24 Settembre 2026

islam

PhotoFunia-1713128861
Nel tuo libro Zoroastrians in Early Islamic History: Accommodation and Memory, esamini l’inclusione e l’esclusione storica degli zoroastriani nella società islamica. Quali erano le differenze e/o somiglianze tra gli zoroastriani e gli antichi musulmani? Chi erano veramente gli zoroastriani, secondo le tue scoperte, e perché hanno lasciato un'eredità così duratura? ...
Papa_Iraq
| Articolo pubblicato su ISLAMSHIA.ORG Il Grande Ayatullah Sistani ha incontrato questa mattina nella città santa di Najaf Papa Francesco, Pontefice della Chiesa Cattolica e Capo dello Stato Vaticano. In questo incontro sono state discusse le grandi sfide che l’umanità sta affrontando in questo periodo e il ruolo della fede in Dio Onnipotente e dei sublimi valori etici per superarle. L’Ayatullah Sistani in questo incontro ha parlato dell’ingiustizia, dell’oppressione, della povertà, della persecuzione religiosa e ideologica, della soppressione delle libertà fondamentali e dell’assenza di giustizia sociale di cui soffrono diversi paesi, soprattutto in riferimento alla guerra e agli atti di violenza, in particolar modo la nazione palestinese che vive nei territori occupati. Il Grande Ayatullah Sistani ha proseguito sottolineando il ruolo che le grandi guide religiose e spirituali dovrebbero svolgere nel porre fine alle grandi tragedie e ha ricordato che ci si aspetta che coinvolgano le parti interessate, specialmente le grandi potenze, nel dare priorità alla ragione e alla saggezza rinunciando al linguaggio della guerra, evitando di anteporre i propri interessi a discapito dei diritti dei popoli di vivere in libertà e con dignità. L’Ayatullah Sistani ha inoltre enfatizzato l’importanza di raddoppiare gli sforzi per rafforzare i valori di convivenza pacifica e solidarietà umana in tutte le società, sottolineando l’osservanza dei diritti e del rispetto reciproco tra i seguaci delle differenti religioni e correnti intellettuali. L’eminente autorità religiosa islamica ha poi parlato della posizione dell’Iraq, della sua gloriosa storia e delle caratteristiche virtuose delle sue diverse componenti, esprimendo speranza che in un futuro non troppo lontano possa superare l’attuale calamità e i cittadini cristiani, insieme agli altri iracheni, possano vivere in sicurezza e pace e godere dei loro pieni diritti garantiti dalla Costituzione. Il Grande Ayatullah Sistani ha inoltre fatto riferimento al ruolo svolto dalla Marjayyah (autorità religiosa sciita) nel sostenere i cristiani e altre minoranze che negli ultimi anni sono state perseguitate, specialmente durante l’occupazione da parte dei terroristi di un vasta area di alcune regioni irachene, dove hanno commesso atti criminali vergognosi. 21 Rajab 1442 (06/03/2021) Ufficio dell’Ayatullah Sistani – Najaf
unita-islamica
Articolo pubblicato su iqna.ir Nel corso delle conferenza ci sarà anche un intervento dal titolo: “The economic problems in the situation of Coronavirus pandemicand how to deal with them in Western countries di Stefano Vernole del Cesem La 34a Conferenza internazionale sull’Unità islamica sarà organizzata per via online. Ad affermarlo il segretario generale del Forum mondiale per la prossimità delle scuole di pensiero islamiche (WFPIST), l’Hojjat-ol-Islam Hamid Shahriari. Parlando nel corso di una conferenza stampa a Teheran, l’Hojjat-ol-Islam Shahriari ha affermato che era intenzione degli organizzatori tenere l’evento annuale come gli anni precedenti, ovvero dal vivo, ma la pandemia di coronavirus ha costretto tutti a optare per un programma online. Il religioso ha detto che “La cooperazione islamica di fronte a calamità e disastri” sarà il tema della conferenza di quest’anno, in cui saranno discusse anche gli ultimi sviluppi e le principali questioni del mondo musulmano. La conferenza includerà 7 pannelli dedicati a diverse zone del mondo in cui saranno trattati i più importanti argomenti riguardanti i musulmani di ogni zona in questione. Più di 160 ospiti stranieri da 47 paesi e 120 personalità iraniane terranno discorsi in videoconferenza. L’Hojjat-ol-Islam Shahriari ha sottolineato che ci saranno 8 forum online in persiano e 29 in altre lingue, tra cui arabo, inglese, francese, urdu, turco, bengalese e russo. I saggi ed i lavori di ricerca sul tema principale della conferenza e le 7 sottocategorie sono stati ricevuti dalla segreteria, e quelli selezionati saranno presentati durante l’evento di una settimana. Tra gli altri programmi, ha osservato, verranno presentati due libri, uno sulla Palestina e l’altro sul Fiqh (giurisprudenza islamica). La cerimonia di chiusura della conferenza di quest’anno si terrà alla vigilia dell’anniversario della nascita del Profeta Mohammad (Che Dio benedica lui e la sua famiglia) il 2 novembre, ha proseguito il funzionario.
Siria 1
L’origine. Dal 2011 ad oggi, la crisi siriana è stata l’epicentro delle cronache a livello internazionale; un conflitto che ha causato circa 400.000 vittime e l’abbandono della propria casa da parte di 11.000 abitanti. Durante le Primavere Arabe – espressione con la quale si fa riferimento all’ondata di proteste che hanno attraversato i regimi arabi nel 2011, le cui immagini da metà gennaio vennero trasmesse anche in Siria, assieme ai successi che avevano ottenuto in Tunisia e in Egitto – a Deraa, una città a maggioranza sunnita nel sud della Siria, un gruppo di adolescenti viene arrestato e maltrattato per aver scritto su alcuni muri di una scuola “Il popolo vuole la caduta del regime”e “E’ il tuo turno, dottore” (messaggio rivolto al presidente Assad, laureato in oftalmologia). In seguito a tale evento numerose persone si riuniscono a Damasco, ad Aleppo e a Deraa per manifestare in modo pacifico, ma a causa delle provocazioni esterne (1) si trasformano ben presto in proteste e a seguire in scontri armati, scatenando così una vera guerra civile. Cominciano a svolgersi anche manifestazioni a sostegno di Assad, mentre il governo guidato da Naji al-Otari si dimette. Deraa viene circondata dalle forze armate siriane e la città viene occupata dall’esercito alla fine del mese di aprile. Il 14 aprile viene formato un nuovo governo guidato dal primo ministro AdelSafar, e il 21 aprile viene revocato lo stato di emergenza, il quale era stato imposto nel 1963 dal colpo di stato baathista. Assad concede una serie impressionante di riforme ma l’Occidente non vuole sentire ragioni (2). Il 9 maggio l’Unione Europea impone un blocco economico sulle armi e ordina sanzioni contro la Siria, ma non contro Bashar al-Assad. Per la prima volta si parlerà di crimini contro l’umanità: il regime di Damasco viene accusato con l’intento di utilizzarli per sopprimere le proteste. Nel luglio del 2012 viene fondato il FSA, l’Esercito Siriano libero, col fine di liberare la Siria da Bashar al-Assad. Nel mese di settembre nasce l’SNC, il Consiglio Nazionale Siriano, dove vengono eletti i suoi 140 membri a Istanbul. A novembre la Lega Araba sospende la Siria; più tardi si presenta il Fronte al-Nusra, la milizia islamista legata ad al-Qaeda – dichiarata organizzazione terroristica dagli USA –, e ciò porta alla conquista del 40% del territorio siriano per mano dell’opposizione. Ad agosto del 2013, l’ONU, conferma l’utilizzo di armi chimiche – gas nervino – a Ghouta, nel Damasco, dove Assad lo autorizza a distruggerle (accordo tra USA e Russia). A gennaio del 2014 i miliziani dello Stato islamico (ISIS) sfruttano il caos nel paese e fondano la loro base a Raqqa. L’ONU dal canto suo apre dei tavoli con tutti gli attori nazionali e non nazionali che partecipano al conflitto, ma gli accordi derivanti non reggono e falliscono rapidamente. A settembre nasce la coalizione internazionale contro l’ISIS, istituita dagli Stati Uniti a guida statunitense e supportata anche da vari Paesi che vi partecipano. L’ISIS prosegue l’anno 2015 conquistando altri vari territori rivendicando il suo...
di Deborah Garofalo Il tema del velo islamico attraversa da decenni il dibattito delle società Occidentali come di quelle Mediorientali. Tutt’oggi, quel pezzo di stoffa, abito in uso tra le donne musulmane, interseca questioni sociali, politiche e teoretiche fra le più questionate: la libertà di culto, la condizione della donna, la possibilità negata di autoindentificarsi. La differenziazione dei veli. L’abbigliamento delle donne musulmane è stato spesso oggetto di accese dispute in Occidente dove è stato preso come segno di riconoscimento dell’oppressione femminile di cui si calunnia la religione di Maometto. Alcuni paesi cattolici sono scandalizzati dalla copertura totale del volto con il velo, nonostante – secondo un attuale sondaggio – sono pochissimi i paesi islamici in cui il burqa è ritenuto il tipo di indumento più appropriato per le donne. In realtà la maggior parte preferisce il tipo di velo che copre solamente i capelli. L‘Institute for Social Research della University of Michigan ha effettuato una statistica sul tale questione ad alcuni paesi a maggioranza musulmana: Turchia, Egitto, Tunisia, Libano, Pakistan, Arabia Saudita ed Iraq. Il velo non è un elemento al singolare, le tipologie note sono principalmente cinque, ciascuna fortemente legata all’area di appartenenza geografica della donna che ne riflette la cultura e l’aspetto puramente religioso. Quello usato dalla maggioranza delle musulmane è l’Hijab, il velo che copre il capo e al massimo il collo, lasciando scoperto il viso. A seguire lo Chador, usato in maggior misura in Iran, un largo mantello nero che copre il capo e le spalle giungendo fino ai piedi, ma lasciando scoperto il volto. La al Amira, un velo bianco intorno al volto. Il Niqab, usato in Arabia Saudita e paesi limitrofi, copre il viso e presenta una fessura all’altezza degli occhi. Infine il Burqa, tipico dell’Afghanistan, un ampio telo di colore azzurro che copre tutto il corpo, compreso il viso e gli occhi ove è applicato un tessuto traforato. Il velo: una prigione di tela? Il velo, secondo la donna musulmana, ti identifica e reincarna la concezione «Io sono musulmana, mi identifico come tale e sono fiera di esserlo». Come ogni espressione culturale, anche il velo islamico non si presta a un’unica e superficiale lettura; solitamente gli viene attribuito un significato tridimensionale: visivo, secondo il quale il velo sottrae qualcosa allo sguardo; spaziale, il velo separa e stabilisce una soglia; etico – morale (appartenente alla sfera religiosa), ciò che si trova al didietro del velo appartiene all’ambito del proibito. Ma è vero che i musulmani identificano il velo in un obbligo coranico? Esaminiamo i versetti ai quali essi fanno riferimento: «O Profeta! Di’ alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli; questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese», «E di’ alle credenti che abbassino gli sguardi e coprano le loro pudenda e non mostrino troppo le loro parti belle eccetto ciò che di fuori appare e pongano un velo sui loro seni» (Corano, XXXIII, 59; XXIV, 31). Molteplici sono le interpretazioni date a...
chihapauraislam
Martedì 26 aprile 2016 a Modena in Via Piave 25 si terrà un incontro pubblico alle ore 21 dal titolo “Chi ha paura dell’Islam?”, evento organizzato dall’associazione studentesca Azione Universitaria (Modena e Reggio) in collaborazione con CESEM (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), Ente Islamico in Italia e Centro studi Dimore della Sapienza. L’incontro pubblico è dedicato alla scottante attualità del mondo islamico e dell’Europa, in relazione ai temi dell’instabilità del bacino del Mediterraneo e del Vicino Oriente (la geopolitica e i conflitti nell’area) con le conseguenze per il vecchio continente in materia di società multiculturale e immigrazione. Partecipano alla discussione Stefano Vernole del CESEM (Centro studi Eurasia-Mediterraneo), Stefano Bonilauri (Titolare delle Edizioni Anteo), Ali Reza Jalali del Centro studi Dimore della Sapienza) e Amin Mohamed Attarki dell’Ente Islamico in Italia e membro dei Giovani Musulmani Italiani. Introduce l’evento Lorenzo Rizzo (Presidente Azione Universitaria Modena e Reggio); Cristiano Puglisi, giornalista de Il Giornale, modererà il dibattito. L’ingresso è libero. Per ogni ulteriore informazione potete contattare gli organizzatori: tel. 393 420 2317. L’intervento di Stefano Vernole del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo  
mostar
Progetto di ricerca CeSEM, FOCUS – Balcani, la storia in movimento: quali conseguenze per l’Europa? 1389: battaglia di Kosovo Polje ovvero “della Piana dei Merli”. Questo evento bellico fu l’inizio palese di un espansionismo turco pianificato nei Balcani, che dovrà confrontarsi con entità nazionali e trans-nazionali come le province del Sangiaccato e della Rumelia. Per quanto già precedentemente sotto l’influenza culturale islamica, si hanno fonti certe a partire dal IX secolo in merito a musulmani bosniaci che iniziano ad essere reclutati come pretoriani nei sultanati andalusi svolgendo un ruolo simile a quello dei turchi a Baghdad. Si può parlare di una presenza musulmana in area balcanica, in particolare bosniaca, anche dal punto di vista della gestione amministrativa e del controllo diretto di uno stato islamico sul territorio solo dalla seconda metà del XV secolo, in seguito all’invasione almeno inizialmente più militare che culturale da parte dell’Impero Ottomano e la capitolazione del Regno di Bosnia (1463) ad opera del sultano condottiero Maometto II che da poco più di un decennio aveva consolidato la sua egemonia su Costantinopoli. La nota ricchezza mineraria dei Balcani e il loro ruolo geografico di accesso all’Europa meridionale attirarono gli imperatori turchi. Nonostante l’inesorabile ridimensionamento del peso internazionale dell’Impero, l’area balcanica interessata dalla dominazione islamica conobbe un periodo di crescita culturale ed economica e di relativa pace, alcuni centri urbani come Sarajevo e Mostar registrarono uno sviluppo urbanistico e demografico piuttosto rilevanti. In epoca coeva al Rinascimento italiano assistiamo ad un momento di espansione militare turca seguito da una fioritura artistico culturale. Quest’ultima, tuttavia, fu caratterizzata anche e soprattutto dai prodromi del disfacimento dell’egemonia militare nel Mediterraneo orientale e nei Balcani, in favore della rivale commerciale Venezia, iniziati fondamentalmente nell’ultimo periodo crociato e riconoscibili nell’evento storico apicale della sconfitta nella battaglia navale di Lepanto (1571), nel fallimentare secondo assedio di Vienna del 1683, che provocò ripetute invasioni austriache nei Balcani tra il 1688 e il 1697, il conseguente trattato di Carlowitz (1699) e la pace di Passarowitz (1718), i quali contribuirono a porre la Bosnia sempre più sotto il controllo austriaco. Non possono sfuggire ad una corretta analisi la capacità da parte delle autorità ottomane di sfruttare gruppi minoritari cristiani, soprattutto contadini, come mercenari e gli attriti dovuti non a discriminazioni religiose a sfavore dei cristiani stessi, ma meramente sociopolitiche. L’aristocrazia terriera non gradiva le condizioni sfavorevoli imposte dal governo di Costantinopoli, per esempio propenso a rimodernare il sistema fiscale, alcuni aspetti del diritto patrimoniale e ad eliminare la servitù della gleba: tali propositi riformistici sarebbero diventati alcuni tra i fattori decisivi per l’alleanza tra regni cristiani e nobili serbo-bosniaci al fine di ostacolare il potere turco nei Balcani. Senza omettere il fatto che i musulmani di Bosnia si sono sempre considerati una elite rispetto ai turchi, poiché convinti di essersi convertiti all’Islam prima di loro o per lo meno prima della loro venuta. Va inoltre ricordato che almeno fino al XVII secolo le carriere militare e diplomatico-politica hanno visto un sorprendente protagonismo di esponenti del...