso in Cina e sarebbe stato ampiamente osteggiato se fosse stato noto all’élite politica cinese. Per lo stesso motivo, Nixon lo tenne segreto negli Stati Uniti. Oggi i rapporti tra le due potenze sono sempre più tesi. C’è qualcosa in quell’evento storico che potrebbe insegnare qualcosa a chi oggi deve gestire una situazione sempre più calda? La lezione fondamentale dell’apertura di Nixon alla Cina è l’importanza sia della visione strategica che della comunicazione pragmatica anche con i presunti nemici. Ma le circostanze erano completamente diverse. Nel settimo decennio del XX secolo, gli Stati Uniti e la Cina hanno scoperto un interesse comune nell’opporsi a un nemico condiviso sufficiente a consentire loro di ridurre il principale ostacolo politico che li divide: la questione di Taiwan. La Cina allora, come oggi, considerava Taiwan alla stregua di un bastione della parte perdente e anticomunista sostenuto dagli americani in una guerra civile sospesa dall’intervento degli Stati Uniti ma non terminata. Oggi non esiste un nemico condiviso paragonabile all’URSS. Gli interessi comuni delle due parti sono meno ovvi e più astratti. Non c’è alcuna pressione strategica per mettere da parte le...
di Andrea Turi La felicità è il diritto umano più importante.Salvaguardare e migliorare la vita delle persone contribuisceal benessere pubblico, all’armonia e alla stabilità sociale1. Nel novembre del 2016, il Governo della Repubblica Popolare Cinese è stato premiato dall’International Social Security Association (ISSA) per i risultati eccezionali raggiunti nel campo della sicurezza sociale, uno dei maggiori riconoscimenti internazionali per Pechino che, soprattutto a partire dalle politiche di riforma e apertura volute dal Deng Xiaoping nel 1978, ha compiuto ragguardevoli progressi nella sicurezza sociale. Nell’occasione, Errol Franck Stové, presidente di ISSA, ebbe a dichiarare che “la Cina ha compiuto progressi senza precedenti nello sviluppo del suo sistema di sicurezza sociale negli ultimi dieci anni e ha esteso con successo pensione, salute e altre forme di copertura a beneficio della sua popolazione attraverso una combinazione di impegno governativo sostenuto e significative innovazioni amministrative2”. Nel tempo, infatti, la Cina ha teorizzato e istituito un sistema di sicurezza sociale e diritti che è divenuto oggi il più vasto del mondo e si caratterizza per la capacità di rispondere alle sempre maggiori esigenze e bisogni delle persone e delle loro vite; le riforme e le aperture degli ultimi quarant’anni hanno contribuito a liberare e sviluppare le forze produttive sociali permettendo di aprire la via verso il socialismo con caratteristiche cinesi e inaugurando un nuovo capitolo nella Storia – non soltanto cinese – dello sviluppo dei diritti umani. A tal riguardo, Zang Yonghe, professore di Giurisprudenza e, tra le altre cariche, Direttore in carica della Società Cinese per gli Studi sui Diritti Umani, ha scritto: “assistendo al passaggio dalla Cina semi-feudale e semi-coloniale a una Repubblica democratica e libera, il popolo cinese, in particolare la classe operaia, ha acquisito diritti civili e politici effettivi. Questi diritti sono stati affermati dalla Costituzione in modo tale che tutto il potere della Repubblica Popolare Cinese appartenga al popolo. Naturalmente, il percorso che porta a questa democrazia non è stato del tutto agevole ed è stato disseminato di difficoltà il cui superamento ha richiesto grandi sforzi. Tuttavia, seguendo la direzione politica di riforma e apertura, la Cina ha esplorato un percorso di sviluppo dei Diritti Umani adatto alle esigenze nazionali, sforzandosi incessantemente di migliorare i diritti civili e politici. La Cina ha stabilito una serie di leggi rigorose per proteggere il diritto alla sicurezza personale, compreso il diritto civile, il diritto penale e il diritto amministrativo […] e sostiene da tempo la libertà di credo religioso, che salvaguardia i diritti e gli interessi dei cittadini religiosi e degli stranieri e rispetta le loro esigenze e costumi3”. A partire dalle politiche di apertura intraprese da Deng Xiaoping, nel corso delle ultime quattro decadi il Governo Centrale di Pechino si è mosso affinché la protezione, la promozione e il rispetto dei diritti umani si conformassero alle condizioni nazionali e, al contempo, creassero esperienze originali e nuovi orizzonti di progresso nella salvaguardia dei diritti personali e umani più in generale. Si legge nelle pagine del libro bianco Progressi nei diritti umani nel...
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Articolo pubblicato su YOUNG DIPLOMATS. THE LEADERS OF TOMORROW di Alessia Salzano The worldwide famous American flag could soon have an extra star. In fact, one of the most pressing issue that has echoed amidst the corridors of power in Washington, D.C. for a long time is that of the district’s statehood. The city’s Mayor, Muriel Bowser, has showed an unwavering commitment to the cause, pointing out that “Washington is the only capital of a democratic nation that denies its residents a vote in the federal legislature”. More specifically, the local population has neither a Senator nor a House member in Congress, but just a delegate – Eleanor Norton Holmes – who, like delegates from other areas without statehood such as Guam and Puerto Rico, can only draft legislation and consider it in Committees, but cannot vote on final passage of bills on the House floor.  In addition, residents of D.C. pay the highest federal taxes per capita but still are denied voices and votes, thus making the current situation a perfect example of ‘taxation without representation’. But the reasons to embrace a changing of status for D.C. don’t stop here. Firstly, the District of Columbia is large enough to be a state, since the area counts around 712,000 residents, more people than Vermont and Wyoming. Secondly, a favorable point toward creating a new state is its adherence to constitutional principles. The U.S. Constitution says indeed that the Congress has the authority to redefine the borders of the federal district and shrink its size. Such act has already been done in 1846, when the portion west of the Potomac river was returned to Virginia. Following this frame, there would be a resizing of the federal capital to a small area which encompasses, among others, the White House, the Capitol building, the Supreme Court and the National Mall. The rest of the city would become the 51st state, named the Washington, Douglas Commonwealth after abolitionist Fredrick Douglas.  Even though not brand new in the political landscape of the capital, the fight for granting statehood has recently returned into the spotlight. The racial justice turmoil following George Floyd’s death and the assault of Capitol Hill advanced by pro-Trump demonstrators put an even stronger emphasis on the need to provide safety and independence for Washingtonians. While the recent attack took place, Mayor Bowser promptly requested to the federal government to dispatch the district’s National Guard, but the response was quite slow. Contrary to governors who can summon the Guard of their states at will, the District’s one can only be deployed after approval given by both the Pentagon and the President. Despite the particular circumstance of the mob, Donald Trump did not sign off on the deployment, and proper aid arrived only after a joint consultation of the Acting Defense Secretary Christopher Miller and the Vice President Mike Pence.  For all the reasons mentioned above, it is not astonishing that Mayor Bowser, along with a lot of high-profile D.C. politicians, endorse the...
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La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...
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“Lo scorso 17 aprile un’ Associazione di comunicazione strategica (O’Donnell https://odonnellsolutions.com/ “Intelligence. Guided by experience” è il suo motto) ha inviato a tutti i candidati senatori del Partito Repubblicano un rapporto (in allegato) con una serie di indicazioni per aumentare esponenzialmente le accuse contro la Repubblica Popolare Cinese, indicata come la mandante dell’attacco aggressivo chiamato Coronavirus. Il Rapporto accusa i Democratici di essere troppo deboli nei confronti di Pechino (il che non si direbbe viste le recenti dichiarazioni di Joe Biden contro la Cina), mentre i Repubblicani devono ora spingere per l’adozione di sanzioni nei confronti della Repubblica Popolare a causa della sua responsabilità nel diffondere la pandemia. Dopo aver elencato una serie di articoli e di tesi precostituite a cui fare riferimento, il Rapporto conclude con una serie di indicazioni degne della migliore propaganda politica: tutta la campagna elettorale deve essere indirizzata a descrivere il Partito Comunista come bugiardo e criminale, separando le responsabilità del popolo cinese (a cui va il sostegno degli Stati Uniti) da quelle del regime”. Scarica il Documento