di Paolo Mathlouthi Che cos’è un vero viaggio? Quale sarà mai la molla che spinge l’uomo da tempo immemorabile ad incamminarsi per le strade del mondo? Difficile rispondere in maniera univoca a questa domanda dal sapore ultimativo: la curiosità forse, il desiderio atavico di misurarsi con l’Ignoto, quella realtà collocata appena oltre la soglia di casa che, come chiosa Ernst Junger nei suoi “Ludi africani”, è insieme “regolata e senza legge”, o magari il continuo bisogno di stupirsi, visto che per i Greci il thaumazein è la scaturigine del pensiero, la scintilla primigenia di quell’illuminazione che ci rende esseri senzienti. La conoscenza presuppone necessariamente esperienza diretta delle genti e dei loro modi. Se avessimo potuto rivolgere questo interrogativo amletico a Vasilij Golovanov, scrittore russo recentemente scomparso di cui Adelphi ha da poco dato alle stampe “Verso le rovine di Cevengur”, una delle sue prose itineranti più significative, il diretto interessato ci avrebbe probabilmente spiazzati rispondendo che il viaggio cela in se qualcosa di arcaico che ha a che fare con il Mito, una divina follia, un’esperienza iniziatica dall’andamento circolare che serve in realtà a riconnetterci con l’Origine, a ritrovare la via smarrita che ci riconduca agli albori del Tempo, all’infanzia del mondo, laddove riposano le certezze ultime e, in quanto tali, fondative del nostro essere: la Vita, la Morte, l’inestricabile, misteriosa trama del Destino che segna il futuro di ciascuno di noi. Partire per ritornare. Questa, in definita, l’essenza omerica di ogni viaggio. Golovanov è scrittore dal cuore antico, da autentico pessimista attivo qual è, il presente gli sta stretto mentre del futuro non si preoccupa affatto, il domani è soltanto un altro oggi. Gli interessa invece molto il passato, quel fitto intreccio tra i luoghi e gli accadimenti della Storia che è la cifra più autentica della nostra esperienza terrena, ha paura che se ne smarrisca la memoria e vada perduto, divorato dall’irrefrenabile turbinio della Modernità. Come Antoine de Saint – Exupéry, Sylvain Tesson, Paul Morand e Patrick Leigh Fermor, scrittori girovaghi a lui legati da profonda, intima consanguineità, Golovanov è affetto, forse suo malgrado, da quello che il nostro Giuseppe Ungaretti avrebbe chiamato il “sentimento del Tempo”: una spinta emotiva, irrazionale e nondimeno potentissima che si traduce in una lancinante nostalgia per epoche che non abbiamo vissuto e nutre il desiderio spasmodico di dare corpo e senso alla nostra identità. Conoscere un luogo, specie quello natio, significa dunque ripercorrerlo. Tra senso di appartenenza e viaggio esiste un’inattesa affinità elettiva. Se poi, come accade a Vasilij Golovanov, teatro di questa iniziazione è la Russia, il viaggio non può che cominciare da Okov, presso una cappella votiva situata a ridosso dalle sorgenti del Volga, il grande fiume che nella geografia sacra dell’Ortodossia è identificato con il Giordano, poiché sul piano simbolico rappresenta l’arteria vitale del Paese, la sua inesausta fonte battesimale. “Qui è l’inizio” – precisa l’Autore – “il calice riposto, le foreste impenetrabili e recondite. Tutta la forza a venire è in questa fragilità”. In altre parole l’Omphalos....
Geopolitica
FONTE ARTICOLO: https://www.investigaction.net/fr/lettre-ouverte-dexperts-a-biden-et-au-congres-les-etats-unis-doivent-oeuvrer-pour-la-paix-dans-le-monde/ Negli Stati Uniti, importanti ed ex esperti di sicurezza nazionale stanno inviando una lettera aperta al presidente Biden e ai membri del Congresso : chiedono di fare di tutto il possibile per porre fine alla guerra in Ucraina attraverso la diplomazia. Senza perdonare l’invasione russa, non esitano a denunciare le azioni della NATO e dei trafficanti di armi che hanno contribuito a destabilizzare l’Europa. Saranno ascoltati? La guerra tra Russia e Ucraina è stata un vero disastro. Centinaia di migliaia di persone sono state uccise o ferite, milioni di persone sono state sfollate, la distruzione ambientale ed economica è stata incalcolabile. E la devastazione a venire potrebbe essere esponenzialmente maggiore, con le potenze nucleari sempre più vicine alla guerra aperta. Deploriamo la violenza, i crimini di guerra, gli attacchi missilistici indiscriminati, il terrorismo e altre atrocità che fanno parte di questa guerra. La soluzione a questa violenza scioccante non sono più armi o più guerre, con loro la garanzia di più morte e distruzione. Come americani ed esperti di sicurezza nazionale, esortiamo il presidente Biden e il Congresso a usare tutto il loro potere per porre rapidamente fine alla guerra tra Russia e Ucraina attraverso la diplomazia, tenendo conto in particolare dei gravi pericoli di un’escalation militare che potrebbe diventare incontrollabile. Sessant’anni fa, il presidente John F. Kennedy ha fatto un’osservazione cruciale per la nostra sopravvivenza oggi: “Pur difendendo i propri interessi vitali, le potenze nucleari devono evitare scontri che portano un avversario a scegliere tra una ritirata umiliante o una guerra nucleare. L’adozione di questo tipo di azioni nell’era nucleare sarebbe solo la prova del fallimento della nostra politica – o del desiderio di morte collettiva per tutto il mondo”. La causa immediata di questa disastrosa guerra ucraina è l’invasione russa. Tuttavia, i piani e le azioni per estendere la NATO ai confini della Russia hanno sollevato timori per la Russia. I leader russi hanno sostenuto questo punto di vista per 30 anni. Il fallimento della diplomazia ha portato alla guerra. Oggi la diplomazia è essenziale per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina prima che il conflitto distrugga l’Ucraina e metta in pericolo l’umanità. Il potenziale per la pace L’attuale ansia geopolitica della Russia è alimentata dai ricordi delle invasioni di Carlo XII, di Napoleone, del Kaiser tedesco e di Hitler. Le truppe americane facevano parte di una forza di invasione alleata che intervenne senza successo contro la parte vincente della guerra civile russa del dopoguerra. La Russia vede l’allargamento della NATO e la sua presenza ai suoi confini come una minaccia diretta; gli Stati Uniti e la NATO lo vedono solo come un’attenta preparazione. In diplomazia, devi cercare di analizzare le cose con una forma di empatia strategica, cercando di capire i tuoi avversari. Questa non è debolezza, è saggezza. Respingiamo l’idea che i diplomatici, in cerca di pace, debbano scegliere da che parte stare (in questo caso Russia o Ucraina). Favorendo la diplomazia, stiamo scegliendo di stare dal lato della ragione,...
di M. K. Bhadrakumarha FONTE ARTICOLO: https://www.investigaction.net/fr/pourquoi-la-declaration-du-g7-fait-limpasse-sur-la-tant-attendue-contre-offensive-ukrainienne Molto attesa, la controffensiva ucraina brilla per la sua assenza nella dichiarazione finale dell’ultima riunione del G7 che si è tenuta a Hiroshima. Poco prima, un articolo di Politico aveva messo in luce il piano di alti funzionari statunitensi di congelare il conflitto in Ucraina. L’ex diplomatico indiano, M.K. Bhadrakumar ne analizza le ragioni. Pubblicata dopo l’incontro al vertice di Hiroshima, la dichiarazione di 2.700 parole dei leader del G7 sull’Ucraina ha tralasciato la questione ardente del momento: la controffensiva contro le forze russe. Un silenzio assordante, mentre circolano voci sulla scomparsa del comandante in capo delle forze armate ucraine. È significativo che lo stesso presidente Vlodimir Zelensky scompaia da Kiev per visitare le capitali del mondo – Helsinki, L’Aia, Roma, Vaticano, Berlino, Parigi, Londra, Jeddah e Hiroshima. Sembra esserci qualcosa di marcio nel regno di Danimarca. Alla fine del vertice del G7, il leader del gruppo Wagner, Evgeniy Prigozhin, ha annunciato che l’operazione russa per catturare il centro di comunicazione strategica di Bakhmut, nella regione del Donbass nell’Ucraina orientale, era terminata con successo dopo 224 giorni di combattimento, tanto i giorni necessari per superare la resistenza degli oltre 80.000 soldati ucraini qui dispiegati. È un momento doloroso per Zelensky. Lo scorso dicembre, prima che i deputati statunitensi si radunassero al Campidoglio, si vantava che «proprio come la battaglia di Saratoga (nel 1777, durante la guerra rivoluzionaria americana), la lotta per Bakhmut cambierà la traiettoria della nostra guerra per l’indipendenza e la libertà». Nel frattempo, per distogliere l’attenzione, si parla di un sottile cambiamento nella politica americana in merito alla fornitura, in un futuro indeterminato, di aerei da combattimento F-16 da destinare all’Ucraina. In realtà, nessuno può dire come sarà lo stato ucraino quando arriveranno gli aerei. Non sorprende, quindi, che l’amministrazione Biden sembri ancora titubante. L’F-16 è un prodotto di esportazione alla moda; cosa accadrebbe se i russi ne rovinassero la fama facendolo esplodere con le loro armi ad alta tecnologia? Per i russi, sembra che sia necessaria una vittoria totale per far capire agli americani e agli inglesi che Mosca non sta scherzando con i tre obiettivi posti alla base dell’operazione militare speciale – tre obiettivi che non sono negoziabili: la sicurezza della comunità etnica russa e il suo diritto a vivere in pace e dignità nei nuovi territori ; la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina; e un’Ucraina neutrale, sovrana e indipendente, liberata dalle grinfie degli Stati Uniti e non più un vicino ostile. Certo, l’ostilità senza precedenti degli Stati Uniti nei confronti della Russia ha solo rafforzato la determinazione di Mosca. Se l’alleanza anglosassone continua ad attraversare le fasi crescenti, l’operazione russa potrebbe estendersi all’intera regione ad est del fiume Dnepr. I russi sono impegnati in questa guerra a lungo termine e la palla è nel campo degli Stati Uniti. Ho in mente un discorso tenuto lo scorso luglio dal presidente Vladimir Putin davanti alla Duma. Ha detto: «Oggi sentiamo che vogliono sconfiggerci sul campo di battaglia. Cosa posso dire ? Lasciamoli...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/31/nuova-fase-della-guerra-ibrida-contro-la-serbia/ Dopo gli episodi dello dicembre, l’offensiva ibrida contro la Serbia si è nuovamente intensificata per mezzo del Kosovo, creazione della NATO, con il chiaro obiettivo di attaccare uno dei principali alleati della Russia. Dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, la Serbia ha sempre mantenuto una posizione in linea con la storica amicizia che unisce Belgrado a Mosca. Il governo del presidente Aleksandar Vučić si è categoricamente rifiutato di prendere parte a qualsiasi tipo di sanzione antirussa, e proprio per questo il suo Paese è entrato nel mirino dell’imperialismo statunitense, che attraverso le guerre NATO nella ex Jugoslavia ha creato un avamposto antiserbo e atislavo in Kosovo. Già nello scorso dicembre, erano partite le prime provocazioni da parte kosovara, sempre con il sostegno delle forze dell’alleanza atlantica. Sin da allora, avevamo sottolineato come le mosse contro la Serbia avessero la duplice funzione di punire lo stesso governo di Belgrado, reo di non essersi allineato ai dettami di Washington, ma anche di aprire un nuovo fronte contro la Russia, visto che Mosca ha sempre ricoperto il ruolo di “fratello maggiore” del popolo serbo (ricordiamo il precedente più celebre che portò allo scoppio della prima guerra mondiale). Marija Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha sottolineato come la NATO, che si erge a difensore dei diritti umani, rappresenti in realtà una fonte di destabilizzazione nella regione balcanica, dove guida la forza di sicurezza internazionale denominata KFOR (Kosovo Force). “Non solo i peacekeeper della NATO hanno mostrato la loro mancanza di professionalità, ma sono anche diventati una fonte di violenza non necessaria e un fattore di escalation“, ha attaccato Zacharova. “Coloro che dovrebbero proteggere la maggioranza serba locale dall’arbitrarietà dei kosovari hanno finito per schierarsi con le aspirazioni xenofobe di Priština e sono diventati sostanzialmente complici del terrore – assumendo il ruolo di sicurezza personale dell’autonominato governo degli albanesi del Kosovo che si sono rintanati negli edifici amministrativi“, ha detto la rappresentante diplomatica. Zacharova fa in particolare riferimento agli episodi dello scorso 26 maggio, quando la polizia del Kosovo ha sequestrato edifici amministrativi nei comuni di Zvečan, Zubin Potok e Leposavić, in cui vive una numerosa popolazione serba. Il 29 maggio, le forze di sicurezza internazionali guidate dalla NATO hanno chiuso l’accesso agli edifici amministrativi dove si erano radunati i manifestanti serbi, fino ad arrivare allo scontro, con un bilancio di almeno 52 feriti, secondo quanto riportato da fonti ufficiali serbe. Va notato che gli scontri sono iniziati proprio nello stesso giorno in cui il presidente serbo Aleksandar Vučić ha ribadito il rifiuto del suo governo di applicare qualsiasi sanzione contro la Russia. Con chiaro riferimento al modo ossequioso con il quale altri Paesi obbediscono supinamente agli ordini di Washington, Vučić ha affermato che il governo serbo non prende ordini da ambasciatori o governi di altri Paesi. Il presidente ha poi affermato che la Serbia persegue la propria politica estera indipendente, e che spetta solamente al governo di Belgrado decidere se imporre sanzioni o meno. In quegli stessi giorni era presenta a Belgrado anche il...
A cura di Gokhan Kurtaran FONTE ARTICOLO: https://www.aa.com.tr/en/turkiye/turkiye-obvious-nation-for-expanded-brics-says-leading-economist/2896122# L’economista britannico Jim O’Neill ha affermato che la Turchia ha affrontato le complicazioni del sistema incentrato sugli Stati Uniti e del nuovo ordine mondiale. La Turchia sarebbe un’aggiunta ovvia a un gruppo BRICS allargato; così l’economista Jim O’Neill, colui che ha coniato l’acronimo che sta per Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa, tutte economie emergenti. Parlando con l’agenzia di stampa Anadolu, O’Neill ha affermato che numerosi paesi stanno facendo domanda per entrare a far parte dei BRICS. Egli vede questo fenomeno come un’iniziativa simbolica del mondo emergente a dimostrazione della loro insoddisfazione per la governance globale e lo status quo stabilito dal dominio statunitense dopo la seconda guerra mondiale. O’Neill, che è stato anche presidente del rinomato think tank londinese Chatham House dal 1999 al 2021, aveva precedentemente incluso la Turchia all’interno del MINT (Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia), gruppo che rappresenta le economie emergenti. Ha detto, inoltre, che la Turchia ha affrontato le complicazioni del sistema incentrato sugli Stati Uniti e del nuovo ordine mondiale, suggerendo che Ankara potrebbe entrare a far parte di un gruppo BRICS che desidera l’espansione. “In molti modi la Turchia deve farlo a causa della sua geografia unica. Ma anche, forse, nel modo in cui i leader turchi moderni hanno pensato di poter vedere i vantaggi del sistema occidentale così come i vantaggi di un sistema diverso“, ha affermato. Guerra Russia-Ucraina O’Neill ha espresso la convinzione che i paesi all’interno della formazione BRICS – dove si sente il peso economico della Cina – avrebbero “un grande desiderio” che Turchia facesse parte dell’espansione del gruppo. “La Turchia è un paese piuttosto unico in questo senso. È l’unico paese che sembra essere uno dei principali paesi che è stato in grado di svolgere una sorta di ruolo di mediazione per essere considerato credibile sia dall’Ucraina che dalla Russia“, ha detto. O’Neill ha, inoltre, affermato che l’economia russa ha ottenuto risultati migliori rispetto alle previsioni precedenti di circa un anno fa, aggiungendo che le sanzioni occidentali non hanno avuto un impatto reale sulla Russia. Avendo precedentemente ricoperto il ruolo di capo economista di Goldman Sachs per molti anni, O’Neill ha osservato come le banche centrali nelle economie avanzate stiano compiendo sforzi per contenere gli alti livelli di inflazione, cercando di rallentare l’economia; le recenti dichiarazioni della Federal Reserve (Fed) indicano che se l’inflazione continua a diminuire, la stretta monetaria potrebbe finire; O’Neill ha aggiunto che, in futuro, tali azioni da parte della banca centrale statunitense potrebbero avere un impatto positivo sulle economie emergenti. Discutendo delle prospettive economiche nel Regno Unito, O’Neill ha sottolineato che il paese ha attraversato un periodo difficile dal referendum sull’uscita dalla UE tenutosi nel 2016, affrontando le conseguenze di quella che definisce una “decisione folle” in termini intellettuali e politici. O’Neill ha sottolineato che la posizione commerciale del Regno Unito è peggiorata e, nonostante la necessità di lavoratori qualificati, a livello politico ci sono preoccupazioni significative per quanto riguarda l’immigrazione mentre la capacità di...
di Timur Fomenko FONTE ARTICOLO: https://nexusnewsfeed.com/article/geopolitics/the-g7-is-an-outdated-tool-of-the-us-neo-empire/ Washington ha cooptato sia i vincitori che i perdenti della seconda guerra mondiale nella difesa del dominio occidentale in tutto il mondo. Il vertice delle nazioni del G7 si è svolto a Hiroshima, in Giappone, nell’ultimo fine settimana. Hiroshima è significativa per alcuni motivi. Prima di tutto, Hiroshima è nota al mondo come il luogo che gli Stati Uniti hanno bombardato, insieme a Nagasaki, alla fine della seconda guerra mondiale; bombardamento che ha portato alla resa dell’Impero del Giappone e alla trasformazione di quel paese in uno stato cliente degli americani. In secondo luogo, in linea con il doppio sforzo di contenimento americano contro Cina e Russia, il Giappone sta lavorando per rimilitarizzarsi. Pertanto, mentre il Giappone è il presidente del G7 quest’anno, l’evento è stato un avallo di obiettivi geopolitici incentrati sugli Stati Uniti che hanno preso di mira entrambi i paesi. Tuttavia, cosa si potrebbe dire del G7 stesso? Fondato nel 1975 come organizzazione dell’era della Guerra Fredda e incorporando brevemente le aspirazioni dell’Occidente per la Russia post-sovietica, il gruppo professa di rappresentare i paesi industriali più avanzati del mondo, ma chiunque potrebbe dire che questa è una categoria obsoleta. Paesi come la Cina e l’India, infatti, con economie più grandi della maggior parte dei membri del G7, non fanno parte del gruppo. Piuttosto, il carattere e l’agenda del G7 sono distintamente ideologici mentre l’obiettivo è quello di preservare a tutti i costi un concetto di mondo dominato dall’Occidente. Non dovrebbe passare inosservato che il G7 è un’effettiva aggregazione di ex imperi che un tempo dominavano incontrastati il mondo, ora tenuti sotto le ali e la servitù degli Stati Uniti. Sorprendentemente, tutte e tre le potenze dell’Asse della seconda guerra mondiale, sconfitte dagli alleati, fanno parte di questo raggruppamento. Sebbene i rispettivi regimi orientati al fascismo di Germania, Italia e Giappone siano stati giustamente distrutti, dopo la guerra, questi paesi sono stati tutti ricostruiti come stati clienti americani e i loro rispettivi interessi sono stati messi nelle mani di Washington. Allo stesso modo, gli imperi alleati, che emersero vittoriosi, tra cui Francia, Gran Bretagna e il suo dominio imperiale, il Canada, scoprirono che la guerra aveva gravemente esaurito sia le loro risorse che la forza nazionale al punto che non potevano più continuare a porsi sulla scacchiera internazionale come le superpotenze globali che erano state. Di conseguenza, hanno ceduto il loro testimone di leadership agli Stati Uniti e da allora hanno fatto affidamento sull’esempio di Washington per garantire i loro interessi in tutto il mondo. In ogni caso, tutti questi paesi detenevano posizioni di privilegio derivanti dalle loro rispettive epoche imperiali. Avendo colonizzato la maggior parte del globo e avendo il Giappone occupato militarmente gran parte dell’Asia, questi paesi si erano arricchiti enormemente. La favolosa ricchezza della Gran Bretagna, per esempio, è adattata direttamente allo sfruttamento dell’Africa e dell’India. Gli imperi coloniali erano di carattere strettamente commerciale, l’ideologia usata come forza giustificante per l’aggressione, sostenendo, al contempo, i loro interessi economici...
Di Hauke Ritz, multipolar-magazin.de | Traduzione di oval.media FONTE ARTCOLO: La Guerra contro il mondo multipolare – Come Don Chisciotte Politici di spicco suggeriscono che si potrebbe rischiare una continua escalation della guerra in Ucraina perché una vittoria russa sarebbe peggiore di una terza guerra mondiale. A cosa è dovuta questa enorme volontà di escalation? Perché sembra non esistere un piano B? Per quale motivo l’élite politica degli Stati Uniti e quella della Germania hanno legato il proprio destino all’imposizione di un ordine mondiale a guida occidentale? Non si può ignorare che il mondo occidentale sia in preda a una sorta di frenesia bellica nei confronti della Russia. Ogni escalation sembra portare quasi automaticamente alla successiva. Non appena è stata decisa la consegna di carri armati all’Ucraina, si è parlato della consegna di jet da combattimento. Un drone spia americano era appena stato abbattuto vicino al confine russo dal passaggio ravvicinato di un caccia russo, quando la Corte penale internazionale dell’Aia ha pubblicato un mandato di arresto per Vladimir Putin. Criminalizzando il presidente russo, l’Occidente ha deliberatamente distrutto il percorso verso una soluzione negoziale e ha portato l’escalation a un nuovo livello. Ma come se il livello così raggiunto non fosse abbastanza alto, la Gran Bretagna ha annunciato la consegna di munizioni all’uranio, considerate armi “convenzionali” che lasciano una contaminazione radioattiva sul luogo dell’esplosione. La risposta di Mosca non si è fatta attendere ed è consistita nella decisione di posizionare armi nucleari tattiche in Bielorussia a stretto giro. La rinuncia al controllo dell‘escalation Da dove deriva questa disposizione quasi automatica all’escalation da parte dei politici al potere oggi? È un fenomeno di decadenza? Qualcosa di analogo si verifica quando l’adattamento allo Zeitgeist (lo spirito del tempo) è diventato più importante dell’adattamento alla realtà. Oppure la disponibilità all’escalation può essere spiegata razionalmente? È forse l’espressione di un certo obiettivo politico che è stato minacciato ma che non può essere abbandonato dalla classe politica al potere e che quindi sembra raggiungibile solo attraverso un azzardo? Una dichiarazione molto significativa, rilasciata dal Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg il 18 febbraio alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera, fa pensare a quest’ultima ipotesi: Stoltenberg ha ammesso nel suo discorso che, continuando a sostenere l’Ucraina, c’era il rischio di un’escalation militare tra la NATO e la Russia che non poteva più essere controllata. Tuttavia, ha fatto seguito a questa ammissione chiarendo immediatamente che non esistono soluzioni prive di rischi e “che il rischio più grande di tutti sarebbe una vittoria russa”. In un certo senso, Stoltenberg ha legittimato il rischio di un’escalation militare tra le due superpotenze nucleari. In altre parole, si potrebbe tranquillamente rischiare l’escalation perché una vittoria russa in Ucraina sarebbe potenzialmente peggiore di una terza guerra mondiale. Ora, si potrebbe liquidare la dichiarazione di Stoltenberg come irrazionale se non fosse in linea con altre dichiarazioni allarmanti di politici, militari e persone che gravitano in questi mondi. Si consideri, ad esempio, l’osservazione fiduciosa di Rob Bauer, Presidente del Comitato militare della NATO, che si è detto sicuro che Putin non...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/30/il-mek-braccio-armato-dellimperialismo-contro-la-repubblica-islamica-delliran/ In questo articolo riassumiamo la controversa storia del MEK, passato dall’essere un movimento che combinava Islam e marxismo fino a diventare un’organizzazione terroristica al servizio degli scopi dell’imperialismo statunitense. Mojahedin-e-Khalq, meglio nota con l’acronimo MEK, è un’organizzazione politica che ha come scopo dichiarato il rovesciamento della Repubblica Islamica dell’Iran per instaurare un nuovo governo. Quest’organizzazione, che il governo iraniano considera come terroristica, ha però una storia molto complessa, che ha inizio nel 1965, quando un gruppo di militanti di estrema sinistra fondo il MEK per rovesciare la monarchia dello scià Reza Pahlavi. Nei primissimi anni della sua esistenza, il MEK si caratterizzò per essere un’organizzazione che puntava a conciliare una visione progressista della religione musulmana con il marxismo, anche se il gruppo non si è mai autodefinito socialista né comunista. Secondo il MEK, infatti, l’Islam doveva opporsi al feudalesimo e al capitalismo, puntando alla socializzazione dei mezzi di produzione. Nel 1973, l’organizzazione si scinderà in due, con il gruppo dei militanti più orientati a sinistra che darà vita ad una nuova organizzazione, il MEK Marxista-Leninista. Sia il MEK che il MEK Marxista-Leninista prenderanno parte al rovesciamento della monarchia persiana nel 1979, ed espressero, almeno in un primo momento, anche il proprio sostegno all’occupazione dell’ambasciata statunitense a Tehrān. Tuttavia, ben presto emersero delle divergenze con il nuovo governo della Repubblica Islamica, ed in particolare con l’ayatollah Ruḥollāh Khomeynī, che non condivideva le interpretazioni dell’Islam sciita operate dagli esponenti del MEK. In questi anni il MEK ha sempre mantenuto una impostazione nazionalista e anti-imperialista, tanto che nel 1997 gli Stati Uniti inserirono il MEK nella lista delle organizzazioni terroristiche. Pur continuando la propria attività di opposizione nei confronti del governo iraniano, i militanti del MEK, in gran parte esiliati in Iraq, furono tra le vittime dell’invasione statunitense del Paese allora guidato da Ṣaddām Ḥusayn. Dal 2012, tuttavia, il MEK ha modificato la propria visione in politica estera, divenendo completamente assoggettato agli Stati Uniti, che hanno lavorato per attirare a sé l’organizzazione in funzione anti-iraniana nel corso dell’occupazione dell’Iraq. Non a caso, nel settembre del 2012, Washington ha ufficialmente eliminato il nome del MEK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Nello stesso anno, l’emittente NBC ha riportato la notizia secondo la quale i militanti del MEK verrebbero addestrati dai servizi segreti israeliani al fine di assassinare gli scienziati del programma nucleare iraniano, fatto successivamente confermato dall’agente della CIA Robert Baer. Sempre nel 2012, il giornalista premio Pulitzer Seymour Hersh, lo stesso che ha recentemente svelato il coinvolgimento degli Stati Uniti negli attentati ai gasdotti Nord Stream, ha rivelato che numerosi importanti esponenti della politica e dei servizi segreti degli Stati Uniti erano stati lautamente retribuiti per parlare in favore del MEK, compresi i direttori della CIA James Woosley e Porter Gross, l’ex direttore dell’FBI Louis Freeh, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani e l’ex ambasciatore degli USA presso le Nazioni Unite John Bolton. Inoltre, Hersh ha denunciato che, tra il 2005 ed il 2009, militanti del MEK sarebbero stati addestrati in Nevada dal Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, esercitazioni che però sarebbero terminate in...
FONTE ARTICOLO: https://italian.cri.cn/2023/05/25/ARTIN7j2PkDklHpwYw0g9dxX230525.shtml?spm=C45821.PevNA4jhF5js.EpkAML7VXLgv.8 Riguardo alle affermazioni inerenti a Taiwan del presidente del Paraguay, in una conferenza stampa ordinaria convocata il 25 maggio la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning ha sottolineato che sostenere il principio di una sola Cina rappresenta la giustizia internazionale, la volontà dei popoli e la tendenza dei tempi. La portavoce cinese ha sottolineato che nel mondo esiste una sola Cina e Taiwan ne è una parte inseparabile, il principio di una sola Cina rappresenta una regola delle relazioni internazionali universamente riconosciuta e un consenso della comunità internazionale, finora vi sono già 182 paesi che hanno allacciato le relazioni diplomatiche con la Cina sulla base di tale principio. Mao Ning ha concluso dicendo che “i paesi interessati sono chiamati a tenere conto della tendenza generale, a scegliere di stare dalla parte giusta della storia e di prendere la decisione giusta il prima possibile che sia in linea con gli interessi fondamentali e a lungo termine dei propri paesi”.
di Peter Ford FONTE ARTICOLO: https://21stcenturywire.com/2023/05/19/never-mind-who-lost-syria-who-the-hell-lost-saudi-arabia/ La Siria che torna nell’ovile della Lega Araba è un’immagine che la banda del “cambio di regime” di stanza a Washington non avrebbe mai voluto che il mondo vedesse. Più precisamente: mentre il Regno inizia ad essere rivolto verso est, l’impero degli Stati Uniti sta perdendo una delle sue più grandi risorse nel mantenere il suo impero globale. È difficile sopravvalutare il significato della riammissione della Siria nella Lega araba e della partecipazione del presidente Assad al vertice arabo di Jeddah. Il significato va ben oltre la Siria stessa. Andiamo dritti al punto: si tratta di un duro colpo per gli Stati Uniti e i suoi alleati e non c’è da stupirsi che i commenti dei think tank di Washington e delle pubblicazioni come il Financial Times siano così aspri in merito. Non è solo che l’odiato Assad stia uscendo dall’isolamento imposto dagli Stati Uniti e che al mondo viene ricordato il fallimento della politica statunitense in Siria. Ancora più importante, assolutamente sbalorditivo, è il fatto che un importante cliente statunitense, precedentemente completamente allineato alle posizioni di Washington, l’Arabia Saudita, abbia preso l’iniziativa nel farsi beffe del desiderio statunitense di mantenere isolata la Siria. Perché è stata proprio l’Arabia Saudita, fresca di mostrare il dito agli Stati Uniti, ad arrivare ad un accordo per ridurre la tensione con l’ Iran, per di più sponsorizzato dalla Cina con l’Iran, e, in seguito a spingere altri membri della Lega Araba ad accettare il ritorno della Siria. Ciò è avvenuto dopo che l’Arabia Saudita si è rifiutata di pompare più petrolio per aiutare Biden a tenere prezzi del gas più bassi negli Stati Uniti. Alcuni a Washington cercano di consolarsi con il pensiero che una maggiore influenza saudita a Damasco contribuirà a diminuire la presunta presa dell’Iran sulla Siria. Così, però, mancano il punto poiché con la pace tra l’Arabia Saudita e l’Iran, l’Arabia Saudita non ha motivo di temere l’influenza iraniana in Siria. Sembra che l’Arabia Saudita si sia resa conto del fatto che gli unici vincitori della tensione tra sé stessa e l’Iran sono stati gli Stati Uniti e Israele. Il momento del risveglio potrebbe effettivamente essere arrivato nel 2019 – ma all’epoca è passato inosservato – quando, secondo i rapporti, l’Iran ha diretto massicci attacchi di droni contro la raffineria di Abqaiq nella provincia orientale dell’Arabia Saudita, rimanendo impunito. L’Iran stava inviando un messaggio agli Stati Uniti: mettete il naso nelle nostre esportazioni di petrolio (cosa che la marina americana stava effettivamente facendo) e colpiremo il vostro rappresentante locale. Gli Stati Uniti hanno certamente recepito il messaggio: si sono tranquillamente ritirati. Ma anche il rappresentante locale, l’Arabia Saudita, ha ricevuto il messaggio. «Ehi, pensavo di pagare per avere protezione. E invece sono colpita per colpa vostra!”. Le conseguenze dell’assassinio di Khashoggi e la conseguente temporanea debolezza del principe Mohammed Bin Salman hanno probabilmente ritardato l’elaborazione della debacle navale del Golfo. Ma l’isolamento di Mohammed Bin Salman potrebbe aver aumentato i suoi sentimenti di...