A cura di Giulio Chinappi Alberto Bradanini, ex ambasciatore italiano in Iran e in Cina, analizza il ruolo della Cina nel contesto globale, con particolare riferimento alla crisi ucraina. Queste e altre tematiche sono affrontate nel suo libro “Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare” (Anteo Edizioni, 2023). La recensione del libro Cina: dall’umanesimo di Nenni alle sfide di un mondo multipolare” (Anteo Edizioni, 2023)
Geopolitica
Il testo del comunicato è stato diffuso attraverso i vari canali social delle istituzioni cinesi in Italia. È stato riferito che il comunicato dei leader del #G7 di Hiroshima e altri documenti adottati al Vertice contengono commenti volti a enfatizzare le questioni legate alla Cina, tra cui commenti irresponsabili sulla situazione nello Stretto di Taiwan e accuse relative al Mar Cinese Orientale, Mar Cinese Meridionale, Hong Kong, Xinjiang, Tibet e al potere nucleare cinese, la professata opposizione del G7 a qualsiasi tentativo unilaterale di cambiare lo status quo e affermazioni sulla “coercizione economica” che alludono alla Cina. Di seguito il commento della Cina: Il G7 fa dichiarazioni altisonanti sulla “promozione di un mondo pacifico, stabile e prospero”, ma ciò che fa è ostacolare la pace internazionale, minare la stabilità regionale e frenare lo sviluppo di altri Paesi. Questo dimostra semplicemente quanto sia scarsa la credibilità internazionale del G7. Nonostante le serie preoccupazioni della Cina, il G7 ha usato le questioni che riguardano la Cina per diffamare e attaccare la Cina e interferire sfacciatamente negli affari interni del Paese. La Cina deplora con forza e si oppone fermamente a tutto ciò e ha presentato serie rimostranze al Giappone, ospite del vertice, e alle altre parti interessate. Taiwan è la Taiwan della Cina. Risolvere la questione di Taiwan è una questione che riguarda i cinesi, una questione che deve essere risolta dai cinesi. Il principio di una sola Cina è la solida ancora per la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan. Il G7 continua a sottolineare la pace tra le due sponde dello Stretto, ma non dice nulla sulla necessità di opporsi all'”indipendenza di Taiwan”. Ciò costituisce di fatto una connivenza e un sostegno alle forze “indipendentiste di Taiwan” e non potrà che avere un grave impatto sulla pace e sulla stabilità dello Stretto. Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la risolutezza e la capacità del popolo cinese di salvaguardare la sovranità e l’integrità territoriale della Cina. Le questioni relative a Hong Kong, allo Xinjiang e al Tibet sono esclusivamente affari interni della Cina. La Cina si oppone fermamente all’interferenza di qualsiasi forza esterna in questi affari con il pretesto dei diritti umani. Il G7 deve smettere di puntare il dito contro la Cina per quanto riguarda Hong Kong, lo Xinjiang e il Tibet e guardare con attenzione alla propria storia e ai propri risultati in materia di diritti umani. La Cina è un fermo difensore e collaboratore dello Stato di diritto marittimo internazionale. Il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale sono rimasti complessivamente stabili. I Paesi interessati devono rispettare gli sforzi dei Paesi regionali per sostenere la pace e la stabilità e smettere di usare le questioni marittime per creare un cuneo tra i Paesi regionali e incitare il confronto tra blocchi. Per quanto riguarda la “coercizione economica”, le massicce sanzioni unilaterali e gli atti di “disaccoppiamento” interruzione delle catene industriali e di approvvigionamento fanno degli Stati Uniti il vero coercitore che politicizza e arma le relazioni...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/26/lucraina-attacca-belgorod-ma-per-i-nostri-media-sono-patrioti-russi/ Mentre l’Ucraina si prodiga a dare vita ad azioni offensive e terroristiche in territorio russo, i Paesi occidentali continuano a sostenere il governo di Kiev e fanno passare i sabotatori ucraini per “patrioti russi”. L’oblast’ di Belgorod è uno dei territori russi che confina con il Donbass, che prende il nome dall’omonimo capoluogo. Dall’inizio dell’operazione militare speciale russa in Ucraina, la città di Belgorod e il suo oblast’ sono stati esposti alle rappresaglie di Kiev, che non ha esitato a bombardare quel territorio russo nel silenzio dei media e dei governi occidentali. Tuttavia, negli ultimi giorni la situazione è ulteriormente precipitata, visto che l’Ucraina ha lanciato delle operazioni terroristiche di sabotaggio in territorio russo, anche questa volta con il benestare delle potenze occidentali. Lo scorso 22 maggio, Vjačeslav Gladkov, governatore dell’oblast’ di Belgorod, ha rivelato che un gruppo sovversivo ucraino avrebbe invaso il territorio russo: “Un gruppo sovversivo ucraino si è infiltrato nel territorio del Grajvoronskij rajon [distretto, ndr]. Le forze russe stanno adottando tutte le misure necessarie insieme al Servizio di guardia di frontiera e all’FSB [Servizio di sicurezza federale, ndr] per eliminare il nemico”, ha scritto Gladkov su Telegram. La notizia è stata diffusa poco dopo il bombardamento, da parte ucraina, del villaggio di Glotovo, situato nello stesso distretto, che ha causato due feriti tra i civili. Iscriviti alla newsletter del CeSE-M [tnp_form id=”1″] Lo stesso Gladkov ha poi provveduto a dare vita ad un’operazione antiterrorismo nella regione di Belgorod, al fine di contrastare le azioni dei gruppi sovversivi ucraini, che nel frattempo i media occidentali hanno ribattezzato come “patrioti russi” (fatto alquanto paradossale, visto che attaccano proprio la Federazione Russa). “Allo scopo di garantire la sicurezza dei cittadini nella regione di Belgorod, da oggi è stato introdotto nella regione di Belgorod il regime legale di un’operazione antiterrorismo che stabilisce misure speciali e restrizioni temporanee“, ha scritto il governatore Gladkov. Nello specifico, sono state introdotte varie misure e restrizioni, dai controlli di identità delle persone alla sospensione dell’attività di impianti di produzione pericolosi che utilizzano sostanze esplosive, radioattive, chimiche e biologicamente pericolose. L’operazione antiterrorismo è stata conclusa il giorno successivo, quando, secondo fonti ufficiali, le autorità russe hanno catturato e neutralizzato gli infiltrati ucraini. Nel frattempo, il ministero della Difesa russo, il Servizio di sicurezza federale (FSB) e il servizio di frontiera hanno provveduto a riferire al presidente Vladimir Putin la situazione nella regione di Belgorod. Secondo Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, l’azione ordita da Kiev avrebbe il principale obiettivo di distogliere l’attenzione mediatica dalla grave sconfitta che l’esercito ucraino ha subito ad Artëmovsk (Bachmut secondo la denominazione usata dal governo di Kiev). Di fronte alle nuove attività terroristiche lanciate da Kiev, come anticipato, i governi e i media occidentali non hanno avuto nulla da dire, se non usare l’artifizio dei “patrioti russi” per coprire il fatto che l’Ucraina dovrebbe oramai essere considerato un vero e proprio Stato terrorista. Gli Stati Uniti, per i quali Volodymyr Zelens’kyj rappresenta poco più che un burattino, continuano a fingere di non essere una delle parti belligeranti, scaricando tutta la responsabilità...
di Andrea Puccio FONTE ARTICOLO: https://www.occhisulmondo.info/2023/05/24/sono-25-i-paesi-interessati-ad-aderire-ai-brics/ I BRICS diventano sempre più attrattivi, infatti sale a 25 il numero dei Paesi interessati ad aderirvi e ad una moneta comune. Secondo alcuni documenti interni del Segretariato BRICS i Paesi che hanno avanzato la candidatura all’ingresso nel gruppo sono almeno 25. Nello specifico si tratta di Afghanistan, Arabia Saudita, Algeria, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Iran, Kazakistan, Messico, Nicaragua, Nigeria, Pakistan, Senegal, Sudan, Siria, Thailandia, Tunisia, Turchia, Uruguay, Venezuela e Zimbabwe. Come visto tra i paesi interessati ad aderire ai BRICS vi è anche l’Arabia Saudita. Il paese si prepara a unirsi ai BRICS, e c’è molto da considerare in termini di impatto sull’economia del paese. Oltre che una semplice mossa geopolitica, l’adesione potrebbe avere implicazioni economiche significative per la regione e il mondo nel suo complesso. Iscriviti alla newsletter del CeSE-M [tnp_form id=”1″] Un vantaggio dell’adesione dell’Arabia Saudita ai BRICS è l’aumento delle opportunità commerciali: con le sue grandi risorse di petrolio e gas naturale, l’Arabia Saudita potrebbe diventare un attore chiave nel commercio di energia all’interno del blocco, che già domina il consumo globale di petrolio e gas con una quota rispettivamente del 30% e del 22%. Inoltre, come membro dei BRICS, l’Arabia Saudita avrebbe l’opportunità di diversificare le sue relazioni commerciali andando oltre i suoi partner tradizionali in Occidente, accedendo a nuovi mercati con una maggiore stabilità economica. (Istituto Italia BRICS)
Sabato 24 giugno 2023, a partire dalle ore 16h30 presso il Via Fiuggi, 33 a Milano, Stefano Vernole, responsabile per le relazioni internazionali e vicepresidente del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo parteciperà alla conferenza dal titolo “Geopolitica“. Per tutte le informazioni, rimandiamo alla locandina dell’evento pubblicata di seguito.
di Fabio Massimo Parenti FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/25/pressione-degli-stati-uniti-sullitalia-verso-labbandono-della-nuova-via-della-seta/ In nome della sua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, il governo italiano potrebbe rinunciare alla partecipazione alla BRI, la Nuova Via della Seta cinese, a discapito della propria economia. Di seguito la traduzione dell’articolo di Fabio Massimo Parenti per il Global Times. Sia i media stranieri che quelli nazionali hanno parlato del dilemma dell’Italia riguardo al rinnovo dell’accordo sulla Belt and Road Initiative (BRI, nota in italiano come Nuova Via della Seta, ndt) proposta dalla Cina che il Paese ha firmato nel marzo 2019. Come riportato dal Financial Times, l’accordo quadriennale per partecipare alla BRI “contiene una disposizione insolita per il rinnovo automatico alla scadenza nel marzo 2024, a meno che Roma non notifichi formalmente a Pechino la sua intenzione di ritirarsi tre mesi prima“. Il premier italiano Giorgia Meloni, appoggiata da una coalizione di destra in Parlamento, ha definito la decisione di firmare l’accordo un “grosso errore” durante la scorsa campagna elettorale. Tuttavia, il suo approccio alla Cina ha iniziato a cambiare lo scorso dicembre, dopo il suo incontro con il presidente cinese Xi Jinping a margine del vertice del G20 a Bali. In circa un’ora di colloqui, Meloni e Xi sono giunti a una convergenza su diversi punti di discussione, a partire dal riequilibrio del commercio bilaterale: l’Italia ha bisogno di esportare più beni e servizi in Cina per consolidare la ripresa post-Covid e soddisfare la domanda del mercato interno cinese, prodotti di consumo sempre più di alta qualità, per soddisfare le esigenze della sua nascente classe media. Tuttavia, nonostante gli evidenti vantaggi derivanti dal rafforzamento delle relazioni economiche Cina-Italia (la BRI si è dimostrata un’iniziativa inclusiva, pragmatica e di successo), Roma sembra essere vittima della sua limitazione endemica di sovranità, a causa della sua dipendenza non scritta dagli Stati Uniti dalla fine della seconda guerra mondiale. In quanto unica vera potenza mediterranea in Europa, grazie alla sua posizione privilegiata, l’Italia è tradizionalmente sotto sorveglianza speciale. Pertanto, indipendentemente dai “colori” del governo, sacrificare gli interessi nazionali italiani sull’altare dei vincoli geopolitici, agendo sotto forma di ingerenze esterne, potrebbe essere un’opzione. Di conseguenza, non sorprende che, secondo Bloomberg, la Meloni avrebbe esposto la sua disponibilità a rompere l’accordo con la Cina durante un incontro con il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Kevin McCarthy. Sotto il primo governo Conte (2018-19), composto dal Movimento Cinque Stelle populista di sinistra e dalla Lega sovranista di destra, l’Italia ha cercato di realizzare un insolito esperimento politico con l’obiettivo di risollevare l’economia italiana dopo sette anni di austerità finanziaria all’interno del quadro del patto di stabilità e crescita dell’UE. La volontà di quel governo era quella di ripristinare il potere contrattuale dell’Italia nei confronti delle istituzioni sovranazionali – UE e NATO. Come si è mosso? Guardare ai BRICS è stata un’opzione per diversificare i vettori del commercio estero e della politica estera dell’Italia. Così, la scelta di firmare l’accordo sulla BRI ha reso l’Italia l’unico Paese del G7 ad aderire al mega-piano cinese, il che fu aspramente criticato dagli alleati. Il secondo governo Conte (2019-21), sostenuto dal Movimento Cinque Stelle e dal...
Venerdì 26 maggio 2023, Stefano Vernole parteciperà in rappresentanza del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo alla quarta iniziativa della rassegna CORTOCIRCUITI IDEOLOGICI dal titolo “Analisi della Nuova guerra: ordine e disordine nel cuore dell’Europa“. L’evento si terrà presso il CIRCOLO RICREATIVO CULTURALE “BROZZI” di Via di Brozzi 312 a Firenze. Tutte le informazioni in locandina
di Ekaterina Blinova FONTE ARTICOLO: https://sputnikglobe.com/20230504/raisis-visit-to-syria-heralds-failure-of-wests-mideast-policy-1110097905.html Il presidente iraniano Ebrahim Raisi ha incontrato il suo omologo siriano Bashar al-Assad. Il tour di Raisi in Siria è diventata la prima visita di stato di un presidente iraniano nella Repubblica araba dall’inizio della guerra in Siria nel 2011. “La visita del [presidente iraniano] Raisi a Damasco dopo una pausa di 13 anni dimostra che l’Iran è uscito dalla crisi e ha ripreso il suo precedente ruolo negli affari internazionali e regionali“, ha detto a Sputnik l’esperto iraniano di Paesi arabi e Medio Oriente, ex redattore in-capo dell’agenzia di stampa Mehr Hassan Khanizadeh. “Questa visita è importante da diversi punti di vista. Il coordinamento tra Iran, Russia e Siria ha permesso di contrastare con successo migliaia di terroristi e mercenari addestrati. Sono stati effettivamente neutralizzati, e questo è un segnale per l’Occidente che dice che la politica di utilizzare terroristi ed estremisti nella regione è inutile e destinato al fallimento“. Secondo alcune stime, la guerra collettiva per procura dell’Occidente contro la Siria è costata alla nazione mediorientale circa 650 miliardi di dollari. Secondo Khanizadeh, gli Stati Uniti e i loro alleati europei hanno inviato oltre 150.000 mercenari in Siria, il che ha portato alla morte di circa 700.000 civili siriani. Dall’inizio del conflitto siriano nel 2011, l’amministrazione Obama ha esortato il legittimo Presidente della nazione a dimettersi, mentre i pianificatori di guerra statunitensi hanno apertamente suggerito schemi per balcanizzare il paese e prendersi i giacimenti petroliferi dalla Repubblica araba siriana. In particolare, l’idea di occupare al-Hasakah e Deir ez-Zor era stata espressa in un rapporto declassificato della US Defense Intelligence Agency (DIA) del 2012 che prevedeva la possibilità di creare un “principato salafita” nelle province “al fine di isolare i siriani regime“. Sorprendentemente, il rapporto del 2012 affermava apertamente che la balcanizzazione della Siria era “esattamente ciò che” volevano le potenze occidentali che sostenevano “l’opposizione“. Invece dei “salafiti”, le aree ricche di petrolio sono state occupate dalle forze democratiche siriane (SDF) sostenute dagli Stati Uniti e dominate dai curdi, che hanno inflitto gravi danni economici alla Repubblica araba insieme alle sanzioni draconiane del Caesar Act di Washington. A quel tempo, la CIA diede il via all’operazione Timber Sycamore volta a fornire armi e addestrare i jihadisti a combattere contro l’esercito arabo siriano. In seguito si è scoperto che i “ribelli” sostenuti da Timber Sycamore combattevano a fianco di al-Qaeda, propaggine del Fronte al-Nusra, in particolare.Il coinvolgimento della Russia nella guerra siriana dal 2015, avvenuto su richiesta ufficiale del legittimo governo siriano, così come il sostegno dell’Iran al suo vicino, ha ribaltato le sorti della guerra a favore di Damasco. La coalizione guidata dagli Stati Uniti non è riuscita né a cacciare Bashar al-Assad né a isolare il paese. […] “La visita di Raisi ha confermato ancora una volta il fallimento della politica occidentale e la sua ‘capitolazione’ all’alleanza tripartita di Russia, Iran e Siria”, ha detto Khanizadeh. “I terroristi non possono e non devono essere uno strumento per raggiungere gli obiettivi [dell’Occidente],...
di Veronica Vuotto Da Mao a Xi, la Cina ha subito una radicale trasformazione, non solo nel suo panorama politico ed economico, ma anche nella sua abilità tecnologica, divenendo, oggi, una forza preponderante nel lotto delle potenze leader del settore tecnologico globale; al centro della sua ambizione in questo campo troviamo l’industria dei semiconduttori, quella che – a ragione – viene considerata come la componente vitale dell’elettronica moderna. Così come per la rivoluzione energetica, il percorso della Cina alla ricerca dell’autosufficienza tecnologica è stato lungo e difficile: da isolata dal resto del mondo sotto la guida di Mao – situazione che ha gravemente ostacolato il suo progresso tecnico – oggi Pechino punta ad un ruolo di rilievo globale nel settore tecnologico; un percorso che, adesso, sta cominciando a dare i suoi risultati anche se i primi passi nell’industria dei semiconduttori risalgono proprio all’epoca maoista. Prima di entrare nel merito del discorso e analizzare questa altra poco conosciuta “lunga marcia” cinese, è bene chiarire alcuni dei concetti chiave che torneranno utili nel corso di questo breve saggio: in primis, chiariamo cosa si intende per semiconduttori e microchip, e quale ruolo ricoprano questi nella transizione energetica. I semiconduttori sono sono sostanze di natura cristallina che si comportano come conduttori all’aumentare della temperatura; a temperatura ordinaria, invece, si comportano come isolanti; potremmo definire i microchip come gli eroi silenziosi dell’era digitale: si tratta di minuscoli dispositivi tecnologici che offrono la possibilità di inviare, elaborare e archiviare dati. Infatti, nonostante le loro piccole dimensioni e la scarsa conoscenza sul loro funzionamento da parte dei consumatori finali, i microchip svolgono un ruolo cruciale nella nostra vita quotidiana essendo presenti in numerosi elementi divenuti essenziali, come, ad esempio, gli smartphone, computer e altri dispositivi high-tech da cui dipendiamo ogni giorno; senza il costante e rapido progresso nel campo dei microchip, infatti, non avremmo sperimentato il notevole impatto della tecnologia informatica nelle nostre vite. Lo sviluppo di queste tecnologie sono fondamentali anche nel contesto della transizione energetica visto che, nel passaggio ad un futuro che si vorrebbe basato principalmente su fonti energetiche rinnovabili e sostenibili, abbiamo bisogno di modi più efficienti e affidabili per produrre e distribuire elettricità ed energia. In questo scenario, i semiconduttori sono materiali fondamentali così come i microchip rappresentano componenti imprescindibili nel raggiungimento di risultati concreti: basti pensare alle loro numerose applicazioni in svariati campi, dai veicoli elettrici ai sistemi di reti intelligenti, dalle turbine eoliche ai pannelli solari dove i chip, vengono utilizzati per convertire la luce solare in energia. Al tempo stesso, supportano la regolazione del flusso di elettricità nelle turbine eoliche al fine di garantire un’efficace erogazione della rete. Sono, inoltre, utilizzati nei veicoli elettrici per controllare i diversi sistemi e sensori, nonché per gestire il flusso di potenza dalla batteria al motore. Infine, i semiconduttori vengono utilizzati nei sistemi di reti smart per osservare e controllare il flusso di elettricità in tutta la rete, assicurando che venga indirizzato verso i punti che ne hanno più bisogno. Tuttavia, è...
di Giulio Chinappi FONTE ARTICOLO: https://giuliochinappi.wordpress.com/2023/05/21/moldova-le-elezioni-sono-valide-solo-se-vince-il-fronte-atlantista/ Le elezioni nella regione autonoma della Gagauzia hanno visto una sfida tra candidati considerati filorussi. Abbastanza per etichettare l’esito come non valido, secondo il doppio standard del governo atlantista di Chișinău. L’Unità Territoriale Autonoma della Gagauzia è un’area della Moldova situata nella parte meridionale dell’ex repubblica sovietica, caratterizzata dalla forte presenza dell’etnia turcofona dei gagauzi, che dà appunto il nome alla regione, e rappresenta l’82% della popolazione complessiva. Per questa sua specificità, la Gagauzia gode di un’ampia autonomia, accordata dal governo di Chișinău nel 1994. Inoltre, la Gagauzia si è sempre distinta per la sua forte impronta filorussa, come hanno dimostrato gli esiti elettorali nel corso degli anni. Dopo otto anni di governo da parte della filorussa Irina Vlah, le elezioni di quest’anno, svoltesi su due turni tra il 30 maggio e il 14 aprile, hanno confermato l’orientamento della regione verso Mosca con l’elezione di una nuova governatrice (başkan), Evghenia Guțul, rappresentante del partito euroscettico e filorusso ȘOR. Guțul ha ottenuto il 26,47% delle preferenze al primo turno e il 52,34% al ballottaggio, battendo Grigorii Uzun, del Partito dei Socialisti della Repubblica di Moldova (Partidul Socialiștilor din Republica Moldova, PSRM), altra formazione considerata filorussa ed euroscettica, ma con un orientamento marcatamente socialista. Dove sarebbe il problema nel riconoscimento del risultato elettorale, dunque? Non ci sarebbe, se il governo di Chișinău, di impronta filo-occidentale, non avesse deciso di obbedire pedissequamente agli ordini di Washington, dimostrando come il concetto di democrazia venga applicato a fasi alterne a seconda delle convenienze dell’imperialismo nordamericano. Già a fine aprile, Ilan Șor, leader dell’omonimo partito, aveva accusato il governo moldavo e la presidente Maia Sandu di essere sotto il controllo delle forze occidentali in funzione antirussa: “I regimi occidentali hanno messo in Moldova una persona che ha compiti chiari, e uno di questi è quello di litigare con la Russia. Maia Sandu lo ha fatto perfettamente. Ora il popolo della Repubblica di Moldova deve pagare per queste decisioni con le proprie tasche: pagare per il gas e l’elettricità cinque volte di più. Non è giusto“. “Le parole ‘integrazione europea’ vogliono unicamente dire che la Moldova è uno Stato in ostaggio”, aveva continuato il leader dell’opposizione. “Per chiarire: questa è la prima volta che accade nella storia del nostro Paese che gli ambasciatori dei Paesi occidentali dicono ai ministri moldavi cosa fare e come comportarsi. E i ministri non sono responsabili nei confronti della leadership del Paese, ma degli ambasciatori. A Chișinău, questo non è un segreto per nessuno“. Le affermazioni di Ilan Șor rappresentano quasi una premonizione di quanto sarebbe accaduto con le elezioni di Gagauzia. Non si tratta però di un fenomeno paranormale, in quanto gli elementi per prevedere quello che sta accadendo in questi giorni erano alla luce del sole. Già prima delle elezioni, il governo di Chișinău aveva dimostrato la propria ostilità nei confronti di Mosca, rifiutandosi di consentire all’ambasciata russa in Moldavia di inviare i propri osservatori nella regione autonoma. “I rappresentanti della Russia hanno sempre partecipato all’osservazione dell’elezione del capo di questa regione. Sfortunatamente, all’ambasciata russa in...