Articolo pubblicato su YOUNG DIPLOMATS. THE LEADERS OF TOMORROW di Alessia Salzano The worldwide famous American flag could soon have an extra star. In fact, one of the most pressing issue that has echoed amidst the corridors of power in Washington, D.C. for a long time is that of the district’s statehood. The city’s Mayor, Muriel Bowser, has showed an unwavering commitment to the cause, pointing out that “Washington is the only capital of a democratic nation that denies its residents a vote in the federal legislature”. More specifically, the local population has neither a Senator nor a House member in Congress, but just a delegate – Eleanor Norton Holmes – who, like delegates from other areas without statehood such as Guam and Puerto Rico, can only draft legislation and consider it in Committees, but cannot vote on final passage of bills on the House floor. In addition, residents of D.C. pay the highest federal taxes per capita but still are denied voices and votes, thus making the current situation a perfect example of ‘taxation without representation’. But the reasons to embrace a changing of status for D.C. don’t stop here. Firstly, the District of Columbia is large enough to be a state, since the area counts around 712,000 residents, more people than Vermont and Wyoming. Secondly, a favorable point toward creating a new state is its adherence to constitutional principles. The U.S. Constitution says indeed that the Congress has the authority to redefine the borders of the federal district and shrink its size. Such act has already been done in 1846, when the portion west of the Potomac river was returned to Virginia. Following this frame, there would be a resizing of the federal capital to a small area which encompasses, among others, the White House, the Capitol building, the Supreme Court and the National Mall. The rest of the city would become the 51st state, named the Washington, Douglas Commonwealth after abolitionist Fredrick Douglas. Even though not brand new in the political landscape of the capital, the fight for granting statehood has recently returned into the spotlight. The racial justice turmoil following George Floyd’s death and the assault of Capitol Hill advanced by pro-Trump demonstrators put an even stronger emphasis on the need to provide safety and independence for Washingtonians. While the recent attack took place, Mayor Bowser promptly requested to the federal government to dispatch the district’s National Guard, but the response was quite slow. Contrary to governors who can summon the Guard of their states at will, the District’s one can only be deployed after approval given by both the Pentagon and the President. Despite the particular circumstance of the mob, Donald Trump did not sign off on the deployment, and proper aid arrived only after a joint consultation of the Acting Defense Secretary Christopher Miller and the Vice President Mike Pence. For all the reasons mentioned above, it is not astonishing that Mayor Bowser, along with a lot of high-profile D.C. politicians, endorse the...
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Italia ed Ossezia del Sud vantano un solido rapporto di amicizia che, esulando da relazioni più prettamente politiche e per ovvi motivi tortuose, è stato costruito negli anni da un folto numero di persone italiane ed ossetine che provano un intenso sentimento di interesse e passione verso latradizione e la cultura dei due paesi. Numerosi, tra l’altro, sono gli ossetini che risiedono in Italia ed altrettanto numerosi sono quelli che, seppur non vivendoci, nutrono un forte sentimento di attaccamento all’Italia. Negli ultimi anni, a conferma di questo rapporto, le iniziative svoltesi sia in Ossezia del Sud che in Italia si sono alacremente susseguite in vari ambiti: culturale, storico, turistico culinario, musicale, cinematografico, imprenditoriale, politico. La Giornata dell’amicizia italo – osseta si è tenuta domenica 11 ottobre 2020 nella splendida cornice di Gradara (PU), città che ha stipulato un protocolloufficiale d’amicizia con Tskhinval, capitale dell’Ossezia del Sud, per suggellare questo rapporto tra i due paesi. Durante la Giornata sono intervenuti per testimoniare questa realtà di amicizia tra i due popoli, tra gli altri, il dr. Mauro Murgia (rappresentante in Italia per l’Ossezia del Sud) e Maristella Miatello, il dr. Ennio Bordato (Presidente di “Aiutateci a salvare i bambini”), Luca Pingitore (“Viaggiatori indipendenti”, Eliseo Bertolasi (analista di “Sputnik Italia”) e lo stesso Sindaco di Gradara Filippo Gasperi.
di Andrea Turi A New York, martedì 30 ottobre 2019 il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo, davanti alla platea conservatrice dell’Hudson Institute dichiarava agli invitati all’evento che non è più realistico ignorare le differenze fondamentali tra i nostri due sistemi e l’impatto che queste differenze possono avere sugli Stati Uniti1; parole cariche di retorica da guerra fredda, capaci di evocare immagini relative della vecchia che fu e, al contempo, di prefigurarne una nuova in un futuro ormai prossimo a venire. Lo stesso giorno, al Jingxi Hotel di Pechino, era riunita la quarta sessione plenaria del XIX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (da qui PCC), la più alta autorità dirigente del PCC, principale appuntamento per il partito nell’anno 2019, incontro durante il quale l’Ufficio Politico chiede il via libera del Comitato Centrale per le politiche e le strategie da attuare in futuro. Al centro dei lavori del consesso della leadership di Partito la decisione del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di preservare e migliorare il sistema socialista con caratteristiche cinesi e di promuovere la modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance. […] Al fine di realizzare lo spirito del XIX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, la Quarta Sessione Plenaria del XIX Comitato Centrale si è concentrata su una serie di importanti questioni riguardanti, in primo luogo, il mantenimento e il miglioramento del sistema socialista con caratteristiche cinesi e la promozione della modernizzazione del sistema di governance nazionale e della capacità di governance; […] in secondo luogo, preservare e migliorare il sistema di leadership del partito, migliorare la governance scientifica del partito, la governance democratica e governare secondo il livello di legge2. Intanto, in quegli stessi giorni, la regione amministrativa speciale di Hong Kong (HKSAR) era ancora alle prese con le proteste e le violenze tipici dei tentativi colorati di agitazione pro-democratici3 che abbiamo imparato a conoscere nel mondo occidentale e che dal mese di marzo 2019 ne hanno turbato a più riprese la quotidianità; a questo, si sono aggiunge con nuove difficoltà economiche – nuove perché per la prima volta in dieci anni l’economia di Hong Kong è entrata in recessione. In una contemporaneità che sta vivendo un momento di rottura che preannuncia grandi cambiamenti a vari livelli e in svariati ambiti, Pechino intende continuare a preservare il principio “un paese, due sistemi”, mantenendo la prosperità e la stabilità a lungo termine di Hong Kong e Macao, e promuovendo la riunificazione pacifica alla Madrepatria4. Per raggiungere questo obiettivo e per non permettere altri tentennamenti o passi incerti da parte del Governo della regione autonoma, il Comitato Centrale ha rotto gli indugi per risolvere la crisi nell’ex colonia britannica al fine di mantenere la sicurezza nazionale e di placare le proteste e frenare il rallentamento economico della città-regione5: così, con 2.878 voti favorevoli, sei astenuti ed uno contrario, l’Assemblea Nazionale del Popolo (ANP) ha dato il via libera al Comitato permanente – organo operativo dell’Assemblea – di redarre la Legge per la tutela...
Domenica 1 novembre, alle ore 16.00, presso la Chiesa di San Giovanni (La Rotonda) in Piazza Matteotti a Modena si terrà la presentazione del libro La Difesa della Fede Ortodossa in Montenegro, scritto dal responsabile delle relazioni esterne del Centro Studi Eurasia e Mediterraneo, Stefano Vernole, e pubblicato da Anteo Edizioni.
di Maria Alessandra Citro Il 12 agosto la nave turca Oruc Reis, durante un’esplorazione mineraria, si scontra a largo delle acqua dell’isola di Kastellorizo con una nave greca. L’incidente avviene nella zona economica esclusiva greca, non riconosciuta da Ankara. Questo incidente rappresenta soltanto la punta dell’iceberg delle tensioni tra i due governi, in quanto essi sono in conflitto dal 22 luglio scorso, a seguito di un navtex diramato dal governo turco per un’estensione delle operazioni di esplorazione in quelle acque contese. Per mitigare la situazione, si sono impegnati diplomaticamente i governi dei paesi membri dell’Unione Europea e Washington, così la Turchia ha deciso di riportare la Oruc Reis nel porto. La questione seppur mitigata non è per nulla risolta, l’intervento della comunità europea non è risultato sinergico e compatto, in quanto quest’ultima necessita ancora di mettere a punto un progetto di inclusione vero e proprio che coinvolga il governo turco in maniera consapevole e che che lo spinga ad intraprendere una strada di mediazione politica, lontano dalle tensioni militari a cui è avvezzo. Il vertice europeo di ottobre ha dimostrato che la mancanza di unanimità da parte degli stati membri incide fortemente su una de escalation effettiva della situazione. I governi di Ankara e di Atene sono invischiati da tempo in una serie di dispute che rendono i rapporti diplomatici instabili e critici e questa volta la partita si è giocata nelle acque del Mediterraneo orientale. Il casus belli è l’incidente avvenuto il 12 agosto a largo delle acque di Kastellorizo -un’isola situata a 80 miglia dall’isola Rodi, a 170 miglia a ovest di Cipro ed a un miglio dalla costa della Turchia- della nave turca Oruc Reis, che stava compiendo attività di ricerca di petrolio e gas naturali e che si è scontrata con una nave da guerra greca1. Questo avrebbe implicato l’intervento di una nave turca di scorta la Kemal Reis, che avrebbe urtato e danneggiato quella greca, vincolandola al rientro. Lo scontro è avvenuto nella zona economica esclusiva (ZEE) greca, non riconosciuta dal governo di Ankara, in quanto con quest’ultimo si contende il controllo sull’area, per le ingenti risorse di gas e minerali lì presenti2. L’incidente rappresenta soltanto il culmine delle escalation di tensioni tra i governi, risalenti ormai al 22 luglio scorso, a causa di un navtex, un avviso di restrizione alla navigazione, diramato dal governo turco per estendere le operazioni di esplorazione dal 2 al 12 agosto3. Le questioni tra i due governi si sono, tuttavia, acuite a partire dal 2015, quando ENI, una compagnia energetica impegnata nell’estrazione dei gas in Egitto, propendeva per la costruzione di East Med, un gasdotto sottomarino per collegare i giacimenti di Egitto, Cipro e Israele, e successivamente Grecia e Italia, riducendo così la dipendenza dei paesi coinvolti dalla Russia, ma escludendo dal progetto la Turchia4. Nel 2009, Ankara si è vista così costretta a firmare un accordo con il governo libico: avrebbe potuto sfruttare le sue risorse energetiche presenti nel Mediterraneo Orientale, offrendo in cambio protezione militare. L’accordo...
Marco Costa La Regione autonoma speciale di Hong Kong, conosciuta in tutto il mondo per il suo celebre skyline avveniristico di grattacieli illuminati, ha in realtà una storia molto antica, che affonda le sue radici già in epoca preistorica. Questa straordinaria città, conosciuta in tutto il mondo per il suo dinamismo economico e finanziario, nonché per avere uno dei primi porti commerciali del pianeta, è un vero porto profumato (questo il significato del suo nome) della Cina tra passato antico e modernità. Purtroppo la bibliografia disponibile in lingua italiana su questo tema è limitatissima, mentre in lingua inglese vi sono numerosi testi disponibili sulla storia di questa città-regione. Infatti diversi studi dimostrano che l’attuale regione di Hong Kong aveva alcuni insediamenti già dall’età della pietra, diventando poi parte dell’impero cinese all’epoca della dinastia Qin (221–206 aC). Questo piccolo insediamento, nato originariamente come villaggio di pescatori e località di produzione del sale, è certo che venne abitato almeno 30.000 anni fa. Infatti, alcuni reperti archeologici risalenti all’età della pietra, sono stati scoperti nelle zone di Sai Kung e Wong Tei Tung. In particolare gli strumenti di pietra trovati a Sai Kung fanno immaginare ad uno strumento probabilmente destinato alla lavorazione del terreno, ed è comunque databile al periodo tardo neolitico o dell’età del bronzo antico. Inoltre, altra prova dell’esistenza di un insediamento umano di epoca paleolitica nell’area venne trovata a Sham Chung, accanto alla baia delle Tre braccia nella penisola di Sai Kung. Qui vennero portati alla luce circa 6000 manufatti, che sono attualmente conservati dalla Società archeologica di Hong Kong e dal Centro di archeologia Lingnan dell’Università di Zhongshan. Circa settemila anni fa, in questa regione si sviluppò l’era neolitica; qui si stabilirono alcuni coloni del popolo, analogamente ad altre aree delle Cina meridionale. In particolare sembra che questi insediamenti furono maggiori nella parte occidentale di Hong Kong, molto probabilmente perché questa zona presentava condizioni più favorevoli quali la protezione dai forti venti provenienti dal sud-est e per una maggiore fertilità. Attualmente queste aree sono conosciute come Cheung Chau, l’isola di Lantau e l’isola di Lamma. Fu con il cosiddetto periodo degli Stati combattenti che la zona iniziò ad essere più densamente popolata. Infatti, il periodo degli Stati Combattenti fu un’epoca nella storia dell’antica Cina caratterizzata da continue guerre, a cui sarebbe seguito il cosiddetto Periodo primaverile e autunnale che si sarebbe concluso con la conquista Qin e che vide l’annessione di tutti gli altri Stati contendenti, che alla fine portarono alla vittoria dello Stato Qin (nel 221 a.C.) come primo Impero cinese unificato. Come detto, durante questo periodo di forti turbolenze ed instabilità, si vide un forte un afflusso di persone Yuet dal nord nell’area. Probabilmente queste popolazioni vollero evitare la continua instabilità presente nelle regioni centrali e trovare rifugio nelle zone costiere del sud. Di questo periodo sono stati ritrovati diversi strumenti in bronzo per la pesca, per il combattimento alcuni reperti destinati a rituali spirituali, rinvenuti soprattutto sull’isola di Lantau e sull’isola di Lamma. La prima...
A cura della Redazione Cesem Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus i prezzi del petrolio sono rapidamente precipitati sotto la soglia di 50 dollari al barile. La causa principale è dovuta al forte rallentamento della produzione industriale e delle stime di crescita economica della Cina (il FMI ne ha tagliato le previsioni di crescita nel 2020 dal 6% al 5,6%), principale acquirente della domanda energetica globale (13% del totale, di cui 47% dall’Arabia Saudita e 9% dalla Russia) così come alle ripercussioni che una eventuale recessione cinese potrebbe avere sulle prospettive dell’intera economia mondiale: nel 2019 il valore degli scambi commerciali di Pechino con gli Stati che partecipano al progetto della Nuova Via della Seta ammontavano a 9,27 trilioni di yuan (1,34 trilioni di dollari). Per far fronte al crollo dei prezzi l’Arabia Saudita, leader di fatto dell’OPEC, ha fatto pressione per una riunione tecnica il 4 febbraio a Vienna a cui, nei piani di Riyadh, sarebbe dovuta seguire una assemblea ministeriale di emergenza del cartello, mirata a esplorare la possibilità di tagli concordati alla produzione per spingere in alto i prezzi. La riunione tecnica aveva infatti proposto tagli complessivi da 600 mila barili di petrolio. L’esigenza di tali tagli deriva dal fatto che la maggior parte dei produttori del cartello hanno budget statali non in grado di garantire stabilità e pareggio di bilancio a prezzi così bassi, a cominciare dalla stessa Arabia Saudita, il cui “punto di pareggio” (break-even) secondo l’FMI si aggira intorno agli 80 dollari. A frustrare gli obiettivi sauditi si sono però presentati i dubbi della Russia, che pur non facendo parte formalmente dell’OPEC dal 2017 è legata all’Arabia Saudita da un accordo per tenere sotto controllo la produzione globale attraverso un sistema di tagli concordati: il cosiddetto OPEC Plus. Durante il meeting di Vienna del 5-6 marzo 2020, l’Opec Plus non ha raggiunto un accordo in merito alla riduzione della produzione di petrolio e ciò ha determinato un crollo dei prezzi. Oggi sembra perciò finita la sua storia e il comune interesse dei suoi membri a tenere a bada il prezzo del petrolio dopo il crollo di inizio 2015; esso fu voluto per una decisione improvvisa, del giovane erede al trono Mohammed bin Salman (divenuto noto al mondo con l’acronimo MBS), che mirava a riconquistare quote di mercato e a danneggiare mortalmente l’industria dello shale oil americano. Quest’ultima aveva infatti la colpa di aver rivoluzionato la tecnologia estrattiva facendo rapidamente diventare gli Stati Uniti, da primo importatore, a maggiore produttore (e presto esportatore) mondiale. I rischi delle estrazioni di petrolio e gas con la tecnica della “fratturazione idraulica” (fracking) sono però molteplici. La non perfetta tenuta delle tubazioni nei pozzi può causare l’inquinamento delle falde acquifere, che tipicamente si trovano a metà strada tra i giacimenti e la superficie; inoltre il metano, che è un potente gas serra, può trovare vie di fuga in atmosfera. Uno degli impatti ambientali più preoccupanti è legato all’acqua utilizzata per il fracking, che risale poi in superficie e deve essere...
Focus CESEM (a cura della redazione) I colloqui diretti che si svolgono a Mosca tra il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan rappresentano lo snodo strategico per la risoluzione o l’aggravamento della crisi mediorientale. Dopo alcuni mesi di schermaglie e temporeggiamenti nel tentativo di evacuare pacificamente i jihadisti assembrati nella provincia siriana di Idlib, l’esercito di Damasco con il sostegno dell’aviazione russa ha decisamente rotto gli indugi per riconquistarne il controllo. La Turchia, invece di rispettare gli Accordi di Astana e Sochi sulle zone di demilitarizzazione, ha finito per far coincidere le proprie postazioni di osservazione sul territorio siriano con quelle dei gruppi di “Al Nusra” (ramo dell’estremismo islamista legato ad Al Qaeda, oggi racchiusa all’interno della sigla di “Tahrir Al Sham”). Dal 19 dicembre 2019, quando è scattata l’offensiva dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) fedele al Presidente Bashar al-Assad, i ribelli hanno perso metà degli 8000 chilometri quadrati che controllavano a Idlib e nelle confinanti Aleppo e Hama. In un territorio dimezzato, poco più grande della Valle d’Aosta, sono stipate oltre 3 milioni di persone, compresi 980 mila profughi e 12 checkpoints turchi. La situazione ad Idlib si è aggravata dopo che i terroristi del gruppo fondamentalista “Tahrir al-Sham”, il 27 febbraio 2020, hanno avviato un’offensiva su vasta scala contro le posizioni delle forze governative siriane. L’uccisione di 34 militari turchi e il ferimento grave di altre decine (alcune fonti parlano addirittura di 165 soldati turchi uccisi) in seguito alla reazione militare di Damasco, ha provocato la furente risposta di Erdogan; lo scorso 29 febbraio, le Forze Armate di Ankara hanno lanciato una profonda offensiva aerea e terrestre all’interno del territorio siriano, i cui risultati appaiono però controversi. Durante il primo attacco di Ankara, il ministro della Difesa Hulusi Akar ha precisato che l’artiglieria e i droni armati turchi hanno distrutto “5 elicotteri, 23 tank, 23 cannoni, 2 sistemi di difesa anti-aerea” e “neutralizzato”, cioè ucciso e ferito “309 soldati del regime siriano”; più significativo ancora di questi numeri tutt’altro che verificati (lo Stato Maggiore di Ankara ha mostrato all’opinione pubblica diversi video risultati poi falsi), è stata la conquista della città siriana di Saraqib da parte dei “ribelli”, divenuti ormai ufficialmente la fanteria dell’esercito turco. Con il successivo intervento denominato “Scudo di Primavera” e approfittando del fatto che i russi non avevano predisposto l’abituale no fly zone a sostegno dell’esercito siriano, l’avanzata turca sembrava risultare ancora più incisiva. Il bilancio proclamato da Erdogan parla di 2 aerei e 2 droni siriani abbattuti, 8 elicotteri distrutti insieme a 135 tanks, 5 sistemi di difesa aerea, 86 cannoni, 77 veicoli armati e soprattutto 2557 tra soldati e ausiliari delle SAA uccisi o feriti. Cifre sicuramente esagerate e contraddette da un attento incrocio delle fonti presenti sul terreno. L’avanzata terrestre turco-jihadista del 29 febbraio ha conseguito uno sfondamento al centro delle forze siriane attorno ad Idlib, sorprendendo evidentemente i russi che forse non si aspettavano un attacco di tale intensità. Ankara ha utilizzato dai 12...
Dopo l’approvazione lo scorso 27 dicembre della controversa “legge sulla libertà religiosa”, con l’arresto di 18 deputati dell’opposizione, tutto il Montenegro è scosso da imponenti e quotidiane manifestazioni pacifiche che trovano il loro apice nelle processioni serali del giovedì e della domenica al grido “Ne damo Svetinje” (“Non cederemo i luoghi sacri”). Per testimoniare questa situazione e raccogliere i pareri della popolazione, Stefano Vernole per il Centro Studi Eurasia Mediterraneo e Dejan Kusalo dell’Associazione umanitaria Koreni si sono recati in Crna Gora dal 7 al 10 febbraio 2020. Durante la loro visita sono stati perciò intervistati tutti i principali esponenti dell’opposizione parlamentare ed extraparlamentare: Marko Milacic di “Prava Crna Gora” (“Il Vero Montenegro”), Vladislav Dajkovic (indipendente), Dragan Ivanovic Vice Presidente di SNP (Partito Popolare Socialista), Jovan Vucurovic parlamentare di Demokratski Front (Il Fronte Democratico montenegrino che raggruppa diverse sigle partitiche), il gruppo editoriale “Dan” (principale organo di stampa indipendente del Montenegro), Milivoje Brdza Brkovic coordinatore del gruppo “I Signori di Podgorica” e alcuni delle migliaia di partecipanti alle manifestazioni. Nella serata del 9 febbraio, con l’obiettivo di approfondire le ragioni delle proteste, Vernole e Kusalo hanno inoltre preso parte al corteo che, partendo dalla Chiesa della Resurrezione di Cristo, ha attraversato tutta Podgorica (capitale del Montenegro) per concludersi con l’appello all’unità dei principali esponenti della Chiesa serbo ortodossa. Degli incontri e delle interviste effettuati durante la visita in Crna Gora, verrà successivamente dato conto in un Focus di approfondimento attualmente in fase di definizione.
Gli Stati Uniti, con la loro politica “America First”, si sono allontanati dai loro alleati negli ultimi due anni e hanno ridotto la partecipazione internazionale degli Stati Uniti alle organizzazioni internazionali. In primo luogo, Washington ha esortato i suoi alleati della NATO a sostenere i costi dell’alleanza transatlantica, poi ha esercitato pressioni sulla Corea e sul Giappone e ora l’UE è sotto la pressione degli Stati Uniti. Secondo te, questo cambiamento di approccio può essere interpretato come una nuova tendenza nell’ordine mondiale? Certamente l’atteggiamento di Donald Trump contrasta parzialmente con quella tendenza geopolitica che, dal 1999, ha affidato alla NATO il ruolo di gendarme globale per la protezione degli interessi degli Stati Uniti in primo luogo e per gli alleati / vassalli in secondo luogo. Il nazionalismo trumpiano è andato fino al punto di far sperare, almeno a parole, la fine dell’interventismo globale USA a favore di un ripiegamento sui suoi interessi domestici. Quanto concretamente fattibile rimane controverso; stiamo infatti parlando di un paese che possiede circa 1000 basi militari sparse nel mondo e che difficilmente può continuare a imporre il dollaro come valuta dominante nel commercio internazionale e in particolare per l’acquisto di materie prime senza esercitare una costante pressione geopolitica. Pertanto non vedo nella Dottrina di Trump un vero allontanamento dai principi storici dell’eccezionalismo americano (“destino manifesto”, “nazione indispensabile” …), anche se una certa concorrenza tra la sua Amministrazione e alcuni settori dello Stato profondo è innegabile . Tuttavia, mi sembra più un comportamento tattico che il frutto di una visione strategica; da questo punto di vista un possibile secondo mandato di Trump chiarirà le sue reali intenzioni, allo stesso modo di Obama. L’elezione di Trump è certamente dovuta a una tendenza globale, cioè allo spirito di rivincita di una classe media impoverita dalla crisi economica del 2008, causata proprio dal crollo dei mutui statunitensi. La parabola dell’attuale presidente americano è molto simile a quella della coppia Gorbachev-Eltsin; volevano riformare l’Unione Sovietica liberando la Russia dall’onere degli altri paesi confederati, ma finirono per distruggere l’intero sistema, Trump potrebbe quindi essere il liquidatore dello storico imperialismo americano. Tuttavia, l’attuale inquilino della Casa Bianca potrebbe anche diventare l’ultima carta disponibile alle lobby neo-cons per bloccare l’ascesa geopolitica della Cina e il nuovo sistema internazionale multipolare: i segni sono finora contrastanti. Molti analisti non attribuiscono queste mosse del governo degli Stati Uniti a Donald Trump, ma piuttosto pensano che gli Stati Uniti stiano cercando di salvare il capitalismo e l’economia americana dal collasso. Sei d’accordo? È certamente una tesi suggestiva, soprattutto perché si accompagna bene all’identificazione del nuovo nemico strategico degli Stati Uniti nella Cina, dopo l’URSS e il mondo islamico. Anche gli attuali buoni risultati economici della Trump Administration non possono farci dimenticare che il debito generale delle società negli Stati Uniti è elevato, il vero problema è quello dei prestiti a leva. Cioè, “prestiti con leva finanziaria”, concessi a società ad alto rischio che hanno in media un debito quattro volte superiore...