13 Agosto 2026

repubblica islamica iran

Il presente rapporto si propone di analizzare l’evoluzione del terrorismo in Iran, evidenziando il suo apice negli anni ‘80 con oltre 17.000 vittime e il successivo declino, attribuibile al miglioramento delle misure di sicurezza, alla cooperazione dei cittadini e agli sforzi di ricostruzione post-bellica. 
Come illustrato nelle prime due sezioni della nostra serie di articoli riguardanti l’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, la presenza significativa di alcuni membri e sostenitori dell’Organizzazione nella società italiana, unitamente al supporto ricevuto da alcuni politici, rappresentanti e senatori italiani, ha stimolato un’indagine più approfondita su questa organizzazione relativamente meno conosciuta. Questo studio si è concentrato su vari aspetti della sua natura e storia, che si estendono per oltre cinque decenni di attività sia all’interno che all’esterno dell’Iran (Francia, Iraq, Albania, ecc.). In questo contesto, ci siamo impegnati a mantenere un approccio imparziale, limitandoci a esaminare e documentare le attività dell’organizzazione come ricercatori e studiosi. La terza parte di questo articolo si concentra sui seguenti aspetti.
Se è vero che, come sosteneva il teorico Sir Halford John Mackinder, la connettività terrestre e il controllo delle rotte di comunicazione ha un peso fondamentale per la conformazione dell’assetto geopolitico del globo, allora i progetti di collegamento che si stanno venendo a creare nel blocco eurasiatico assumono un ruolo di straordinaria rilevanza nel contesto internazionale, soprattutto per quel che riguarda la promozione dello sviluppo delle relazioni tra i paesi coinvolti. Stando al pensiero elaborato da Mackinder, la costruzione di infrastrutture di trasporto consentirebbe a uno o più stati di espandere la propria influenza attraverso le nuove rotte. Visto in questa prospettiva, lo sviluppo della rete ferroviaria tra Iran, Iraq e Siria riveste un’importanza peculiare all’interno del più ampio quadro degli attuali sforzi volti a un avvicinamento e alla normalizzazione dei rapporti di collaborazione tra i paesi del Golfo Persico, affermando, così, il rinnovato ruolo centrale di questa regione attraversata negli ultimi anni da lunghi periodi di instabilità. Già nel corso del mese di marzo di questo 2023, dopo sette anni di interruzione dei rapporti le diplomazie di Teheran e Riyad erano giunte ad un’intesa mediata da Pechino con la quale veniva concordato di ripristinare le relazioni diplomatiche tra i due Paesi a lungo rivali regionali e di riaprire, così, le rispettive ambasciate. A questo si aggiunge il nuovo abbraccio diplomatico tra la Siria e il consesso dei Paesi della Lega Araba avvenuto nel maggio di quest’anno, ben dodici dopo anni dall’espulsione di Damasco da questa importante istituzione del mondo arabo. Il progetto di sviluppo della rete ferroviaria oggetto della trattazione di questo breve articolo rappresenterebbe, dunque, un nuovo passo verso un Medio Oriente più stabile e più collaborativo; la costruzione del collegamento ferroviario se esteso ad altre potenze della regione come l’Arabia Saudita, potrebbe infatti avviare un’importante trasformazione dei rapporti all’interno dell’area MENA (Middle East and North Africa, Medio Oriente e Nordafrica, ndR), riducendo il livello delle tensioni tra i nemici storici della regione, rafforzandone al contempo i legami economici. In questo quadro di rinnovata collaborazione, i corridoi euroasiatici rappresentano un modo per collegare paesi impegnati in scontri e rivalità che, per alcuni, si protraggono da decenni. Così, come le arterie collegano ogni parte del corpo, strade e ferrovie sono capaci di svolgere un ruolo fondamentale nell’unire Paesi e creare visioni e scenari che uniscano manifestazioni di tradizioni politiche contrastanti e culture diverse, creando un’architettura internazionale organica in cui le singole parti esistono solo in funzione del tutto. Le origini del progetto L’idea della costruzione di una linea ferroviaria che collegasse l’Iran all’Iraq era emersa già nel 2011, quando la ferrovia Khorramshahr-Shalamcheh – lunga di 17 chilometri – era stata completata. Dal 2012, i due paesi hanno condotto una serie di negoziati per l’attuazione del progetto ferroviario Shalamcheh – Bassora, unico collegamento mancante per unire le ferrovie iraniane alla medesima città irachena. Secondo gli accordi, l’Iran avrebbe avuto la responsabilità della costruzione del ponte sul fiume Shatt al-Arab che, nei fatti, avrebbe collegato i due paesi, mentre la...
Raisi
di Giulio Chinappi Tra il 12 e il 15 giugno, il presidente iraniano ha effettuato un viaggio in America Latina, visitando Venezuela, Nicaragua e Cuba ed incontrando i rispettivi leader. Non potevano che essere i tre principali Paesi antimperialisti dell’America Latina le tappe del viaggio che il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha intrapreso nel continente tra il 12 e il 15 giugno. Raisi ha infatti visitato, nell’ordine, Venezuela, Nicaragua e Cuba, ripercorrendo lo stesso itinerario del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, e incontrando i leader dei tre Paesi, con i quali l’Iran condivide la posizione di forte opposizione all’imperialismo statunitense. Dopo essere stato ricevuto dal ministro degli Esteri Yván Gil al suo arrivo a Caracas, Raisi ha incontrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro. “Il dialogo che cerca di rafforzare le alleanze strategiche, basate sui principi di amicizia, solidarietà e rispetto reciproco, fa parte degli sforzi comuni per espandere la cooperazione basata sullo sviluppo condiviso“, afferma un comunicato stampa rilasciato dalla presidenza venezuelana in occasione dell’incontro. A tal proposito,per rafforzare la cooperazione, le autorità venezuelane e iraniane hanno firmato 25 accordi in vari settori. “Questa visita segna una nuova pietra miliare in un rapporto che è stato costruito sulla solidarietà, sulla fratellanza e sulla cooperazione di due popoli, due rivoluzioni, due Paesi che sono nati per essere fratelli: la Repubblica Islamica dell’Iran e la Repubblica Bolivariana del Venezuela“, ha sottolineato Maduro. Il leader venezuelano ha inoltre affermato che l’Iran sta svolgendo un ruolo primario come una delle più importanti potenze emergenti del nuovo mondo, sottolineando che il suo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico è impressionante, “a tutti i livelli, e diventa un riferimento per il popoli che lottano per l’indipendenza, la giustizia, l’uguaglianza, per un’umanità veramente umana“. Da parte sua, il presidente dell’Iran ha assicurato che i due Paesi hanno interessi, posizioni e visioni comuni: “Per molti anni, abbiamo mantenuto questa amicizia con il popolo e il governo del Venezuela, e lo abbiamo dimostrato, e restiamo amici del popolo e del governo del Venezuela anche in tempi difficili. Il rapporto tra Iran e Venezuela non rappresenta una normale relazione diplomatica, piuttosto è una relazione strategica tra due Paesi che hanno interessi comuni, visioni comuni“, ha detto il capo della Repubblica Islamica. Il presidente iraniano ha affermato che la volontà dei due Paesi si basa sullo sviluppo della cooperazione bilaterale, ribadendo che “oggi Iran e Venezuela sono determinati ad aumentare e approfondire la cooperazione bilaterale in campi quali quelli economico, commerciale, energetico, culturale, scientifico e tecnologico“. Rilasciando un’intervista esclusiva a TeleSur, Raisi ha sottolineato come le sanzioni illegali imposte dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali, lungi dall’indebolire Paesi come l’Iran e il Venezuela, non fanno altro che rafforzare i loro legami basati sulla lotta comune contro l’egemonismo di Washington. Il leader iraniano ha anche sottolineato come le sanzioni rappresentino un nuovo modo di dichiarare guerra a Paesi terzi, prendendo il posto delle armi. “C’è stata una guerra di volontà, da una parte la volontà dei popoli che vogliono essere indipendenti, e...
reza-ciro-pahlavi-removebg-preview (1)
di Giulio Chinappi La visita del pretendente al trono iraniano in Italia risulta alquanto inopportuna e suscita dubbi circa quale sia la posizione italiana nei confronti della Repubblica Islamica. In questi giorni, Reza Ciro Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah Mohammed Reza Pahlavi, detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979, si trova a Roma per una visita di due giorni insieme alla consorte, la principessa Yasmine Pahlavi. Secondo la versione ufficiale, la visita del pretendente al trono iraniano, oggi cittadino statunitense, sarebbe volta a promuovere la visione di un Iran “laico e democratico” per il futuro. La visita di Reza Ciro Pahlavi nel nostro Paese appare alquanto inopportuna, poiché rischia di creare un incidente diplomatico con il governo legittimo della Repubblica Islamica dell’Iran. I monarchici iraniani, infatti, considerano il sedicente principe come il legittimo erede al trono, fatto naturalmente smentito dalla storia, visto che nel 1979 fu lo stesso popolo iraniano a votare, attraverso un referendum, per la fine della monarchia e l’instaurazione della repubblica, con una percentuale plebiscitaria. Il fatto che Reza Ciro Pahlavi si rechi in visita “ufficiale” in Italia dovrebbe suscitare non pochi interrogativi circa la posizione ufficiale del governo italiano nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran. Storicamente, l’Italia ha sempre mantenuto rapporti con il governo di Tehrān, e ad oggi rappresenta il principale partner commerciale ed economico dell’Iran nell’Unione Europea. Andrebbe dunque spiegato se, improvvisamente, l’Italia non stia decidendo di sostenere le fazioni monarchiche contro il governo della Repubblica Islamica. Oltretutto, Pahlavi giunge in Italia dopo una discussa visita in Israele, evento che chiaramente ha fatto ulteriormente salire la tensione già alta tra l’Iran e l’entità sionista. Non a caso, la visita di Pahlavi in Israele ha avuto luogo poco dopo che l’Iran e l’Arabia Saudita hanno riavviato le loro relazioni diplomatiche con la mediazione della Cina, cambiando gli equilibri della regione mediorientale, e mettendo a repentaglio i piani di destabilizzazione orditi da Washington e Tel Aviv. Il governo dell’estrema destra sionista, guidato da Benjamin Netanyahu, del resto, non nasconde le sue reali intenzioni di provocare un cambio di regime in Iran: dobbiamo dunque concludere che anche l’Italia cova questo stesso piano? Nella giornata di ieri, 26 aprile, Reza Ciro Pahlavi ha tenuto un convegno dal titolo “Una visione laica e democratica per l’Iran del domani”, evento nel quale è intervenuto, tra gli altri, anche Roberto Bagnasco, capogruppo Forza Italia in commissione Difesa della Camera dei deputati, ovvero un rappresentante delle istituzioni della Repubblica Italiana. Secondo la versione del comunicato ufficiale, “il principe Pahlavi da oltre 43 anni si batte per la democrazia in Iran, per la separazione della religione dal governo dello Stato, per le libertà individuali, per la difesa dei diritti umani e per la coesistenza pacifica con le altre nazioni mediorientali”. Come al solito, questo genere di comunicati necessita una traduzione di significato per comprenderne il senso reale. Un Iran “laico e democratico”, nel linguaggio di costoro, significa un Iran completamente genuflesso ai dettami delle potenze occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti, come quello che stava costruendo il padre del sedicente principe. Pahlavi, del resto, possiede...