di Giulio Chinappi In questo articolo pubblicato sul sito di Eurasia Magazine, il professor Levente Horváth, direttore del Centro Eurasia, analizza il declino del dollaro come valuta di scambio internazionale a vantaggio del reminbi (yuan) cinese e di altre valute, andando a creare un’armonia finanziaria tra Yin e Yang.
Geopolitica
di Luca Pingitore Uno sguardo fugace dal finestrino dell’auto sulla quale viaggiamo tradisce i nostri volti non autoctoni. Il militare, fino a pochi istanti prima svogliato, diventa più attento e ci intima lo stop. Riconosciutici italiani, con tono deciso, comunica al nostro autista che dovrà sottoporci ad alcune domande. La portiera del veicolo si apre di scatto ed il soldato ci intima: “Chi è tifoso del Milan può passare. Se qualcuno fosse invece della Juventus verrà trattenuto.” Il milite se la ride divertito. Anche lui sfoggia il tipico baffo nero “alla Saddam” che qui in Iraq deve esser considerato una sorta di status symbol. Finanche alcuni manichini notati in botteghe di abbigliamento in diversi suk se ne fregiano. La strada che va da Baghdad a Mosul, principale via di comunicazione che collega la capitale dell’Iraq con il nord e la Repubblica Autonoma del Kurdistan, è disseminata di controlli e posti di blocchi. In particolar modo il segmento che da Tikrit si snoda appunto verso Mosul. La città dove nel 2014 fu proclamata la nascita del fantomatico Stato Islamico dell’Iraq e della Siria, meglio conosciuto come Isis. Una città che ora si presenta distrutta nel suo centro storico ma già in fase di ricostruzione grazie all’aiuto anche di fondi internazionali. Chi ha visitato la Siria di recente, passeggiando adesso per Mosul, prova un sussulto al cuore ma allo stesso tempo avverte compiacimento per come la situazione sia in fase di ripresa e intravede speranza anche per il futuro dell’attiguo Stato siriano il quale si trova invece all’anno zero. Mosul e l’area nord – ovest dell’Iraq sono tornati sotto il controllo governativo solo da pochi anni ma la situazione non è ancora completamente stabile e di conseguenza esercito regolare, polizia e diverse milizie paragovernative vigilano la zona. I resti archeologici dell’antica città di Hatra sono ancora sotto il controllo difensivo militare iracheno in quanto l’Isis stabilì proprio qui uno dei suoi quartier generali. Furia iconoclasta sulle statue e scritte nere inneggianti allo Califfato sono tuttora ben visibili. Fino a poco tempo fa l’Iraq risultava praticamente spezzato in due ed era consigliato spostarsi in aereo per bypassare la zona. I punti di controllo disseminati sulla strada in concomitanza delle vie di accesso alle cittadine della regione o sulle convenzionali linee di confine tra i governatorati come anche in altre zone cruciali di passaggio sono numerosi. Si rallenta, i veicoli vengono sottoposti a controllo visivo e se non destano sospetto lasciati proseguire per la propria marcia. Niente di paragonabile ai veri e propri check point militari che caratterizzano il nord della Siria da Hama ad Aleppo1. Ma lì la guerra è ancora in corso e l’autostrada, in alcuni punti, funge sostanzialmente da linea del fronte con i battaglioni di Al Nusra. Il comune denominatore di queste postazioni di controllo è però l’affabilità e la cordialità dei militi. Sia in Siria che in Iraq, seppur nel rispetto dei ruoli, il trattamento ricevuto è sempre stato di cortesia e curiosità. Finanche quando, nei dintorni di...
di Giulio Chinappi Il 20 giugno, Petteri Orpo ha assunto le redini del governo finlandese con il sostegno dell’estrema destra, in un momento di grande tensione causata dall’ingresso del Paese nella NATO e del suo provocatorio atteggiamento antirusso. Ci sono voluti quasi tre mesi dopo le elezioni di inizio aprile, ma alla fine il nuovo governo finlandese ha visto ufficialmente la luce il 20 giugno, quando il presidente Sauli Niinistö ha nominato Petteri Orpo, leader del Partito di Coalizione Nazionale (Kansallinen Kokoomus, Kok), come nuovo primo ministro, succedendo alla socialdemocratica Sanna Marin. Il nuovo esecutivo ha ottenuto una maggioranza di 108 seggi sui 200 che costituiscono l’emiciclo di Helsinki grazie al sostegno di altre tre forze politiche, compresa la formazione di estrema destra Veri Finlandesi (Perussuomalaiset, PS), oltre ai Democratici Cristiani Finlandesi (Suomen Kristillisdemokraatit, KD) e al partito della minoranza svedese, il Partito Popolare Svedese di Finlandia (Svenska folkpartiet i Finland, SFP). Il nuovo governo Orpo nasce in un momento di massima tensione internazionale per il Paese nordico, che dopo il suo ingresso ufficiale nella NATO, ha assunto un atteggiamento sempre più ostile nei confronti della confinante Russia, come dimostrano le esercitazioni militari tenutesi proprio in Finlandia lo scorso mese di maggio. Tali esercitazioni sono state considerate da Mosca come una vera e propria provocazione, al punto che nei giorni successivi il governo russo ha notificato a quello di Helsinki la cessazione del loro accordo reciproco su ulteriori ispezioni militari con decorrenza dal 1° giugno, fatto confermato dal ministero degli Esteri finlandese. Firmato nel 2000, l’accordo prevedeva due ispezioni all’anno: da parte dell’esercito finlandese nei distretti militari occidentali della Russia e da parte di esperti militari russi in Finlandia. Tale accordo era chiaramente volto al mantenimento della sicurezza e della stabilità nella regione, ma le condizioni per la sua applicazione sono venute meno in seguito alla decisione della Finlandia di entrare ufficialmente a far parte della NATO e di diventare parte della strategia aggressiva perpetrata dagli Stati Uniti contro la Federazione Russa. Infatti, l’accordo era stato stipulato nell’ambito del Documento di Vienna adottato dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) nel 2011, che prevede, tra l’altro, un ampio scambio di informazioni sulle forze armate, la pianificazione della difesa e le spese per la difesa. Le provocazioni finlandesi hanno portato anche ad un peggioramento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi confinanti. Il 30 maggio, l’ambasciatore finlandese a Mosca, Antti Helanterä, è stato convocato al ministero degli Esteri russo e informato che la parte russa aveva deciso di chiudere l’ufficio dell’ambasciata russa nella città di Lappeenranta, situata nella regione della Carelia meridionale, dal 1° luglio. “Allo stesso tempo, la parte finlandese è stata informata del ritiro dalla stessa data del consenso per il funzionamento degli uffici di Petrozavodsk e Murmansk del consolato generale finlandese a San Pietroburgo, che operava dall’inizio degli anni ’90. Il capo della missione diplomatica finlandese ha ricevuto una nota corrispondente dal ministero degli Esteri russo“, si legge nella nota del ministero degli Esteri moscovita. Commentando tale decisione, il ministero ha affermato che “in questa fase, la parte russa ha deciso di ridurre la presenza consolare reciproca con la...
di Giulio Chinappi Il successo del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha dimostrato che la Russia non si trova affatto in crisi economica, e che la maggioranza dei Paesi del mondo continua ad intrattenere strette relazioni commerciali con Mosca. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo 2023 ha avuto luogo dal 14 al 17 giugno nell’omonima città russa, risultando in un grande successo di partecipazione internazionale, e dimostrando in questo modo che la Federazione Russa non si trova né in una crisi economica ne in uno stato di isolamento, come si augurerebbero invece i falchi occidentali. Il successo dell’evento conferma del resto quanto avevamo sottolineato lo scorso anno in occasione del Forum Economico Orientale di Vladivostok, al quale avevano partecipato oltre 60 Paesi, nonostante il “veto” e le pressioni degli Stati Uniti. All’evento sanpietroburghese hanno infatti partecipato numerosi investitori ed attori economici provenienti da tutto il mondo, oltre a diversi rappresentanti di governi di primo piano nelle relazioni internazionali. Tra i partecipanti al Forum troviamo infatti il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune, il presidente armeno Vahagn Khachaturyan, il primo ministro cubano Manuel Marrero Cruz, reduce dalla sua visita ufficiale in Russia, e il primo ministro del Kirghizistan Akylbek Japarov, mentre altri Paesi hanno inviato ministri, vice ministri ed altri rappresentanti dei governi nazionali. Secondo i dati ufficiali, San Pietroburgo ha ospitato più di 17.000 partecipanti provenienti da 130 Paesi, ovvero la maggioranza assoluta della comunità internazionale, dimostrando l’inesistenza del presunto isolamento di Mosca. “Il Forum di San Pietroburgo ha già guadagnato credibilità come la più importante piattaforma internazionale per il mondo degli affari e, nonostante tutti i tentativi di isolare la Russia, nessuno di questi ha funzionato”, ha commentato Valentina Matvijenko, presidente del Consiglio della Federazione Russa (la camera alta del parlamento moscovita). A dimostrare quanto affermato da Matvijenko, dobbiamo sottolineare che non sono mancati neppure i partecipanti provenienti da Paesi che fanno parte della NATO e dell’Unione Europea. L’Ungheria ha ad esempio inviato il ministro degli Esteri Péter Szijjártó, mentre l’ex ministra degli Esteri austriaca Karin Kneissl ha ricoperto il ruolo di relatrice in diverse sessioni dell’evento. “Se ci tagliassimo fuori dalle risorse energetiche russe, sarebbe fisicamente impossibile garantire l’approvvigionamento sicuro dell’Ungheria quando si tratta di risorse energetiche“, ha affermato il rappresentante del governo magiaro. Szijjártó ha aggiunto che Budapest intende il termine “diversificazione” secondo la sua definizione: il maggior numero possibile di risorse e il maggior numero possibile di percorsi di consegna. “Per noi diversificare non significa sostituire un fornitore con un altro. Soprattutto, questo non significa sostituire un fornitore affidabile, con il quale si ha una buona esperienza con un altro“, ha concluso il ministro ungherese. Il momento più atteso del Forum era l’intervento tenuto dal presidente Vladimir Putin nella sessione plenaria del 16 giugno. In quest’occasione, il leader russo ha affrontato diverse tematiche, tracciando un bilancio economico per il suo Paese, e dimostrando che l’economia russa si trova in un ottimo stato di salute nonostante le sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti e dai loro lacchè occidentali. Secondo Putin, la Russia si sta liberando della sua dipendenza dalla vendita di materie...
Il 17 giugno 2023, Vladimir Putin ha ricevuto i capi delle delegazioni degli stati africani nel Palazzo di Konstantinovsky. Situato fuori San Pietroburgo, l’ex capitale della Russia, il Palazzo Konstantinovsky era una residenza della famiglia imperiale Romanov mentre oggi ospita eventi ufficiali, anche internazionali.
di Giulio Chinappi La Bielorussia ha chiesto a Mosca di ospitare alcune armi nucleari russe sul proprio territorio come strategia di deterrenza e difesa dalle minacce di Kiev e Washington. Lo scorso 9 giugno, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo bielorusso Aljaksandr Lukašėnka si sono incontrati a Soči, dove si sono accordati per il dispiegamento di armi nucleari russe sul territorio bielorusso. La decisione è avvenuta su richiesta di Minsk, che ritiene questo come il modo più efficace di esercitare una forma di deterrenza nei confronti delle continue minacce provenienti dall’Ucraina e dalla NATO, come spiegato dallo stesso presidente Lukašėnka. I due leader avevano precedentemente stipulato un primo accordo lo scorso 25 marzo, confermato in occasione del vertice di Soči. Il leader bielorusso ha infatti spiegato che il dispiegamento di armi nucleari tattiche russe è stato deciso su sua iniziativa: “Il motivo è che nessuno al mondo ha mai fatto una guerra contro una potenza nucleare. E non voglio che nessuno faccia una guerra contro di noi. Esiste una tale minaccia? Esiste. Ho bisogno di prevenire questa minaccia“, ha chiarito il presidente bielorusso. Dal canto suo, Vladimir Putin ha fatto notare che da tempo gli Stati Uniti piazzano le proprie testate nucleari sul territorio dei propri alleati – come avviene anche in Italia -, e che quindi l’accordo tra Mosca e Minsk non ha nulla di sorprendente. In precedenza, la Russia aveva già fornito a Minsk i sistemi missilistici tattici Iskander, in grado di trasportare armi nucleari, e ha aiutato la Bielorussia a riattrezzare i suoi aerei militari per trasportare armi specializzate. Inoltre, gli equipaggi e i piloti missilistici bielorussi sono stati addestrati in Russia. Secondo quanto indicato dalle parti, la costruzione di impianti di stoccaggio per armi nucleari tattiche sarà completata in Bielorussia entro il 1° luglio, mentre il dispiegamento di armi nucleari russe in Bielorussia inizierà immediatamente dopo, tra il 7 e l’8 luglio. Intervistato dall’agenzia stampa nazionale BeITA, il presidente Lukašėnka ha sottolineato nuovamente che le armi nucleari rappresentano unicamente una deterrenza per la Bielorussia, ma che allo stesso tempo non esclude l’uso di tali armi nel caso in cui il Paese dovesse trovarsi sotto attacco. “Credo sia improbabile che qualcuno voglia fare la guerra contro un paese che ha tali armi. È un’arma di deterrenza“, ha detto il leader bielorusso. “Dio non voglia che io debba prendere una decisione di usare quest’arma nei tempi moderni. Ma non esiterò se dovesse esserci un’aggressione contro di noi“. Il processo di ammodernamento dell’arsenale militare bielorusso non riguarda unicamente l’aspetto nucleare, infatti negli ultimi tempi Minsk ha lavorato assiduamente per migliorare le proprie capacità difensive di fronte a possibili attacchi, senza mai nascondere i propri piani. “La Bielorussia sta adottando misure reattive per sviluppare il suo potenziale difensivo in modo coerente e trasparente per i suoi vicini e la società internazionale“, ha detto Jurij Ambrazevič, viceministro degli Esteri del governo bielorusso, a una riunione plenaria della Commissione per il disarmo delle Nazioni Unite. “Queste misure sono esclusivamente di natura difensiva e mirano a rafforzare...
di Giulio Chinappi Il primo ministro cubano Marrero si trova in visita ufficiale in Russia, dove ha incontrato il presidente Vladimir Putin e preso parte al Forum Economico di San Pietroburgo. In questi giorni, il primo ministro della Repubblica di Cuba, Manuel Marrero Cruz, si trova in visita ufficiale a Soči e a Mosca, dove ha incontrato il presidente Vladimir Putin e gli altri principali leader della Federazione Russa. Questa visita ha rappresentato l’occasione per rafforzare lo storico legame esistente tra i due Paesi, che risale al sostegno dato dall’Unione Sovietica alla Rivoluzione Cubana. Il momento clou della visita di Marrero è stato chiaramente l’incontro con Putin, che, secondo la testata cubana Granma, “può essere descritto come un incontro molto familiare e proficuo, in cui è stata ribadita la volontà di rafforzare a lungo termine le speciali relazioni di alleati tra le due nazioni”. Parlando con il capo del governo cubano al Cremlino, il presidente russo ha assicurato che i legami bilaterali “si stanno sviluppando, nonostante tutte le difficoltà” e ha aggiunto che il suo Paese “ha sempre avuto un atteggiamento speciale nei confronti dell’Isola della Libertà e continuerà ad averlo“. Nel suo intervento, Putin ha sottolineato che l’interazione bilaterale tra Cuba e Russia rappresenta un interesse comune, e che questa dovrebbe essere sviluppata in tutte le aree, come il turismo, l’energia e altri settori prioritari. Facendo riferimento al criminale blocco economico al quale viene sottoposta l’isola da sei decenni, il leader russo ha affermato che farà “tutto il possibile perché il nostro impegno economico contribuisca a superare queste difficoltà imposte dall’estero“. Dal canto suo, Marrero ha affermato che Cuba mantiene una posizione ferma contro le sanzioni unilaterali imposte dall’Occidente contro la Russia, così come su schiera contro i tentativi di isolare la Russia dalle organizzazioni internazionali e tentare di attuare una sorta di russofobia. “L’Occidente non è riuscito a spezzare la Russia con queste sanzioni. Vediamo calma nelle strade, gente felice e un’economia funzionante, e questo dimostra la forza del Paese“, ha commentato al riguardo il primo ministro. Secondo Marrero Cruz, questa visita dà continuità agli accordi precedentemente firmati tra i leader dei due Paesi, “per mezzo dei quali si è avviato un forte processo di scambi, e stiamo già entrando nella fase di materializzazione di progetti concreti reciprocamente vantaggiosi”. Nel corso della visita di Marrero, le due parti hanno anche annunciato la preparazione di un accordo intergovernativo in base al quale Rosneft fornirà a Cuba 1,64 milioni di tonnellate di petrolio e prodotti petroliferi all’anno: “Stiamo parlando della fornitura di 1,64 milioni di tonnellate di petrolio e prodotti petroliferi all’anno, Rosneft è pronta a realizzare questo progetto“, ha detto il primo ministro cubano a margine dell’incontro con il suo omologo russo, Michail Mišustin. Il rappresentante cubano, accompagnato dal ministro dell’Energia Nicolás Liván Arronte Cruz, ha affermato che questo accordo ricopre una grande importanza in quanto permetterà a Cuba di godere di una maggiore stabilità energetica, in un momento in cui l’isola soffre di una cronica mancanza di carburante. Oltre a sviluppare le relazioni bilaterali, Cuba incrementerà...
di Giulio Chinappi Tra il 12 e il 15 giugno, il presidente iraniano ha effettuato un viaggio in America Latina, visitando Venezuela, Nicaragua e Cuba ed incontrando i rispettivi leader. Non potevano che essere i tre principali Paesi antimperialisti dell’America Latina le tappe del viaggio che il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran, Ebrahim Raisi, ha intrapreso nel continente tra il 12 e il 15 giugno. Raisi ha infatti visitato, nell’ordine, Venezuela, Nicaragua e Cuba, ripercorrendo lo stesso itinerario del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, e incontrando i leader dei tre Paesi, con i quali l’Iran condivide la posizione di forte opposizione all’imperialismo statunitense. Dopo essere stato ricevuto dal ministro degli Esteri Yván Gil al suo arrivo a Caracas, Raisi ha incontrato il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro. “Il dialogo che cerca di rafforzare le alleanze strategiche, basate sui principi di amicizia, solidarietà e rispetto reciproco, fa parte degli sforzi comuni per espandere la cooperazione basata sullo sviluppo condiviso“, afferma un comunicato stampa rilasciato dalla presidenza venezuelana in occasione dell’incontro. A tal proposito,per rafforzare la cooperazione, le autorità venezuelane e iraniane hanno firmato 25 accordi in vari settori. “Questa visita segna una nuova pietra miliare in un rapporto che è stato costruito sulla solidarietà, sulla fratellanza e sulla cooperazione di due popoli, due rivoluzioni, due Paesi che sono nati per essere fratelli: la Repubblica Islamica dell’Iran e la Repubblica Bolivariana del Venezuela“, ha sottolineato Maduro. Il leader venezuelano ha inoltre affermato che l’Iran sta svolgendo un ruolo primario come una delle più importanti potenze emergenti del nuovo mondo, sottolineando che il suo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico è impressionante, “a tutti i livelli, e diventa un riferimento per il popoli che lottano per l’indipendenza, la giustizia, l’uguaglianza, per un’umanità veramente umana“. Da parte sua, il presidente dell’Iran ha assicurato che i due Paesi hanno interessi, posizioni e visioni comuni: “Per molti anni, abbiamo mantenuto questa amicizia con il popolo e il governo del Venezuela, e lo abbiamo dimostrato, e restiamo amici del popolo e del governo del Venezuela anche in tempi difficili. Il rapporto tra Iran e Venezuela non rappresenta una normale relazione diplomatica, piuttosto è una relazione strategica tra due Paesi che hanno interessi comuni, visioni comuni“, ha detto il capo della Repubblica Islamica. Il presidente iraniano ha affermato che la volontà dei due Paesi si basa sullo sviluppo della cooperazione bilaterale, ribadendo che “oggi Iran e Venezuela sono determinati ad aumentare e approfondire la cooperazione bilaterale in campi quali quelli economico, commerciale, energetico, culturale, scientifico e tecnologico“. Rilasciando un’intervista esclusiva a TeleSur, Raisi ha sottolineato come le sanzioni illegali imposte dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali, lungi dall’indebolire Paesi come l’Iran e il Venezuela, non fanno altro che rafforzare i loro legami basati sulla lotta comune contro l’egemonismo di Washington. Il leader iraniano ha anche sottolineato come le sanzioni rappresentino un nuovo modo di dichiarare guerra a Paesi terzi, prendendo il posto delle armi. “C’è stata una guerra di volontà, da una parte la volontà dei popoli che vogliono essere indipendenti, e...
di Mikhail Gamandiy-Egorov FONTE ARTICOLO: https://observateurcontinental.fr/?module=articles&action=view&id=4972 L’Occidente è preoccupato per l’ascesa della Cina e il ritorno sulla scena internazionale della Russia come superpotenza, scrive il quotidiano libanese Al Binaa. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la questione dell’espansione dei BRICS e sul fatto che è su questa base che si costruirà un nuovo mondo che sorgerà sulle rovine dell’egemonia statunitense.
di Olalekan Fakoyejo Il presidente del Kenya, William Ruto, ha parlato contro l’uso del dollaro degli Stati Uniti ( USD ) negli scambi tra i paesi africani.