11 Settembre 2026

messico

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di Giulio Chinappi Il referendum per la revoca del mandato presidenziale di Andrés Manuel López Obrador ha rappresentato una dura sconfitta per l’opposizione. Il governo può ora proseguire con le sue riforme, in particolare quella energetica. In carica dal dicembre 2018, il presidente del Messico, Andrés Manuel López Obrador, resterà in carica fino al 2024 dopo aver vinto in maniera netta la consultazione sulla revoca del mandato tenutasi domenica 10 aprile. Questo tipo di referendum è previsto in alcuni Paesi dell’America Latina, come il Venezuela, al termine della prima metà del mandato presidenziale, ma non era mai stata tenuta nella storia del Messico. Il referendum, va detto, ha visto un’affluenza alle urne molto bassa, pari al 17,78% degli aventi diritto, ma tra questi il 93,45% ha espresso il proprio voto in favore della continuazione del mandato del presidente progressista. Coloro che vorrebbero la fine immediata del mandato di AMLO sono dunque molto pochi, e comunque il referendum è rimasto ben distante dal quorum previsto del 40%. Questo significa che la maggioranza della popolazione non ha ritenuto opportuno spendersi per un’eventuale revoca del mandato del presidente in carica, il che rappresenta una testimonianza indiretta di sostegno al governo. Il sostegno al governo di López Obrador, al quale partecipa anche il Partido del Trabajo (PT), si deve soprattutto agli effetti positivi che le sue politiche hanno avuto sulle fasce più deboli della popolazione, e per questo stesso motivo viene tanto osteggiato dalla grande borghesia messicana e internazionale, come dimostrano gli articoli pubblicati contro di lui da Forbes. Nonostante la pandemia di Covid-19, il salario medio dei messicani è aumentato del 71% rispetto al 2018, facendo registrare un aumento del potere d’acquisto delle famiglie. Nel 2019, AMLO ha effettuato la chiusura della colonia penale delle Islas Marías, trasformate in una riserva naturale presto accessibile a visitatori e ricercatori. Al di là del dato sull’affluenza, López Obrador ha comunque commentato positivamente lo svolgimento di un referendum che la stampa messicana ha qualificato come storico: “Il popolo ha agito con grande responsabilità, c’erano milioni di messicani. Siamo di fronte a un evento storico, è qualcosa di senza precedenti, per la prima volta si fa una consultazione dei cittadini affinché possano decidere sul governo del presidente, ribadendo che è il popolo che assegna i mandati”, ha affermato il capo di Stato. “Questa è un’esperienza molto positiva per l’applicazione della democrazia partecipativa con la riforma elettorale che presenteremo. Questo obbliga chi è alla presidenza ad agire con rettitudine, onestà, a non voltare le spalle al popolo, a non rubare, a non vedere il bilancio dello Stato come bottino personale, perché il popolo non lo permetterebbe”, ha aggiunto. Il presidente messicano aveva dimostrato la sua volontà di utilizzare con maggior frequenza lo strumento referendario già lo scorso anno, quando promosse una consultazione per apporvare una legge che permettesse di fare luce sui crimini commessi da sei ex capi di Stato nel corso dei loro mandati presidenziali. L’esito del referendum ha certamente dato maggiore forza al governo di López Obrador, che ora potrà procedere con le riforme in programma....
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di Federico Anaya-GallardoTraduzione per il CeSEM di Cristiano ProcenteseArticolo originale: https://politicainternacional.com.mx/2020/12/02/una-hipotesis-geopolitica-para-explicar-el-poder-del-sector-militar-mexicano/ Ultimamente, noi cittadini messicani ci siamo imbattuti in un tema deprecabile: il potere del sistema militare. E’ disdicevole non sapere molto a riguardo delle proprie Forze Armate. È disdicevole perché si presume che queste ultime siano indispensabili alla vita della Repubblica; oltre al fatto che, a volte, si sospetta non siano veramente utili. Che ci siano tre “piani di difesa nazionale”, DN1, DN2 e DN3, è un fatto abbastanza noto – poiché la maggior parte della popolazione ha visto le truppe schierarsi applicando il protocollo DN3 in caso di calamità naturali. A tal proposito, il triangolo blu della Protezione Civile è meno conosciuto della sigla DN3. Ma questo particolare – a ben vedere – ci riporta all’indignazione iniziale: se le Forze Armate sono utilizzate esclusivamente o principalmente per affrontare le catastrofi, non sarebbe meglio convertirle in un corpo di Protezione Civile? (si sottolinei la parola civile.) Quando si cerca di approfondire cosa significano DN1 e DN2, lo sconcerto aumenta. DN1 è il piano di difesa in caso di invasione straniera; DN2 il piano di difesa contro la ribellione interna. Nella prima – poiché l’unica potenza capace di invaderci sono gli Stati Uniti d’America (USA) – il piano ordina l’organizzazione popolare della resistenza perché riconosce l’incapacità delle forze militari di affrontare in modo efficae l’invasore. Nella seconda, che di fatto è stata attivata in più occasioni, le Forze Armate hanno affrontato una parte della popolazione che avevano giurato di difendere. Appaiono inutili all’esterno e anti- insurrezionali all’interno. Non c’è da stupirsi che l’argomento sia sconveniente. Un paio di recenti episodi inaspettati ci riportano al tema. Il 15 ottobre 2020, il cittadino Salvador Cienfuegos Zepeda viene detenuto all’aeroporto di Los Angeles in Alta California con l’accusa di narcotraffico da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In pochi giorni quest’ultimo viene portato davanti ad un giudice federale a Brooklyn, New York. La notizia provoca un terremoto. Questo cittadino è stato il Segretario generale della Difesa nazionale messicano tra il 2012 e il 2018. La “commentocrazia” messicana ripete parole come insolito, straordinario, inedito. Nemmeno il tempo di riprendere fiato, quando il 17 novembre 2020 i pubblici ministeri federali incaricati dell’accusa di Cienfuegos chiedono al tribunale di respingere l’accusa e di autorizzare la consegna del detenuto alle autorità messicane. Il giorno successivo Cienfuegos torna a casa. Ancora una volta, insolito, straordinario, inedito. Molto scandalo, pochi fatti, analisi superficiale. In un fiume di commenti, ha sorpreso una dichiarazione dell’avvocato Ana Laura Magaloni Kerpel: “Mi ha fatto piacere il risultato. … trattenere il capo dell’esercito, colui che era a capo dell’esercito, … non è il modo di trattare un’istituzione di rilievo come quella dell’esercito “. A suo parere, l’accusa degli Stati Uniti contro Cienfuegos ha compromesso una istituzione importante proprio per la politica contro i narcotrafficanti degli stessi Stati Uniti. (È l’ora dell’opinione, 18 novembre 2020, minuto 5 ess. Nota 1.) Per la Magaloni, l’accusa americana ha colpito la disciplina, la lealtà e...
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Articolo pubblicato al seguente link: https://prruk.org/mexicos-fourth-transformation-amlo-and-the-global-left/?fbclid=IwAR2oRT15HM36yzCsMnk0t_HwehINrdLo72Ufd2MLrG5aVok9JgZ5nUTY5v8 David Raby writes: For decades Mexico seemed unchanging, locked in a corrupt one-party state under the PRI (Spanish acronym of the Institutional Revolutionary Party) which maintained a relatively progressive foreign policy but remained apart from the dramatic struggles unfolding elsewhere in Latin America.  When the PRI was finally defeated in 2000 it was by the right-wing PAN which offered more of the same, but worse. For three six-year presidential terms (2000-2018) PAN and PRI alike imposed unbridled neoliberal policies with greatly increased inequality and corruption.   AMLO’s great election victory But in July 2018 came dramatic change with the victory of Andrés Manuel López Obrador (known by his initials as AMLO) and his MORENA (Movement of National Renovation) party. Coming from the left of the traditional establishment, AMLO ran for the presidency twice before and was defeated, partly by fraud. But this time he won dramatically, with 52% of the vote in a three-way race, something unprecedented for decades. Not only that, but his party won at all levels of government: both houses of Congress, most state governors and assemblies and many local governments. This came about because this time he ran a different type of campaign, concentrating on a few basic themes: real democracy, fighting corruption, and an end to impunity. He mobilised a vast mass movement, especially among the young. The Mexican people wanted real change, but had no faith in the traditional left. Mexico’s importance is obvious: the second largest population in Latin America, 130 million (after Brazil’s 210 million), the third largest territory (after Brazil and Argentina), and its crucial situation bordering the USA, in some ways a curse but of enormous geopolitical significance. So when AMLO won, and then was inaugurated in December 2018, I decided it was time for to go back to Mexico for the first time in more than a decade, and with my partner Luisa I was there for nearly six weeks in June-July 2019.   The “Fourth Transformation” What we found was fascinating. AMLO is not Hugo Chávez, and Mexico is not Venezuela. AMLO’s style is very different: calm, measured, polite. But he is quite clear that he is proposing a radical programme of change: the “Fourth Transformation” in Mexico’s history (the first three being the independence struggle against Spain from 1810 to 1821, the liberal Reform movement of 1855-72 under indigenous President Benito Juárez, and the epic Revolution of 1910-20). From day one AMLO led by example, slashing his own presidential salary by 60% and calling on all high public officials (over 30,000 of them, both elected and appointed) to do the same, and refusing to live in the traditional presidential mansion which has been turned into a museum and public meeting hall. He holds morning press conferences (mañaneras) every working day, Monday to Friday at 7 am, where he and his ministers present policy and field questions from all and sundry. These sessions typically last about two hours, and the President responds to all with remarkable patience and openness. AMLO insists on dialogue, constantly criticising the conservative opposition but always recognising...