11 Agosto 2026

Montenegro

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Domenica 1 novembre, alle ore 16.00, presso la Chiesa di San Giovanni (La Rotonda) in Piazza Matteotti a Modena si terrà la presentazione del libro La Difesa della Fede Ortodossa in Montenegro, scritto dal responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, Stefano Vernole, e pubblicato da Anteo Edizioni.
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Intervista pubblicata su SPUTNIKSERBIA Intervista a cura della redazione di “Sputnik” Serbia Da dove proviene l’idea del libro? Nella prefazione si sottolinea come l’Ortodossia sia un fattore geopolitico chiave negli eventi storici dei Balcani. L’idea del libro nasce innanzitutto dal desiderio di ritornare in Montenegro, un Paese che avevo già visitato nel 2000 e nel 2007, in periodi molto differenti della sua storia. Chiaramente le notizie delle imponenti manifestazioni contro l’approvazione della Legge sulla Libertà religiosa, è stata una spinta ulteriore a tornarci e a verificare direttamente la situazione. L’Ortodossia è alla base di quanto sta succedendo in Montenegro, perché se non fosse per la fede cristiana dei manifestanti il provvedimento adottato dal Governo di Podgorica sarebbe passato sotto silenzio. Come ho cercato di spiegare nel libro, l’identità ortodossa dei serbi è la chiave per decifrare il possibile cambiamento geopolitico nei Balcani, il loro nazionalismo rappresenta ancora oggi (dopo le guerre degli anni Novanta) l’unico fattore di ostacolo alla completa sottomissione della regione alla NATO e costituisce un richiamo importante per le aspirazioni geostrategiche della Russia. Da dove nasce l’interesse di un italiano per la sofferenza e l’ingiustizia serba? Come giudichi l’Ortodossia e la posizione dei serbi che, come hai scritto, agli occhi degli altri sono sempre dalla parte dei “perdenti”?   Il mio interesse nasce per pura curiosità, durante un viaggio compiuto nel 1995 durante gli ultimi mesi della guerra in Jugoslavia. La visione dall’Italia, quella conculcata dai media mainstream, era a senso unico, si credeva che i serbi (perlopiù comunisti ma con sfumature naziste), non volessero concedere l’indipendenza alle altre nazioni e si prodigassero in massacri vari. La realtà che ho riscontrato sul terreno era molto diversa, proprio in quei giorni centinaia di migliaia di serbi venivano costretti a fuggire dalle Krajine sotto la spinta dell’avanzata militare croato-musulmana agevolata dai bombardamenti della NATO. Solo la decisa resistenza serba in Bosnia, inoltre, impedì che l’attuale capitale della Republika Srpska, Banja Luka, finisse sotto il controllo dell’entità croato-bosniaca. Ho deciso così di ricostruire attraverso alcune ricerche (dalle quali sono scaturiti i miei libri precedenti) le ragioni dei serbi, i quali alla fine sono coloro che hanno pagato più a caro prezzo la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ma “perdenti” lo sono solo apparentemente, agli occhi della razionalità occidentale; nella visione serba, ripetendo il sacrificio di Re Lazar e dei suoi soldati sul Campo dei Merli, durante i secoli di esilio e sofferenza, il “popolo celeste” ripete la Passione di Cristo e si eleva alla Gloria universale.   Come commenti la controversa Legge montenegrina e cosa pensi del vigore del popolo serbo nella difesa dei suoi Santi? La Legge sulla libertà religiosa approvata dal Governo di Podgorica lo scorso 26 dicembre tra violente contestazioni sia fuori che dentro il Parlamento, viola sia la stessa Costituzione montenegrina sia il diritto internazionale. Nel primo caso, l’art. 14 paragrafo 1 stabilisce che le comunità religiose siano separate dallo Stato, mentre il paragrafo 2 prevede che le comunità religiose siano libere nell’esercizio delle loro funzioni. Nel secondo...
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Sabato 29 agosto 2020 alle ore 16.00 presso Chiesa di Santa Corona – Contrà Santa Corona  6 – Vicenza, nell’ambito delle Giornate della cultura serba in Italia, Unione dei Serbi in Italia organizza la promozione di “La difesa della fede ortodossa in Montenegro” (Anteo Edizioni), il nuovo libro di Stefano Vernole . A causa del numero limitato di posti è necessaria la prenotazione al numero di telefono 3295737683. Ingresso gratuito. La promozione è organizzata in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri – Direzione per la Cooperazione con la Diaspora e i Serbi nella Regione, il Comune di Vicenza, il Consolato Generale della Repubblica di Serbia in Trieste e l’Associazione umanitaria “Koreni” di Verona.
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Riprendono le processioni religiose e le compagnie aeree si scontrano.   Dopo una relativa calma dovuta al lockdown post Coronavirus, torna ad essere “calda” la situazione in Montenegro, il Paese balcanico scosso negli scorsi mesi da imponenti manifestazioni popolari per la difesa della Chiesa ortodossa serba; l’autonomia di quest’ultima è stata infatti messa a repentaglio dall’approvazione della Legge sulla libertà religiosa e lo Statuto delle comunità religiose nel dicembre 2019. Solo pochi giorni fa il Governo di Podgorica ha deciso di distruggere l’Hotel del Monastero di San Basilio a Bliska Gora, presso Ulcinj ma lo scontro era stato riattivato già da alcune settimane, in seguito al fermo di polizia del Vescovo di Niksic. Il 12 maggio scorso Joakinije e otto sacerdoti venivano fermati dopo che una folla di fedeli si era assiepata nel famoso Monastero di San Basilio a Ostrog per la tradizionale processione, in violazione delle norme anti-epidemiche. Al fermo sono seguite proteste di piazza in varie città del Paese, sfociate in violenti scontri con poliziotti e manifestanti feriti e almeno cinquanta arresti. Il Presidente del Montenegro, Milo Djukanovic, non ha nascosto che questi incidenti si inseriscono nel tentativo dello Stato di appoggiare ufficialmente la Chiesa ortodossa montenegrina (a danno di quella serba), nonostante lo scarso seguito popolare che essa gode nel Paese. Il Metropolita della Chiesa ortodossa serba in Crna Gora, Amfilohije Radovic, ha per tutta risposta annunciato che le processioni contro l’esproprio dei “luoghi sacri” riprenderanno il prossimo 14 giugno, aggiungendo: “Il Governo mi può uccidere, ma che lasci la Chiesa e il popolo in pace”. La ripresa della contrapposizione tra le due parti comporta degli inevitabili strascichi geopolitici. Un paio di settimane fa, il direttore esecutivo di Montenegro Airlines, Vlastimir Ristić, ha rivelato che la sua compagnia aerea sta affrontando gravi difficoltà finanziarie. Parlando con l’emittente pubblica del Montenegro, RTCG, ha affermato che Montenegro Airlines potrebbe “non essere in grado di sopravvivere” al divieto che la Serbia ha imposto alla compagnia aerea il mese scorso. Il direttore esecutivo ha dichiarato che la compagnia aerea ha perso la sua “migliore rotta” a causa del blocco e che la sopravvivenza di Montenegro Airlines è inimmaginabile se continua a esserle impedito di volare in Serbia. Come riportato da “Simple Flying” a maggio ed approfondito da Jacov Fabinger l’8 giugno 2020, la Serbia ha vietato a Montenegro Airlines di volare all’aeroporto di Belgrado Nikola Tesla. Ciò ha fatto seguito ad uno scontro diplomatico tra le due nazioni sulle restrizioni di viaggio in atto a causa del COVID-19. Il Montenegro ha allentato le sue restrizioni a tutti i Paesi che hanno soddisfatto un rigido criterio epidemiologico: se una nazione ha meno di 25 casi attivi per 100.000 persone, i suoi cittadini possono entrare in Crna Gora. La Serbia non soddisfa questo criterio e quindi non è uno dei primi nove Paesi a cui il Montenegro aprirà i suoi confini. Per tutta risposta, la direzione serba per l’aviazione civile ha adottato quella che ha definito una misura “reciproca”, cioè ha vietato...
libro Montenegro
In uscita per i tipi di Anteo Edizioni il nuovo libro di Stefano Vernole, responsabile relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, dal titolo La difesa della fede ortodossa in Montenegro. Questa la presentazione del volume: L’Ortodossia rimane oggi un fattore geopolitico di primaria importanza nelle vicende storiche dei Balcani. Una delle ragioni che condussero al conflitto degli anni Novanta nella ex Jugoslavia e al primo intervento militare della NATO in Europa è proprio il legame identitario tra due nazioni cristiano-ortodosse, la Serbia e la Russia. Si bombardò Belgrado per mandare un avvertimento a Mosca, l’allargamento dell’Alleanza Atlantica verso oriente non doveva essere fermato. Pur stremato da decenni di lotte che lo hanno visto quasi sempre dalla parte dei “perdenti”, il popolo serbo trovò ancora nel 2008 la forza di rialzarsi per protestare contro l’autoproclamazione d’indipendenza del Kosovo e Metohija, la sua “patria interiore” temporaneamente occupata dalle forze straniere. A quasi tutti gli osservatori quello sembrò l’ultimo moto di ribellione, capace comunque di determinare un significativo cambiamento nella Costituzione della Serbia: giuridicamente la “Terra dei Merli” continuava a rimanere parte integrante della nazione. Ecco così spiegata la sorpresa, il silenzio mediatico e l’incomprensione di quanto sta accadendo nel 2020 in Montenegro; centinaia di migliaia di persone, ogni settimana nelle serate di giovedì e di domenica, marciano compatte nelle strade di Podgorica e delle principali città del Paese, per la riaffermazione di un principio essenziale: “I luoghi sacri non devono essere toccati”. Motivo scatenante della protesta, la “Legge sulla libertà religiosa e lo statuto delle comunità religiose” voluta a tutti i costi dal padre-padrone del Montenegro, Milo Djukanovic, che sfugge alle maglie della giustizia internazionale ormai da 20 anni grazie alla protezione dei suoi burattinai atlantici. Un passo falso che non solo mette a rischio la tenuta del suo regime personalistico ma che potrebbe innescare dinamiche di cambiamento geopolitiche ben più ampie in tutta la regione, se solo si pensa che contemporaneamente alla crisi del Crna Gora assistiamo alla volontà emancipatrice della Repubblica Serba di Bosnia e alla ridefinizione strategica della Macedonia. La conferma, ancora una volta, che “i Balcani producono più storia di quanta ne possano contenere”. Il libro è acquistabile qui.
foto Podgorica
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Il giorno successivo all’approvazione della legge e in previsione delle inevitabili proteste, il Governo di Podgorica ha annunciato un importante accordo militare con quello di Tel Aviv per l’acquisto di armi telecomandate dal valore di circa 31 milioni di euro. L’impresa israeliana Elbit System, che si avvale della tecnologia del Remote Control Weapon Stations (RCWS), è andata così ad integrare i nuovi veicoli militari acquistati nel 2019 dal Montenegro e prodotti dall’impresa statunitense Oshkosh. La firma del contratto era in realtà stata siglata già lo scorso 15 dicembre dal dirigente del Ministero della Difesa israeliano, Yaur Jykasm e dal Ministro della Difesa montenegrino Pedrag Boskovic, i quali avevano sottolineato come questo accordo fosse solo il prodromo per l’instaurazione di più profonde relazioni tra i due Paesi, a partire dall’addestramento delle Forze Armate montenegrine in Israele (1). Si tratta di un’intesa che punta ad arruolare il Montenegro tra le nazioni che riconoscono Gerusalemme capitale d’Israele (nel dicembre 2017 il rappresentante di Podgorica alle Nazioni Unite aveva votato una risoluzione di condanna del riconoscimento effettuato dagli Stati Uniti) e in linea con l’adesione del Paese balcanico alla NATO (pur non appartenendoci ufficialmente, Israele collabora attivamente con l’Alleanza Atlantica). Poche settimane dopo l’annuncio, la NATO ha infatti inviato la prima squadra di “guerra anti-ibrida” in Montenegro per rafforzarne le capacità, in previsione di un possibile attacco di hacker russi prima delle elezioni parlamentari dell’ottobre 2020 (2). Le processioni settimanali avallate dalla Chiesa Ortodossa serba per chiedere il ritiro della legge si sono però intensificate a febbraio, in particolare con l’appuntamento straordinario tenutosi l’ultimo sabato del mese, quando la polizia di Podgorica si è trovata costretta a bloccare i numerosi pullman arrivati nella capitale e provenienti anche dalla Serbia e dalla Repubblica Serba di Bosnia. Una vera e propria marea umana ha comunque manifestato ugualmente, suscitando l’ira del Presidente Milo Djukanovic, che ha apertamente accusato Belgrado e Mosca di voler destabilizzare il Paese e di tentare un golpe ai suoi danni. Non sono mancate ovviamente le reazioni; mentre il Metropolita di Cetinje Amfiloije e quello di Kiev Onofrij si sono limitati ad invitare il Governo di Podgorica a ritirare la legge, il premier serbo Ana Brnabic ha rivendicato il diritto dei serbi del Montenegro alla propria lingua e religione, a sua volta il portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha risposto in maniera tagliente, sottolineando come: “Nessuno potrebbe minare le proprie azioni più di sé stesso”, con un chiaro riferimento alla credibilità da statista di Djukanovic, coinvolto in più occasioni in affari di mafia e corruzione (3). E’ evidente come dopo il fallimento di tutti i tentativi di mediazione tra la Chiesa e il Governo di Podgorica, la situazione...
sede Parlamento Podgorica
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Per testimoniare questa situazione e raccogliere i pareri della popolazione, Stefano Vernole per il Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Dejan Kusalo dell’Associazione umanitaria Koreni si sono recati in Crna Gora dal 7 al 10 febbraio 2020. Durante la loro visita sono stati perciò intervistati tutti i principali esponenti dell’opposizione parlamentare ed extraparlamentare: Marko Milacic di “Prava Crna Gora” (“Il Vero Montenegro”), Vladislav Dajkovic (indipendente), Dragan Ivanovic Vice Presidente di SNP (Partito Popolare Socialista), Jovan Vucurovic parlamentare di Demokratski Front (Il Fronte Democratico montenegrino che raggruppa diverse sigle partitiche), il gruppo editoriale “Dan” (principale organo di stampa indipendente del Montenegro), Milivoje Brdza Brkovic coordinatore del gruppo “I Signori di Podgorica” e alcuni delle migliaia di partecipanti alle manifestazioni.  Nella serata del 9 febbraio, con l’obiettivo di approfondire le ragioni delle proteste, Vernole e Kusalo hanno inoltre preso parte al corteo che, partendo dalla Chiesa della Resurrezione di Cristo, ha attraversato tutta Podgorica (capitale del Montenegro) per concludersi con l’appello all’unità dei principali esponenti della Chiesa serbo ortodossa. Degli incontri e delle interviste effettuati durante la visita in Crna Gora, verrà successivamente dato conto in un Focus di approfondimento attualmente in fase di definizione.  
Prime Minister of Montenegro visits NATO
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? A Pogdorica sono giorni agitati. Dal 27 settembre, infatti, nella capitale del Montenegro centinaia di persone manifestano davanti al Parlamento per protestare contro il Governo Đukanovic accusato di corruzione, pratiche non democratiche e frodi elettorali. Le proteste sono state promosse dal Fronte Democratico, coalizione che raccoglie i principali partiti di opposizione, che ha chiamato i cittadini a scendere in strada ogni giorno, alle 18:30, fino a quando non si fossero ottenute le dimissioni dell’esecutivo e la formazione di un Governo ad interim con il solo scopo di organizzare le prime elezioni libere e democratiche della breve storia del Paese. Il Montenegro rappresenta un unicum nel panorama politico del Vecchio Continente visto che niente sulla scena politica è mai cambiato: Milo Đukanovic, 53 anni, è il centro del potere dai primi anni ’90 e nelle ultime elezioni politiche, 2012, è stato eletto premier per la settima volta negli ultimi vent’anni. Politico dal trascorso tutt’altro che cristallino (1), il giorno dell’indipendenza del Montenegro dalla Serbia, 21 maggio 2006, dichiarò alla popolazione che in questo Paese tra quattro anni non ci sarà alcun cittadino disoccupato. Ormai tutte le questioni politiche ed economiche più complesse sono state risolte e l’obiettivo che il Governo si pone per il prossimo periodo è quello di garantire ai propri concittadini uno standard di vita europeo (2). Dopo un periodo di vero e proprio boom durato tre anni, è arrivata una crisi che ancora non accenna a cedere il passo tanto da costringere Đukanovic a cambiare tono delle affermazioni quando, all’ultima elezione, ha detto che gli elettori sono consapevoli del peso della crisi che sta attraversando il Paese (3). I cittadini del Crna Gora, così in serbo-montenegrino, già nel febbraio del 2014, sull’onda delle proteste in Bosnia Erzegovina, avevano già manifestato contro il potere centrale nella speranza che il peso delle proteste di massa portasse ad un cambiamento nell’immediato o che questo si verificasse nel voto del 14 ottobre. Speranza disattesa dai risultati elettorali che l’opposizione vuole frutto di brogli conclamati. Nel mese di agosto, il parlamento montenegrino ha accolto la proposta di una risoluzione a favore dell’adesione alla NATO che sarebbe stata discussa in aula nel mese di settembre. Secondo quanto riferisce il quotidiano Pobjeda, la risoluzione è stata presentata da un gruppo di deputati del Partito democratico dei socialisti (Dps, leader della maggioranza), dal capo del collegio del Partito social-democratico (Sdp, partner nella maggioranza) Borislav Banovic, dal presidente di Montenegro Positivo Darko Pajovic, dal deputato del Partito dei bosniaci musulmani Suljo Mustafic e dal rappresentante dei partiti albanesi Nik Djelosaj. Nel documento si legge che l’adesione alla Nato rappresenta un interesse dello Stato montenegrino e dell’intera società del paese (4); mercoledì 16 settembre, l’Assemblea del Montenegro ha approvato la risoluzione (5) che indica nell’Alleanza Atlantica il garante dell’integrità territoriale e della sovranità della repubblica montenegrina, oltre che via di sviluppo dello Stato di diritto e di democrazia: questo sarà un importante...
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Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? Gli antefatti Quei Balcani, che secondo il cancelliere Otto von Bismarck nel 1878 non valevano le ossa di un granatiere di Pomerania, si trasformarono nel giro di alcuni anni nella polveriera d’Europa. Entro la fine del XIX secolo, infatti, si era reso sempre più precario il cosiddetto “giogo turco” che da secoli aveva pur garantito la stabilità della regione balcanica, travolta in questa fase storica dall’ondata dei nazionalismi e dei movimenti che si battevano per l’indipendenza. Iniziò la Grecia, proseguirono Serbia e Romania, il Montenegro di fatto non era mai stato soggiogato e infine giunse la Bulgaria: grazie all’interessato coinvolgimento di potenze straniere, Russia ed Impero austro-ungarico in primis, a inizio Novecento l’Impero Ottomano teneva ancora sotto controllo in Europa Kosovo e Albania (il cui lealismo frenava la nascita di una coscienza nazionale), la turbolenta Macedonia (nella quale imperversavano indipendentisti e comitađi filobulgari, filoserbi e filogreci) e quella che ancor oggi è la cosiddetta Turchia europea. I piccoli Stati che erano sorti contestualmente all’arretramento turco avevano ancora rivendicazioni territoriali da soddisfare e si erano perciò legati alle Grandi Potenze per ottenere sostegno e finanziamenti al fine di coronare i propri progetti espansionistici. Il Regno di Serbia aveva visto nel corso dell’Ottocento avvicendarsi sul trono le famiglie degli Obrenovi e dei Karađeorđević, oscillando tra posizioni di vicinanza alla Russia ed all’Austria, finché il colpo di stato del 1903 depose cruentamente Alessandro I Obrenovi e portò sul trono Pietro Karađeorđević, assertore di una politica estera legata allo Zar e finalizzata al completamento dell’unità nazionale dei serbi. L’annessione della Bosnia-Erzegovina all’impero asburgico nel 1908 segnò un duro colpo per questi progetti, che si rifacevano alla načertanije ideata nella seconda metà dall’Ottocento dal “Cavour serbo” Ilija Garašanin: si trattava di un progetto di unificazione nazionale, sul modello di quanto compiuto dal Regno del Piemonte nella penisola italica, che la classe dirigente di Belgrado declinava in maniera sempre più ampia, rivolgendosi non solo ai serbi, ma, con il gradimento zarista, a tutti i popoli slavi sudditi di Vienna, al fine di costituire un grande stato jugoslavo. Il piccolo Regno del Montenegro aveva sostanzialmente mantenuto sempre la sua indipendenza, presentandosi sovente come l’avanguardia del popolo serbo ed ora si trovava di fronte ad un dilemma identitario. Grazie ad un’accorta politica matrimoniale re Nikola Petrović Njegoš aveva legato la sua dinastia ad alcune tra le principali case regnanti europee (Romanov, Savoia e Karađeorđević), tuttavia a corte e nella classe dirigente di Cetinje si diffondeva sempre di più un sentimento filoserbo che auspicava la fusione dei due regni. Sul trono di Grecia sedeva il re degli elleni, il quale pertanto rappresentava non solo lo Stato greco, ma anche tutti quei connazionali ancora sottoposti a dominazione straniera, in Macedonia come sulle coste dell’Asia Minore passando per le isole egee. Tale scelta si basava sulla megale idea, il grande progetto di riunire tutte le comunità elleniche, promosso per primo da Ioannis Kolettis ed ora cavallo...