18 Luglio 2026

Mese: Giugno 2020

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Riceviamo e pubblichiamo. Il Club dei generali e gli ammiragli della Serbia ha informazioni affidabili sul fatto che il Generale Ratko Mladic versa in pessime condizioni di salute da molto tempo. È più preoccupante che ultimamente la malattia stia peggiorando di giorno in giorno ultimamente e che il paziente si trovi in una struttura di detenzione dove non ci sono condizioni appropriate per la diagnosi e il trattamento delle sue condizioni di salute. Siamo a conoscenza del fatto che gli avvocati della difesa del generale Mladic hanno presentato una richiesta all’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals dell’Aja per il trasferimento del paziente in ospedale, a causa delle sue gravi condizioni, al fine di ottenere una terapia adeguata e appropriata cure mediche. I medici serbi, che erano a conoscenza della salute di Mladic, erano d’accordo con questa richiesta. Siamo preoccupati perché, nonostante le sue gravi condizioni, i numerosi appelli della squadra di difesa e della famiglia per il suo ricovero ospedaliero non sono stati presi in considerazione; queste ovvie complicazioni di salute vengono ignorate e i suoi diritti umani fondamentali nella salute le cure sono in pericolo (diritto a un trattamento adeguato, diritto a informazioni sulle condizioni di salute, trattamento e prossimi interventi). Neppure la sua squadra di difesa è dotata né di regolari rapporti ufficiali né di documentazione medica ufficiale sulla sua salute, né al suo team medico vengono fornite informazioni settimanali sulla sua salute. La condizione è pericolosa per la vita e la sua vita è in pericolo. Questo è ciò che preoccupa di più, perché il diritto naturale, internazionale e la dignità umana vengono tutti trascurati. Inoltre, il diritto a un processo equo e giusto è stato messo a rischio da questo atteggiamento del Meccanismo a causa delle limitate capacità di Mladic di preparare e partecipare a ulteriori prove. Facciamo appello pubblicamente all’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals dell’Aja affinché si rispetti uno dei diritti umani fondamentali: il diritto alle cure mediche, e che il generale Mladic venga trasferito urgentemente in un istituto medico appropriato per fare una diagnosi specialistica della condizione e ricevere un trattamento adeguato. Facciamo appello affinché la documentazione medica ufficiale sia regolarmente sottoposta alla team di avvocati della difesa e che informazioni settimanali sulle sue condizioni di salute siano messe a disposizione del suo team medico, in conformità con la decisione della Camera dei ricorsi. Facciamo appello alle istituzioni appropriate delle Nazioni Unite, al Comitato Internazionale della Croce Rossa e alle autorità della Repubblica di Serbia – principalmente il Ministero di Giustizia – per chiedere con fermezza l’assicurazione delle misure proposte al fine di proteggere la vita e i diritti umani fondamentali del generale Mladic. Chiediamo che il generale Ratko Mladic venga immediatamente trasferito in ospedale al fine di ottenere urgentemente adeguate misure terapeutiche. Alla riunione del Consiglio Direttivo del Club, è stata presa la decisione di rendere questo appello pubblico. A Belgrado, il 15 giugno 2020. Il Presidente Major General Dr Luka Kastratović
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FOCUS CESEM – LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN Geopolitica dell’Iran in Medio Oriente alla luce degli attuali equilibri globali di Stefano Vernole * L’influenza regionale dell’Iran, a partire dalla Rivoluzione Islamica del 1979, è progressivamente cresciuta, in parallelo all’allentarsi dell’egemonia statunitense. Tuttavia l’obiettivo finale dell’attivismo militare di Washington è proprio la caduta del complesso sistema giuridico-politico che ha consentito alla Repubblica islamica dell’Iran di mantenersi indipendente fino ad oggi. La continuazione dell’attuale situazione favorevole nei rapporti di forza tra gli Stati dell’area dipende però anche dalla comprensione, da parte della leadership iraniana, del contesto globale all’interno del quale il proprio Paese è costretto a muoversi. Perché un atteggiamento collaborativo da parte di Teheran può allontanare lo spettro di un possibile e devastante conflitto, contribuendo paradossalmente all’isolamento del suo storico nemico a stelle e strisce. Il ruolo dell’Iran e il cambiamento geopolitico nell’area mediorientale La Rivoluzione Islamica del 1979 scoppiò quasi in concomitanza con l’entrata dell’Armata Rossa sovietica in Afghanistan, questi due avvenimenti cambiarono completamente la situazione geopolitica regionale e globale: l’Iran si sottrasse all’influenza statunitense (quindi israeliana) e gli USA lasciarono campo libero ad Al Qaeda 1. Poco dopo, Washington solleticò le mire irachene sullo Shatt-al-Arab e i suoi pozzi petroliferi, invitando Saddam Hussein a muovere guerra a Teheran, con la speranza di suscitare una rivolta popolare all’interno del paese e mettere fine al processo rivoluzionario. Una strategia, quella studiata in particolare da Henry Kissinger, tanto più diabolica perché volta ad impedire una completa vittoria irachena e attuata attraverso la triangolazione di armi nota come “Irangate”. In Italia conosciamo bene questa storia, avendo la BNL di Atlanta finanziato gran parte dello sforzo bellico iracheno e subito un danno economico, valutato dalla Commissione di inchiesta parlamentare creata ad hoc, di circa 2.000 miliardi di lire 2. Frenato nelle sue ambizioni, Saddam ha cercato una rivincita in Kuwait, approfittando dell’apparente disponibilità degli Stati Uniti (“Rapporto Glaspie”); si trattò di una trappola che mise in un angolo l’Iraq, fino alla sua completa distruzione nel 2003 con la seconda Guerra del Golfo voluta da Bush sr. In questa circostanza bisogna rilevare come la leadership iraniana si sia comportata in maniera saggia; nel 1991 Teheran ha evitato di schierarsi con la coalizione occidentale e araba che ha attaccato l’Iraq, al contrario dell’alleato Hafez al Assad. Quest’ultimo credette di avere il via libera sul controllo del Libano, ma pochi anni dopo, in seguito all’omicidio di Rafiq Hariri (probabilmente rimasto vittima di un attentato israeliano), fu costretto a ritirare l’esercito siriano dal Paese dei Cedri 3. Lo stesso meccanismo venne ripetuto nel 2003, al punto che dopo la deposizione di Saddam Hussein e la crescita dell’influenza iraniana in Iraq, gli Stati Uniti furono costretti a stringere un patto di alleanza con il radicalismo sunnita così come con alcuni esponenti della vecchia guardia baathista. Questa tacita intesa, nata dopo anni di dura guerriglia antiamericana, è stata informalmente il prodromo della nascita dell’ISIS; le azioni militari di DAESH si sono rivelate particolarmente efficaci perché spesso guidate da ex esponenti...
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Riprendono le processioni religiose e le compagnie aeree si scontrano.   Dopo una relativa calma dovuta al lockdown post Coronavirus, torna ad essere “calda” la situazione in Montenegro, il Paese balcanico scosso negli scorsi mesi da imponenti manifestazioni popolari per la difesa della Chiesa ortodossa serba; l’autonomia di quest’ultima è stata infatti messa a repentaglio dall’approvazione della Legge sulla libertà religiosa e lo Statuto delle comunità religiose nel dicembre 2019. Solo pochi giorni fa il Governo di Podgorica ha deciso di distruggere l’Hotel del Monastero di San Basilio a Bliska Gora, presso Ulcinj ma lo scontro era stato riattivato già da alcune settimane, in seguito al fermo di polizia del Vescovo di Niksic. Il 12 maggio scorso Joakinije e otto sacerdoti venivano fermati dopo che una folla di fedeli si era assiepata nel famoso Monastero di San Basilio a Ostrog per la tradizionale processione, in violazione delle norme anti-epidemiche. Al fermo sono seguite proteste di piazza in varie città del Paese, sfociate in violenti scontri con poliziotti e manifestanti feriti e almeno cinquanta arresti. Il Presidente del Montenegro, Milo Djukanovic, non ha nascosto che questi incidenti si inseriscono nel tentativo dello Stato di appoggiare ufficialmente la Chiesa ortodossa montenegrina (a danno di quella serba), nonostante lo scarso seguito popolare che essa gode nel Paese. Il Metropolita della Chiesa ortodossa serba in Crna Gora, Amfilohije Radovic, ha per tutta risposta annunciato che le processioni contro l’esproprio dei “luoghi sacri” riprenderanno il prossimo 14 giugno, aggiungendo: “Il Governo mi può uccidere, ma che lasci la Chiesa e il popolo in pace”. La ripresa della contrapposizione tra le due parti comporta degli inevitabili strascichi geopolitici. Un paio di settimane fa, il direttore esecutivo di Montenegro Airlines, Vlastimir Ristić, ha rivelato che la sua compagnia aerea sta affrontando gravi difficoltà finanziarie. Parlando con l’emittente pubblica del Montenegro, RTCG, ha affermato che Montenegro Airlines potrebbe “non essere in grado di sopravvivere” al divieto che la Serbia ha imposto alla compagnia aerea il mese scorso. Il direttore esecutivo ha dichiarato che la compagnia aerea ha perso la sua “migliore rotta” a causa del blocco e che la sopravvivenza di Montenegro Airlines è inimmaginabile se continua a esserle impedito di volare in Serbia. Come riportato da “Simple Flying” a maggio ed approfondito da Jacov Fabinger l’8 giugno 2020, la Serbia ha vietato a Montenegro Airlines di volare all’aeroporto di Belgrado Nikola Tesla. Ciò ha fatto seguito ad uno scontro diplomatico tra le due nazioni sulle restrizioni di viaggio in atto a causa del COVID-19. Il Montenegro ha allentato le sue restrizioni a tutti i Paesi che hanno soddisfatto un rigido criterio epidemiologico: se una nazione ha meno di 25 casi attivi per 100.000 persone, i suoi cittadini possono entrare in Crna Gora. La Serbia non soddisfa questo criterio e quindi non è uno dei primi nove Paesi a cui il Montenegro aprirà i suoi confini. Per tutta risposta, la direzione serba per l’aviazione civile ha adottato quella che ha definito una misura “reciproca”, cioè ha vietato...
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Berlino/Washington. Resoconto della Redazione di German-Foreign-Policy.com   I politici di transatlantici. All’interno dell’ “Alleanza Interparlamentare sulla Cina” (IPAC), che è stata fondata venerdì e che conta fino a questo momento membri di dodici parlamenti, i partigiani della linea dura americana anticinese – Marco Rubio, Bob Menendez – sono considerati come le forze motrici. L’obiettivo ufficiale dell’organizzazione è di promuovere lo sviluppo di una politica occidentale comune nei confronti della Cina. Un obiettivo concreto è di fare applicare la politica americana di sanzioni Bundnis 90/Die Grunen giocano un ruolo di primo piano in una nuova alleanza anticinese di parlamentari contro Pechino anche in Europa. A tal fine, l’IPAC mobilita parlamentari in cui i governi nazionali continuano a rifiutare di imporre sanzioni. L’eurodeputato verde Reinhard Bütikofer aveva già proposto la creazione di un tale gruppo di stampa parlamentare a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio; ora è copresidente. L’organizzazione, che chiede anche lo sviluppo di “strategie di sicurezza” contro la Cina, ha un ex specialista della CIA nel suo comitato consultivo.   L’IPAC. L’Alleanza interparlamentare sulla Cina (IPAC), fondata venerdì scorso da parlamentari di otto parlamenti, comprende ora politici di dodici parlamenti, tra cui undici nazionali [1] e il Parlamento europeo. Comprende in particolare gli Stati che hanno attirato l’attenzione nel recente passato per le loro azioni particolarmente aggressive contro la Cina: Stati Uniti, Australia e Giappone. I deputati americani che da tempo si sono distinti come sostenitori della linea dura anti-cinese svolgono un ruolo di primo piano all’interno dell’IPAC: il repubblicano Marco Rubio e il democratico Bob Menendez. I copresidenti dell’IPAC sono Margarete Bause e Reinhard Bütikofer, due rappresentanti di Bündnis 90 / Die Grünen; Bause è presente come membro del Bundestag, Bütikofer come membro del Parlamento europeo. Oltre a Bause, è coinvolto anche Michael Brand, portavoce dei diritti umani del gruppo parlamentare CDU / CSU.   Doppi pesi, due misure tipiche dell’Occidente (I) L’obiettivo esplicito dell’IPAC è di promuovere una “risposta coordinata” all’ascesa della Cina [2]. In questo contesto, la nuova alleanza – formata dagli Stati transatlantici e dai loro stretti alleati, Giappone e Australia – chiede alla Cina di rispettare gli standard che le potenze occidentali hanno ripetutamente infranto. Si dice che sia necessario garantire che la Repubblica popolare “sia conforme alle norme dell’ordine legale internazionale”. Non si fa menzione delle guerre contro la Jugoslavia (1999), l’Iraq (2003) o la Libia (2011), che erano contrarie al diritto internazionale e che le potenze occidentali intrapresero in diverse costellazioni [- si potrebbe aggiungere la politica di occupazione e colonizzazione dello Stato sionista sostenuta dall’Occidente, le sue ripetute aggressioni nei confronti dei vicini e gli omicidi del Mossad, AE]; il membro fondatore dell’IPAC, il sig. Bütikofer, per esempio, sostenne la guerra contro la Jugoslavia (1999) come direttore politico del partito al potere all’epoca, Bündnis 90 / Die Grünen. L’IPAC afferma inoltre che è necessario garantire che la Cina rispetti le norme dell’OMC. Le pratiche incompatibili dell’OMC dell’Amministrazione Trump non sono menzionate.   Finalmente, un meccanismo di sanzioni Più...
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La seguente intervista è stata realizzata nel contesto di un lavoro più ampio riguardante l’Asia nel mondo post-pandemia. Dottor Floros*, per prima cosa la ringrazio per la sua disponibilità. Entriamo subito nel merito della questione. Per quanto riguarda il settore energetico (petrolio e gas), l’emergenza Covid-19 si inserisce in uno scenario di tensione più o meno latente che ha visto un recente crollo dei prezzi; ma questo fatto non è che l’ultimo sviluppo – incidentale, probabilmente – di una situazione di frizione tra i maggiori produttori mondiali (Usa, Arabia Saudita e Russia) che si protrae da tempo. Prima di entrare nel merito di come il Coronavirus impatterà lo scenario energetico futuro, puoi farci una breve cronistoria di come siamo giunti a questo punto? A marzo 2020, l’irrompere della crisi da covid-19 nel mercato dell’energia ha comportato la chiusura di una ciclo che era iniziato nel secondo semestre del 2014 quando i prezzi del greggio crollarono da quasi 120 $/b a meno di 50 $/b (Brent North Sea). Nel contempo, si è aperta una nuova fase dagli esiti potenzialmente dirompenti. Più precisamente, nonostante un marcato surplus dell’offerta e la cessazione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve che aveva contribuito in maniera significativa nel sostenere i prezzi del barile, le Petromonarchie del Golfo – guidate dall’Arabia Saudita – si opposero con forza al taglio della produzione durante l’OPEC meeting del 30 novembre 2014 e decisero di inondare il mercato, provocando il crollo dei prezzi. Sullo sfondo, un intreccio di conflitti geopolitici, a partire da quello tra Arabia Saudita e Iran che andava ben oltre la sede dell’OPEC, tra produttori convenzionali versus non convenzionali (i cosiddetti frackers Nord-Americani), fino allo scontro tra gli Stati Uniti d’America – spalleggiati dalla subalterna Unione Europea – e la Federazione Russa nel Maidan ucraino (colpo di Stato a febbraio 2014). Mi si conceda di levarmi un piccolo sassolino dalla scarpa. Al tempo, la maggior parte degli analisti ritenne che il crollo del petrolio fosse in primo luogo ascrivibile alla volontà saudita di mettere fuori mercato il tight oil Usa. Io invece fu uno tra i pochi – se non l’unico – che indicò nel comune obiettivo saudita-statunitense di sbarazzarsi degli ayatollah, così come dei siloviki tornati padroni in patria, la ragione principale del crollo dei prezzi. Seguì un periodo caratterizzato da oscillazioni di prezzo comprese tra i 30-50 $/b che si concluse il 30 novembre 2016 quando la neonata organizzazione a guida russo-saudita OPEC plus – e non più l’OPEC a trazione saudita – decise di tagliare l’output di 1.200.000 b/g al fine di sostenere l’oro nero. E’ importante precisare che la nascita dell’OPEC plus – successivamente trasformata in organismo permanente – e tutti gli accordi raggiunti in tale sede nel periodo novembre 2016-19 furono il risultato politico della vittoria militare ottenuta dalla Federazione Russa in Siria, dove Mosca era intervenuta nel rispetto del diritto internazionale a partire dal 30 settembre 2015 in supporto all’esercito regolare siriano di Bashar al-Assad. Si giunge così a...